La Biblioteca di Babele 2.0

“The future is not google-able.”

[William Gibson intervento presso “A Clean Well-Lighted Place for Books”, San Francisco, California, U.S.A.,5 febbraio 2004]

 

Otto!

Se cercate 8 su Google o Wikipedia verrete a conoscenza di tante meravigliose proprietà relative a questo simpatico numeretto. Infatti 8 è uno di quei numeri importanti: è un numero composto, è il cubo di 2, è il sesto numero della successione di Fibonacci (per la gioia di Illuminati, Rosacroce, Complottisti e Dan Brown), è un numero ottagonale (chi l’avrebbe mai detto!), è un numero di Friedman, per i Cinesi è il numero fortunato per eccellenza, è il “numero magico” della fisica nucleare, è il numero dell’equilibrio cosmico, è il numero della trasfigurazione cristiana, è il numero dell’ossigeno, nell’I-Ching rappresenta le 8 forze risultanti dall’interazione di Yin e Yang, i Grandi della Terra sono 8 (G8), è uno dei Numerotti di Playohouse Disney, 8 è il passerotto dei Latte e i suoi Derivati, e poi si sa vincere al superenal-8 può cambiare la vita… Insomma il numero 8 è un numero di quelli che riveste un’importanza capitale sotto qualunque punto di vista lo si affronti.

Però essendo per la contraddizione continua il numero 8, tendo a immaginarmelo coricato che dorme, pressappoco così: .

Me lo immagino felice che sogna spazio e tempo infinito, senza stressarsi con Fibonacci e soci.

In verticale il numero otto non ha mai suscitato molto il mio interesse, mentre coricato mi suscita infinite suggestioni. Quando penso a quel meraviglioso e sognante Nastro di Möbius, il mio cervello steampunk e un po’ DaDa subito mi rievoca quella meravigliosa allegoria che compose Jorge Louis Borges nel 1941 con “La Biblioteca di Babele”… Un’allegoria terribile, che ho rivissuto giocando con Twitter insieme ai folli Sabotatori Dadaisti di #Gilda35. Una terribile profezia su ciò che potrebbe divenire la produzione dei testi in un futuro neppure troppo lontano. Un’ipoteca sui testi che lasceremo alle future generazioni…

La Biblioteca di Babele” di Jorges Louis Borges

Borges disegnò un universo costituto da una “Biblioteca illimitata e periodica” strutturata come un immenso frattale composto da moduli esagonali tra loro identici. Ogni esagono contiene 5 scaffali contenenti ciascuno 2 libri, ciascun libro è di 410 pagine, ciascuna pagina è di 40 righe, ciascuna riga è di 40 caratteri. Il numero dei simboli ortografici è 25 (22 lettere, spazio, punto e virgola). I libri contengono ogni possibile combinazione dei venticinque caratteri, generando ogni possibile testo (per la maggior parte ovviamente non sense, ma in alcuni casi sporadici generando anche frasi, pagine o testi interamente intellegibili).

In un forum su internet (http://www.sonicbands.it/libri/11291-re-la-biblioteca-di-babele-testo-completo.html) un matematico ha calcolato che il numero dei testi della Biblioteca di Babele, generato secondo il meccanismo testé illustrato sarebbe pari a 25 elevato alla 656.000, ossia un numero con 917.049 cifre. Ma poiché la Biblioteca è “periodica” i testi si ripetono in modo apparentemente casuale andando ben oltre lo spaventevole numero da quasi un milione di cifre.

Nulla si sa sul Creatore della Biblioteca, né sugli autori dei testi, né sul fine ultimo di questo universo.

Il racconto descrive anche la vita miserabile dei Bibliotecari, che si aggirano preda di disperazione, fanatismo e frustrazione cercando tra gli innumerevoli testi privi di senso il “Libro”, un testo che dia una svolta alla loro esistenza. Il racconto si conclude con l’immagine spaventosa della Biblioteca che continuerà ad esistere eterna e immutabile, dopo la fine del genere umano.

