Io non sono Paola

Sarà che sono nato con Pong…

Sarà che come una piccola e odiosa pallina di pixel conosco i miei limiti e ci vado a sbattere regolarmente…

Sarà che tra i miei limiti c’è quello di non riuscire ad apprezzare le italiche forme di ipocrita empatia che ammorbano la nostra rete.

Ieri, riprendendo un articolo della Stampa, scrivevo in “Bombe alla Crema” dell’iniziativa di #iamspartacus, in cui i Twitteri Inglesi a difesa del povero Paul Chambers parafrasavano la celebre scena dello “Spartacus” di Stanley Kubrick, in cui gli schiavi si fanno crocifiggere tutti piuttosto che consegnare Spartaco all’odiato nemico. Ovviamente raccontavo la vicenda concentrandomi sugli aspetti legati alle Nuvole Computazionali e a Tecnonucleo, perché è il mio DADA e sono fatto così.

Neanche cinque minuti dopo Twitter era invaso dalla versione all’amatriciana di #iamspartacus: #iosonopaola.

Premessa ho il massimo rispetto per Paola Caruso e la sua vicenda umana mi ha colpito, tuttavia alcune cose che ho visto accadere in Rete quest’oggi qualche perplessità me l’hanno suscitata.

Questo non è un nonPOST sulla Persona Paola Caruso, che non conosco e della cui vicenda umana ho capito ben poco, questo nonPOST parla di #iosonopaola.

Ringrazio @orlandotm per avermi segnalato la vicenda.

Necessaria puntualizzazione per chi vuole sciropparsi la vicenda per filo e per segno questa Bibbia 2.0 riassume tutto ciò che è circolato in Rete sull’argomento: http://siamoprecari.pbworks.com/w/page/32550941/Paola-Caruso

Leggetela fate le vostre doverose e opportune valutazioni.

Io non ci ho capito molto.

Riassumo la vicenda per come i miei occhietti dadaisti l’hanno vista, con tutti i limiti della mia visione analogica, monocromatica e bidimensionale:

