15 ottobre 2011 – Indignados a confronto

ONtro

New York, Zuccotti Park, Occupy Wall Street 30/09/2011

Esimi Ricercatori, approfitto per questo nonPOST di una conversazione digitale avuta con Giorgio Fontana (autore del blog Social Media Italia) sul tema delle affinità e divergenze tra la presenza online del movimento degli Indignados internazionale e la sua declinazione italiana.

La conversazione ha tratto spunto da un piccolo topic “15/10/2011“, con cui ho raccolto risorse in Rete relative ai fatti di Roma. Ovviamente essendo programmaticamente un dadaista sono contro ogni forma di violenza sulle persone e rifuggo dalle soluzioni preconfezionate, formando la mia coscienza in una costante peregrinazione nell’infosfera.

Questo nonBLOG si è occupato reiterate volte di temi legati alla Politica Digitale, alla Primavera Araba e al movimento degli Indignados, quindi due parole possiamo umilmente spenderle. Ovviamente, premetto che quelle che seguono sono le mie personali opinioni maturate da una osservazione empirica. Peraltro, dovendo fare giocoforza delle generalizzazioni (su tutte quella del termine Indignados), quanto segue conterrà certamente imprecisioni.

Internazionalizzazione vs Particolarismo

Indignados Internazionali

Le “Rivolte dei Social Network” (personalmente preferisco parlare di mobilitazioni) si sviluppano solitamente in un contesto di narrazione digitale di dimensione internazionale.

Quando si sono innescate la Primavera Araba e la Spanish Revolution la quasi totalità di post e tweet erano in lingua inglese. I cyber attivisti, infatti, non scrivono solo per la propria Community nazionale, ma si rivolgono più in generale all’intera Community globale.

L’azione di sensibilizzazione dei cyber attivisti è rivolta alla parte più evoluta culturalmente della propria comunità nazionale e alla generalità dell’opinione pubblica internazionale. Questa pratica è anche dovuta alla necessità di segnalare in tempo reale ai giornalisti stranieri i luoghi caldi della rivolta (nella speranza che accorra una troupe, impedendo così repressioni di tipo violento) e riuscire ad effettuare una narrazione in diretta degli eventi eludendo i filtri della censura. Ricordiamoci sempre che si tratta di tecniche di hacking in senso lato sviluppatesi nei regimi totalitari.

Ovviamente quando la cosa accade in popoli di lingua anglosassone l’effetto di sensibilizzazione interna e internazionale è diretto e immediato (v. Occupy Wall Street). In sostanza si parte dal presupposto che il pubblico “mainstream” viene informato dai mass media classici (Televisione e Radio), pertanto con un utilizzo sapiente della Rete si cerca di attirarli sull’evento. Si innesca la mobilitazione con pochi cyber attivisti bene organizzati e bene inseriti nella comunità internazionale, finché non si raggiunge “massa critica”… allora i mezzi di informazione classici se ne “appropriano” (v. Al Jazeera con la Primavera Araba e CNN con Occupy Wall Street), così l’evento assume scala di mobilitazione nazionale di rilevanza internazionale.

Indignados Italia

Da noi c’è questa cultura esasperata del localismo: l’agenda è tutta italiana, i testi sono tutti in italiano, i problemi interessano solo gli Italiani, ci si parla solo tra Italiani.

La stessa manifestazione del 15 ottobre era nata come fenomeno internazionale, che su Twitter doveva svolgersi all’insegna dell’hastag #15O. Lo scopo era appunto quello di dare voce al Movimento degli Indignados su scala globale, dimostrando che si era creata una Rete transnazionale e trasversale coesa su alcuni temi caldi: fallimento del neoliberismo, critica alla globalizzazione, subalternità del potere politico rispetto a quello finanziario, debito pubblico…

In Italia non si è verificato nulla di tutto ciò. Per motivazioni connesse ad una storia politica bloccata su logiche ottocentesche, ci si è sottratti completamente al dibattito pubblico internazionale. Così si è ripiegato sul mestarello #15ott. Non sia mai che per una volta prendessimo il treno della modernità ed inquadrassimo in nostri problemi in un’ottica internazionale.

Peraltro da noi il processo è inverso: i nuovi media fungono da cassa di risonanza per parole d’ordine dei media tradizionali (giornali, televisione, radio). L’Italia è un cortocircuito narrativo.

Organizzazione vs Presenzialismo

Indignados Internazionali

Per il coordinamento strategico delle varie iniziative connesse alle manifestazioni si fa riferimento a particolari Online Community (es. Anonymous), o a determinati siti informatici (es. ADbusters), che in modo chiaro e alla luce del sole pianificano e narrano gli eventi.

Per il coordinamento tattico si utilizzano hashtag di twitter non pensati per diventare tema di tendenza, ma per agganciarsi all’hastag principale (es. #occupywallstreet) e organizzare le attività locali (es. #occupyboston). C’è sempre una logica glocal: un occhio puntato alla situazione contingente e uno all’azione più generale in cui ci si inserisce.

Gli eventuali commenti vengono sviluppati nei propri blog, spesso assumendo anche posizioni controverse.