Un curioso incidente accaduto durante i sabotaggi di #Gilda35 ha riportato alla mia mente questa mostruosa biblioteca, cui diventano ogni giorno più simile le Nuvole Computazionali…

Lo strano caso del tweet scomparso

#Gilda35: progetto collettivo sviluppato su Twitter, che promuove una riflessione critica sull’antropologia post-umana introdotta dalle nuove tecnologie. Spesso il progetto effettua delle performance dadaiste chiamate “sabotaggi carini e coccolosi”. Per maggiori informazioni: http://gilda35.com/ e http://jovanz74.splinder.com/

Tutto è nato, quando, per festeggiare la nascita del “Nuovo Twitter” (una versione più multimediale del noto Social Network), elaborammo uno dei “Sabotaggi” di Gilda35 ai danni del povero Algoritmo dei TopTweet di Twitter (v. “#Gilda35” su Brand Care Magazine n. 7). Uno dei Ricercatori del Progetto propagò in Rete un irriverente messaggio nonsense: “domani, 16 settembre Santa Innocenza vergine e martire, nasce il nuovo Twitter”. Il messaggio ricevette circa 75 retweet in una manciata di minuti, tuttavia l’Algoritmo dei Toptweet non lo fece salire in homepage.

Pareva che nel frattempo Twitter avesse aggiornato il proprio Algoritmo in modo da fornire un ranking più basso ai retweet di utenti che si seguivano a vicenda, sfavorendo sia gruppi come

Bimbominkia: giovane utente di Social Network, sprovvisto della minima netiquette e spesso molesto (gergo degli internauti italiani).

#Gilda35, sia agenzie di marketing virale, sia agguerriti gruppi di “bimbiminkia”, che approfittavano della tendenza al retwit compulsivo dei BOT delle Major dell’intrattenimento.

Ovviamente polemizzammo in modo giocoso con Twitter, inscenando una farsa sulla “censura” che avevamo subito. Ciò sebbene in segreto apprezzassi la virata del nuovo Algoritmo dei Top Tweet verso un marketing più esplicito e sotto il profilo contenutistico decisamente più valido della precedente versione pseudogiovanilistica (ora Top Tweet era saldamente presidiato da account ufficiali di grosse realtà produttive, topblogger, giornalisti, ma anche qualche comune utente con una bella trovata virale e qualche fesseria ogni tanto).

Qualche giorno dopo il “sabotaggio coccoloso” venni però contattato dall’autore (Proponente nel nostro gergo) del tweet “censurato”. Il Proponente si lamentò di un fatto per lui sconcertante: il messaggio di sabotaggio non solo non era salito tra i TopTweet, ma era stato anche cancellato dal registro dello “storico” dei propri messaggi. Tra tutti solo quel tweet era stato cancellato dalla cronistoria dei pensieri del Proponente. Era come se non fosse mai stato emesso e di conseguenza come se noi non l’avessimo mai retwittato e fatto nostro.

Vi risparmio la narrazione della serie di dadaistiche provocazioni che inscenammo: accorate lettere aperte (http://jovanz74.splinder.com/post/23353109/lettera-aperta-di-gilda35-a-twitterit-libera-luccellino-azzurro), sottoscrizioni via retweet, sitin virtuali contro @toptweets_it… Ovviamente il DADA che è in noi si scatenò furibondo e trasformammo la vicenda in una assurda farsa per dileggiare i continui appelli contro la censura, che circolavano in quei giorni su Twitter (“no al bavaglio” su tutti).

Dal Libro alla Nuvola

Fail Whale: I server di Twitter talvolta vanno in “sofferenza” quando il volume dei tweet mondiali per massa e frequenza è eccessivamente elevato. Ciò comporta blocchi temporanei, improvvise sparizioni di followers/following, cancellazione di tweet vecchi.

Questa surreale vicenda, comunque ascrivibile ad un banale “fail whale”, mi ha suscitato alcune riflessioni in merito a come le nuove tecnologie stanno cambiando il nostro rapporto con la produzione, la conservazione e la lettura dei testi.

Una frase che piace spesso ai tecnologi è: “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, mentre un testo su internet è permanente”.

Onestamente non mi sembra una frase così vera. Anzi ad essere veramente onesti direi che “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, ma magari anche finire in un’emeroteca e fornire ai posteri una testimonianza documentale su un periodo storico, un testo su internet è assolutamente impermanente, soggetto a cancellazione, riediting, confutazione, interpolazione, manipolazione, adulterazione.”

“In informatica, con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto” (Wikipedia). In pratica tutto quello che fate tramite posta elettronica, social network, Google, ecc… avviene tramite l’utilizzo delle nuvole computazionali.

