Dylan Dog n. 337 “Spazio Profondo” – La Recensione

Si è fatto un gran parlare nei mesi scorsi del nuovo corso impresso da Roberto Recchioni a Dylan Dog. Finalmente è arrivato il n. 337, quello della svolta tanto attesa. La Bonelli avrà centrato il colpo?

Lo dico subito: a mio avviso per niente. Quindi se sei un fan sfegatato di Roberto Recchioni e/o Bonelli Editore risparmiati la lettura del resto.

Ti voglio bene, baci. Ciao.

Ogni testata fumettistica attraversa dei momenti di crisi più o meno creativi: i lettori di lungo corso mollano… il ricambio generazionale ristagna… i costi di produzione e distribuzione aumentano… gli editori iniziano a rivolgersi al discount delle sceneggiature e dei disegnini a mano libera… la periodicità delle pubblicazioni si dirada… così in breve tempo si assiste alla entropia e alla morte della testata.

Tramontati i fasti di fine anni ’80 (reputo il ciclo dal n. 1 al n. 25 un capolavoro assoluto del fumetto seriale), Dylan Dog sembrava destinato al triste destino tratteggiato poco sopra. Fortunatamente alla Bonelli hanno pensato bene di rivolgersi al talentuoso Roberto Recchioni per salvare la testata.

Seguo il buon Recchioni dai tempi geologici di “Dark Side” (1994), ed è indubbiamente una delle menti migliori del nostro panorama fumettistico.

Nel mondo dei fumetti seriali esistono fondamentalmente 3 cliché narrativi per rilanciare una saga:

  • La Crisi dei Mondi Infiniti alla DC Comics: cataclisma che stravolge l’universo del personaggio e… zack! si ricomincia tutto da zero, sfondandolo da tutte le idee bolse che nel frattempo gli sono rimaste addosso, adattandolo ai trend contemporanei… spesso stravolgendone la continuità narrativa.
  • Lo Year One alla Miller: si ritorna alle origini dure e pure del personaggio rilette in chiave più adulta. Si ammazza qualche comprimario. Si svela qualche segreto scabroso… E il vostro palloso personaggio è come nuovo nella sua tutina di latex.
  • Ultimate Edition: tutto si svolge in una dimensione alternativa a quella ufficiale. Si riprendono personaggi e ambientazione e praticamente si riscrive tutto da zero, come se la serie fosse partita oggi.

Recchioni ha pensato bene di scegliere una quarta via: fare tutte e tre le cose contemporaneamente.

Il reboot di Dylan Dog parte con lo sfavillante n. 337, testi di Roberto Recchioni e disegni di Nicola Mari, sontuosamente colorati per l’occasione da Lorenzo De Felici.

Ora il citazionismo è bello, ma quando è presente in ogni singola tavola inizia a essere pesante così [nella parentesi quadra inserirò le citazioni salienti].

Sin dalla bella copertina di Angelo Stano, per far capire che siamo al reboot dei reboot citazionisti, Dylan appare in posizione fetale in orbita geostazionaria intorno alla Terra [2001 Odissea nello Spazio].

Seguono due righe di addio alquanto algido dell’ideatore del personaggio, il già citato Tiziano Sclavi, e una introduzione di Recchioni, che illustra le suggestioni cinematografiche, che hanno ispirato l’albo. Letta a posteriori sembra quasi una excusatio non petita, per il citazionismo asfissiante, che si respira un po’ ovunque… Il fatto strano è che sono citati solo film e non i giochi, videogiochi e fumetti che hanno influenzato molto più pesantemente il prodotto.

Sull’aspetto grafico si può notare che l’aver scelto Nicola Mari per i disegni, dato il contesto futuribile, ti fa immaginare ad ogni tavola che appaia Nathan Never… L’aspetto generale è decisamente poco dylandogghiano e molto nathaneveriano, un sorta di onesto splatter fantascientifico, molto poco onirico anche nelle parti in cui desidererebbe esserlo.

Ma passiamo alla trama…

Siamo nel futuro e l’Impero di Albione clona squadre di Dylan Dog, per ripulire le astronavi, che, attraversando l’Iperspazio, sono state invase da creature demoniache [Warhammer 4000, Dead Space].

Lo squadrone di esorcismo militare è composto da cinque cloni [Clive Barker’s Jericho] con sangue latteo, che scorre nelle vene [Alien]: n. 1 il Dylan Logico [Nathan Never e Capitano Xavier Jones di Jericho], n. 2 il Dylan da Combattimento [Frank Delgado di Jericho], n. 3 il Dylan Sensitivo [Wilhelmina ‘Billie’ Church di Jericho], n. 4 il Dylan versione [Dr. Manhattan di Watchmen], n. 5 il Dylan Old Boy [che a sto punto è una citazione pure lui].

