The Social Network, il Sesto Potere secondo David Fincher

Zuck: Sì quindi se mai hai bisogno di informazioni su chiunque ad Harvard
Zuck: Basta chiedere
Zuck: Possiedo oltre 4.000 e-mail, immagini, indirizzi, SNS
[Amico]: Cosa? Come ci sei riuscito?
Zuck: Me li hanno forniti spontaneamente.
Zuck: Non so neppure il perché.
Zuck: Loro “si fidano di me”
Zuck: Fottuti decerebrati [N.d.R. letteralmente Dumbfucks ha una sfumatura atta ad indicare i Preppie presuntuosi, autoreferenziali e maniaci di gossip]

[Affettuosi Instant Messages inviati da Mark Zuckerberg a un suo amico agli albori di Facebook, v. Business Insider “Well, These New Zuckerberg IMs Won’t Help Facebook’s Privacy Problems”]

Parole sante...

Esimi Ricercatori, com’è noto essendo un padre di famiglia con tre pargoletti appassionati di cartoni animati e supereroi, se vado al cinema è per vedere Kung Fu Panda, o Capitan America. Quindi, se voglio vedere qualche nuovo film interessante, devo attendere finché è disponibile su qualche canale satellitare.

Così a distanza di un anno dalla sua uscita, sono riuscito finalmente a vedere “The Social Network” di David Fincher, l’acclamato regista di due film di culto come Fight Club e Seven.

Il film racconta sotto la forma del legal thriller la controversa nascita di Facebook, secondo i punti di vista dei personaggi che a vario titolo contribuirono alla nascita del noto Social Network: Mark Zuckerberg (ovviamente), i gemelli Winklevoss, Eduardo Saverin, Sean Parker (co-fondatore di Napster), Dustin Moskovitz.

Il film ha un taglio tesissimo, fotografia cupa, dialoghi serrati, colonna sonora inquietante (di Trent Reznor ex Nine Inch Nails)… piuttosto che un biopic su Mark Zuckerberg sembra un noire…

E infatti, a mio modo di vedere, l’intenzione di David Fincher è quella di raccontare il “crimine perfetto”, tratteggiando Mark Zuckerberg come un serial killer emozionale, che per completare la propria metamorfosi in Tychoon “fa fuori” qualunque persona non abbia con lui un rapporto di sottomissione (come Dustin Moskovitz unico sodale superstite)…

Nella sua scalata alla cima della piramide del Sesto Potere, Mark sacrifica tutto e tutti: fidanzate (Erica Albright), amici (Eduardo Saverin), soci d’affari (i gemelli Winklevoss), mentori (Sean Parker)…

L’espressione chiusa ai limiti dell’autismo di Jesse Eisenberg (l’interprete di Mark Zuckerberg) lascia nello spettatore il sospetto che il fondatore del noto social network sia un personaggio shakespeariano, che perseguendo un disegno terribile non esita a ingannare i gemelli Winklevoss, diffamare a mezzo stampa l’amico Saverin, far arrestare Parker…

Con l’unico scopo di rimanere solo in cima alla Piramide Digitale.

La storia del Social Network, che ha trasformato la parola “amico” nell’equivalente di “contatto”, nell’interpretazione fornita da David Fincher è la storia di scalata al potere caratterizzata da una misantropia profonda e quasi patologica. Lo Zuckerberg di Fincher è forse un outsider più tetro del serial killer di Seven o del Tyler Durden di Fight Club, che comunque entravano in un contatto emotivo con le proprie vittime. Il killer emotivo interpretato magistralmente da Jesse Eisenberg trasmette una sensazione di distanza e aridità emotiva assolute.

Si consuma nel film una sorta di guerra antropologica tra Zuckerberg (geniale nerd asociale e poco dotato fisicamente e pertanto scartato dai tanto agognati “Final Club” di Harvard) e i Preppie (prestanti, pretenziosi, intellettualoidi, sessualmente iperattivi e ben inseriti nei “Final Club” universitari)… una guerra assoluta e senza esclusione di colpi… I Winklevoss e Saverin sono in ultima analisi “colpevoli” di essere integrati nel Sistema dei Final Club, l’ex fidanzata Erica Albright di essere attratta da quel mondo, Sean Parker di vivere come una rockstar digitale… Moskovitz si “salva” (intascando miliardi di dollari) dalla furia distruttiva del protagonista, perché sa stare al posto suo: resta un nerd sottomesso a Zuckerberg per tutta la durata del film…

Zuckerberg porta avanti la sua guerra in modo massivo fino a demolire sul piano antropologico il mondo che lo ha preceduto… come Sean Paeker “ha cambiato per sempre” l’industria musicale distruggendola, così il piccolo Mark desidera “cambiare per sempre” l’economia pulsionale (amicizia, sesso, rapporti umani), rendendoci come lui… E’ l’ennesimo Palmer Eldritch, che dal virtuale domina il reale, pare uscito dritto da un’opera di Philip K. Dick.