Indignados Italia

In Italia c’è un utilizzo compulsivo del tema di tendenza per organizzare l’iniziativa, per esprimere commenti, per coordinarsi, per denigrare l’iniziativa, per fare distinguo, per fare spam al proprio sito (con contenuti che magari non c’entra assolutamente niente), per “mettere il cappello” sull’evento, per fare narrazione, per fare contronarrazione, per fare contronarrazione alla contronarrazione…

Sembra che lo scopo collettivo sia raggiungere la vetta dei temi di tendenza italiani in qualunque modo possibile, ottenuto ciò liberi tutti.

Contenuti autonomi vs Contenuti eteronomi

Indignados Internazionali

Sfatiamo un mito: non “succede solo in Italia”. Spesso i contenuti all’estero sono molto più estremi di quelli letti in Italia e in alcuni frangenti si può registrare una vera e propria esaltazione della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti sociali (v. London Riots / English Revolution, Grecia, ecc…).

Il mondo dei Social Network è molto vasto e le voci sono molteplici. Ridurre ad esempio il fenomeno delle Rivolte Londinesi e Ateniesi a mere esplosioni spontanee di violenza è riduttivo. In molte Online Community esiste una vera e propria esaltazione della violenza, che giunge quasi a proporre una sorta di estetica della violenza contro le persone e le cose.

Quello che è diverso all’estero è appunto la pluralità delle Online Community che contribuiscono alla costruzione del dibattito pubblico: emerge una “voce dominante”, ma affianco ad essa vivono una pluralità di approcci differenti.

Peraltro l’impiego di espressioni creative individuali e collettive è molto ricorrente, con effetti spesso interessanti. Per fare un esempio slogan come “eat the rich” e “we are the 99%” vengono vissuti come veri e propri meme virali declinati in ogni modo possibile.

In ogni caso all’estero si respira una genuinità nella proposta dei contenuti, magari affetta da spontaneismo, casareccia e piena di pecche, ma originale e a suo modo creativa.

Indignados Italia

Fondamentalmente in Italia continua, stancamente riproposta anche nel mondo dei social network una dialettica che sembra bloccata agli anni ’70 del secolo scorso.

Il fenomeno dell’insurrezione del Black Bloc (i “Black Blocks” esistono solo nei temi di tendenza italiani di twitter) è stato descritto in Rete secondo dei filoni di pensiero vintage: chi li denigra arrivando a esprimere addirittura analisi “lombrosiane” del fenomeno, chi si perde in insulti variamente declinati, chi procede alle solite e obsolete “contro-narrazioni” secondo cui si tratta di infiltrati delle forze dell’ordine (divertentissimo l’episodio del cronista del Tempo scambiato da Repubblica per un infiltrato), chi si chiede “perché succede solo qui” (dimenticando rivolte nelle Banlieue Parigine, Anarcoinsurrezionalisti Greci, London Riots e oltre un ventennio di azioni del Black Bloc in giro per il mondo)… Livello di analisi obiettiva del fenomeno: zero. Ci si limita a riproporre come degli automi le posizioni espresse dalle grandi penne del giornalismo e della blogosfera.

Magari sarò sfortunato e disattento, ma non ho letto un pensiero che non fosse il mash-up di un pezzo di un giornalista o un top blogger.

Non è un caso se in un paese come il nostro a distanza di quasi sessantanni dalla Seconda Guerra Mondiale e vent’anni dalla Caduta del Muro di Berlino ancora appassionino temi come “non lasciamo il paese in mano ai fascisti/comunisti“.

Conclusioni

Sulla manifestazione il mio giudizio è molto vicino a quello espresso da Peace Reporter nell’articolo “Indignados – un fallimento tutto italiano”:

Non sono state portate idee, nessun programma, nessuna richiesta, nessuna pretesa. Gli Indignados italiani hanno perso una grande occasione e ne sono responsabili perché da domani non si parlerà del futuro delle nuove generazioni, della disperazione delle vecchie, ma di una manifestazione con centinaia di migliaia di persone rovinata da un gruppo di criminali vestiti di nero.

Concludendo mi sa che abbiamo perso l’ennesima occasione di effettuare una “narrazione” efficace di un fenomeno importante della Storia internazionale, piegandolo a logiche di cortile tutte italiane.

Tuttavia, come sapete miei esimi Ricercatori, sono un ottimista per natura e spero che presto l’orologio della Storia ricomincerà a scorrere anche da noi: un giorno inizieremo anche noi a vivere il presente.