I personaggi sono ben tratteggiati, ma lo spazio è poco quindi gli è concessa un paio di battute ciascuno e una tragica fine. La sensazione è della serie: volevo fare un albo maxi da millemila pagine, che raccontasse bene lo sviluppo psicologico di ognuno, ma quei rattusi della Bonelli, mi hanno fatto tagliare le parti migliori.

I mostri sono un incrocio tra [La Cosa di Carpenter] e la versione Bonelli de [Il Richiamo di Chthulhu]. Con tanto di povero Groucho ridotto alla versione organica di [Cameron Hodge, la nemesi degli X-men].

Tra una morte drammatica e l’altra, c’è un bel siparietto alla [Gustave Flaubert], che riattualizza il celebre “Madame Bovary c’est moi” in un toccante “Dylan Dog c’est moi”, che fa ben comprendere l’affetto che lo sceneggiatore nutre per il personaggio. Non so invece se prendere come un goffo tentativo di comicità il: “per chiudere le porte dell’inferno [Hellreiser] bisogna distruggere l’super-astronave, orsù prendi la chiave inglese e sfascia un po’ di roba in giro [citazioni a valanga]”.

L’unico guizzo di possibile originalità (il lancio della pistola di Groucho), viene immediatamente asfaltato dietro il solito trito spiegone bonelliano (alla Bonelli ogni situazione che non sia tautologicamente comprensibile dalla elementare lettura della tavola deve essere sepolta da un triste e superfluo monologo esplicativo, che rompe l’azione drammatica; per loro il pubblico avrà sempre nove anni).

Dopo qualche randellata, il nostro eroe trasforma l’astronave in un buco nero (sic!) e si scopre che queste singolarità astronomiche portano dritti dritti all’inferno [The Black Hole, 1976]. Così il nostro eroe si trova catapultato in un incubo cosciente a incastro, da cui è impossibile uscire [tra i tantissimi Linea Mortale, The Cell, Inception, ecc…].

Il finale lascia intendere che tutto ciò che seguirà nei prossimi numeri sarà un lungo incubo cosciente elaborato da questa copia futuristica del Dylan Dog originario nell’Inferno Iperspaziale.
Tradotto in soldoni è lo Year One della Ultimate Crisi dei Mondi Infiniti:

  • Crisi di dimensione cosmica, che si svolge su più piani dimensionali.
  • Nascita di una dimensione alternativa a quella originaria, in cui riprendere la storia.
  • Eliminazione dei comprimari più loffi (Bloch fai ciao con la manina).

Ammetto che questa è la lettura che può fare dell’albo un nerd, che ha realmente letto troppo materiale, però veramente il citazionismo esagerato ucciderebbe la migliore delle trame. Capisco sta storia del postmoderno, capisco sta storia dei molteplici livelli di lettura, capisco la strizzatina d’occhio al pubblico più forbito… però è tutto veramente troppo lezioso, stanco e ritrito.

Tradurre significa sempre tradire, e tradurre Dylan Dog in un linguaggio più moderno non è certamente compito facile. Tuttavia il citazionismo, quando abusato, soffoca e uccide di déjà-vu la migliore delle sceneggiature.

Sono sincero da uno come Recchioni mi aspettavo molto di più.

Concludo il giudizio con la mia recensione sintetica pubblicata a caldo, dopo la lettura:

 

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2 pensieri su “Dylan Dog n. 337 “Spazio Profondo” – La Recensione

  1. Ciao Giovanni,
    A me questo Dylan è piaciuto. Rrobe, grazie all’hype che ha generato sui social e alle interviste, è riuscito a farmi comprare un albo Bonelli. Un evento che non succedeva ormai da secoli. Concordo su alcune cose che dici, soprattutto sull’eccessiva brevità dell’albo che “castra” situazioni che meritavano un approfondimento. Finale alla Hellraiser bello, ma troppo rapido. Poi per il resto direi che siamo ben oltre la media del fumetto seriale italiano (ma è seriale Dylan?). Promozione piena per me, avanti così. Un saluto 😀
    Simone

    • Ciao Simone,
      Recchioni ha fatto un lavoro di hype al limite del personal bombing (https://giovanniscrofani.it/2014/08/26/personal-bombing/ ) ed è innegabile che abbia dato i propri frutti. Quello che a mio avviso non funziona (come in tutte le operazioni di hype eccessivo) è che alla fine difficilmente il prodotto finale rispetta le aspettative di tutta l’utenza. Dylan Dog è certamente un prodotto seriale (la serialità non è data dalla continuity, ma dalle modalità con cui viene confezionato ogni singolo albo). Parlandosi di “rivoluzione” non immaginavo qualcosa tipo il reboot di Sandman fatto da Neil Gaiman (che comunque è un prodotto seriale), però qualcosa di un po’ meno ingessato sì. E’ questione di gusti personali certamente, ma a me tutto sto post moderno un po’ soffoca.
      Grazie ancora!

      Giovanni

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