Quando il Garante ti prese sul serio e scrisse la #cookielaw

Già hai capito che non ti piacerà quel che ho da dirti, ma qualcuno deve farsene carico ed è meglio che sia io. Devi prendere coscienza che è stata un po’ anche colpa tua se sei piombato in un incubo kafkiano di profilazioni, cookie tecnici, cookie di terze parti, informative che non informano, chiarimenti che non chiariscono, spiegoni su provvedimenti bizantini che per contrastare i grandi oligopolisti del digitale finiscono per zittire le voci più piccole.

E’ stata un po’ anche colpa tua. Devi confrontarti con questa cosa e prima lo fai e meglio sarà per tutti.

Ti ricordi quando invece di dire le cose come stavano, ovvero che passavi un po’ di tempo a divertirti con un blog perché ti piace scrivere, hai montato quella patetica messinscena del “blogger professionale di successo che con i socialADS di google ci vive alla grandissima”? Ricordi perché l’hai fatto? Vanità. Volevi trasformare un simpatico hobby in qualcosa che ti desse un riconoscimento sociale, che sapevi di non meritare. Poiché vivi in un mondo completamente marcio, in cui il “denaro” è l’unica misura del successo, hai sparato panzane su “come fare i soldi col web 2.0”. E qualche fesso ti ha pure creduto, ti ha fatto fare corsi, libri e perfino tour dell’uomo-scimmia-che-ha-imparato-a-fare-i-soldi-con-internet.

Ti ricordi quando invece di ammettere che trascinavi la tua vita nella versione riveduta e corretta del barbonismo radical chic, hai spacciato tartine, aperitivi e serate a scrocco, come il punto di arrivo di una strategia vincente volta alla valorizzazione di te stesso? Ricordi perché l’hai fatto? Solitudine. Stavi lì da solo a quell’evento tristissimo, nessuno ti rivolgeva la parola perché sei una persona noiosa, ammettilo, così hai iniziato a quietare l’ansia postando roba sui tuoi canali social per dimostrare ad altri disturbati come te che ce l’avevi fatta con le tue strategie da blogger di successo. E quelli ci sono cascati con tutte le scarpe, perché sono perfino più stupidi di te.

Ti ricordi quando, elevata la cialtroneria a professione, ai tuoi clienti che avevano bisogno solo di sistemi per incrementare le vendite hai rifilato un “corporate blog” o una “social media strategy“? Ricordi perché hai trasformato un hobby sereno e divertente in una folle strategia commerciale? Sciatteria. Volevi essere pagato per cazzeggiare. Hai ridotto tutto alla produzione di link e testi creati solo per raccattare click con cui fare delle inutili slide di Analytics da rifilare al cliente cretino, dimostrandogli che non avrà venduto un euro in più di prodotto, ma “adesso guarda quanto è posizionato bene il tuo brand”. E il cliente ci è cascato, perché se tu sei pigro, lui è stupido e chi si occupa di marketing non si occupa di vendite così fa in tempo a fallire la baracca, prima di capire che hanno buttato i soldi.

Ti ricordi quando invece di limitarti a dire la tua sull’argomento del giorno, hai raccattato qualche tool in rete e hai corroborato le tue corbellerie con “big data analysis”? Ricordi perché hai voluto dare l’impressione di essere un Gandalf digitale capace di sondare l’universo dei social e restituire dati tagliati col laser? Insicurezza. Lo sapevi che a nessuno importava della tua opinione. Ti sei inventato i “dati di profilazione” solo per dimostrare al mondo che le tue opinioni erano fatti. Ce l’hai fatta perché il mondo è pieno di allocchi e finché esistono legioni di analfabeti di ritorno avrai gioco facile.

Ti ricordi quando in modo del tutto truffaldino hai spacciato veri e propri prodotti editoriali per “blog”, al fine di eludere le norme sull’editoria? Ricordi perché hai contribuito a trasformare la forma del blog da onesto diario online a una sorta di sordida succursale del giornalismo di serie Z? Furbizia. Hai giocato tutto su questa espressione degenerata di intelligenza sperando che nella lentezza dei burocrati. Bravo, per qualche tempo ce l’hai fatta e hai guadagnato abbastanza da comprarti una pizza. Peccato che come i dinosauri quando i burocrati arrivano sulla preda i risultati sono devastanti e ci rimettono pure quelli che non c’entrano nulla. Avrei tanti esempi da dare delle tue condotte becere, ma preferisco soprassedere.

