Cinquanta sfumature di Klout

ONtro

Esimi Ricercatori, colgo l’invito rivoltomi via twiter da Daniele Chieffi, per ripercorrere il mio conflittuale rapporto con i misuratori di popolarità digitale e con Klout in particolare, che in questi giorni sta subendo una sorta di complessivo reboot.

Precisiamo subito che da quando esiste internet, esistono “misuratori di popolarità“. Da che ho memoria della parola “blog“, esistono classifiche organizzate con metodi più o meno attendibili, per stabilire una sorta di gerarchia di posizionamento dei siti maggiormente influenti. Correlatamente esistono tecniche da lamer, per sfruttare a proprio vantaggio le regole dei vari algoritmi che stabiliscono la gerarchia, alterando la classifica.

Dalle summenzionate circostanze è nata una vera e propria comunicazione strutturata per piegare i vari algoritmi ai propri bisogni di visibilità. Come direbbe Jaron Lanier: non si scrive più per essere letti da occhi umani.

Ricordo discussioni infinite (spesso sfociate in feroci flame) sulle pratiche da White Hat vs Black Hat SEO, community di blogger letteralmente dissolte dall’uso di pratiche scorrette di link buinding, addirittura piattaforme blog annichilite dai trucchi da lamer… Ancora oggi ad ogni cambio/affinamento dell’algoritmo del motore di ricerca di Google si assistono a crisi isteriche di SEO e presunti tali.

E’ naturale nell’abbondanza spesso caotica di informazioni che offre internet, cercare un sistema per fornire una gerarchia delle fonti.Purtroppo è altrettanto naturale la ricerca della visibilità (spesso lucrativa) da parte delle persone… e ciò crea un mix spesso letale.

Il vecchio Klout e le sue penalizzazioni

Il problema principale di Klout è che non misura le visite di un sito, non misura il numero di link che determinano l’autorevolezza della pagina su cui puntano, non misura neppure le semplici metriche di un account di social network…

Klout si presenta come lo standard per valutare la nostra personale influenza digitale.

Se le misurazioni di blog e pagine hanno creato i dissesti, di cui sopra, con addetti ai lavori che ormai tra reader complessi come la Biblioteca di Babele e dozzine tool di Content Curation faticano a “pulire il rumore e trovare il segnale“, figuriamoci cosa ha introdotto Klout a livello di rapporti umani.

Come analizzammo con i Socialeroi ai tempi della Performance di Ovosapiens alla fine ne era nata una sorta di versione Klout del link building: il trenino dei saluti.

Come per una pagina internet era rilevante il numero di link che puntavano su di essa per stabilire la sua autorevolezza, il primo Klout (oltre a follower, like e retweet) enfatizzava molto le interazioni con gli influencer. In pratica quanto più si ricevevano menzioni, like e retweet da personaggi parecchio menzionati e con parecchi follower, tanto più si cresceva…

Ne nacquero fenomeni di puro spam comunicativo come il trenino dei saluti e il grattino digitale tra influencer:

  • Trenino dei saluti: elenchi di influencer, cui rivolgere come in una liturgia religiosa “buongiorno“, “buon pranzo“, “buona sera” e “buona notte“… possibilmente replicando al saluto di ogni membro in lista.
  • Grattino digitale: stucchevoli ed eccessivi attestati di affetto pubblicamente manifestati sulle pubbliche piazze digitali.

Organizzammo così lo scherzo di Ovosapiens: un account vuoto e privo di contenuti cui in un solo pomeriggio, facemmo scalare le classifiche di Klout e Follow Friday in un’azione dimostrativa…

Da questo mirabolante evento discende il mio rapporto burrascoso con il Klout, che si mostrò molto più reattivo degli algoritmi che l’avevano preceduto.

Immediatamente il mio punteggio e quello di molti altri partecipanti allo scherzo si abbassò. L’algoritmo reagì ad un’aggressione con un meccanismo di difesa che battezzammo con l’evocativo nome di: “Penalizzazione del Klout“.