  • Antefatto: Paola Caruso, un essere Umano che lavora da sette anni (ma non è illegale?) come giornalista precario presso il Corriere della Sera, entra in urto con la Dirigenza per un mancato passaggio a un contratto a tempo determinato. Al posto suo hanno assunto il solito “culattone raccomandato” (la definizione è mia non di Paola Caruso), l’incubo di generazioni di precari. Paola Caruso inizia per protesta lo sciopero della fame e della sete (poi ridotto al solo sciopero della fame). Questo è il succo della vicenda come l’ho capito dal suo Blog. Al riguardo:
    • Incognite: Non sappiamo se Paola Caruso si sia rivolta a sindacati e avvocati, come mi sentirei di consigliarle. Non sappiamo se il “culattone raccomandato” magari tale non è, può essere che ci troviamo davanti al nuovo Indro Montanelli 2.0. Non sappiamo se Paola Caruso sia una professionista valida o meno. Non abbiamo alcuna cognizione degli aspetti giuridici e organizzativi in cui si è svolta la vicenda.
    • Ragionevoli certezze: sicuramente per aver intrapreso una pratica di “non-violenza” così forte Paola Caruso deve aver sentito pesantemente leso un suo diritto. Altrimenti perché scatenare una cosa del genere. Visibilità? mi sembra inverosimile e scarto irrefutabilmente l’ipotesi. Una sola cosa è certa Paola Caruso sta soffrendo. Anzi mi spingo a dire è incazzata nera.
  • Diario di uno Sciopero: Paola Caruso testimonia le fasi dello sciopero nel proprio blog, postando le foto che attestano la propria perdita di peso. I messaggi sono stringati asciutti, non mi sembra tendano né al vittimismo, né all’autoesaltazione di sé. Espongono in modo stringato la vicenda per come Paola Caruso l’ha vissuta. Va detto a onor del vero che non contribuiscono a fornire un quadro chiaro della vicenda.
  • Toptweet: a questo punto lasciamo da parte la persona umana Paola Caruso, perché si scatena in rete #iosonopaola. Paola Caruso è una giornalista, quindi i suoi colleghi, molto attivi su Twitter, iniziano a dare risonanza alla notizia (chi di noi di fronte a un amico in difficoltà non l’avrebbe fatto?) La notizia inizia a diffondersi viralmente su internet…. finché Paola Caruso… anzi ad essere precisi finché @paolacars diventa un Toptweeter! @paolacars finisce in Toptweet e il caso esplode. Tutta la comunità online di Twitter accorre a dichiarare la propria empatia a @paolacars. Tutti danno ragione a @paolacars. Tutti le si rivolgono semplicemente chiamandola Paola per nome quasi fosse un’amica, o una conoscente. Non è più Paola Caruso è @paolacars, ovvero Paola. La comunità di Twitter l’ha adottata. Bisogna approfondire la vicenda? Capire? No bisogna manifestare solidarietà.
  • Blogger: Dopotutto la maggior parte dei blogger in Italia sono giornalisti o aspiranti tali. Molti di loro vivono concretamente l’esperienza del precariato. La storia di Paola è un po’ la loro storia. Ci sono passati tutti per le forche caudine del precariato. La notizia fa il giro dei blog e in un solo giorno si accumula una quantità di blog solidali: alcuni spengono il sito, altri riportano stralci del blog di Paola, altri ancora argomentano e ragionano con sproloqui infiniti su un caso che semplicemente non conoscono. La vicenda di Paola, di cui insisto si hanno informazioni stringate e frammentarie, inizia a essere estrapolata dal suo contesto reale, per essere immersa integralmente in un contesto virtuale. Ogni topblogger rivede nella vicenda di Paola una odiosa infinita gavetta lasciata alle spalle, o ancora presente. E così in effetti tutti diventano Paola.
  • #iosonopaola: a questo punto nasce l’hastag che sembra la riproposizione di quello lanciato dalla Stampa col reportage su Paul Chambers. Se gli Inglesi hanno #iamspartacus, noi Italiani abbiamo #iosonopaola. Così iniziano ad apparire in rete i “professionisti dell’hastag” il Topblogger trombone, la guerrillera marketeer, lo pseudogeek, ecc… che iniziano a veicolare l’hastag come se fosse #iobevococacola. Sono sempre gli stessi, certe volte me li sono trovati tra i piedi pure su #Gilda35, ma non ho volutamente dato seguito alle loro iniziative, perché fanno un uso sistematico e poco chiaro di qualunque “hastag di successo“. Perdonatemi ma agiscono in modo poco trasparente e sono molto diffidente nei loro riguardi. Dopo che i guerrilleri del marketing hanno lanciato il seme, parte una fiumana di #ionosonopaola e un ulteriore massa di twitteri si associa alla “solidarietà“.
  • La Critica della Ragion Bloggera: a questo punto si scatena anche l’eterodossia rispetto al pensiero dominante. In questo processo di beatificazione 2.0 scattano i professionisti del dissenso. Nello stesso modo acritico, senza alcuna prova, senza citare fatti, sentono l’impulso di “smontare” Paola. Ho letto un paio di Super Top Blogger critici, che francamente mi hanno lasciato perplesso. Penne finissime, per carità. Talmente fini che suscitavano nel lettore che delle due l’una considerazione: o Paola è una mitomane (perché al Corriere stanno in una specie di cassa integrazione e non possono assumere, ecc…), o un’inetta/illusa (è il mercato del lavoro bellezza, il Corriere non è un Ministero!). Francamente un anticonformismo di maniera, di cui non sentivo il bisogno.
  • Twitbon: nel frattempo la Direzione del Corriere della Sera risponde ufficialmente alle accuse (in modo a mio avviso inconferente), ma il caso si è allargato a macchia d’olio e si arriva al Twitbon: Io Sono Paola. Per chi non è aduso al mondo di Twitter il Twitbon è una icona da incollare al proprio Avatar, per manifestare il sostegno a una causa. Non è ho mai avuto uno, non ne avrò mai uno, perché semplicemente aborro questa pratica. Così in centinaia corrono a rimuovere il triangolino giallo di #noalbavaglio per sostituirlo col quadrato verde di #iosonopaola. Non so quante volte avrò letto questa frase: “Support #IoSonoPaola, add a #twibbon to your avatar now! – http://twb.ly/coUOAK“.
  • Wikipaola: a questo punto parte pure la pagina Wiki di Paola, il metacontenitore in cui inserire il mash-up di tutta la vicenda. La cosa più meravigliosa è leggere lo spessore dei commenti ai vari blog, che vanno dal “Paola è una vittima”, a “Paola è un’illusa”.

Conclusioni quella di Paola Caruso è una splendida parabola dell’uso disumanizzante che propone la Mente Alveare in cui ci operiamo, il caro vecchio Tecnonucleo.

Il risultato di migliaia di interazioni tra gli utenti sul caso di Paola Caruso è stato la dispersione della Persona. Non me la riesco neppure a immaginare in un contesto reale, la vedo in una nuvoletta computazionale circondata di tag, simboli, slogan, hashtag… Ho letto tanto bisogno di manifestare “qualcosa“, nessun bisogno di capire. Lo dico nella massima onestà e nel massimo dispiacere possibile.

