#Salvaiciclisti per un'ecologia della mente

Con l’automobile la città che era risorsa primaria viene sottratta ai più e al suo posto si organizza uno spazio della circolazione che nulla ha a che fare con lo spazio democratico della polis. L’automobile espropria secoli di diritto d’uso, commons che garantivano fiere, mercati, ambulanti, vita intensa e ricca di faccia a faccia. Inventa un handicappato, il pedone, qualcuno che viene definito da una mancanza.. E inventa le riserve, i recinti chiusi dove questa minoranza può circolare, le zone pedonali. Offre in cambio l’isterica fissità dello sguardo sul parabrezza, l’idiozia di chi seduto crede, accelerando, di vivere una grande avventura. Il corpo è il primo oggetto di ridicolizzazione.

[Tratto da Postfazione di Franco La Cecla al libro “Elogio della bicicletta” di Ivan Illich]

Salva i Ciclisti

Marcel Duchamp – Bicycle Wheel 1913

Esimi Ricercatori, contrariamente alle mie spocchiose abitudini ritengo opportuno scrivere questo breve testo in favore di una campagna di opinione. Sarà perché sin da bambino sono un appassionato di ciclismo, sarà perché la bicicletta per i dadaisti è un oggetto di culto, ma ritengo che l’iniziativa “Salva i Ciclisti” meriti assoluto supporto.

La campagna di opinione, nata sui tipi del Times e successivamente approdata anche in Italia grazie al lavoro degli appassionati e del sito http://www.salvaiciclisti.it/, è volta a migliorare la sicurezza della circolazione stradale da parte di chi, come il sottoscritto, ama usare la bicicletta per spostarsi o nel proprio tempo libero.

Questo il manifesto in otto punti:

  1. Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.
  2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.
  3. Dovrà essere condotta un’indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Italia e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.
  4. Il 2% del budget dell’ANAS dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione.
  5. La formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.
  6. 30 km/h deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.
  7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays
  8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.

 [Tratto dal Manifesto #salvaiciclisti]

Poiché, come giustamente suggerito dai membri del quasi omonimo Gruppo Facebook “Salviamo i Ciclisti”, il modo migliore per parlare dell’iniziativa è descrivere la propria personale esperienza, di seguito vi racconto le mie piccole disavventure di ciclista dadaista.

La Pista Ciclabile di Viale Palmiro Togliatti

La splendida cornice in cui si sviluppa la pista ciclabile di viale Palmiro Togliatti

Il sottoscritto è da sempre un amante della bicicletta e ama scorrazzare quando è bel tempo (anche la mattina di Natale) sulla lunga pista ciclabile che a Roma connette via Prenestina a via Tuscolana.

Tuttavia le mie tranquille pedalate assomigliano sempre di più a uno strano sport estremo tipo Rollerblade.

Uso pochissimo l’automobile. Mi sposto con i mezzi pubblici per i miei tragitti abituali. Ho il terrore degli automobilisti quando sono in sella a una bicicletta.

Pertanto sono il tipo di ciclista, cui la pista ciclabile trasmette una sensazione di sicurezza e direi pure di una certa felicità.

Così non posso che trovare certe scelte costruttive quantomeno bizzarre…

Il tratto che connette il Parco del Forte Prenestino alla Palmiro Togliatti nella sezione di via Prenestina Vecchia che costeggia l’Oratorio di Don Bosco è adibito sia a marciapiede pedonale, che a pista ciclabile. Ciò nonostante sia affiancato da una strada a senso unico a doppia corsia. Risultato: per non togliere poco spazio alla circolazione delle autovetture (non sia mai!), ciclisti e pedoni si trovano costretti a condividere spazi estremamente angusti.

Dopodiché misteriosamente la pista ciclabile a un certo punto scompare e per riconnettersi alla Palmiro Togliatti… restano così solo due soluzioni, prendere il coraggio a due mani ed affrontare la porzione di strada adibita al transito di auto e moto vetture (rischiando scene da Mad Max), oppure fare lo slalom della auto parcheggiate sui marciapiedi, rischiando di scartavetrarsi le braccia contro i muretti (come capita al sottoscritto).

