La trappola di Twitter, riflessioni di un topolino

Self-portrait of Leonardo da Vinci. Red chalk....
Image via Wikipedia

Esimi Ricercatori, oggi il sempre ottimo Domenico Elmook Polimeno, mi ha proposto un interessante articolo di Bill Keller, editorialista del New York Times, dall’intrigante titolo di “The Twitter Trap“.

L’articolo riprende alcune interessanti riflessioni, sviluppate da alcuni pensatori anglosassoni molto critici verso l’attuale assetto della Cultura Digitale (Nicholas CarrJaron LanierGary Small and Gigi VorganWilliam Powers), su come i Social Network e il digitale in genere stanno modificando la nostra mente.

L’articolo parte con le paterne preoccupazioni di fronte all’apertura di Facebook ai minori di 14 anni, decretata recentemente da Mark Zuckerberg. La figlia di Keller chiede il permesso di crearsi un account, e nell’arco di mezz’ora accumula 171 amici…

Da questa inquietudine partono una serie di amare riflessioni su come si stia sviluppando la nostra “Mente Cyborg“, evidenziando come l’evoluzione tecnologica col tempo ha sostanzialmente limitato piuttosto che amplificato le capacità del nostro cervello.

Parte quindi una lunga e caleidoscopica tirata di Keller che illustra come… l’invenzione della stampa da parte di Gutenberg ha limitato la nostra memoria… l’invenzione della calcolatrice la nostra capacità di calcolo, definitivamente massacrata dai fogli di calcolo excel… il GPS la nostra capacità di orientamento… l’uso delle tastiere la bella calligrafia… Google ucciso definitivamente la memoria a breve e lungo termine… Facebook, Twitter e Youtube definitivamente crocefisso e massacrato la nostra attenzione e la profondità delle nostre capacità espressive… lasciando così tanto, tanto, tanto spazio nel nostro cervello per giocare a Farmville (questa è dell’autore non mia!) e altre amenità da bimbiminkia

L’autore citando Foer sostiene che la vera storia della prossima metà del ventunesimo secolo sarà di come ci trasformeremo in cyborg e di come la nostra mente stia sempre di più delegando la totalità delle proprie funzioni alla Cloud (le c.d. nuvole computazionali di motori di ricerca e social network).

Insomma l’articolo riprende in modo più forbito molte posizioni “Umaniste” e critiche verso il c.d. Totalitarismo Digitale (cioè quella cultura incarnata soprattutto da Wired secondo cui “Digitale è bello” sempre e comunque) in Italia divulgate soprattutto dal libro “Tu non sei un gadget” di Jaron Lanier e dalla celeberrima puntata di Report “Il prodotto sei tu”.

Vi invito a leggere l’articolo perché è davvero interessante e ben scritto, con quel mix di pubblico e privato, che, come sapranno i Ricercatori più affezionati, a me piace tanto.

Tuttavia mi posso dire d’accordo con Keller solo parzialmente.

Innanzitutto ritengo come molti autori di giurimetrica che “l’uomo è un animale artificiale”. La natura umana è quella di trascendere i propri limiti attraverso la creazione di strumenti che ne amplifichino le capacità…

Come espresso meravigliosamente dal film “2001 Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick il primo atto di intelligenza che compie il primo uomo, dopo aver toccato il Monolito, è costruire un’arma con un osso, che lo renda sovrumano rispetto alle altre scimmie.

L’uomo nasce cyborg.

Banalizzando l’uomo crea vestiti per compensare l’assenza di pelliccia, armi per compensare l’assenza di artigli, mezzi per compensare l’assenza di velocità, ecc…

L’unica vera capacità innata al nostro essere è di creare strumenti per compensare il nostro essere nudi e indifesi in questo mondo, siamo cyborg nel midollo.

Non condivido l’impostazione di Keller, perché rimpiange un passato della nostra mente, che era riservato solo alle élite. Le Macchine hanno affrancato dal lavoro bruto vaste parti della popolazione, rendendo accessibile una quantità di contenuti culturali semplicemente enorme a enormi masse prima escluse.

Non rimpiango quasi nulla della vecchia mente. Se quattro gatti devono avere la possibilità di recitare a memoria Omero, calcolare a mente le radici cubiche e firmarsi con svolazzi, mentre il resto dell’umanità si crogiola nell’ignoranza, non ci trovo davvero nulla di interessante o stimolante.

A mio avviso le critiche alla Cultura Digitale sono sacrosante. Ma va evidenziato in modo altrettanto sacrosanto di come il digitale abbia anche espanso le capacità dell’uomo medio.

Io piccolo topolino nelle trappole delle Nuvole Computazionali gestisco tramite SAP e Excel moli di calcolo impressionanti, con Office produco in tempi ultrarapidi documenti che quando ho iniziato a lavorare richiedevano settimane, con mail e Social Network sono in contatto con una quantità enorme di persone che quotidianamente arricchiscono la mia visione del mondo, con internet in tempo reale trovo risposta alle più varie esigenze pratiche e culturali…

Forse non produrremo più un altro Leonardo Da Vinci, o un altro Michelangelo… ma forse i nuovi Leonardo Da Vinci producono start up o fanno hacking…

Spesso siamo legati ad un’idea di ciò che è cultura vecchissima.