Migliaia di iterazioni sul caso Paola Caruso si sono tradotte in un brusio fastidioso. Nessuna voce si è elevata chiara, o se pure l’avrà fatto me la sono persa nel mash-up generale. I pensieri di Paola sono diventati versetti da decontestualizzare, ripostare, estrapolare, manipolare, per dire semplicemente: “io c’ero“.

Mi dispiace ma io non sono Paola.

Mi dispiace ma io non so niente di Paola.

Non so che vita conduce Paola.

Non conosco il percorso che ha portato Paola a una scelta così estrema.

Rispetto Paola.

Spero che Paola possa realizzarsi come persona, qualunque cosa ciò significhi per lei.

Però oggi abbiamo assistito all’ennesima pagina in cui la nostra Mente Alveare ha preso una Persona e in un cupio dissolvi collettivo l’ha ridotta a una serie di slogan, avatar, hastag, frasi decontestualizzate, brusio.

Oggi abbiamo decostruito Paola.

Magari le abbiamo donato più visibilità, magari la sua vicenda avrà un lieto fine.

Ciò non toglie che ciò è avvenuto con forme e modi che mi suscitano più di una perplessità.

Detto per inciso gradirei che questo nonPOST non finisse in nessun catalogo, elenco, wiki, hashtag o mash-up su Paola Caruso, semplicemente perché non parla di Paola Caruso. Questo nonPOST parla di noi utenti di Twitter in relazione a Paola Caruso.

Annunci

10 pensieri su “Io non sono Paola

  1. C’è più di qualche affinità con te Jovanz.

    Anche io quando vedo esplodere con tanta viralità una roba in rete, faccio scattare l’allarme giallo.
    Per mancanza di tempo nn ho ancora potuto approfondire un granché della vicenda.
    Ma questo vale anche per chi con molta fretta ha invece abbracciato la causa senza approfondire (e soprattutto, cosa ancora più grave, senza interrogarsi se era il caso di spulciare nei twit alla ricerca di una verità…) Ma così va l’Italia oggi, prendere o lasciare (mi dispiace, ma per ora lascio)

    Se non altro questa esplosione di twibbons costringerà il Corriere a dare una spiegazione ufficiale circa le sue scelte redazionali. Se non lo farà, vorrà dire che Miss Paola Caruso ha ragione su tutta la linea…

    in attesa di trovare, dopo gli F24 del 16 novembre, un minuto per dedicarmi alla vicenda….
    Espropriatrice dadaista sì, ma anche imprenditrice di me stessa. ahahahah

    un caro saluto a tutti gli avventori del bar #Gilda35

    • Auspico seriamente che, passata la sbornia delle dinamiche virali, si avvii un dibattito serio e ragionato su queste dinamiche di “precariato professionale”.
      Se dieci anni fa ho abbandonato la carriera forense è stato anche perché non mi andava di assoggettarmi a questa idea di “gavetta” medioevale e retrograda, secondo cui devi sbatterti fino ai quarant’anni dannandoti per un tozzo di pane, nella speranza di “sfondare”. Se ti dice bene entri a far parte di una Casta di Dervisci (con privilegi e capacità di spesa preclusi ai comuni mortali), se ti dice male sei un Paria: l’intellettuale precario. Ho rivisto le mie priorità, le mie aspirazioni e mi sono riposizionato. A distanza di dieci anni penso di aver fatto le scelte giuste. Non sarò un Derviscio, ma sono soddisfatto della mia vita. Ciò non toglie che rispetto chi per le proprie passioni tiene duro fino in fondo.
      Mi sorgono però spontanee alcune domande:
      Chi si sta “muovendo in soccorso” di Paola Caruso?
      Quella stessa Rete di Blogger, che ha decostruito il giornalismo tradizionale.
      Quella stessa Rete che ha “democratizzato” la produzione della notizia, fino a renderla appannaggio di chiunque.
      Quegli stessi Blogger che hanno depotenziato l’idea di “giornalista“.
      Quegli stessi Blogger che hanno contribuito alla crisi dei giornali e a rendere il fantomatico “posto fisso” una sorta di miraggio nel mondo dell’informazione.
      Certe volte la Rete mi sembra un colossale coccodrillo meccanico, che prima divora le Persone, poi piange.

