Twitter può influenzare la Politica? | Data Manager Online

Dopo la travagliata elezione presidenziale una domanda che rimbalza ultimamente è se Twitter sia in grado di influenzare i Politici a prendere determinate decisioni. La mia personale esperienza col caso Gary McKinnon può offrire sorprendenti risposte.

Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle con le Quirinarie hanno teso un trappolone al Partito Democratico: proporre la candidatura di Stefano Rodotà a Presidente della Repubblica.

Stefano Rodotà rappresentava una candidatura certamente interessante: una delle migliori menti della Sinistra italiana, insigne giurista, gradito alla galassia dei movimenti. Peccato per un dettaglio non da poco: Stefano Rodotà è dichiaratamente laico, leggi ateo.

La cosa in un partito largamente confessionale come il Partito Democratico qualche mal di pancia, ovviamente, l’ha creato. Peraltro Rodotà è sì un esponente di Sinistra, ma di una Sinistra ormai piuttosto eterodossa rispetto alla linea assunta negli anni dal Partito Democratico.

Il resto è il cupio dissolvi del Partito Democratico, capace prima di puntare sul candidato Marini, poi su Prodi, brucando entrambi in due giorni.

Seguono quindi una serie di polemiche in casa PD su come l’appoggio alla candidatura Rodotà espresso da parte della base su Twitter abbia influenzato negativamente i lavori parlamentari. Il tutto è bene espresso dall’onorevole Giuseppe Civati nel suo post “Tutta colpa vostra”.

Come sapete, sono tra quelli che ritengono che Twitter non sia di per sé in grado di “spostare voti”, se non integrato in una campagna di comunicazione dal vivo e attraverso i media tradizionali.

Eppure quando si parla di idoneità di Twitter a influenzare l’umore e talvolta le decisioni dei Politici, devo dire che lo strumento ha una certa potenza di fuoco nelle democrazie, che usano i nuovi media come strumento di generazione e analisi del consenso.

In pratica sono gli stessi Politici che, ritenendo che Twitter sposti voti e che sia espressione della parte meglio informata dell’opinione pubblica nazionale, attribuiscono ai pareri ivi espressi un peso molto maggiore delle accanite assemblee di sezione.

Il caso più emblematico, cui ho partecipato, fu quello di Gary McKinnon.

La storia è presto detta.

Gary McKinnon era un informatico britannico affetto da una forma di autismo, che alla ricerca di prove sull’esistenza degli UFO violò i siti di NASA e Pentagono. Gary non era un hacker, ma un banale smanettone che usando un programma disponibile in commercio sfruttò una serie di falle macroscopiche della sicurezza informatica USA (si parla addirittura di password in bianco).

Gary subì, giustamente, un processo in madrepatria, che gli comminò una serie di pene. Peccato che la cosa all’amministrazione USA non bastò e richiese che McKinnon venisse estradato in America, per essere processato come un “terrorista informatico”, rischiando decenni di carcere speciale.

A molte comunità di hacktivisti la cosa sembrò assolutamente grottesca, esageratamente punitiva, lesiva dei diritti dei disabili mentali, nonché atta a comprimere la sovranità nazionale degli stati europei.

Così svariate Community europee, soprattutto i Tweetstormers in Gran Bretagna e Gilda35 in Italia, ma anche molti Francesi e Portoghesi, iniziarono a tempestare gli account ufficiali dei politici britannici e quello del Ministero dell’Interno di tweet per la liberazione di Gary McKinnon .

Quindi iniziarono anche i primi esperimenti italo-britannici coi temi di tendenza riuscendo a rendere virale la notizia presso le rispettive comunità nazionali di Twitter. Modalità che nei mesi successivi vennero riprese in svariati paesi del mondo (v. Primavera Araba e Occupy Wall Street).

La pressione esercitata via Twitter iniziò a creare parecchi grattacapi alle Autorità britanniche, ben raccontate in un cablogramma successivamente reso pubblico da Wikileaks. Si stavano muovendo poche centinaia di attivisti, ma a tutti gli effetti si sentiva la pressione dell’opinione pubblica.

La pressione continuò con nuove mobilitazioni digitali via Twitter e con produzione di post su blog e testate online di svariate nazionalità.

Il risultato? Alla fine la Gran Bretagna fece l’auspicato scatto di orgoglio e negò l’estradizione di Gary McKinnon negli USA.

Stiamo parlando di una campagna via Twitter che non si è risolta nell’arco di una giornata, ma di qualcosa che ha mosso hacktivisti europei dall’autunno 2010 al novembre 2012. Tuttavia è innegabile come la pressione verso la politica si sia espressa soprattutto via Twitter.

Una storia che racconta come Twitter, se usato con determinazione, può diventare un importante strumento di pressione verso il mondo politico, proprio perché è uno dei luoghi in cui i giornalisti vengono a “cercare storie” e in cui si forma il “senso comune”.

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