Questo per la semplice ragione che un testo pubblicato su internet non viene ancorato a un supporto fisico “statico”, come ad esempio un foglio di carta, un papiro, una tavola assirobabilonese. E neppure su un supporto “dinamico”, ma in possesso dell’autore, come un hard disk. Un testo su internet finisce dritto in una bella Computing Cloud (Nuvola Computazionale), mirabile definizione che sta a indicare in ultima analisi che il testo per finire su internet il più delle volte (direi pure la quasi totalità delle volte per i comuni utenti), deve essere trascritto e registrato su server di proprietà di un soggetto diverso dall’autore.

Sto rincorrendo le suggestioni sul numero otto coricato che dorme, così non mi avventuro in un’approfondita disamina sugli aspetti giuridici del rapporto testé descritto… Però due paroline le spendo lo stesso. Quando accettiamo i c.d. “Termini di Utilizzo” dell’erogatore dei servizi di Computing Cloud sottoscriviamo un contratto nel 99% dei casi molto sbilanciato in favore dell’erogatore del servizio, piuttosto che verso l’autore dei testi. La quasi totalità dei fornitori di Social Network, siti internet, Blog, servizi di posta elettronica, archiviazione remota di documenti, ecc… hanno nei propri “Termini di Utilizzo”, anche quando il servizio offerto è a carattere oneroso, una serie di clausole che consentono di sospendere in ogni momento il servizio a loro insindacabile giudizio. Peraltro a ben leggere i “Termini di Utilizzo” di molti fornitori di servizi connessi al Computing Cloud la proprietà di testi e documenti in molti casi non è dell’autore, ma dell’erogatore del servizio, che pertanto può cancellarli a proprio piacimento per tutelare i propri interessi.

Un esempio lampante di quanto sopra è stato il caso Amazon/Wikileaks. Com’è noto Amazon ospitava il sito di Wikileks sui propri server, tuttavia, in assenza di qualsivoglia denuncia da parte delle pubbliche autorità, ha potuto sospendere il servizio sulla base della violazione dei termini di utilizzo inerenti il c.d. “uso improprio” del servizio di web-hosting. Il resto è cronaca.

Jaron Lanier: (New York, 3 maggio 1960) è uno sviluppatore, artista e compositore statunitense. E’ considerato il padre della Realtà Virtuale. Autore tra l’altro del libro “Tu non sei un Gadget”, una riflessione critica sull’evoluzione del web 2.0.

Insomma a fronte dello strapotere di quelli che Jaron Lanier con una felice espressione chiama i “Signori delle Cloud”, gli autori dei testi, delle foto, dei video, dei materiali immessi nelle Computing Cloud ne escono sempre più depotenziati e sminuiti.

CR48

Nei giorni scorsi Google ha presentato un nuovo tipo di portatile il CR48. In pratica questo gioiellino della tecnologia delle Computing Cloud non sfrutta altro software che un internet browser. Il CR48 sfrutta le Nuvole Computazionali per la totalità delle funzioni di un PC tradizionale: storage/archiviazione file, posta elettronica, pacchetto Office, visualizzare foto, film ecc… Il CR48 ha ovviamente il 3G incorporato perché necessita come l’aria di una connessione a internet potente e stabile.

Il CR48 costituisce il primo passo per trasferire nelle Computing Cloud la totalità delle informazioni che produciamo. Perché il cloud computing è performante, gratuito (o a prezzi contenutissimi), affidabile, costantemente aggiornato… Immaginate un futuro in cui tutti siamo passati ai nipotini del CR48. Immaginate un futuro in cui abbiamo completamente dematerializzato l’informazione, in cui è tutta insediata in server completamente sottratti ad ogni nostro potere di verifica e controllo.

Mash-up

A questo va associata la tendenza sempre più insistita a trasferire nelle Nuvole Computazionali la totalità dello scibile umano. Esperienze come il Progetto Gutenberg, Google Libri e l’espansione del mercato degli ebooks tendono ad una “dematerializzazione” dei testi scritti con una sempre più forte eliminazione di quel “limite fisico” costituito dai libri di analogica memoria. Se a ciò si collega il ricorso sempre più insistito nel web 2.0 al c.d. “mash-up”, ossia alla produzione di testi che in ultima analisi non sono che il “collage” di altri testi reperiti in rete, spesso a loro volta frutto di mash-up, il quadro diviene ancora più fosco.