Si arriva quindi alla splendida pista ciclabile della Palmiro Togliatti: due corsie ciclabili, marciapiede pedonale largo dieci metri con alberature e prati verdi.

Peccato per un microscopico dettaglio: la presenza di orde di Pedoni Ammazzaciclisti.

La pista ciclabile della Palmiro Togliatti dal sito http://www.piste-ciclabili.com/comune-roma

I Pedoni Ammazzaciclisti

Nonostante immensi spazi a disposizione… gli Ammazzaciclisti si concentrano tutti sulla corsia destinata alle biciclette.

Esiste ampia letteratura sugli Automobilisti Ammazzaciclisti, ma il Pedone Ammazzaciclisti a mio avviso non è mai stato oggetto di adeguate analisi.

Non mi soffermo sulla figura dell’automobilista perché in rapporto al ciclista sarebbe come inveire contro un meteorite che ti cade sulla testa. Per l’automobilista il ciclista semplicemente non esiste, non occupa la corsia, non è visibile. Il ciclista è irrefutabilmente escluso dall’ordine naturale del mondo dell’automobilista.

Ma ciò che trovo inquietante è come questa cultura gli automobilisti la portino con sé anche quando scendono dalle proprie autovetture…

La passeggiata dell’automobilista è quasi una prosecuzione della sua vita in automobile, vissuta con la medesima assenza di riguardi per il prossimo…

Per uccidere o danneggiare un ciclista al Pedone Ammazzaciclisti basta occupare la pista ciclabile e contare nella usuale tendenza del ciclista (essere sommamente civile e responsabile) di ricorrere all’autolesionismo piuttosto che incorrere nell’eventualità di ferire qualcuno.

Sono anni che mi chiedo il perché del loro comportamento dissennato. Sono ormai convinto che il colore delle piste ciclabili faccia insorgere in loro qualche genere di folle patologia omicida.

I Pedoni Ammazzaciclisti si dividono nelle seguenti tipologie:

  • Mamme Infanticide: queste simpatiche signore nonostante abbiano a disposizione una prateria di marciapiede fanno scorrazzare i loro bimbetti di 2 e 3 anni sulla pista ciclabile. I casi sono due o nutrono un odio spaventoso verso i poveri ciclisti, che desiderano che si macchino di infanticidio per ripagarle di chissà quale torto subito dalla categoria. Oppure stanno cercando di risolvere con qualche anno di ritardo il problema di una gravidanza indesiderata. Francamente mi gettano nello sconforto ogni volta, specie per il sorriso distratto che mi rivolgono quando in agghiaccianti scene tipo Ultimo Minuto, mentre chiacchierano amabilmente con le amiche, sottraggono il pargolo a una fine certa (il 99% delle volte evitata solo grazie alla perizia del ciclista, perché chissà per quale insana ragione gli infanti agognano abbracciare ruote in corsa).
  • I Cacciatori di MILF: a causa della presenza delle summenzionate signore è pieno zeppo di trogloditi che preda di fosche fantasie mutuate da American Pie vanno alla ricerca di MILFone in giro per le piste ciclabili. Sono giunto alla conclusione che sono tutti sordi e scemi: puoi suonare campanelli, urlare sbracciarti, loro non ti percepiscono e continuano in tandem a occupare tutta la corsia costringendoti a peripezie folli per evitarli.
  • Gli Allevatori di Dinosauri Pelosi: arriviamo alla categoria più incredibile. Ci sono questi tizi che evidentemente hanno alimentato i propri cani fino a fargli raggiungere le dimensioni di un animale preistorico. Questi mastodonti che ormai di canino hanno solo le zanne, evidentemente si trovano a proprio agio solo sulle piste ciclabili, dove adorano espletare i propri bisogni fisiologici. In questi casi la tensione si taglia col coltello. La belva sbavante ti fissa con i suoi occhi iniettati di sangue… la catena da mastino sadomaso si tende… Passi con la tua bicicletta facendo slalom accanto alle sue zanne. Non puoi non rivolgere uno sguardo di muta disapprovazione agli ebeti padroni, che ti guardano spocchiosi, reggendo guinzagli lunghi chilometri.
  • Le Vecchine inamovibili: nel citato tratto che costeggia l’Oratorio capita di trovarsi davanti queste simpatiche signore che uscendo dalle funzioni religiose camminano appaiate. Ora dico io già lo spazio è poco, perché camminare appaiate? Il bello è che quando si richiama la loro attenzione chiedendo un minimo di spazio, regolarmente compiono un manovra pazzesca: si voltano entrambe e si piantano a muro occupando tutte le corsie, costringendoti a manovre suicide per evitare di maciullarle.

