Chiunque può legiferare

Ovvero riflessione semi seria sul perché agli Italiani non interessa scrivere la Dichiarazione dei Diritti di Internet.

Indifferenza

Qualche annetto addietro portai i miei figli a vedere “Ratatouille” un eccellente film di animazione della Disney. La storia è presto detta: un simpatico sorcio dall’olfatto sopraffino, ispirato dal libro “Chiunque può cucinare” di un grande chef francese, si cimentava nell’alta cucina fino a conquistare il palato del più feroce dei critici gastronomici ed aprirsi un ristorantino.

Questa edificante storiella deve aver ispirato le migliori menti della scena digitale italiana nel formulare la strategia sull’elaborazione della c.d. “Dichiarazione dei Diritti in Internet” (comunemente nota col maccheronico “Bill of Rights di Internet”).

Il 27/10/2014 è stata pubblicata la bozza di quello che nelle intenzioni dei promotori (10 parlamentari e 13 tra studiosi ed esperti) dovrebbe essere niente meno che:

“strumento indispensabile per dare fondamento costituzionale a principi e diritti nella dimensione sovranazionale”

La dichiarazione si compone di 14 articoli, che spaziano dal “diritto di accesso” ai “criteri per il governo della rete”, passando per sicurezza, dati personali, anonimato, diritto all’oblio e quant’altro è stato oggetto del dibattito pubblico sul tema “regolamentazione internet” nell’ultimo ventennio.

La dichiarazione è stata aperta a pubblica consultazione, consentendo ai volenterosi cittadini di poter accedere e formulare le proprie osservazioni sul testo proposto. Ovvio non siamo né di fronte a un Wiki da rimaneggiare a botte di revisioni, né di a una versione riveduta e corretta di liquid feedback. E’ stata concessa la semplice facoltà di commentare la bozza di testo predisposta.

Tuttavia all’approssimarsi della scadenza del 30/03/2015, quando si concluderà la fase di pubblica consultazione, è stato evidenziato con rammarico da più parti come nei fatti la partecipazione dei cittadini sia stata assai scarsa.

Legislatori 2.0

Francamente non riesco a capire quale sia il problema di una scarsa partecipazione, né perché ci sorprenda.

In primis faccio notare che al cittadino comune, per quanto esperto di vicende digitali, il concetto di Dichiarazione dei Diritti non è che risulti così chiaro. Si sta partecipando alla stesura di una legge? di un codice etico? di una costituzione? di un regolamento? Si sta collaborando alla stesura di un testo che concretamente consentirà di agire in giudizio per far valere i propri diritti? che sarà discusso in Parlamento? che sarà oggetto di un Referendum? che sarà proposto in “sede europea”?

Pertanto uno scarso livello partecipativo nel momento, in cui non è chiaro l’oggetto della discussione non mi sembra così strano.

Lo so che, quando in Italia si parla di internet, chiarire concretamente quali siano gli scopi della discussione sia un optional. Tuttavia faccio notare che dopo quasi un decennio di continue mobilitazioni delle coscienze, per concedere improbabili Nobel a reti digitali, per far ripartire Agende Digitali ad ogni cambio di Direttore Generale, per creare salvifici campioni, araldi e alfieri di agenzie, associazioni, bocciofile…

Beh, ragazzi, è naturale che di fronte al teso della dichiarazione uno a un certo punto si chieda: “E mo’ che vogliono ancora questi?”

Personalmente mi dispiace ma resto un fermo sostenitore della democrazia rappresentativa. Se mi spendo per andare a votare esigo che siano i miei rappresentati a formulare proposte di legge possibilmente comprensibili e coerenti con il nostro ordinamento. Ed esigo che siano questi rappresentanti a dialogare con il corpo elettorale per elaborare proposte di legge.

Così come penso che solo nelle favole un sorcio possa mettersi a preparare manicaretti degni di uno chef stellato, allo stesso modo ritengo che non sia possibile affidare la produzione normativa alla buona volontà della cosiddetta “società civile”. Né francamente mi piacciono formule plebiscitarie del tipo: “ecco i maggiori super-esperti nazionali hanno formulato questo capolavoro, che ne pensate verybello eh?”

Mi dispiace, ma così non funziona. Proporre leggi, o addirittura testi che aspirano ad avere valore costituzionale, è un atto complesso che richiederebbe un certo livello di cognizione di causa ed un elevata consapevolezza di come l’intervento normativo si armonizza con l’ordinamento giuridico esistente, ovvero è suscettibile di rinnovarlo. La generale disistima che gode il Legislatore in Italia non deve indurci a disprezzarlo, fino al punto di reputargli superiore una fantomatica “intelligenza collettiva”. Semmai bisognerebbe pretendere che i nostri rappresentanti siano meglio formati e più attenti nel dialogo con la Società Civile. E su questo punto non è che un form per commenti sopperisca più di tanto.

Badate bene, non sono un entusiasta della “autoregolamentazione”. Quando, come è il caso del digitale, questa fantomatica autoregolamentazione passa per un sostanziale oligopolio, come cittadino non mi sento per nulla garantito. Pertanto ben venga un intervento normativo che veda al nostro Legislatore affiancarsi la consulenza degli esperti in materia, però non c’è veramente bisogno di mettere su un meccanismo artificioso che sostanzialmente simuli la “grande partecipazione popolare”.

Interessantissimo

Scendendo sul piano contenutistico, peraltro, non mi sorprende lo scarso coinvolgimento dei “cittadini digitali”. E’ un testo poco ispirato, piatto, burocratico.

Una “Dichiarazione dei Diritti” deve ispirare in senso alto la funzione legislativa, ha il compito di informare l’intera azione del Legislatore e di fungere da vero e proprio faro di ogni suo successivo progetto di legge.

Non ci si può trovare di fronte a una sorta di collage di frammenti di testi costituzionali in cui si opera un détournement in cui la parola “diritto” è sostituita dalle più varie declinazioni di “diritto di accedere a internet”.

La cosa risulta evidente da un banale confronto tra una formulazione della Dichiarazione tipo:

“Ogni persona ha eguale diritto di accedere a Internet in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.”

Col suo omologo costituzionale:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Cosa aggiunge la Dichiarazione in termini di garanzie? Come declinerebbe meglio il dettato costituzionale? Anzi a ben leggere parrebbe addirittura proporsi un arretramento logico rispetto alla ben più alta formulazione costituzionale.

Concludendo se si vuol promuovere a livello europeo o nazionale una “Dichiarazione dei Diritti di Internet” non può che essere un fattore positivo. Ma bisogna tenere ben presente che il dibattito pubblico non si svolge nei commenti infilati in un form, né nelle revisioni di un wiki. Il dibattito pubblico si svolge nei bar, come nei social network, e se si vuole innescarlo serve un prodotto che sia veramente ispirato. Altrimenti è il solito “qualcosa di normativo”, per il quale già paghiamo a sufficienza i nostri legislatori.

Si vuole coinvolgere il Popolo della Rete?

Cari esperti dialogateci. E proponetegli qualcosa di interessante.

Approfondimenti

“Internet: Bill of rights, si apre la consultazione online. Ora possiamo dire la nostra” di Guido Scorza.

“Partecipa a Bill of Rights – Le proposte delle istituzioni e dei cittadini per una carta dei diritti digitali” dal sito della Camera dei Deputati.

“DICHIARAZIONE DEI DIRITTI IN INTERNET – Testo elaborato dalla Commissione per i diritti e i doveri in Internet costituita presso la Camera dei deputati (Bozza)” la bozza ufficiale.

“Perché non parliamo dei principi di Internet?” di Fabio Chiusi

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