Eric Schmidt e le crisi di identità di Google+

Eric E. Schmidt, Chairman and CEO of Google In...
Image via Wikipedia

ONtro

Esimi Ricercatori, come sapete sono un fan dell’uso di pseudonimi e ritengo che l’utilizzo di identità molteplici sia uno degli strumenti migliori a nostra disposizione per esprimere al meglio tutte le sfaccettature della nostra Personalità. Pertanto mi hanno davvero colpito le affermazioni di Eric Schimdt, il Presidente di Google, riportate da Mashable in un articolo eloquente sin dal titolo: “Eric Schmidt: If You Don’t Want To Use Your Real Name, Don’t Use Google+”. Si può dire tutto di Eric Schmidt, non che non sia una persona schietta. Nella stucchevole empatia del Web 2.0 pochi avrebbero il coraggio di dire: “Se non vuoi usare il tuo nome reale, non usare il mio Social Network”.

Come dire se non vuoi fare incidenti automobilistici vai a piedi, se non vuoi divorziare non ti sposare, se non vuoi vomitare non mangiare.

Mica te l’ha prescritto il medico di gironzolare nei Social Network.

Ineccepibile.

OppureNO.

Chi ha paura dello pseudonimo?

Nello scorso fine settimana Eric Schmidt, l’uomo che ha mostrato i denti ai Potenti del G8 (v. I Temi di Tendenza e le policy ombra di Twitter), ha dichiarato in risposta alle polemiche sollevate nelle scorse settimane dai blogger statunitensi che il nuovo rutilante Social Network made in Google è senza mezzi termini un “identity service”. Più chiari di così.

Il Presidente di Google rispondeva a numerose polemiche emerse con riferimento al fatto che Google+ è strutturato per disincentivare l’utilizzo di nickname o pseudonimi, mettendo in crisi gli amanti di tale pratica come il sottoscritto e chi “per motivi di sicurezza personale” vuole mantenere celata la propria identità.

Ovviamente mi sento anch’io di associarmi a Schmidt nel dire che se hai problemi di sicurezza personale (tipo sei un testimone sotto copertura) che cosa ci vai a fare sui Social Network…

Ma ritengo che siano casi davvero marginali e, ad essere onesto, ne ho le tasche piene di questa retorica del “bisogna utilizzare ad ogni piè sospinto la propria identità reale se no i Troll e i Fake distruggerebbero la Rete e gli Utenti Buoni ne morirebbero”

In primo luogo perché, come asserito altre volte, i fenomeni peggiori di trolling sono nati col Web 2.0 ed esplosi nei Social Network. Quella che in precedenza era l’arte di sbeffeggiare bolsi rituali digitali è diventata la furia di una folla in tumulto.

In secondo luogo perché questa rincorsa alla distruzione dello pseudonimo non è palesemente ispirata da ragioni umanitarie.

Mi sono reiteratamente espresso a favore dello pseudonimo in interviste (v. “Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google”) e interventi dal vivo (v. “Twitday 1.0: #JM10”). Sotto il profilo espressivo lo pseudonimo consente di liberare notevoli energie creative altrimenti inespresse. Come dissi a suo tempo:

Il nome reale esprime l’identità, ciò che siamo per il gruppo sociale cui “apparteniamo”, è l’ortodossia alla propria famiglia, al proprio lavoro, al proprio credo politico o religioso. Al contrario, il nickname è l’eterodossia da se stessi, è la possibilità di stancarsi di essere soltanto questo piccolo ego limitato. È espressione delle libertà contenute nella personalità (intesa come nel latino “persona” = maschera), tanto ampie da ammettere la contraddizione e la liberazione da se stessi.

Inoltre come vecchio smanettone mi sorgono ulteriori considerazioni di carattere “tecnico”.

Se nel web 1.0 avessero chiesto a noi sparuti internauti di fornire nome e cognome, per accedere a un servizio saremmo inorriditi. La privacy quando vent’anni addietro è nata la Rete era qualcosa di assolutamente sacro. L’anonimato era inoltre vissuto, come l’occasione di ripartire da zero in una sorta di Stato di Natura. Non contava chi tu fossi nella vita reale, contava ciò che realizzavi in Rete. Lo pseudonimo era un modo per creare un sistema di “riconoscimento” che prescindesse da poteri economici, politici, religiosi, ideologici.

E’ evidente che noi vecchi nerd smanettoni abbiamo perso.

Il web 2.0 è un inno alla nostra sconfitta.

Ovunque è richiesto nome, cognome ed email.

Persino per giocare online (v. Battlenet di Blizzard) tra poco ci vorranno codice fiscale e tessera sanitaria…

La motivazione non è quella di contrastare il trolling, che insisto è più forte e deleterio ora, di quando in quattro gatti ci conoscevamo solo attraverso pseudonimi. Le motivazioni principali sono due: una di ordine economico, l’altra di ordine “politico”.