Nel web 2.0 tutti sono scrittori, tutti sono autori, tutti sono SEO, tutti sono esperti di marketing. Il Cloud Computing ha aperto la possibilità a tutti di esprimersi con uno sforzo minimo. Si è passati dai siti personali del web anni ’90, che erano espressione di una vivace creatività, ai blog dei primi anni 2000, agli attuali microblog frutto del mash-up più furibondo e spesso insensato.

Ne sono stato testimone involontario io stesso: “Il Ragazzo che Giocava con gli UFO” (http://gilda35.com/2010/11/05/il-ragazzo-che-giocava-con-gli-ufo/) un mio post sul caso Gary McKinnon ebbe un inspiegabile successo in Gran Bretagna, nel periodo in cui alcuni attivisti si battevano per impedire l’estradizione a Guantanamo di questo hacker affetto da disabilità mentale. Il testo venne fatto proprio da parecchie centinaia di persone in Gran Bretagna che riproposero sui propri blog personali il mio testo in italiano. Produssi anche una versione del post in lingua inglese, ma non ebbe il successo della versione in italiano, che era del tutto incomprensibile per la quasi totalità dei blogger che l’avevano riproposta.

Come diciamo noi di #Gilda35: “Viva le polpette!”

Non mi voglio avventurare sul tema Wikipedia, dove siamo davvero dalle parti della Biblioteca di Babele più pura. Mi limito a riproporre un’illuminante intuizione di Lanier:

“Wikipedia è una aberrazione fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità” Jaron Lanier,You Are Not a Gadget: a Manifesto, 2010

Eppure Wikipedia, uno strumento basato sul folle assunto che a botte di riediting si giungerà alla “Verità”, ha sostituito presso la totalità degli utenti di internet le enciclopedie tradizionali. Se dietro l’informazione, che stiamo cercando, ci sia un serio Istituto Enciclopedico composto da esperti di ogni disciplina, o un simpatico “dilettante” (come il sottoscritto), che nel tempo libero mette a fattor comune le proprie competenze, per noi ormai non fa alcuna differenza.

L’importante è che la Nuvola Computazione ci spari l’informazione che cerchiamo in modo efficiente.

La Fine dei Tempi

In effetti quello che vedo circolare nel web 2.0 odierno mi sembra un embrione della Biblioteca di Babele di Borges. Come le “stanze esagonali” della Biblioteca di Babele quella che una volta era una “Web/Rete” sta divenendo una “Grid” in cui tutto è connesso. Ogni singolo smartphone, PC, laptop, console è connesso alla Cloud fornendo e restituendo informazioni di continuo. La struttura è modulare come nella Biblioteca di Babele, che nel racconto si sviluppa come un infinito frattale di moduli tutti identici a sé stessi. E la Cloud/Biblioteca si espande di continuo con server capaci di generare ogni giorno maggiore memoria fisica, come un universo in continua espansione: dal byte, al kylobyte, al megabyte, al gigabyte, al terabyte…

E come nella Biblioteca di Babele i testi ogni giorno di più paiono autogenerati da qualche misteriosa Entità (la Mente Alveare di Lanier, o come lo chiamiamo noi di #Gilda35 Tecnonucleo, riprendendo una felice definizione di Hyperion di Dan Simmons). Il ruolo dell’autore è depotenziato, si è smarrito nel passaggio dal Libro alla Nuvola.

Mi chiedo dopo 50 anni di mash-up, di riediting, di interpolazioni, di “quote”, di cancellazioni, cosa circolerà nell’infinita Infosfera generata dal Computing Cloud. L’immagine che ho in mente è quella di un immenso, infinito ipertesto, privo di autore, generato quasi casualmente.

E non mi avventuro a ragionare su cosa potrebbe accadere tra cento anni, in una società che ha completato il processo di dematerializzazione del sapere, laddove si arrivi ad una svolta totalitaria o oscurantista.

Oggi i Signori delle Cloud guardano alla quotazione in borsa…

Domani chi sarà proprietario della Cloud potrà riscrivere il passato. Tutto il passato. E come diceva Orwell: “Chi controlla il presente, controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro.”

Oppure no.

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