Digiuno 2.0

Paola Caruso ha terminato il suo sciopero della fame, come attestato da questo post di “Diario di uno Sciopero”. E per questo mi unisco ai festeggiamenti della blogosfera. Tuttavia tra i suoi post di oggi leggo una di quelle epifanie alla Joyce, che mi ha lasciato piuttosto sconcertato:

@paolacars “@electro_timmy come gli operai scioperano per un contratto migliore, io ho scioperato perché non voglio essere precaria a vita. chiaro”

Forse preda di un momentaneo impeto d’ira la Caruso paragona lo sciopero degli operai finalizzato a ottenere migliori condizioni di carattere lavorativo, al proprio “sciopero della fame e della sete” (poi ridotto al solo sciopero della fame). Paragona una banale giornata di sciopero, all’esperienza “catartica” che ha mobilitato le élite del blogging italico.

Ma possibile? Possibilissimo.

Preciso che adesso parlo del fenomeno dello sciopero della fame nel web 2.0 italiano. Non parlo di Paola Caruso, che avrà scritto quello che ha scritto perché ne è convinta. Mi auguro soltanto che quel post sia il frutto della stanchezza e del nervosismo, che Paola Caruso si ristabilisca presto e ci spieghi con un testo dall’alto valore etico e culturale il significato del proprio gesto.

Finora ho solo capito che Tumblr è un pessimo format per il blogging.

Allora adorabili e coccolosi Ricercatori veniamo al dunque… Se vi avventurate in una banale ricerca su Youtube vedrete i videoblog di innumerevoli scioperi della fame, eseguiti per le più varie motivazioni:  http://www.youtube.com/results?search_query=sciopero+della+fame&aq=f (come al solito sono troppo buono e vi ho postato la pappetta tutta pronta e tiepidina). Guardando i video vedremo ogni motivazione possibile e immaginabile di sciopero della fame, nella maggior parte dei casi completamente ignorati dai Media tradizionali. Certo emerge una cosa in modo palese e incontrovertibile: lo sciopero della fame 2.0 si fa soprattutto per migliorare le proprie condizioni lavorative o salvare il posto…

Ciò mi spinge a rispolverare alcune conoscenze di Filosofia del Diritto, materia in cui mi specializzai proprio nella teoria del c.d. “Diritto alla Disobbedienza”

Perché cari Ricercatori, capisco che il web è ormai una pappetta tiepida in cui si può leggere tutto e il contrario di tutto, ma paragonare una pratica nobile come lo sciopero della fame a strumenti di contrattazione di secondo livello, è ingeneroso verso chi, penso alle suffragette inglesi del primo novecento, di sciopero della fame è morto, spesso a causa dell’alimentazione forzata imposta dall’Autorità.

L’atto di compiere uno sciopero della fame rappresenta una extrema ratio, come tale necessiterebbe di regola di alcuni presupposti “pesanti” e dovrebbe avere uno svolgimento drammatico e dall’esito incerto:

  1. il digiunatore deve ritenersi portatore di superiori valori etici, che non vede affermati nell’ordinamento di appartenenza (pensiamo agli scioperi della fame delle suffraggette inglesi, che venivano arrestate);
  2. il digiunatore deve aver provato ad affermare i propri principi etici superiori con ogni metodo consentito dall’ordinamento, per vederli trasformati in una norma di carattere imperativo generale ed astratta (es. proposte di legge, scioperi, picchettaggi, processi, ecc…);
  3. il digiunatore deve aver fallito utilizzando i metodi consentiti dall’ordinamento;
  4. il digiunatore deve dimostrare di aver fallito perché l’ordinamento è intrinsecamente iniquo e ingiusto, o perché le istituzioni che detengono il potere hanno arbitrariamente violato le proprie stesse regole;
  5. il digiunatore allora decide di fare violenza al proprio corpo per rendere manifesta agli altri cittadini la violenza silenziosa delle istituzioni e dell’ordinamento in cui vivono;
  6. il digiunatore interrompe lo sciopero quando le istituzioni, in qualche misura ritenuta soddisfacente, fanno delle concessioni;
  7. altrimenti il digunatore muore, per divenire un martire e spingere gli altri cittadini a forme più o meno non violente di rivolta (se il Commonwealth cedette di fronte agli scioperi della fame di Gandhi fu proprio per paura che divenisse un martire).

Lo sciopero della fame è la derivazione della pratica indiana della dhama: si fa violenza al proprio corpo per spingere, colui il quale ha commesso un’ingiustizia “lecita” a rendersi conto della violenza intrinseca dei propri atti. Lo sciopero della fame è una epifania delle dinamiche sottilmente violente del potere.

Come può un pratica tanto alta, essere ormai generalmente equiparata a un comune strumento di negoziazione sindacale?

Capisco che Marco Pannella ha ridotto in Italia la pratica dello sciopero della fame a qualcosa del tipo: “Non mi date spazio in Televisione, faccio lo sciopero della fame, della sete e bevo pure le urine in diretta, così mi prendo il mio spazio! Tiè!” Ma in altri paesi (Inghilterra, Irlanda, Turchia, ecc…) i dissidenti politici sono morti di sciopero della fame. Lo sciopero della fame è una cosa serissima. Nella maggior parte dei casi lo sciopero della fame si fa per un grande ideale collettivo: il suffragio universale, l’indipendenza della propria nazione, radicali forme di opposizione al potere politico… Lo sciopero della fame è una cosa seria e pertanto merita di essere comunicato in modo idoneo e rispettato, anche quando non lo si condivide.