Una Guerra tra Poveri

Ovviamente non voglio scatenare guerre tra poveri.

I pedoni sono le prime vittime degli automobilisti per quanto riguarda la fruizione degli spazi urbani. Eppure il pedone sembra portare dentro di sé una sorta di cultura dell’automobile.

Come già detto altrove. Quello che mi stupisce del “caso della pista ciclabile di viale Palmiro Togliatti” è che anche la dove le cose dal punto di vista dimensionale consentirebbero una forma di convivenza civile, la dimensione del ciclista non trova comunque spazio. E’ come se questo concetto dell’automobile fosse stato interiorizzato.

Come al volante gli automobilisti “non vedono” i ciclisti. Così avviene a piedi. La cultura dell’automobile è come passata a livelli spettacolari nel modo con cui si approcciano gli spazi urbani.

Francamente non vedo nei pedoni degli “alleati“, ma automobilisti a piedi. Non rispettano gli spazi al volante e non lo fanno neppure a piedi.

Le automobili hanno sottratto spazio mentale.

Come se tutto fosse riassumibile in: se non ci passano le auto allora serve per parcheggiare le auto e far defecare i cani.

E’ un problema culturale su cui secondo me si deve lavorare a partire dalle scuole. Educazione stradale intesa come educazione a vivere i vari spazi urbani, restituendo a ognuno di essi le proprie funzioni originarie.

Come più compiutamente descritto in “Homage to New York” ripensare il nostro rapporto con la città, ci porta a ripensare il rapporto col prossimo e in ultima analisi a ridefinire noi stessi.

Conclusioni

Esimi Ricercatori, in ragione di quanto sopra, ben venga la campagna Salva i Ciclisti, cui fornisco tutto il mio sostegno. Mi permetto solo di aggiungere al manifesto di cui sopra un nono umilissimo punto: dedicare qualche minuto nelle Scuole alla formazione non solo sull’uso della bicicletta, ma su come i pedoni debbono far uso delle piste ciclabili. Noi ciclisti piuttosto che torcere un capello a qualcuno siamo sempre disposti a sfracellarci. Gradiremmo un minimo di rispetto da parte dei pedoni di quelli che in ultima analisi sono gli spazi a noi dedicati.

Risorse utili

Ringrazio per l’articolo il Gruppo Salva i Ciclisti per i materiali e gli spunti di riflessione forniti!

Per chi fosse interessato a questa iniziativa vi invito a leggere:

P.S. se avete altri link da segnalare aggiornerò con piacere l’articolo.

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4 pensieri su “#Salvaiciclisti per un'ecologia della mente

  1. io invece credo che ci siano un bel po’ di prepotenti, a piedi in macchina o in bici e , tra i ciclisti sono ancora più rigidi perché forti del loro essere più civili solo perché sono in bici.
    questo vale anche in giro per l’europa devi vedere come sono prepotenti i ciclisti danesi.
    tutti a caccia di spazi a loro riservati invece ci dobbiamo educare a condividere
    ciao e viva la considerazione per l’altro
    @pierandrea1965

    • Punto di vista molto interessante. Mi chiedo se non sia l’elemento dimensionale a fare la differenza. In Italia i ciclisti sono compressi e poco considerata come categoria… in Danimarca magari dominano e spadroneggiano… Penso che il nocciolo del problema sia il medesimo: imparare ad utilizzare gli spazi in un contesto di rispetto reciproco.

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