Le provocazioni hanno rotto i coglioni (oh, leggi fino in fondo però)

Che si tratti di stilisti affermati, di scrittrici osannate, o di venerabili giornalisti, nessuno di questi tempi sfugge alla tentazione di esplorare i confini della provocazione. Purtroppo però la provocazione è qualcosa da maneggiare con cura, perché ha la tendenza ferina a rivoltarsi di sovente contro il proprio padrone.

Alludere ad arditi paragoni sessuali tra l’imponenza dell’italico cannolo e la piccineria dei bocconcini cinesi, equiparare il possesso di un pisellino tra le gambe a una sorta di genetica appartenenza alla mafia, o sbeffeggiare vittime di rapimenti equiparandole a sprovveduti personaggi fiabeschi meritevoli di ramanzine, al di là delle seppur meritevoli intenzioni degli autori, non fanno che declinarsi in razzismo, misandria, o paternalismo becero.

Perché la provocazione, l’arte dell’invettiva, il paragone ardito, un certo gusto per il ragionamento paradossale, vanno saputi dosare con accortezza.

In tempi in cui le nostre menti si sono impigrite, in cui le nostre dita scrivono per le Macchine, in cui i nostri occhi scansionano pigramente testi e video come androidi è possibile ancora provocare?

Ha senso provocare in un contesto in cui una certa ironia provocatoria si è fatta struttura di pensiero unico?

Provocare, essere ironici, essere sopra le righe ormai sono il modo normale di comunicare e ciò comporta un risultato paradossale, ma concreto come un mattone di granito: tutto viene interpretato in senso letterale.

Tra le buone tecniche di scrittura che insegnavano una volta, c’era quella di risvegliare l’attenzione del lettore con una bella provocazione inziale e poi sviluppare in modo articolato il messaggio. Ma di questi tempi il “leggi fino in fondo” non vale più molto.

Se vogliamo dire a qualcuno che lo odiamo, o che lo amiamo, che lo stimiamo, o che lo disprezziamo, usiamo costantemente l’ironia e la provocazione.

Giornalisti, scrittori, creativi, dovrebbero comprendere che i loro testi non si inseriscono più (ormai da un ventennio), in un ecosistema coerente tenuto in piedi da addetti ai lavori.

Oggi tutti scrivono, tutti provocano, tutti ironizzano, tutti.

Perciò non lo fa più nessuno.

Insomma, mettetevi l’anima in pace, nessuna provocazione resterà impunita

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Un modo di pensare

Oggi mi è tornato in mente “Un modo di pensare” un racconto breve di Theodore Sturgeon, che trovo perfetto per descrivere i social network in questa desolante stagione.

Ebbi la fortuna di leggere quel racconto, ormai introvabile in italiano, da adolescente nella raccolta “Semi di stelle”, in quel periodo mitico in cui nella rivista Urania ancora riciclavano le copertine di Karel Thole.

“Un modo di pensare” raccontava la storia di un uomo affetto da un disturbo cognitivo che lo portava a “rovesciare” le proprie reazioni. In pratica immaginate un energumeno ottuso che, se durante una rissa vuole rompere una sedia in testa a qualcuno, getta il malcapitato addosso alla sedia e non viceversa.

Il problema nasce quando il fratello di questo curioso individuo muore dopo una serie di misteriose piaghe, che inspiegabilmente iniziano ad affliggere il suo corpo senza che sia possibile trovare un qualsiasi nesso clinico.

Il pensatore rovesciato inizia a indagare e scopre che l’ex fidanzata del fratello è in possesso di una bambola voodoo, con cui aveva giocato in uno stupido rituale di vendetta. La ragazza infuriata con l’ex fidanzato aveva usato per mesi la bambolina infliggendole supplizi atroci invocando il nome dell’amato, senza immaginare che il feticcio era effettivamente dotato di poteri.

Accade quindi che il pensatore rovesciato riesce a entrare in possesso della bambolina voodoo, che consegna al narratore.

Passano i giorni e la bambolina inizia a subire tutta una serie di “ferite” e afflizioni varie finché non resta distrutta.

Nel finale il narratore apprende che l’ex fidanzata del fratello del pensatore rovesciato è morta. E’ stata rapita e seviziata orrendamente. Le sue ultime parole sono state: “Mi chiamava bambolina”, lasciando intendere che il pensatore rovesciato per uccidere una bambola voodoo aveva seviziato a morte la ragazza.