La vera sfida che impongono le nuove tecnologie non è rappresentata da un ritorno a una favoleggiata realtà “unplugged“, ma da come arricchire di contenuti i nuovi media, sfruttandone al meglio le potenzialità.

OppureNO.

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13 pensieri su “La trappola di Twitter, riflessioni di un topolino

  1. Ottime considerazioni, come sempre.
    La tendenza disfattista verso il progresso è una vena insita nell’uomo, ma l’importante è non dimenticare mai che tutto ciò che creiamo sono solo strumenti nelle nostre mani.
    Certo, certe soluzioni facilitano la vita e ci rendono meno “sensibili”… ma questo non significa abbandonare la nostra umanità e pensare che il futuro sia delle “macchine ribelli”.
    Che poi l’uomo tenda anche ad autodistruggersi, be’, questo è un altro discorso. Ma dubito che si andranno a cercare armi di distruzione di massa dopo aver letto un tweet di troppo. [E mi fermo qui…]

    • Ottime osservazioni, Matteo. Mi permetto di aggiungere che le maggiori colpe sull’aridità spirituale e ideologica dell’attuale assetto della Cultura Digitale ricadono proprio sugli “Umanisti”, che invece di divenirne l’anima e la coscienza, si limitano a brontolare un monotono “se stava meglio, quanno se stava peggio”…

      • …che poi non è neanche vero che la superficialità la fa da padrona, anzi. La rete ha aperto strade verso tematiche a cui in passato potevano accedere in pochissimi; ha permesso ad alcuni di dubitare, ad altri di costruire nuovi schemi di pensiero basati su una molteplicità di informazioni (ed opinioni) immensa e prima inconcepibile.
        Sono andate a formarsi correnti ideologiche molto profonde, nuove filosofie. La ricerca “interiore” ha ottenuto nuovi strumenti che certo non sono l’arrivo, ma offrono una buona base di partenza.
        Insomma, diamine, sarà pur tanto il nero… ma il bianco che lo contrasta è più brillante che mai!

  2. Mi trovo molto d’accordo con Jovanz su questo discorso. Da un lato certo, ci sono elementi dell’era ‘passata’ che mi dispiace un po’ perdere (l’emozione di un disco raro, ora scaricabile in un nanosecondo da qualche torrent; ricevere una lettera tramite la posta aerea, aprirla e trovarla piena di foto, ritagli di giornali etc). Nostalgia un po’ proustiana. Ma quando ci penso bene, la cultura digitale mi ha dato possibilita’ che non potrei neanche sognarmi al momento.

    Ad esempio, il mio interesse per la poesia del periodo romantico (e qui Jovanz assentira’ alla menzione del poeta John Keats) una volta sarebbe stato arginato da costrizioni pratiche: dove procurarsi testi sul tema? E con quali mezzi, visto che comunque le pubblicazioni accademiche sono a) costose e b) spesso difficili da reperire.
    Ai vecchi tempi (pre- Amazon etc) avrei al limite reperito un titolo o due tramite una libreria. Il libro ci avrebbe messo un mese per arrivare e poi al suo arrivo mi sarei accorta che era magari troppo accademico. Ora, se proprio voglio un libro, posso ordinarlo da Amazon con un click. Ma aspetta, adesso posso anche scaricarlo sul Kindle! Oops! Eccolo qui. E che dire del ciclo di lezioni universitarie, trovate GRATIS su iTunes U, su tutto il periodo romantico, condotte da un professore inglese in un’universita’ californiana? Ripeto – gratis.

    E qui riaffermo il mio mantra: grazie alla cultura digitale, se uno VUOLE sapere, approfondire, informarsi, non ci sono piu’ limiti. Abbiamo un mondo davanti che solo 15 anni fa ci sognavamo. Posso imparare il cinese mandarino da casa senza spendere un cent.

    Certo, la rete ci ha anche resi piu’ pigri e ha certamente abbassato il livello di attenzione medio (il mio incluso). I bambini sono rinstupiditi da YouTube – forse; ma non erano forse rinstupiditi dai cartoni animati ai nostri tempi? E da MTV verso la fine degli anni ’90?

    Non sono certo della scuola di pensiero di ‘Uaired’ che tutto il digitale e’ bello – anche perche’ – mangiamo la foglia qui – Uaired & Co. sono finanziate dalla pubblicita’ dei vari gadget che ci fanno credere siano essenziali. Un pianoforte e’ un pianoforte, e non c’e’ iPad di sticazzi che lo potra’ sostituire. E se uno e’ uno zuccone, lo rimane con o senza connessione in rete.

    Ma quando accendo il Kindle e mi trovo davanti tutte le opere di William Blake, John Milton, Keats, il Walden di Thoreau, Il Fu Mattia Pascal e Il Giornalino di Gian Burrasca, tutti li’, scaricati per pochi cents o addirittura gratis, senza spedizioni internazionali e barriere di alcun tipo, mi sento veramente fortunata di essere un cyborg.