Ovviamente il film omette alcuni lati folkloristici ed inquietanti del personaggio Zuckerberg (tipo la fissazione di mangiare animali uccisi con le proprie mani v. “Mr Facebook: «Mangio solo animali che posso uccidere con le mie mani»” del Corriere della Sera), non tratta minimamente i rapporti familiari del protagonista (sebbene Randi, una delle sue tre sorelle, sia una topmanager di Facebook), non menziona minimamente che lo “sfigato” Zuckerberg è saldamente fidanzato da quasi un decennio con l’affascinante Priscilla Chan e neppure che l’ossessiva imposizione del blu è dovuta al suo daltonismo…

Il film pota  tutto ciò che non è essenziale alla propria tesi. Non è un biopic, è un film sul “potere” insito nei nuovi media e sullo stato di isolamento e scollamento dalla realtà, cui conduce il “potere”…

Tutto il film è contenuto nella scena iniziale: Zuckerberg che in un delirio di onnipotenza misogina attraverso il proprio blog distrugge la reputazione dell’ex-fidanzata, pianifica di saccheggiare le banche dati degli studentati per confrontare le studentesse con animali, realizza grazie all’hacking un sito “Face Mash” (stile “fighe a confronto”) facendo saltare i server di Harvard per l’immane numero di contatti generato in una sola notte… e infine diventa un eroe negativo del Campus.

Zuckerberg nel film si distingue da tutti gli altri “competitors” che vedono nel social network solo uno strumento per fare soldi. Zuckerberg va al sodo: il Social Network è uno strumento di potere, diventare miliardari è un fatto incidentale.

Nel film la forza con cui Zuckerberg impone il proprio potere sul prossimo è evidente: l’arroganza verso investitori e legali, la spietatezza verso amici e colleghi, il look provocatoriamente trasandato (il primo piano sui sandali indossati durante il processo è geniale), le selezioni di personale trasformate in goliardate alcooliche, i biglietti da visita con gli insulti, il disprezzo per i dipendenti in mezzo ai quali si isola con le cuffie…

Insomma un grandissimo film, che racconta con la giusta dose di cattiveria, come il mondo delle vere start up di successo non sia uno stucchevole simposio di esegeti del digitale che si scambiano codici nel nome della condivisione, ma un mondo di spietato capitalismo calvinista con dinamiche ottocentesche in cui la capacità di gestire il potere fa la differenza tra i vincenti e “preteriti”.

Il film mi è piaciuto, non tanto per l’attendibilità della storia in sé, che nessuno accerterà mai e che è custodita nei fascicoli degli Studi Legali, che si occuparono delle due transazioni (quella coi gemelli Winklevoss da 64 milioni di dollari e quella con Saverin per il riconoscimento della titolarità del 5% delle azioni)… Il film mi è piaciuto da matti perché esplora il lato oscuro dell’economia e della cultura digitale: il trolling, le attività da cracker e da lamer, la vertigine provocata dai click generati da un’azione ostile, il sottile senso di potere che ti pervade nello scalare la Piramide Digitale schiacciando i tuoi “nemici”…

Che dire miei esimi Ricercatori? Un film da vedere e rivedere, per riflettere sul nostro “Mark Zuckerberg” interno, per interrogarci ogni giorno se vogliamo finire in cima alla Piramide soli e alienati, o usare i nuovi media per espandere la nostra conoscenza e la nostra capacità di provare emozioni…

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11 pensieri su “The Social Network, il Sesto Potere secondo David Fincher

  1. “il mondo delle start up… un mondo di spietato capitalismo calvinista con dinamiche ottocentesche in cui la capacità di gestire il potere fa la differenza tra i vincenti e “preteriti”.”
    Dovrebbero mettere questa frase almeno nelle “note” di Wikipedia alla parola “start up”! Grande Giovanni!
    Una recensione lucida del film che condivido. Appena uscito nelle sale ricordo si erano tutti indaffarati a sciverne le differenze con la “storia vera”, come se l’importante fosse poi davvero quello! A me è piaciuto moltissimo anche perchè adoro Fincher e non mi aspettavo (e non avrei voluto) un film commedia per adolescenti o peggio un film documentaristico.
    Le tinte noir della pellicola secondo me sono perfette a mettere in risalto gli “stati emozionali” della storia: insicurezza del protagonista, desiderio di potere (indefinito all’inizio ma pur sempre di potere si tratta), vendetta/rivincita, desiderio di appartenenza e riconoscibilità, etc…
    Complimenti ancora per il post.