Questo modo di pensare pare diventato la norma oggigiorno.

Attraversiamo una stagione, in cui è possibile affrontare i problemi dal punto di vista più assurdo e mostruoso. Se poi ti permetti di far notare l’assurdità del ragionamento subirai un rimbrotto: quello razionale è solo un modo di pensare, ma ne esistono tantissimi altri degni di considerazione.

La razionalità è solo un modo di pensare tra tanti.

La logica è solo un qualunque punto di vista.

La scienza è solo un approccio tra i tanti.

Vaccini, cancro, molestie sessuali, genitorialità, bullismo, diritto d’autore, alimentazione, immigrazione, turbomondialismo, opere pubbliche, deficit… qualunque tema da più triviale al più sensibile viene affrontato con una sconcertante rincorsa a una “originalità di approccio” completamente sganciata da ogni applicazione di raziocinio.

L’importante è dire la propria, dare la propria testimonianza, prendere posizione.

E quanto più la posizione è assurda, rovesciata, confutabile dalla realtà, tanto più vedi la gente che vi si aggrappa con le unghie e con i denti. Una regola aurea che mi hanno insegnato i social network è che, se una posizione è frutto di un qualche ragionamento razionale, vedrai il tuo interlocutore propenso a metterla in discussione, mentre se è una assurdità sganciata da ogni collante con la realtà, avrai di fronte un interlocutore irremovibile.

Mi chiamava bambolina…

Il Continuum Gibson, ovvero come ho imparato ad odiare gli anni ’80

Le serie televisive di fantascienza e fantasy contemporanee sembrano uscite da un televisore impazzito perennemente sintonizzato sugli anni ’80 e ’90. Dall’effetto nostalgia iniziale si sta passando a una nausea da Giorno della Marmotta.

In principio fu il Continuum Gernsback

Il racconto più interessante di William Gibson è qualcosa che con il cyberpunk, apparentemente, c’entra pochissimo. Ne Il Continuum di Gernsback (The Gernsback Continuum, 1981) il padre del cyberpunk racconta la storia di un fotografo, che deve realizzare un reportage sull’architettura americana degli anni ’30.

Col procedere del racconto il fotografo inizia a essere ossessionato dai fantasmi semiotici di un presente alternativo generato dalle aspettative dell’arte visuale della golden age della fantascienza.

Il fotografo viene progressivamente catapultato nel 1981 immaginato negli anni ’30 dalla rivista Amazing Stories del celebre editore Hugo Gernsback. Un 1981 ultratecnologico e ottimista con auto a reazione, autostrade a ottanta corsie, basi orbitali, razzi spaziali, tute argentate.

Tuttavia il 1981 del Continuum Gernsback si rivela un universo abortito, che si oppone a un 1981 reale, desolante nel proprio squallore fatto di promesse non mantenute.

Il racconto di Gibson è particolarmente potente e trascende i confini della letteratura di genere, per fare un discorso sull’estetica e l’immaginario postmoderno quanto mai attuale.

Le serie televisive contemporanee, infatti, paiono popolate dai fantasmi semiotici degli anni ’80 e ’90. Sembra quasi che l’immaginario collettivo si sia chiuso su quel periodo, passando da un piacevole citazionismo a una sorta di deriva totalitaria e ammorbante di quel ventennio.

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Dal Retrofuturismo del Continuum Rodenberry…

Per retrofuturismo, in genere, si intendono le opere artistiche, che richiamano l’immaginario del futuro del periodo compreso tra gli anni ’50 e ’70.

Il retrofuturismo racconta quindi il periodo di estetica fantascientifica successivo al Continuum Gernsback, attualizzandolo. Affronta un periodo critico estremamente influenzato dalle tensioni della Guerra Fredda successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

Mi piace definire questa corrente come il Continuum Rodenberry, il creatore della serie classica di Star Trek.

Il retrofuturismo del Continuum Rodenberry ha interiorizzato la dura lezione del secondo conflitto mondiale e i rischi connessi all’apocalisse nucleare, pertanto è pervaso da un senso di sfiducia profonda, in cui la tecnologia svolge il ruolo bivalente di strumento di distruzione e di via di fuga salvifica.

