Palazzochigi: fake, furto di identità o impersonificazione? | Fanpage

Twitter ha chiuso l’account @Palazzochigi su segnalazione dell’on. A. Sarubbi e comuni utenti. L’accusa? Generare confusione con un ipotetico account ufficiale del sen. M. Monti. Sorge spontanea una domanda: quali sono i limiti del “diritto di satira” nel web 2.0?

Il giorno 20 novembre 2011, Twitter ha chiuso l’account @Palazzochigi, che nelle scorse settimane aveva suscitato un vivace dibattito tra le varie comunità virtuali che animano la scena italiana del noto social network.

@Palazzochigi era attivo dal 2009 e proponeva una sorta di parodia di un ipotetico account ufficiale della Presidenza del Consiglio. Per l’evoluzione delle vicende legate a questo account rimando a questa cronaca semiseria estremamente esaustiva: “Palazzo Chigi con serietà e sobrietà“. Partendo da questa sintesi di tre anni di attività possiamo così riassumere le caratteristiche salienti di @palazzochigi:

L’account parodiava dapprima lo stile “rassicurante” dell’on. Silvio Berlusconi, successivamente quello “sobrio” del sen. Mario Monti.
A una lettura superficiale sembrava che i due Presidenti avessero preso il controllo diretto dell’account con il quale fornivano una sorta di strampalata “diretta” della propria giornata.
Il lettore più avveduto avrebbe notato come lo stile dell’account fosse assolutamente in controtendenza con la presenza online dei politici italiani i quali di norma affidano a appositi uffici stampa i propri account Twitter, usati come una sorta di generatore di micro comunicati stampa in 140 caratteri, privi di qualsiasi interazione col pubblico.
L’account utilizzava la tecnica stilistica del c.d. “refrain“. E’ un tipo di satira, molto usata presso i popoli anglosassoni, in cui la stessa “parola d’ordine” cara all’establishment in un dato frangente (es. Austerity) viene ripetuta in modo ossessivo in ogni contesto possibile, per evidenziarne la natura grottesca.
Proponeva una immedesimazione del potere non col nome del Presidente pro tempore (es. @silvioberlusconi o @mariomonti), né con la carica da questi ricoperta (es. @presidenzadelconsiglio e varianti), ma col luogo fisico del “Palazzo”. Ciò con lo scopo di evidenziare in modo sottile l’elemento di continuità che lega qualsiasi Presidenza del Consiglio a prescindere dal suo colore politico, segnalando come il “Palazzo” sia qualcosa di autonomo rispetto alle persone fisiche che lo occupano. Tuttavia, pur rimanendo inalterato il nickname @palazzochigi, nella sua ultima incarnazione venivano utilizzati come nome e cognome dell’account e come avatar quelli del sen. Mario Monti.
A livello qualitativo la satira proposta dall’account era molto sottile (forse troppo), proponendosi come un esempio molto anglosassone di satira dadaista (con Gilda35 ho sempre fatto satira dadaista di tipo continentale esuberante e chiaramente provocatoria). La satira dadaista anglosassone estremizza il concetto di impersonificazione parodistica (v. oltre), fondamentalmente prendendo sul serio lo scherzo e non andando mai fuori personaggio (un esempio su tutti il mitico The Colbert Report).
Quando @palazzochigi impersonava l’on. Silvio Berlusconi (talvolta creando anche buffi “incidenti internazionali”) tutti avevano chiara la natura satirica dell’account, purtroppo invece quando l’account iniziò a impersonare il sen. Mario Monti molti utenti caddero in errore credendolo l’account ufficiale del Presidente.

La circostanza generò tre distinti fronti di protesta verso l’account @palazzochigi:

da un lato l’on. Andrea Sarubbi del Partito Democratico, molto attivo su Twitter con le sue dirette da Montecitorio (c.d. #opencamera) su segnalazione di alcuni utenti ha proceduto a segnalare a sua volta la questione alle Polizia Postale, al fine di verificare se ricorressero fattispecie di reato (il c.d. “furto di identità“);
dall’altro alcune comunità virtuali di c.d. influencers (opinion leader dei social network) hanno proceduto a segnalare l’account a Twitter, per violazione delle policy in materia di impersonificazione sulla base dell’assunto che si trattasse di un “fake” (un account falso) del sen. Mario Monti, suscettibile di indurre in confusione l’utente (v. QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE @PALAZZOCHIGI);
infine alcuni blogger hanno prodotto articoli vari articoli di critica verso l’account, tra i tanti segnalo quello di Claudia Vago “Se Palazzo Chigi sbarca su Twitter ma non è quel Palazzo Chigi“, invocando in sostanza un’autoregolamentazione del profilo emendando gli elementi maggiormente controversi.
Premetto che rispetto tutti i punti di vista possibili sulla questione, ma detesto la pratica della chiusura degli account, specie quando viene effettuata senza la necessaria trasparenza. @Palazzochigi è stato chiuso su richiesta della Polizia Postale, perché era stata ravvisata una fattispecie di reato? E’ stato chiuso cautelativamente dallo staff di Twitter perché la Polizia Postale aveva aperto un fascicolo contro ignoti? E’ stato chiuso automaticamente da un software (c.d. BOT) di Twitter per via dell’accumulo delle segnalazioni di violazione delle policy da parte degli utenti?