    Stefano

    • Grazie Stefano, troppo buono!
      Secondo me la scena che rende meglio l’insicurezza del protagonista è quando la giovane praticante sgama tutte le sue malefatte e gli fa capire che in processo ne uscirebbe tritato… e il tipo accetta la transazione…
      Comunque è una storia universale: poteva essere Bill Gates, Steve Jobbs…

  2. “Zuckerberg nel film si distingue da tutti gli altri “competitors” che vedono nel social network solo uno strumento per fare soldi. Zuckerberg va al sodo: il Social Network è uno strumento di potere, diventare miliardari è un fatto incidentale”.
    Questa frase basta per descrivere tutto il film e – probabilmente – la storia di Facebook. Questa è la migliore recensione/NONpost che ho letto, in tutto e per tutto! Però c’è un particolare che prenderei di più in considerazione: Zuckerberg ha diversi problemi da nerd sociopatico, ma una delle scintille è la donna. Il film si apre e si conclude con lei, la ragazza che ha “ferito” Mark… e che “forse” gli ha dato la “rabbia” per agire. E’ un particolare da non sottovalutare, ecco. Siempre si è parlato di soldi e potere, ma forse quella ragazza è la chiave di volta di tutta la storia. Almeno nel film.

    • Grazie dei complimenti Matteo!
      A mio avviso nel film di Fincher la figura di Erica ha un notevole valroe simbolico: è il simbolo di come Zuckerberg/Eldritch ha cambiato il mondo dei rapporti umani. All’inizio Zuck ci si rapporta faccia a faccia davanti a una birra, nel finale si rapporta col suo simulacro digitale. E’ il simbolo della sconfitta del lato umano di Zuck, è il simbolo del trionfo del lato meccanico di Zuck… Perché alla fine persino Erica che disprezzava il creatore di Facebook, che definiva il social network un “videogioco”, che era stata vittima di trolling… alla fine anche Erica si crea il proprio simulacro digitale su Facebook ritratta mentre sorride di giallo vestita…

  3. Buongiorno e complimenti per la recensione.
    Aggiungo solo, per quel che è il mio punto di vista, che zuk crede, sente, sa, è intimamente convinto di essere il numero uno.
    Qualcuno ha mai conosciuto una persona con tali aspettative, tali convinzioni, tanta sicurezza?
    Le persone spesso catalogano gli altri etichettandoli belli o brutti, buoni o cattivi, furbi o tonti e, per l’appunto, intelligenti o cretini.
    Zuk è intelligente, sa di esserlo e disprezza tutti gli altri.
    Il disprezzo di zuk è calssismo, è aristocrazia, è misantropia intellettuale. Nn si basa solo sul fatto che i gemelli appartengano o meno ad un final club. I gemelli hanno la colpa di appartenere ad un elite sociale senza possedere gli strumenti intellettuali. Dunque la loro è una doppia colpa. Zuk è il tipico personaggio che entra immediatamente in competizione con l’altro. Egli tende a misurare le persone basandosi soltanto sull’aspetto intellettuale e non quello affettivo o umano.
    Infatti rimane affascianato da sean che stima e rispetta in quanto possiede le sue stesse capacità.
    Solo che dopo questa iniziale attrazione non può fare a meno di entrarci, appunto in competizione.
    Face è suo, gli appartiene, pretende la sua esclusiva paternità e non la condivide con nessuno tantomeno con edoardo che è solo un mero finanziatore di un progetto rivoluzionario, multimiliardario, generazionale.
    Saluti

    • Ti ringrazio per il tuo intervento che ascrivo a compendio del mio nonPOST.
      Condivido la tua analisi, in particolare l’aspetto secondo cuoi i gemelli hanno la colpa di appartenere ad una élite sociale senza possedere gli strumenti intellettuali.
      Penso che con una battuta hai centrato pienamente non solo l’approccio con cui Fincher affronta la figura di Mark Zuckerberg, ma anche la supponenza con cui spesso i Tychoon intellettualmente superdotati affrontano la vita nelle loro esternazioni pubbliche.
      Grazie ancora!

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