Sotto il profilo economico,manco a dirlo, vale oro avere la disponibilità di una Banca Dati contenente (vado in ordine sparso): nome, cognome, indirizzo, geolocalizzazione degli spostamenti, preferenze sessuali, orientamento politico e religioso, preferenze in materia di beni e servizi, grado di alfabetizzazione informatica (a quello serve l’indirizzo e-mail non altro), composizione del nucleo familiare, articolazione delle Comunità Online di appartenenza, numero di carta di credito, numero di telefono, ecc… Con un Social Network si può costituire una banca dati di centinaia di milioni di dettagliatissimi profili individuali, che per chi si occupa di marketing valgono oro quanto pesano.

Non a caso una delle attività più redditizie per i cracker di mezzo mondo è rubare profili Facebook (v. ad esempio “Ruba un milione mezzo di profili su Facebook e li mette in vendita” del Corriere della Sera). Al riguardo piuttosto che concentrare l’attenzione su chi “vende” queste informazioni, mi preoccuperei di chi le “compra”, che è a mio modestissimo avviso molto più pericoloso. Se non esistesse la “domanda”, non esisterebbe l’offerta.

Sotto il profilo “politico” spingere gli utenti ad utilizzare il proprio nome e cognome nei Social Network è un modo di rinforzare quelle dinamiche di cyber polizia già descritte in “Bombe alla Crema”, sempre più ostili verso la c.d. “utenza pulita”. Come potrete agevolmente notare sia su Twitter, che su Facebook i pareri più “forti” politicamente sono sempre espressione di persone che agiscono sotto pseudonimo o con fake clamorosi.

Per le Polizie Postali, tramite l’indirizzo IP e web-spiders e banche dati messe volontariamente a disposizione dalle stesse Multinazionali del Digitale, è possibile risalire agevolmente all’identità di chi commette reati in Rete. Non fa alcuna differenza l’utilizzo di uno pseudonimo o di un nome reale. Tuttavia incombono quelle motivazioni di “buon vicinato” dettate dalla necessità di mantenere una deregulation della Rete, funzionale a generare profitti per l’Oligopolio Digitale… Pertanto meglio che tutti si agisca con “nome e cognome” per rafforzare la percezione di trovarsi un Panopticon e limitare i danni di immagine dettati dalle “insurrezioni digitali”, che tanto hanno preoccupato il G8…

Se sai di essere osservato, ti controlli da solo.

Se sai di essere osservato con nome e cognome ti controlli due volte.

A meno che tu non sia un autolesionista come certi Missionari 2.0, ma questa è un’altra storia…

Conclusioni

Ovviamente su Google+ non ho neppure cercato di utilizzare uno pseudonimo.

Persino su Twitter ormai appaio col mio nome reale.

Dovessi dimenticarmi per un solo istante che sono Giovanni Scrofani: avvocato, marito, padre, cattolico abbastanza praticante, apolitico praticante, giurista d’impresa e a tempo perso nonBLOGGER.

In Tecnonucleo sei libero.

Sei libero di essere come una pagina Facebook, o Google+: un insieme di contatti, di posti in cui sei stato, di cose che hai fatto, di preferenze.

E un giorno le Macchine avranno una “personalità” identica alla nostra, forse perché questa si va comprimendo ogni giorno.

Per fortuna che c’è Eric Schmidt a sbatterci la verità sui denti: i Social Network sono “identity service”.

Annunci

11 pensieri su “Eric Schmidt e le crisi di identità di Google+

  1. d’accordissimo su tutto, purtroppo questo andazzo è inziiato con facebook e ora a ruota tutti lo stanno seguendo, ai tempi l’avevo capito, ho cercato di boicottarlo ma alla fine poi mi son rotto di essere preso per esagerato, estremista o altri aggettivi scomodi

    la privacy sulla rete è morta ormai da anni, e tutta questa spinta è voluta dalle multinazionali e da grandi corporazioni con lo scopo di vendere vendere vendere

    siamo solo banconote parlanti tutto qui, pronti a essere spennati fino all’ultimo centesimo

    • E la cosa singolare è che Google+ si è presentato come il Social Network rispettoso della privacy… Bravi i blogger americani che hanno spinto Google a esplicitare l’ovvio: Google+ è un “Identiy Service”… La privacy esiste solo verso gli altri utenti…

  2. Agli albori della Rete non sapevamo cosa realmente potesse rappresentare il Web e sbagliando, con il primo collegamento ad internet ho pensato di aver “solo” allargato la dimensione del mio hard disk. Navigavamo con nickname per gioco sognando applicazioni e servizi utili per il lavoro; adesso abbiamo Internet come “amplificatore” della nostra personalità quindi ben venga l’utilizzo del proprio nome e cognome. Allo stesso tempo grazie alla libertà di espressione nulla impedisce l’uso di un nickname che si paga con ulteriore tempo, ulteriore casella di posta, ulteriore pazienza. Ma ne vale la pena? “Se sai di essere osservato con nome e cognome ti controlli due volte” e questo può limitare gli attacchi censori alla libertà della Rete.