Basterebbe un piccolo comunicato stampa o addirittura un tweet dello staff di Twitter per chiarire la questione. Tuttavia anche questa volta ci troviamo di fronte al solo fatto materiale della chiusura.

Ritengo però opportuno seguire l’invito espresso dall’on. Andrea Sarubbi in un lungo e interessante tweet, a parlare in merito alla “differenza tra la libertà di espressione e l’assenza di regole“.

Per farlo ritengo tuttavia necessario stabilire la natura di @palazzochigi.

In primis domandiamoci: @palazzochigi è un fake?

Ho affrontato diffusamente la figura “etnografica” del fake in un apposito post di Gilda35, rimando pertanto all’articolo “Se questo è un Fake” per un’analisi più compiuta su detta modalità di approccio alla Rete.

Qui posso ribadire che il fake si pone come la simulazione coerente di una personalità differente da quella reale dell’utente. L’esempio classico è quello del nerd smanettone che prende in giro gli altri utenti fingendo di essere una top model ninfomane. Spesso i fake sono frutto di una costruzione molto articolata con tanto di simulazione di una intera vita sociale virtuale.

Pertanto gli account ufficiali di aziende, account collettivi, sperimentazioni varie non sono classificabili propriamente come fake.

I tweet postati da @PalazzoChigi non erano propriamente quelli di un fake, in quanto non c’era alcuna pretesa di attendibilità, né la creazione di una personalità articolata, né interazione con gli altri utenti. Era chiaramente un account privo di una “psicologia personale” e pertanto non può essere qualificato come fake.

Personalmente, poi, non riesco a immaginarmi il vero sen. Mario Monti che col proprio smartphone fa la cronaca dei propri pasti frugali e delle proprie austere giornate di lavoro. Ma magari manco di immaginazione.

Allora @Palazzochigi ha commesso il reato di “Furto d’identità”?

Precisazione fondamentale: quella del c.d. “furto di identità” è una fattispecie di reato elaborata in via interpretativa dalla Corte di Cassazione , partendo dal reato di “sostituzione di persona” (art. 494 Codice Penale). La Cassazione in una celebre sentenza ha così configurato in ambito informatico la sostituzione di persona , ovvero il c.d. “furto di identità“:

“E’ configurabile il reato di sostituzione di persona nel caso in cui si apra un account di posta elettronica intestandolo al nome di altro soggetto, comportando ciò l’induzione in errore non tanto nell’ente fornitore del servizio quando dei corrispondenti i quali si trovano ad interloquire con persona diversa da quella che ad essi viene fatta credere. (Cassazione Penale, Sezione V 08-11-2007 sentenza n. 46674)
Peraltro la sostituzione di persona così viene definita dal codice penale:

Art. 494 Sostituzione di persona: Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un anno.
Una più compiuta definzione non derivata per via interpretativa del “furto di identità” è fornita dal decreto legislativo n. 64 dell’11 aprile 2011, in materia di prevenzione di frodi nel credito al consumo:

1. Ai fini del presente decreto legislativo per furto d’identità si intende: a) l’impersonificazione totale: occultamento totale della propria identità mediante l’utilizzo indebito di dati relativi all’identità e al reddito di un altro soggetto. L’impersonificazione può riguardare l’utilizzo indebito di dati riferibili sia ad un soggetto in vita sia ad un soggetto deceduto; b) l’impersonificazione parziale: occultamento parziale della propria identità mediante l’impiego, in forma combinata, di dati relativi alla propria persona e l’utilizzo indebito di dati relativi ad un altro soggetto, nell’ambito di quelli di cui alla lettera a)”.
Comunque anche estremizzando i contenuti delle norme e della sentenza citate gli unici appigli per ipotizzare un furto di identità da parte di @palazzochigi sarebbero stati: il rimando nella biografia dell’account Twitter al curriculum vitae pubblicato sul sito della Presidenza del Consiglio, la foto dell’avatar, la spendita del nome e del cognome del senatore.