Per intenderci la serie di videogiochi Fallout è puro retrofuturismo degli anni ’50.

Paradossalmente le opere ispirate al trentennio retrofuturista sono quelle che trovo attualmente più gradevoli: The Man in the High Castle, con la sua America degli anni ’60 dominata dai nazisti, il remake di Westworld coi suoi robot filosofi, Legion coi suoi sogni lisergici, che paiono usciti dalla mente del Syd Barrett della swinging London, gli episodi migliori di Philip K. Dick’s Electric Dreams con la loro atmosfera straniante.

Sono tutte opere che riescono ad attingere all’immaginario retrofuturista con mano elegante, valorizzandolo e attualizzandone le tematiche. E tutte hanno un tratto in comune, tipico dell’estetica di quel periodo: suscitare nello spettatore inquietudine sulla natura della propria realtà.

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…alla Vaporwave del Continuum Gibson

Il nostro immaginario contemporaneo, in un paradosso neanche troppo incredibile, pare ormai prigioniero del Continuum Gibson.

In una giravolta pazzesca siamo finiti prigionieri dell’estetica pop degli anni ’80, che nel cyberpunk trovava il proprio genere d’elezione, per elaborare speculazioni sul futuro.

La cifra stilistica del Continuum Gibson è quella della vaporwave, il movimento culturale, che sotto le spoglie di una critica alla società dei consumi, finisce per trovare nell’estetica pop degli anni ’80 e ’90 la propria patria di elezione.

La vaporwave costruisce un passato di promesse di benessere infinito, popolato di palme olografiche su tramonti al neon rosa, in cui trovare rifugio dalle miserie del presente.

Nel Continuum Gibson non siamo più di fronte a citazioni, ma a veri e propri fantasmi semiotici, che piombano con violenza nei nostri monitor, trasmettendoci la sensazione di assistere alla stessa storia raccontata in mille modi diversi.

La televisione aumentata, nata grazie a internet, è caratterizzata uno spaventoso palinsesto spalmato su milioni di canali, che paiono trasmettere le stesse storie da quarant’anni.

Devo ammettere che personalmente inizio a trovare la cosa fastidiosa. Le opere del Continuum Gibson risultano stucchevoli nel loro citazionismo esasperato.

Non si possono considerare mere citazioni la pedissequa riproposizione delle scelte visive di Blade Runner operata in Altered Carbon, la riproposizione in ogni scena di Stranger Things di qualche frame pescato a caso dai film di Steven Spielberg o di qualche blockbuster anni ’80; gli Star Wars Disney che replicano situazioni della trilogia originaria in una sorta di spaventoso Eterno Ritorno famigliare fino al punto di trasformare la saga in una Beautiful con le spade laser; perfino l’innovativo Black Mirror nella sua ultima incarnazione si è popolato di fantasmi semiotici del Continuum Gibson al punto di diventare stucchevole…

E ovunque orde di remake, prequel e seguiti dei franchise di Alien, Terminator, Mad Max, Battlestar Galactica, ecc…

La lista potrebbe essere infinita.

I fantasmi semiotici degli anni ‘80 sono ovunque: luci al neon, ologrammi fluorescenti, coscienze che si scaricano su dischi rigidi, cyborg, arti marziali, katane giapponesi, mecha, kaiju, possessioni demoniache, bambine dai poteri telecinetici, improbabili portali dimensionali, spade laser, prese corticali, scienziati pazzi dai capelli cotonati, Intelligenze Artificiali capricciose, ragazzini svegli e impertinenti in lotta contro le autorità in groppa alle BMX, sexy robot, replicanti, alieni buoni puccettosi, alieni cattivi che ricordano organi sessuali spaventosi, il poliziotto buono del gruppo etnico normalmente considerato indisciplinato e il poliziotto cattivo del gruppo etnico normalmente considerato assennato, il sopravvissuto motorizzato, tutto il bestiario di Dungeons & Dragons, le esplosioni nello spazio, l’impero di Robot sterminatori, le final girl invincibili, i serial killer da slasher capaci di respawn infiniti, lo sceriffo burbero ma dal cuore d’oro, i wrestler…

Peraltro il problema non riguarda solo la fantascienza, ma un po’ tutta la cultura contemporanea pare ripiegarsi sul calderone culturale degli anni 80’ e 90’.