  2. Jovan you are always so diplomatic. I have been looking for information regarding this #iosonopaola and everywhere I have read of the injustices she has faced. But like you, I have no idea who she really is. There are going to be injustices everywhere and choosing what battles to fight gives us character. Someone told me once if you have no enemies then you have never fought for something our truly believe in. I think this is one of those cases. With that said, I wanted to share ( a geek moment with you since you are as much of a Twitterholic as I am ;)) this http://tweetreach.com/reach?q=%23iosonopaola – You can see who has been pushing this to the forefront of the Twitter sphere. The hastag,has become a beast too bad coders hate it 😉

    • I’m not so diplomatic. You’d know. I often DaDattack people or organizations (UK Home Office, Barak Obama, James Cameron, Antonio Di Pietro, Italia dei Valori, Nichi Vendola, Silvio Berlusconi, Facebook, Zuckerberg, Twitter, Disney, Conde Nast, Casaleggio Associati, Wired, Riccardo Luna, Ninja Marketing, Jonas Brothers, etc…). I know very well the names of hastag-creators. But this unPOST does not tell the work of individual persons. This unPOST speaks of our Hive Mind: TechnoCore. Affects us all. Including myself. We are the problem.

  3. Bell’articolo. Lungo, ma piacevole.
    Personalmente però credo che uno sciopero della fame e della sete (tradottosi poi in solo sciopero della fame in meno di 24 ore, e questo già dovrebbe dire molto) viene fatto solo, a mio avviso, da coloro che vogliono mettere più in mostra se stessi che la causa che sostengono. Ripeto, questa è una mia opinione. Anch’io della sua vicenda non so molto, so che sta portando avanti gli aggiornamenti su Tumblr. Le uniche cose che posso dire sono che sul suo blog non scrive bene come dovrebbe un giornalista e che sta perdendo, sprecando una possibilità enorme. Secondo me è questo che è sbagliato. Voglio dire, ha l’opportunità di dimostrare DAVVERO al mondo che quello che le è passato davanti non lo meritava, almeno a confronto suo. Ha la possibilità di dimostrare a tutto il mondo che è una grande giornalista che merita il posto che non le viene concesso, che il Corriere si sbaglia. Invece cosa fa? Due righe al giorno, come potrebbe scrivere chiunque, anche un liceale per dire. Insomma, non voglio essere considerato un “professionista del dissenso”, ma lei, la nostra Paolina, non sta facendo molto per aiutarsi, per dire a tutti “hey, state sbagliando, guardate che penna geniale che sono”. Certe opportunità non tornano.

      • Ah sì ho notato. Domani in pausa pranzo prometto che lo leggo.
        Magari dovrei prima leggere il nuovo nonPOST, però ho dato un’occhiata al Tumblr di Paola Caruso e anche l’ultimo suo intervento (quello dove dà la conclusione della sua vicenda) mi pare scritto troppo male per una che aspira a diventare giornalista nella redazione del quotidiano più importante d’Italia.
        Poi certo, se paragoniamo anche il suo Tumblr con questo blog (se è un nonBLOG chiedo venia), beh, allora sembra che lei sia una bambina delle elementari. Complimenti ancora! =)

      • Ti ringrazio per i complimenti sempre immeritati e pertanto ancor di più ben accetti.
        Però una precisione facciamola suvvia questo è un nonBLOG, ciò in quanto è un pamphlet steampunk un po’ DADA.
        Se è logorroico, polemico, visionario. ostico, complesso, articolato, evocativo, alto nel parlare delle cose infime e infimo nel parlare delle cose alte è proprio perché è un pamplhlet settecentesco che gira come una macchina a vapore. Paragonarlo ai Blog degli impotenti della creazione è ingeneroso, semplicemente perché i Blog sono tool di Tecnonucleo, si limitano a descrivere frammenti rimescolati di realtà ridotti a quella pappina tiepidina che piace tanto alle minkiette.
        Quando i Blog sono polemici è puro fuffoso trolling animato dalla quintessenza del flame più fuffoso.
        Noi miriamo a qualcosa di più grande.
        Noi vediamo un altro orizzonte.
        Trovare blog decenti è un’impresa epica e se questo nonBLOG è così saporito è merito di voi Ricercatori: senza le vostre segnalazioni, i vostri commenti, i vostri astratti furori non esisterebbe.
        Siamo però clementi coi Blog hanno un’utilità sociale indiscutibile: stanno uccidendo i giornali tradizionali e quindi un certo furioso dadaistico rispetto lo meritano.
        Peccato che a fronte della decostruzione del vecchio giornalismo 1.0, non stia nascendo un nuovo grande fermento creativo, ma i pensierini degli stenterelli delle 5.000 battute.
        Pertanto ebbene sì questo qui è irrefutabilmente un nonBLOG, in quanto è un pamphlet dadaista feroce come la creazione.
        Hasta la Vida Loca a te!
        E comunque non ho parlato di nessun Blog in particolare.
        E comunque ho parlato un po’ di tutti i Blog… forse anche di questo.
        Oppure no.
        Perché è un nonBLOG.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...