Tuttavia i tre elementi testé citati vanno messi in relazione con:

i messaggi parodistici di @palazzochigi, con il loro ossessivo rimando alla frugalità e all’austerità incompatibili con un utilizzo meramente accorto di un account ufficiale;
l’adozione di un nickname che rimanda al Palazzo e non all’istituzione né alla persona del Senatore;
l’assenza del c.d. twitbon (una sorta di sigillo che si appone sull’avatar) di utente verificato da Twitter;
la mancata inclusione nella sezione Politica degli Utenti Consigliati da Twitter, che censisce la totalità dei politici di maggior spicco presenti sulla propria piattaforma.
Gli ultimi due elementi, in particolare, sono essenziali perché si possa asserire che @palazzochigi si sia posto verso l’utenza come l’account ufficiale del sen. Mario Monti. @PalazzoChigi era una delle migliaia di parodie che circolano su Twitter su nostri politici, balzata agli onori della cronaca solo per l’elevato numero di follower raggiunto.

Ma soprattutto manca un elemento essenziale per configurare l’ipotesi di reato: il fine di procurare all’autore dell’account un vantaggio o un danno agli altri utenti.

E’ di tutta evidenza che l’account non rispondeva agli utenti che cercavano di interagire, né li dirottava verso qualche sito di phishing (frodi informatiche) e neppure verso siti commerciali.

Pertanto non resta che classificare @palazzochigi come “impersonificazione parodistica”, pratica peraltro espressamente consentita dalle policy di Twitter con i seguenti limiti:

L’impersonificazione si verifica quando qualcuno fa finta di essere un’altra persona o azienda ai fini di intrattenimento o per raggirare. L’impersonificazione diversa dalla parodia costituisce una violazione delle Regole di Twitter. I criteri per definire parodia sono i seguenti: “l’utente medio sarebbe in grado di comprendere che si tratta di uno scherzo?” Un account può essere ritenuto responsabile di impersonificazione se confonde o raggira gli altri – o se ha un chiaro INTENTO di confondere o di raggirare e in tali casi potrebbe venire definitivamente sospeso. (estratto da “Che cos’è l’impersonificazione?” dal Centro Assistenza di Twitter).
Le impersonificazioni parodistiche sono molto utilizzate negli USA e in Gran Bretagna: in sostanza sono delle interpretazioni di un VIP (per lo più un politico) atte ad evidenziarne gli aspetti grotteschi tramite l’estremizzazione di alcuni aspetti del linguaggio da questi usato. E’ un particolare tipo di satira molto in voga, sebbene poco nota al grosso pubblico in Italia.

In particolare @palazzochigi aggiungendo in modo ossessivo a qualunque frase richiami alla frugalità, alla sobrietà e all’austerità aveva lo scopo evidente di fare satira sul concetto di Austerity parecchio in voga in questo frangente.

In sostanza una impersonificazione parodistica ha lo scopo tramite una piccola mistificazione, palese ad una lettura più attenta, di demistificare alcune presunte “verità” circolanti presso l’opinione pubblica.

Era chiaro l’intento di confondere o raggirare il prossimo da parte di @palazzochigi? Alla luce delle considerazioni di cui sopra direi proprio di no.

Concludo ritenendo che a mio avviso @palazzochigi non andava chiuso in quanto si era mosso nei limiti di Legge e nel rispetto delle policy di Twitter esercitando quel particolare tipo di libertà d’espressione rappresentato dalla c.d. “impersonificazione parodistica” . @Palazzochigi presentava degli elementi che potevano tuttavia indurre gli utenti meno accorti in confusione, ma la cosa era risolvibile tramite un invito da parte dello staff di Twitter a modificare la biografia dell’account.

Non ero né tra gli autori (come sostengono alcuni), né tra i fan di @palazzochigi, tuttavia la sua chiusura per le modalità con cui è stata effettuata mi infastidisce molto.

In ogni caso…

Se @palazzochigi è stato chiuso per via di una mera segnalazione (l’on. Andrea Sarubbi non parla di denuncia) alla Polizia Postale, siamo di fronte a un’applicazione abnorme della Legge.

Se @palazzochigi è stato chiuso in via cautelativa da parte dello staff di Twitter sarebbe stato più opportuno un invito al cambio della biografia e/o un comunicato (anche breve) di chiarimento.

Se @palazzochigi è stato chiuso in via automatica per accumulo di segnalazioni, invito Twitter a rivedere questa “policy meccanica“, perché domani comunità virtuali di troll e lamer potrebbero utilizzare la cosa contro qualunque bersaglio.

Così ci troviamo di fronte al mero elemento materiale della chiusura, senza possibilità di capire appieno la vicenda. Prendiamo atto, consapevoli che è stata chiusa una piccola voce dissenziente rispetto al coro unanime in favore del nuovo Governo, spianando la strada a chi parla più o meno scherzosamente di “golpe mediatico” e di “doppiopesisimo”. In tempi di globalizzazione del “pensiero“, mantenere viva qualche piccola voce dissenziente sarebbe segno di lungimiranza e di sana ecologia intellettuale.

Certe volte l’applicazione del buonsenso sarebbe più opportuna del ricorso a leggi e policy varie.

via Palazzochigi: fake, furto di identità o impersonificazione?

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