Quale futuro per l’AgID dopo l’addio di Alessandra Poggiani?

Non ho fatto in tempo a descrivere la nobile arte del Duello dei Socialcosi, che Alessandra Poggiani mi abbandona l’ambito scranno di Direttore Generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), scatenando smodati sogni di scalate al potere nelle menti abitualmente suggestionabili dei Superesperti di vicende digitali. Roba che House of Cards al confronto è una pacata partita a racchettoni.

Giacché è montata subito la polemica più o meno sotterranea sulla successione e giacché questo miserabile raccoglitore di pensieri è letto, bontà loro, anche dai piani alti della scena digitale italica, mi sembra il caso di fornire qualche piccolo spunto di riflessione.

Cos’è l’AgID?

Sul sito istituzionale dell’AgID sono ben tratteggiate le sue competenze e funzioni.

L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha il compito di garantire la realizzazione degli obiettivi dell’Agenda digitale italiana in coerenza con l’Agenda digitale europea.

L’Agenzia è stata istituita con il Decreto Legge n. 83 del 22.06.2012, e in sostanza eredita le competenze e le risorse umane e strumentali delle soppresse DigitPA e Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione.

Andando un po’ con l’accetta le sue attribuzioni possono così riassumersi: coordinamento informatico dell’amministrazione centrale, regionale e locale; pareristica in materia di informatizzazione della Pubblica Amministrazione e di attuazione dell’Agenda Digitale; emanazione di regole di indirizzo; coordinamento in materia di omogeneità dei sistemi informativi pubblici; coordinamento e impulso in iniziative di carattere strategico; svariate attribuzioni in materia di promozione e valorizzazione dei temi legati all’implementazione del digitale nella PA, qualche potere di vigilanza e l’erogazione di alcuni servi on line (es. la registrazione al dominio “.gov.it”).

Il Direttore Generale in ossequio ai principi di trasparenza della Pubblica Amministrazione viene nominato attraverso una sorta di mini concorso pubblico, selezionandolo tra le autocandidature, che rispettino una serie di requisiti professionali.

Criticità

L’AgID, purtroppo, dalla sua costituzione non ha avuto pace: persistenti lamentele sulla sua inutilità… un continuo ricambio di Direttori Generali… una serie sempre più serrata di dimissioni seguite da infinite code polemiche… la conseguente riemissione di bandi per cercare i nuovi Direttori, cui segue il profluvio di autocandidature con lettere aperte e post che “Io speriamo che me la cavo” al confronto è un testo di tutto rispetto… lo scatenarsi del Duello dei Socialcosi, in cui il lancio di accuse e discredito si acuisce fino a diventare una sorta di disciplina olimpica… la nomina del “solito raccomandato che tanto alla fine si sapeva che vinceva lui e allora che me l’avete fatto mandare a fare il curriculum, maledetti!”

In questi anni ho letto ben poche critiche costruttive, che si concentrassero sulle deficienze dell’istituzione in sé, anziché sul suo direttore. Per il resto è stato tutto un inutile berciare condito di invidie e gelosie, all’esito del quale ho solo capito che gli altri papabili avrebbero fatto meglio. Cosa non lo so, ma l’avrebbero fatto meglio.

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La staccionata di Tom Sawyer

A mio modestissimo avviso il problema non è nel manico dell’AgID, è nella stratificazione geologica, con cui è stata istituita. Come ho detto poco sopra l’AgID nasce dall’esperienza fallimentare di DigitPA e dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, ereditandone non solo le attribuzioni, ma anche le zavorre.

Non sono assolutamente convinto della bontà del metodo della “staccionata di Tom Sawyer”, con cui i vari governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese hanno approcciato alla materia del digitale. Ogni volta che sento parlare di misure per la digitalizzazione mi riviene in mente questa storiella: Tom Sawyer viene incaricato da zia Polly di dipingere la staccionata del cortile. Al ragazzo non va neanche un po’ e dopo svariarti tentativi falliti di coinvolgere qualcuno più competente di lui (lo schiavo Jim), inizia a fingere che stia facendo qualcosa di divertentissimo e che richiede grande perizia. Così riesce a incuriosire i propri amichetti, che giungono a comprarsi l’onore di dipingere, cedendo a Tom svariati giochi.

L’approccio è un po’ quello della staccionata di Tom Sawyer. I vari Enti che dovrebbero occuparsi dell’innovazione digitale del Paese sono ingessati, lenti, pieni di zavorre organizzative e funzionali. Così la trovata che viene sempre più spesso riproposta è quella di tirare fuori dal cappello qualche personaggio carismatico, con una buona presenza online, che generi entusiasmo attorno al progetto di fare “qualcosa di digitale”. Tutto ciò nella speranza che grazie a una sorta di volontariato di lusso si sopperisca alle deficienze della macchina pubblica. Poi ci si sveglia tutti sudati e chi si stupisce del disinteresse generale.

Parole come quelle riportate nell’intervista concessa a Wired, poi ritrattate dalla Poggiani, palesano il solito dispiacere per la mancata partecipazione delle professionalità del digitale al grande progetto. Ora leggete questo passaggio e sostituite “mondo digitale” con mondo dell’avvocatura, dell’ingegneria, della medicina per giustificare le dimissioni di un qualche Direttore Generale:

Il mondo digitale è un circo ristretto, una camera dell’eco. Ce la raccontiamo tra di noi, piccole invidie, rivalità da cortile, divisioni personali. Ci sono troppi protagonismi, nemmeno le rockstar! Il 90% delle cose che vengono raccontate non sono vere, il 7 sono presunte e forse solo un 3% è costituito da fatti

Sono frasi che uno può leggere senza sbottare a ridere, solo perché siamo abituati a interpretare il mondo digitale alla luce della “staccionata di Tom Sawyer”. Ma in quale ambito esistono professionisti affermati che spontaneamente e senza retribuzione, prendono parte a un progetto della Pubblica Amministrazione, rubando tempo alle proprie attività, sospinti dall’amor patrio e dalla ricerca di visibilità?

Concludendo, se si vuol fare uscire dalla palude il grande tema della modernizzazione digitale del nostro Paese, va fatta innanzitutto una cosa: sgombrare il campo dalla metodo della staccionata di Tom Sawyer. Specie nella Pubblica Amministrazione bisogna lavorare sul personale e sui processi organizzativi e decisionali. Non esistono scorciatoie.

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2 pensieri su “Quale futuro per l’AgID dopo l’addio di Alessandra Poggiani?

  1. “Questo progetto istituzionale importante, strategico e visionario purtroppo non ha budget.”
    Ed alla fine della storia la tua chiusura è sacrosanta: non esistono professionisti senza budget.
    Questa storia credo (e spero) possa contribuire a ridimensionare il ruolo della comunicazione e magari riportare più in rilievo quello della tecnica
    (Poi sul fatto che la cerchia degli interessati al digitale in Italia un po’ se la racconta non mi sento di potergli dare torto, affatto, però che lei gli dia tutto questo peso.. Bah.. )

    • Grazie dell’intervento, che centra il punto della questione. Sarà che ho passato buona parte dei miei diciassette annni di attività lavorativa ad occuparmi di progetti di investimento pubblico, ma è spontaneo chiedermi: un progetto istituzionale privo di budget, può essere definito un progetto? E’ un “libro dei sogni”. Fin quando la comunicazione non smetterà di essere l’epicentro dell’industria digitale, specie nella Pubblica Amministrazione, non si andrà da nessuna parte. L’idea balzana che un grammo di immagine pesi di più di un chilo di fatti inizia ad avere il fiato molto corto.

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