Dai a un uomo una connessione internet e lo avrai sfamato per un giorno

Nel Gruppo di Indigeni Digitali, Fabio Lalli ha sollecitato un commento su “Bill Gates, Zuckerberg e il soluzionismo della Rete“, un interessante articolo di Enrico Gianmarco, che sviluppa una serie di temi legati al rapporto tra sviluppo sociale e tecnologico affrontati nella recente intervista rilasciata dal fondatore di Microsoft al Financial Times (v. http://goo.gl/d7EvQt).

Cito il passaggio più significativo:

Il fondatore di Microsoft ha lanciato delle stoccate ben precise a chi, come Mark Zuckerberg, ritiene che dotare di una connettività ad Internet il resto della popolazione mondiale (5 miliardi di persone), quella che vive nei Paesi poveri o in via di sviluppo, possa dare loro una spinta per allinearsi agli altri, per uscire da quel ghetto di povertà e arretratezza in cui si trovano. Gates ritiene invece che in quei Paesi esistano ben altre priorità, più basilari, come vaccinare i bambini da malattie da noi estinte, oppure fornire loro un’istruzione adeguata, e impedire che muoiano di fame.

Chi genera l’impulso per imprimere cambiamenti epocali nel nostro mondo, la tecnologia o la società? I padri del determinismo tecnologico, come Marshall McLuhan e il suo allievo Derrick De Kerckhove, ritengono che ogni nuovo media abbia inciso (e inciderà) profondamente nei comportamenti di una società, e che bisogna convivere con la consapevolezza (e le dovute precauzioni) dello sviluppo tecnologico come elemento trainante per l’evoluzione umana. Non è un caso che un altro allievo della scuola McLuhan, Marco Pigliacampo, abbia preso le distanze da Gates con un pezzo sull’Huffington Post.

In sostanza riemergono due posizioni antitetiche tra loro, già abbondantemente analizzate ai tempi di Gilda35: cito tra i tanti “La trappola di Twitter, riflessioni di un topolino“, come critica a un certo luddismo di ritorno, e “Come inguaiammo il Nobel a Internet“, come critica a un certo approccio da tecno-esaltati.

Come scrivevo in un thread con Simone Corami e lo stesso Enrico, la vedo in modo radicalmente diverso.  A mio avviso la questione è molto più complessa e meno riconducibile a quella logica binaria del abbasso/alé, cui ormai si è ridotto qualsiasi dibattito culturale.

Faccio sempre l’esempio della macchina a vapore.

La maggior parte dei nerd ritiene che la macchina a vapore sia stata inventata in “Epoca Steampunk” (qualcosa che va da Napoleone alla Prima Guerra Mondiale) al fine di consentire a Kato e alle sue sorelle di fare cosplay in groppa a robot giganti alimentati a carbone… Invece la prima macchina a vapore fu inventata in epoca ellenistica con l’eolipila di Erone. Peccato che la società non era pronta, quindi omaggiarono Erone di qualche applauso, un paio di pernacchie e la cosa finì lì.

Per contro la macchina a vapore fu “riscoperta” in una società aperta e liberale come quella inglese del Settecento, dove attecchì splendidamente, divenendo essa stessa elemento di innovazione sociale e culturale.

Per attecchire in modo sano l’innovazione ha bisogno di una serie di presupposti culturali indispensabili: libertà di pensiero, una economia sana, istituzioni democratiche. Senza questi presupposti o muore, o diventa puro strumento di oppressione. Inutile ricordare come le dittature riescano a cogliere per prime i vantaggi di certi cambiamenti tecnologici.

Tuttavia è anche vero che la tecnologia è per propria natura in grado di indurre nella società notevoli cambiamenti. Non dobbiamo mai dimenticare che l’uomo è un “animale artificiale“, per il quale i supporti tecnologici divengono vere e proprie estensioni del proprio essere, cambiandone la percezione e l’approccio alla realtà.

Ne discende che tra tutte la visione che ho sempre amato di più è la splendida sintesi che fece Timoty Leary negli anni ’90:

To describe externals, you become a scientist. To describe experience, you become an artist. The old distinction between artists and scientists must vanish. Every time we teach a child correct usage of an external symbol, we must spend as much time teaching him how to fission and reassemble external grammar to communicate the internal. The training of artists and creative performers can be a straightforward, almost mechanical process. When you teach someone how to perform creatively (ie, associate dead symbols in new combinations), you expand his potential for experiencing more widely and richly.

La realtà è più complessa di 10.

 

 

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