    Scusate la lungaggine. E buon Mercoledi’!

  3. …che poi non è neanche vero che la superficialità la fa da padrona, anzi. La rete ha aperto strade verso tematiche a cui in passato potevano accedere in pochissimi; ha permesso ad alcuni di dubitare, ad altri di costruire nuovi schemi di pensiero basati su una molteplicità di informazioni (ed opinioni) immensa e prima inconcepibile.
    Sono andate a formarsi correnti ideologiche molto profonde, nuove filosofie. La ricerca “interiore” ha ottenuto nuovi strumenti che certo non sono l’arrivo, ma offrono una buona base di partenza.

    Insomma, diamine, sarà pur tanto il nero… ma il bianco che lo contrasta è più brillante che mai!

    • Gabriele il tuo è un commento ineccepibile che condivido… Diciamo che l’autore enfatizza (a mio avviso anche un po’ grottescamente) il nero, perché soprattutto in America si assiste a un’esaltazione grottesca del bianco… Dico solo che presso la Silicon Valley molti tecnici attendono realmente l’avvento della “Singolarità” (l’intelligenza collettiva scaturita dall’interazione uomo/macchina che mi diverto a chiamare Tecnonucleo)…
      Si sta sviluppando un dibattito molto di pancia e poco di testa, a mio avviso.

  4. Tutte ottime considerazioni! Mi trovo di fronte a menti lucide e razionali! Quindi la Cultura Digitale non rovina le menti e l’anima! Mi piace l’affermazione “L’uomo nasce cyborg” la condivido in pieno, ma l’uomo diventa anche padre! Molto probabilmente ciò che ha fatto “sbroccare” Keller è stato sapere che sua figlia in pochissimo tempo avesse accumulato 171 fan! Come proteggerla? In realtà è stato e sarà il problema di tutti i genitori! Negli anni 70 facebook non c’era ma i genitori erano comunque preoccupati… abbiamo a disposizione oggi degli strumenti che ci permettono di ampliare all’infinito le nostre capacità pensiamo solo a questo nonBLOG!
    Comunque… come dice Asphodelia “Un pianoforte e’ un pianoforte, e non c’e’ iPad di sticazzi che lo potra’ sostituire. “

  5. Un’altra considerazione che mi e’ venuta in mente e’ l’aspetto democratico e ‘inclusivo’ (si puo’ dire in italiano?) della cultura digitale che va al di la’ dell’aspetto economico. Mi spiego.

    Io sono cresciuta in posto sfigatissimo, un paese medio/grande ai confini tra il Friuli e il Veneto. Il cinema chiuse quando ero alle medie; il ‘giornalaio’ fungeva da libreria, con qualche espositore di gialli e Oscar Mondadori. L’unico negozio di dischi, se pur ben fornito e gestito da persone gentilissime, era quello che era, e io davo alla signora il mio ‘ordine’, che lei trascriveva su un quadernetto e poi, al mercoledi’, quando arrivava il rappresentante da Padova, ritiravo il disco.

    Le cose migliorarono un po’ quando al liceo andai a studiare a Padova e almeno un paio di librerie c’erano – compresa la Feltrinelli International, che aveva appena aperto e che, per una studentessa del Liceo Linguistico ossessionata dalla lingua inglese era un’ancora di salvezza.

    Tutta questa autobiografia (gli inglesi la chiamerebbero ‘sob story’, storia strappalacrime) per darvi un’idea del buco nero in cui noi delle provincie, comuni e frazioni ci trovavamo una volta. Tutto era Milano o Roma-centrico; si mandavano amici in spedizione nelle citta’, si imploravano zii, si sognava di essere ‘connessi’ al resto del mondo. Io ero addirittura iscritta a un club di amici di penna (la preistoria di Twitter e Facebook), e per pagare l’iscrizione avevo mandato in crisi l’ufficio postale del paese perche’ non sapevano che cavolo fossero i ‘Coupon di risposta internazionali’.

    Ora, ammesso che ci sia una connessione a banda larga, sentirsi cosi’ tagliati fuori dal mondo non e’ piu’ possibile. L’elitismo medievale delle citta’ continua a perdere potere – e con un click su Google Art anche i quadri degli Uffizi sono a portata di un abitante del piu’ sconsolato paesino della Carnia.

    Con questo ribadisco – ben venga il Cyborg.

  6. “Spesso siamo legati ad un’idea di ciò che è cultura vecchissima” condivido pienamente.
    Anche se, come sempre, la verità sta nel mezzo. Pe poter utilizzare le nuove tecnologie ci vuole sempre una mente che sia in grado di pensare in modo critico e autonomo. Insomma, un pilota sufficientemente addestrato a ragionare con le proprie potenzialità per amplificare e utilizzare al meglio ogni altro stumento innovativo.

    • Nicol non potrei dirlo meglio… Il problema è che di recente si contrappongono due visioni hard: i Tecnocrati che vedono nella Macchina il veicolo di un’etica superiore, i Luddisti che vedono nella Macchina il veicolo di un’etica deteriore.

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