La sensazione è quella di non trovarsi mai tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco.

Viviamo in anni terribili, è vero, ma questa fuga in un retrofuturo blindato inizia davvero a farsi pesante. Pare di rivedere continue repliche degli stessi programmi semplicemente con un cast diverso e una rinfrescata di effetti speciali. Alla lunga è davvero straniante…

Forse l’opera che ha meglio descritto questo fenomeno è la bellissima serie tedesca Dark di Netlfix.

Nella serie si racconta di una cittadina tedesca, che sorge su un portale temporale, che si apre ogni trentatré anni collegando il 2019, il 1986 e il 1953. La trama sviluppa una serie di temi di Ritorno al Futuro con toni cupissimi, ammonendoci sulla natura altrettanto terribile degli anni ’80.

La vita dei protagonisti di Dark si svolge in un loop temporale chiuso, in cui ogni azione con cui i personaggi vorrebbero salvare il proprio presente, non fa che rinforzare le fondamenta del male e della distruzione.

Inizio a sospettare che la salvezza possano essere le serie sceme cui si abbeverano i Millenials, che noi vecchi tanto critichiamo.

28 giorni dopo, ovvero storia della pandemia di rabbia italiana

L’11 gennaio ho subito un intervento chirurgico particolarmente fastidioso, che mi ha tenuto a casa per 28 giorni esatti. I primi 12 giorni di degenza sono stati particolarmente duri, perché ero preda di dolori intensi e non ho mai potuto dormire per più di un paio d’ore di fila. La mia piccola finestra sul mondo in quei 28 giorni è stata la televisione generalista.

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Video killed the Web Star

Qualche giorno fa sono rimasto a casa per un’influenza, così mi sono messo a sbirciare qualche programma televisivo, incrociando di tanto in tanto le ospitate di qualche webstar. Sono rimasto colpito dalla assoluta penosità dei vari personaggi una volta passati dal contesto digitale a quello televisivo.

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IL METODO DI GIANNI IL BUONO PER LIBERARSI DEI CALL CENTER

I call center ti danno il tormento? Sei molestato quotidianamente da operatori di call center che ti tormentano presentando le loro offerte commerciali, di cui non hai assolutamente bisogno? Ormai lasci la suoneria spenta e non rispondi più ai numeri che non conosci?

Allora hai bisogno del Metodo di Gianni il Buono per liberarti dei Call Center!

Funziona grosso modo come descritto nel dialogo sottostante ed è garantito al 100%. In un solo anno le telefonate dei molestatori aziendali si sono ridotte del 90%.

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Il video virale dei bancari e il cyberbullismo come se fosse antani

Con rapidità sorprendente è diventato virale un video, in cui dei dipendenti di una filiale di una importante banca italiana si esibivano in una performance surreale e grottesca. Il video si inseriva in una sorta di gara di simpatia e creatività tra filiali. In pratica una gara di locura tra bancari. Il grigiore della vita dei bancari trasfigurato in una luccicante fiction RAI scritta da Ivan Cotroneo.

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Gli Occhi del Drago: Game of Thrones 07×06 The Dragon and the Wolf

La barca degli sceneggiatori, è salpata verso il porto turistico di Santa Marinella. I tre sceneggiatori, illustrano a René Ferretti e ad Alessandro i risultati che ha fornito il Compendio per “The Dragon and the Wolf” il finale della settima stagione di Game of Thrones.

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Gli Occhi del Drago: Game of Thrones 07×06 Beyond the Wall

A bordo della barca dei tre sceneggiatori il clima è più disteso e tutti stanno cenando con dei saraghi appena pescati… Gli sceneggiatori espongono a René Ferretti e allo stagista Alessandro la trama di “Beyond the Wall” la sesta puntata di Game of Thrones.

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Gli Occhi del Drago: Game of Thrones 07×05 Eastwatch

Siamo sempre a bordo della barca dei tre sceneggiatori, che si sono messi al lavoro per scrivere “Eastwatch” la quinta puntata di Game of Thrones. De Lorenzo consulta il Compendio, Aprea lancia i dadi e annota diligentemente i risultati sulle schede, mentre Sartoretti trasforma il risultato in una sceneggiatura.

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