Nella maggior parte degli scioperi della fame 2.0 invece la cosa si riduce ad uno strumento di “pressione” sul datore di lavoro, per vicende particolarissime. Lo sciopero della fame 2.0 è il trionfo del particolare, del caso singolo, ha il suo spazio nel blog e il suo post su youtube. Ormai è un genere letterario.

Non capisco cosa hanno trovato di nuovo i Twitteri nello sciopero della fame di Paola Caruso. La lista degli scioperi della fame 2.0 è lunghissima e solitamente attiene a forme di rivolta individuale verso il proprio precariato. Quello della Caruso è stato solo il primo sciopero della fame in diretta su Twitter.

In questi fenomeni del web 2.0 il tanto paventato “elemento catartico” io non ce lo vedo.

Catarsi di cosa?

Siete cambiati?

Avete cambiato vita? Abitudini? Gusti?

Guardate il mondo in modo diverso dopo questi eventi?

Forse siamo solo di fronte all’ennesima conferma che in  Tecnonucleo tutto perde di significato Continuiamo col downgrade delle grandi idee. Continuiamo col politicalpongo: poche idee ma confuse.

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4 pensieri su “Digiuno 2.0

  1. Comprendo e rispetto la frustrazione di Paola Caruso e di tantissimi altri, precari e non, che si sono schierati in sua difesa con gesti di solidarietà. Il grande dibattito che si è sviluppato su blog e social network rende evidente la necessità di discutere su temi affrontati poco e male dai media convenzionali: lavoro, precariato, futuro, aspettative. Temi che riguardano soprattutto i giovani, i più colpiti dalla disoccupazione.

    Come giustamente hai segnalato tu però le testimonianze di casi analoghi, e forse anche peggiori, in rete non mancano. Cosa c’è dunque di diverso nel caso di Paola? La diffusione virale in questo caso ha fatto leva su un fattore fondamentale: l’immedesimazione. Chi produce informazione in rete si è trovato solidale con una “produttrice di informazione” che ha segnalato in maniera forte quella che lei ha recepito come un’ingiustizia: così il passaparola si è diffuso velocemente e in maniera capillare.

    Ora Paola ha concluso il suo sciopero della fame e sta cercando di dirottare il dibattito che ha generato da #iosonopaola a #iosonoprecario. Se fosse partita raccontando un’esperienza da precaria, come ne esistono tante, probabilmente pochi l’avrebbero considerata.

    Credo che questi fenomeni, compreso quello della “perdita di significato” che hai giustamente citato dipendano dall’overflow di casi, segnalazioni, notizie che rimbalzano in rete e rendono i cittadini sempre più insensibili. Non è tanto la gravità della notizia in se a generare indignazione e dibattito, quanto la forma, la popolarità del gesto associato, il modo in cui la si racconta.

    Forse Paola è solo una vittima delle sue stesse illusioni, forse è anche per questo, per la sua umanità controversa e un po illusoria, che è diventata un caso.

    Segnalo due post tra il mainstream della blogosfera italiana, in ordine di lettura personale: il primo è di Matteo Bordone sul suo “Freddy Nietzsche”: Pazziamm’ [Paola Caruso, il lavoro e la Rete] (http://bit.ly/bJ45nE) e l’altro è di Gianluca Neri sul suo “Macchianera”: Due cose. Anzi, tre (Paola Caruso, l’universo del lavoro e tutto quanto) (http://bit.ly/cxnva6).

    • Diciamola tutta a me Paola Caruso sta un sacco simpatica perché in tutta questa vicenda è l’unica che si è comportata in modo umano compiendo una caterva di castronerie.
      Apprezzo Paola Caruso perché ha toppato dalla prima all’ultima mossa, con un’ingenuità commovente.
      Ignara del funzionamento delle Agenzie di Stampa ha iniziato lo sciopero della fame e della sete nel fine settimana, rischiando di morire in attesa che aprissero le redazioni.
      Si è avventurata nello sciopero della fame, senza neppure avere alcuna cognizione teorica su tale pratica.
      Ha scritto post elementari, ingenui e sciatti, presupponendo che al mondo intero fossero evidenti in modo apodittico e assiomatico i dettagli della propria vicenda personale.
      Ha sparato a destra e manca senza verificare alcuna delle proprie doglianze.
      E’ stata lesta nell’uso dei blog e di twitter, quanto lenta nel chiamare sindacati e avvocati giuslavoristi.
      Ha alzato una gazzarra infernale lasciando impunito il Corriere della Sera, che se è vero quello che asserisce ha commesso un illecito grande quanto una casa.
      Ha fatto un video per Youtube che pareva The Ring.
      Adoro Paola Caruso perché non ne ha azzeccata una.
      Adoro Paola Caruso perché ci ha confermato quanto fragile si la materia umana e quanto facilmente possa divenire pongo nelle manine pacioccose di Tecnonucleo.
      Adoro Paola Caruso perché è l’unica cosa non costruita di questa vicenda.
      Gli altri si sono tutti fatti pubblicità col suo hastag.
      Oh e quasi mi dimenticavo comunque io non sono Paola.
      E non sono manco Jovanz.
      Io sono Gianni.

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