Successivamente tutto tornò come prima, ma questo benedetto Klout aveva stuzzicato la mia attenzione.

Sul Gruppo Facebook di Indigeni Digitali nacque un lungo ed interessante dibattito sulla reale utilità dello strumento, grazie al quale compresi un po’ meglio la sua natura.

Se comprendevo la necessità di predisporre fonti che gerarchizzassero le pagine internet, l’idea di una classifica mondiale di “personalità digitali” era alquanto inquietante.

Al di la del momento ludico del c.d. “Io ho il Klout più grosso di te” a cosa sarebbe potuta servire?

Fu il dialogo con gli Indigeni a chiarirmi l’utilità pratica di Klout: campagne marketing mirate.

Non andava preso in considerazione solo l’elemento del punteggio, ma lo stesso andava comparato col Klout Style (una sorta di classificazione che andava dal lurker al guru) e con i topic (gli argomenti su cui si era influenti)… In pratica mettiamo che avessi voluto lanciare una campagna di articoli per la cura dei baffi, grazie a Klout, avrei potuto ottenere un report molto analitico di soggetti influenti su Moustaches e avviare una strategia di comunicazione che li vedesse coinvolti.

Inoltre pareva addirittura che gli Head Hunter del mondo della comunicazione digitale, dovendo dotarsi di uno strumento condiviso di valutazione delle competenze dei candidati, utilizzassero il punteggio di Klout.

Così eravamo alle solite: uno strumento potenzialmente anche utile e intelligente veniva ridotto all’ennesimo megafono per gridare al mondo : “IO SONO”.

Ne nacque qualche chiacchiera ad un aperitivo di Indigeni Digitali, da cui scaturì un esperimento ancor più massivo di quello di Ovosapiens: ilKtrain.

In pratica venne esasperata per un giorno intero la pratica del trenino dei saluti tra influencer. Immaginate un gruppo cui appartengono centinaia di influencer sui topic più disparati che si lancia in una folle sessione di mention incrociate all’insegna dell’hashtag #Ktrain…

Il risultato non si lasciò attendere: subimmo tutti una penalizzazione di massa del Klout.

Ovviamente ciò scatenò una serie di ipotesi tra il complottista e il fantascientifico: meccanismo di difesa, modifica già preventivata dell’algoritmo, cospirazione rettiliana

Fatto sta che in seguito Klout iniziò a penalizzare i “trenini dei saluti” e la pratica divenne abbastanza desueta…

Tuttavia, essendo i grattini digitali divenuti ininfluenti ai fini del punteggio, iniziarono a maturare pratiche embrionali di mudwrestling tra influencer…dopotutto Klout non misura il sentiment: una interazione anche se negativa è una interazione.

Il nuovo Klout

E quando eravamo arrivati a comprendere una qualche utilità di questo strumento ecco che arriva la nuova release di Klout, che francamente mi lascia trasecolato.

Non mi soffermo sulle oscillazioni di punteggio, che reputo fisiologiche basta attribuire maggiore o minore peso a certe interazioni… e se (come spesso accade) uno ha uno stile rigido (es. content curator che posta solo link come se non ci fosse un domani) è fisiologico subire penalizzazioni, o premiazioni improvvise.

Da quello che vedo in questi giorni nella preview del nuovo Klout le modifiche possono così riassumersi:

  • Eliminate le tre metriche Amplification, True Reach e Network. E’ presente solo l’istogramma di sintesi.
  • Eliminato il Klout Style.
  • Eliminati i Topic.
  • Eliminate le Perks: prodotti o esperienze che si potevano ottenere allargando la propria influenza a seguito del conseguimento di certi obiettivi tipo quest.
  • Introdotto il sistema dei Moments: in pratica il Klout diventa maggiormente incentrato sulla gamification dell’esperienza. Vengono dati dei punteggi da 1 a 5 ai nostri post sui vari social network, che suscitano maggiori reazioni (commenti, retweet, like, +1, reply, ecc…).
  • Introduzione di un grafico a torta che ci aiuta a comprendere meglio quali sono i Social Network in cui la nostra comunicazione è più performante (in pratica sarei una sorta di campione del mondo sulla mia bacheca Facebook dove pubblico parecchie fesserie divertenti, e uno scarsone su Twitter dove pubblico articoli interessanti).
  • Introduzione del solito orrendo tema da infografica hipster tanto in voga oltreoceano.