    • Approccio correttissimo. Il punto, a mio avviso, è che i Social Network sono sempre meno tolleranti verso l’uso del nickname e le motivazioni a mio avviso sono molto orientate al trattamento dei dati personali degli utenti. Mi piacerebbe che i due approcci fossero tra loro compatibili.

  3. Più che l’onestà decadente di Schmidt, a preoccuparmi è il macabro riconoscitore facciale segretamente sperimentato su facebook. Quello sì che rende nulla ogni identità segreta. Rimane il fatto che mi tengo stretta i miei 5 alter ego, ognuno dotato di proprio nominativo, senza i quali sarei divenuta un’educanda generatrice di progenie (sai com’è, reprimere la propria creatività genera psicosi non di poco conto…) Rimane il fatto che non condivido metri di paragone tipo “se non vuoi vomitare non mangiare” dal momento che iscriversi a un social network è sempre e soltanto una scelta – e infatti a questo punto mi torna in mente la mia amica che lavora nei servizi segreti canadesi e che sta morbosamente attenta a non essere taggata in nessuna foto su nessun social, ai quali non è ovviamente iscritta-
    Il tuo gradevole e ragionato post non fa una piega, ma non bisogna omettere un dato di fatto, ovvero che la possibilità di esprimere e condividere la propria creatività sotto mentite spoglie c’è ancora, anche nell’era digitale quasi 3.0.
    In ultimis: tu sei un “avvocato, marito, padre, cattolico abbastanza praticante, apolitico praticante, giurista d’impresa e a tempo perso nonBLOGGER” e io mi lamento di non avere il tempo per scrivere…? mi sto vergognando miseramente.
    😉

    • Anita sempre efficacissima 😉
      Penso invece che l’iperbole “se non vuoi vomitare non mangiare” sia ficcante… In Italia (come nel resto del mondo) per chi è un professionista del digitale “esserci” nei Social Network non è una scelta… È come scegliere di andare o non andare a lavoro… Puoi non farlo, ma non campi a lungo… I Social Network non sono più un’opzione di “evasione”, ma lo spazio in cui si svolge buona parte della produzione/fruizione/discussione di contenuti intellettuali… Se non ci sei rischi di essere come l’ultimo dei Giapponesi di Iwo Jima 😉
      E non ti schernire che anche tu a iperattività non scherzi 🙂

  4. Anche a me il paragone “se non vuoi vomitare non mangiare” mi ha disturbato appena letto, ma credo sia perfetto per tutti i professionisti del digitale, dobbiamo esserci nei Social Network, punto. Detto questo bisogna decidere il “come”.
    Per un professionista apparire con il proprio nome e cognome non è un grosso problema, certo è come essere sempre in giacca e cravatta… non puoi mai rilassarti fino in fondo e dare sfogo a tutte le voci che vestono il tuo io. Nei Social Network non ci sono solo addetti al lavoro e questi rappresentano Voti e Soldi. Proprio ieri ho partecipato ad un meeting dove si discuteva appunto della bontà dei profili Facebook e come la loro politica garantisca profilazioni ghiotte per il marketing. Google+ vuole diventare un bocconcino prelibato! La Privacy è oggetto di scambio: utente dammi i tuoi dati e ti renderò felice e io sarò ricco e felice con i tuoi dati! Dal mio modo di vedere il marketing reputo non necessaria questa eccessiva esasperazione della raccolta dati, pur chiamandoti “quasiborderline” potrò tentare di capire le tue necessità ed i tuoi bisogni

    Con sincera ammirazione
    Edward 😉

    • Come sempre Salvatore sei preciso come una lama… Mi sono sempre chiesto: ma alla fine una volta profilati per filo e per segno milioni di utenti cosa si è risolto? La profilazione esasperata mi sembra il contrario dell’innovazione… Ti fornisco ciò di cui hai bisogno, vado sul consolidato, sulla stagnazione…

  5. […] GoogleDurante le ferie ricevevo gli aggiornamenti sullo stato d’arte di Google e relativo Google+, ma la sorpresa non è stata poca quando ho letto dell’acquisizione di Motorola Mobility da parte di Big G. Naturalmente non è finita qui: a quanto pare Microsoft ha appena denunciato Google e sotto accusa ci sarebbe una presunta violazione di sette brevetti utili ad alcune funzionalità di determinati modelli di cellulari. Aspettando che l’Antitrust rettifichi il contratto (per gennaio 2012), credo che ce ne saranno delle belle. Di certo i geek non vedono l’ora di avere tra le mani il Nexus Prime, il primo vero Google-fonino prodotto dalla Samsung che arriverà nei negozi specializzati a ottobre. Google è una delle poche multinazionali che della Crisi non conosce neanche il significato. E si diverte a provocare: l’ultima è di Eric Schmidt, Presidente Esecutivo di Google, che ha ben detto che se vuoi essere su Google+ devi farlo con il tuo nome e cognome. Altrimenti nisba, nada, fuori dalle balle. Inutile dire che questa uscita ha sortito più di qualche dibattito in rete… […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...