Boardwalk Empire e i deragliamenti narrativi

Prima di valutare la riuscita di una serie televisiva mi impongo sempre di seguirla fino all’ultima puntata dell’ultima stagione. Spesso è proprio il finale di stagione definitivo a consentire di leggere in modo più chiaro e complessivo la validità dell’opera.
Lo dico subito, secondo me, se Boardwalk Empire si fosse chiusa con un bel dittico alla seconda stagione, avrebbe potuto restare impressa come una delle migliori crime novel di sempre. Invece i produttori hanno voluto tirarla per le lunghe con tre ulteriori serie, che hanno dapprima azzoppato, poi seppellito la serie.

Da qui in poi ci sarà qualche spoiler, quindi sconsiglio ai puzzoni di proseguire con la lettura.

Boardwalk Empire è una serie della HBO prodotta da Martin Scorsese, che ne ha diretto il primo episodio, e Mark Wahlberg. Il protagonista assoluto della serie è il grande Steve Buscemi, che dopo anni da nevrotico comprimario, finalmente ha lo spazio per dimostrare le sue grandi doti recitative. Nella serie Buscemi interpreta Enoch “Nucky” Thompson, personaggio ispirato a Enoch L. Johnson, un politico che durante gli anni del proibizionismo ha regnato su Atlantic City, con un cocktail di turbo capitalismo ante litteram e gangsterismo in salsa irlandese.

L’idea di base della serie era molto valida e sviluppava in modo ampio e ben documentato un concetto espresso da Martin Scorsese in Gangs of New York, ovvero come alla base della grande civilizzazione americana ci sia un inestricabile groviglio di malaffare politico e capitalismo di rapina, in cui il “legale” è solo un momento del “criminale”. La tesi base è che gli istituti democratici statunitensi siano diretta evoluzione di correlati istituti criminali, in cui lo Stato è solo una gang tra le tante che si spartiscono la torta.

Per rappresentare questa desolante visione delle istituzioni i produttori hanno utilizzato la stessa cifra stilistica adottata da James Ellroy nella sua Underworld USA Trilogy, ovvero l’utilizzo narrativo di personaggi storici realmente esistiti e altri di pura finzione, ma dannatamente verosimili. L’avere adottato un punto di vista alla Ellroy, se funziona per le prime due stagioni, diventa un po’ tirato su cinque stagioni. Mi spiego meglio, se si vuol raccontare un mondo, in cui tutti esprimono varie gradazioni di depravazione, debolezza e violenza (la famosa trinità di Ellroy “scopare, piacere e rompere il culo”), la cosa deve svolgersi in un arco narrativo compatto, oppure si rischia la caricatura, come avvenuto soprattutto nelle stagioni tre (v. il ripugnante e ridicolo Gyp Rosetti) e quattro (v. il velleitario e ridicolo Valentin Narcisse). Già la HBO ama deliziare i propri telespettatori con massicce dosi di sesso e violenza, quando parla di nani e draghetti, immaginate cosa rischia di diventare la narrazione in una storia di gangster. Alla serie avrebbe giovato certamente un lavoro di sottrazione, come quello effettuato dagli sceneggiatori di Breaking Bad.

Ma quello che a mio avviso non funziona è proprio la quinta stagione, che a botte di flashback sempre più insistenti (il finale di stagione è da questo punto di vista è atroce con un flashback ogni 3 minuti) ci vuole raccontare meglio il protagonista. Qui il personaggio così bene interpretato da Buscemi sbraga completamente. Nelle stagioni precedenti gli accenni al passato di Nucky come recalcitrante ruffiano al soldo del pedofilo Commodoro, come figlio infelice di un padre alcolizzato, come marito inadeguato di una moglie amatissima, ma tormentata, riuscivano a fornire al personaggio una certa ambiguità morale, non dico alla Walter White o alla Tony Soprano, ma godibile. Nella quinta stagione viene raccontato per filo e per segno quanto prima era semplicemente accennato e l’effetto è abbastanza desolante. Il personaggio ne esce come l’ennesimo poveraccio squallidone con la tempra morale di una oloturia, che per due lire venderebbe la nonna.

Il lato più pesante della vicenda è che alla fine tutto viene riepilogato come una sorta di grandiosa saga calvinista. Nucky è un preterita, un essere predestinato alla nascita a quella dannazione eterna di cui il fallimento in questa vita è il segno visibile. Alla fine tutti i suoi sforzi per avere successo/salvarsi risultano solo la pura procrastinazione dell’inevitabile. L’effetto predestinazione al castigo raggiunge il suo apice nel fatto che ,dopo essere scampato innumerevoli volte alla morte violenta, viene ammazzato proprio dal nipotino disturbato di Gillian, la bambina che da ragazzo aveva buttato in pasto al disgustoso Commodoro, segnando il primo passo alla sua scalata al potere. Gillian è la moneta di scambio che Nucky utilizza per avere successo ed è la pietra di scandalo della sua dannazione. Tutto molto edificante, ma anche “aridatece er catechismo cattolico, che fa’ più ride”.

E l’acceleratore è talmente spinto sul fronte della predestinazione, che il maggiore antagonista della serie, Lucky Luciano, nonostante sia uno spacciatore e un magnaccia, raggiunge il successo proprio grazie a due virtù positive, che non abbandona mai per tutta la serie: la capacità di cogestire il potere e la fedeltà agli amici di infanzia (sorvolando allegramente sul fatto che pochi anni dopo fa ammazzare l’amico del cuore Bugsy Siegel). Nucky è un autocrate infinitamente solo e programmaticamente destinato a pagare per le proprie colpe, Lucky è un leader, che nell’amicizia trova il volano per il suo successo.

Concludendo se si fossero fermati alla seconda stagione, che ben sviluppava i temi del contraddittorio e funereo rapporto padre/figlio tra Nucky e Jimmy Darmody (il figlio di Gillian) e del capitalismo democratico, come prosecuzione della guerra tra gang con altri mezzi, Boardwalk Empire avrebbe avuto una sua granitica compattezza. La passione per lo spiegone, unita al desiderio di catturare l’attenzione dei fan rimestando idee e concetti fino all’inverosimile, hanno gettato una luce decisamente grottesca e caricaturale all’intera serie. Peccato.

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