Così su due piedi le modifiche mi suscitano un certo disappunto, in parte perché sembra aver perso alcune funzionalità interessante, ma soprattutto perché mi immagino a cosa porterà il sistema dei “momenti“.

Già il vecchio Klout aveva generato mostruose forme di Ubertroll, mi figuro cosa genererà un meccanismo incentrato sui momenti.

Il Klout Ubertroll

Uno Ubertroll, in gergo, sarebbe la versione strutturata e sistematica di un Troll, che spesso fa di questa attività una professione o uno strumento di supporto alla propria attività lavorativa.

Mentre il Troll cerca di suscitare emozioni e spesso agisce in solitaria, sfruttando l’anonimato per il gusto della performance e della provocazione… lo Ubertroll agisce con pratiche strutturate, spesso in gruppo, a volto scoperto generando flame, pogrom digitali e veri e propri linciaggi mediatici… con un solo scopo: visibilità.

Se uno osserva una comunità di Ubertroll (poco importa se quindicenni, o ultrasessantenni, se amatoriali, o professionali) osserverà che dopo ogni performance c’è la conta dei follower acquisiti su Twitter, dei like ricevuti, del piazzamento nei temi di tendenza, dello stocazzamento finito sui giornali, del flame da trecentocinquantamila commenti in cui ha razzolato mention da mezzo mondo… E infine di quel puntino di Klout che è cresciuto.

Non c’è performance, né gusto per la ricerca: solo pura e semplice immissione di materiale di cultura tossica… marcatura di territorio psichico.

Lo Ubertroll vive in un mondo allucinato in cui lo spam si fa battaglia ideale, in cui il flame si trasforma in tensione morale, in cui lo stalking vigliacco diviene rigore, l’insulto espressione creativa.

Klout è una di quelle cose che tutti disprezzano a parole e che controllano quotidianamente. Una di quelle cose che non conta nulla, ma che fa scattare il disappunto quando subisce delle flessioni… Per il Klout Ubertroll, poi, diventa vera e propria scalata al successo.

Spero di sbagliarmi ma una logica di “influenza” organizzata per “momenti“, immagino che ci regalerà un autunno parecchio caldo…

Ci meravigliamo del mudwrestling tra influencer?

Tranquilli esimi Ricercatori è solo il girone di pre-agonistica della nuova release del Klout.

Perché sta volta gli Influencer professionisti che non possono ottenere like mostrando le tette su internet, lo faranno a randellate.

Dopotutto è un lavoro come un altro.

Conclusioni

Concludendo, miei esimi Ricercatori, Klout non è che l’ultimo passaggio di una illustre sequela di algoritmi che hanno contribuito a impoverire la nostra comunicazione.

L’ennesimo strumento, potenzialmente anche utile, nato per rendere più nitide le informazioni, che alla fine genera solo altra entropia.

Qual è la pecca principale di Klout?

Le persone che lo utilizzano.

Quando le interazioni positive “tiravano” su Klout, pareva che Twitter e Facebook fossero il mondo anestetizzato di “Fragolina Dolcecuore“… quando siamo passati alle “interazioni neutrali” internet si è riempito di raid e stocazzate…

Attendo coi soliti popcorn a bordo campo il momento in cui tutto si concentrerà nell’esplosione pirotecnica dei singoli “moments“…

L’Incidente del Tonchino Digitale si avvicina?

Per approfondire

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