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10 pensieri su “15 ottobre 2011 – Indignados a confronto

  1. Secondo il mio modesto parere, scrivere un articolo dal titolo “Indignados, un fallimento tutto italiano” ricalca il pensiero e il modo di fare semplicistico e influenzato del giornalismo italiano e il suo modo di arrivare troppo velocemente a conclusioni che potrebbero rivelarsi sbagliate.. Non si considera che il popolo degli Indignati nasce da una volontà di cambiare e cercare di farsi ascoltare al quale i giovani italiani, figli della generazione del benessere e vissuti in un clima del “ci penso io” dei genitori, non sono mai stati abituati. Si può parlare non di fallimento ma di immaturità a organizzare un movimento di pensiero compiuto che non è stato capace di organizzarsi in “modo efficace” ma non per volontà dei partecipanti ma per la loro (fatemela passare)”scarsa esperienza” a farsi ascoltare,a organizzarsi, a creare intorno a se un clima di “adesioni organizzate”. Anch’io all’inizio ho pensato ad un fallimento ma potrebbe non essere cosi. Siamo noi che lo possiamo portare sicuramente ad un fallimento parlandone in questa maniera, sono i mezzi di comunicazione che possono, come stanno facendo, portarlo al fallimento; è la volontà dell’1% che può portarlo al fallimento….Bisogna sostenerli senza ogni dubbio ed aiutarli a creare intorno a se le opportune condizioni favorevoli per farli ad arrivare ad avere il consenso meritato isolando eventuali infiltrazioni di idee e personaggi li solo per destabilizzare e non per creare dialogo costruttivo.
    Giorni fa in una trasmissione politica, Gasparri e un esponente della lega quasi si rifiutavano di parlare con gli Indignati italiani perché dicevano “ non avevano rappresentanza politica” perché mentre loro, i politici, erano stati eletti dal popolo, gli indignati no e quindi non rappresentando nessun interesse non avevano nessun “diritto di ascolto” (solo in Italia per queste cose nessuno si scandalizza). Solo l’intervento del giornalista e l’obbligatorietà della situazione ha fatto si che gli indignati potessero esprimere più o meno, le loro opinioni. Quindi possiamo noi vivere e tentare di esprimere le nostre idee con una classe politica e un giornalismo che non aiuta chi vuole tentare di dettare nuove opinioni e pensieri che chiaramente sono in netto contrasto con quelle dei nostri governanti e della informazione di parte? Che ci voglia rappresentanza non vi è dubbio ma ripeto adesso bisogna imparare a farli crescere e non a distruggerli solo per una guerra persa(causata chissà da chi)! Sosteniamoli, creiamo consenso, aiutiamoli ad essere autosufficienti economicamente, favoriamo lo sviluppo del loro pensiero ma soprattutto non consideriamoli un fallimento arrivando così ad una semplice e rapida conclusione che come hai detto tu, infarcisce migliaia di blog. Concludo dicendo che gli indignati italiani sono, anzi siamo, come bambini inesperti che devono imparare a vivere e convivere con le trappole politiche e mediatiche che vogliono come unica regola quella dell’immobilismo. Gli indignati italiani e i loro sostenitori saranno pure provinciali ma non conta… è il loro pensiero che è universale.
    @ImpanatoeFritto

    • Max, innanzitutto grazie per l’intervento, da cui traggo spunto per effettuare alcune piccole precisazioni:

      1) Nell’articolo non parlo di fallimento (è il titolo del post di Peace Reporter), ma di occasione persa ed è indiscutibile che (purtroppo) tale è stata.

      2) Non è assolutamente mia intenzione ammazzare sul nascere il movimento degli Indignati, tutt’altro. Però non vorrei che per delle peculiarità tutte italiane si autoghettizzasse dal consesso internazionale e si spegnesse come è accaduto dopo il 2001 al movimento No Global.

      3) Con questo articolo voglio dare proprio un contributo di riflessione agli Indignati. Vorrei che si chiedessero: al di la del Black Bloc abbiamo svolto la nostra mobilitazione in sintonia con quanto sta accadendo nel resto del mondo? Altrove quali strategie vincenti si adottano? Siamo sicuri che fare da ripetitori alle parole d’ordine di una televisione intossicata da una cattiva politica sia una buona prassi? Perché non invertire il circuito e provare a “sfruttare” la televisione utilizzando la Rete?

      Se leggi questo nonBLOG troverai parecchi interventi di questa Community a sostegno degli hacker e dei cyber attivisti… interpreta questo articolo non come una “condanna” del movimento, ma come un piccolo invito ad una sua evoluzione più matura.

      • E’ stato un momento di sfogo contro l’infomazione tv e dei giornali che hanno pubblicato commenti a dir poco scandalosi e che hanno puntato ad oscurare la notizia dando risalto solo alla violenza.Quindi l’attacco non era rivolto a te ma è stato un momento di rabbia dovuto all’aver letto per l’ennesima volta la parola fallimento intorno al movimento degli indignati.Certo rimango della convinzione che ci sarà un’altra occasione per prendersi la rivincita semprechè come dici tu “si riuscirà a sfruttare la televisione utilizzando la rete” e che il movimento riesca a far proprio idee e modi di agire che vadano oltre i confini nazionali.Dopo il 15 ottobre,giorno nel quale il concretizzarsi di aspettative legato al movimento degli indignati era alto, la delusione e la rabbia hanno creato un senso di frustrazione, indignazione e isolamento che ho percepito anche in rete.Da qui lo sfogo, un modo per urlare contro chi vuole imporci la volontà e la convinzione che stiamo bene cosi!

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