Il problema è che non sei solo, ce ne sono a migliaia come te e il vostro coro scriteriato ha creato questo disastro. Il risultato del tuo giochino condiviso è sotto i tuoi occhi: una grandiosa mistificazione, che ormai alimenta se stessa. Hai trasformato un hobby piacevole in qualcosa che nella percezione comune è completamente snaturato e tossico. Le tue bugie si sono autoalimentate fino a travolgere tutto.

E ora hai pure il coraggio di sorprenderti perché il Legislatore getta un’occhiata su questo scempio e qualifica “editore” (con tutto ciò che di potenzialmente dannoso si porta dietro questa qualifica), il povero blogger che coltivava il proprio hobby. E ora parli di pizzo perché lo Stato vuole 150 euro di servizi di segreteria, per prendere atto di policy su temi dei quali la stragrande maggioranza dei blogger non ha alcuna preparazione giuridica. E ora berci sconvolto perché si pretende pena sanzioni a svariati zeri l’implementazione di funzionalità, che per molti siti amatoriali sono impossibili da attuare. E ora brancoli a destra e manca alla ricerca di qualcuno che ti rubi altri soldi spacciandoti policy, banner e funzionalità, di cui fino a ieri nessuno sentiva il bisogno.

E’ stata anche colpa tua. Hai detto un sacco di bugie. E pure il Garante ti ha creduto.

C’è una sola via di uscita da questo incubo. Svegliarsi. Tornare a dire piccole e semplici verità. Siamo arrivati per via burocratica alla legge “ammazza-blog” che abbiamo paventato per tanti anni. Tante voci, che hanno contribuito nel loro piccolo e piccolissimo alla costruzione di quel poco di buono di cultura digitale che c’è in questo Paese rischiano di vedersi soppresse, semplicemente perché la loro reale natura non è stata compresa. Occorre fare pulizia: i prodotti editoriali professionali sono una cosa, i blog amatoriali sono altro.

E chi continua a fare confusione è in malafede, o è un cretino incurabile.

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20 pensieri su “Quando il Garante ti prese sul serio e scrisse la #cookielaw

  1. Questa pagina è una delle più grandi che internet abbia mai condiviso.

    Oggi sappiamo che gli esami di coscienza non esistono più o meglio esistono gli esami ma non più le coscienze.

    L’internet è naufragato per colpa di coloro che hanno visto, in questo meraviglioso strumento, un guadagno a breve termine e non un investimento per il futuro.

    Oggi la qualità è morta, sepolta dall’esigenza del click pubblicitario, del consenso politico del like, dell’idiozia che attraversa questo misero paese.

    Centinaia di libri su come ottenere visibilità, anche se si è morti dentro e poi arriva Gianni Morandi e fa saltare il banco con l’algoritmoAEM.

    Grazie Giovanni.

  2. Giovanni, non ho il piacere di conoscerti (il che è risolvibile, volendo). Ciò non mi impedisce di apprezzare questo scritto, che mi ha spinto a scrivere a mia volta. Si, scrivere mi piace, sono tra coloro che, durante la scrittura della tesi di laurea, non ha percepito “fatica”, anzi, piacere. Grazie per lo sforzo fatto, sperando sia utile a più di qualcuno per riflettere.

  3. In malafede di sicuro non sono, quindi sul punto che segue, se le cose stanno così, evidentemente sarò cretino, spero non incurabile (*)

    Anch’io avevo pensato subito che questo provvedimento non aspira a essere proprio nient’altro, in sostanza, che la legge ammazzablog che in 10 anni non sono riusciti a passare, e in generale questo post lo trovo giustissimo, ma QUESTE due frasi proprio non le condivido:

    “spacciare veri e propri prodotti editoriali per “blog”, al fine di eludere le norme sull’editoria”

    “i prodotti editoriali professionali sono una cosa, i blog amatoriali sono altro”

    se applicate a progetti, iniziative attività, chiamatele come volete, **individuali**, indipendentemente da se e quanto reddito producono. In quei casi, se è fuffa è fuffa e prima o poi finiscono sicuramente nell’irrilevanza che meritano, senza aiuti esterni. Ma in ogni caso,

    Primo, non vedo come potrebbe essere mai possibile fare in pratica una distinzione sensata, non ambigua e operativa “prodotti editoriali professionali o blog amatoriali”, in molti casi reali.

    Ma soprattutto, proprio non vedo come e perché attività PERSONALI di un genere che si sovrappone pesantemente, continuamente inevitabilmente col diritto alla libertà di parola, e finchè stupidità e/o ego ipertrofico in quanto tali non saranno reati, dovrebbero essere regolate/oberate quanto e come una azienda, costituita a scopo di lucro.

    Invece di riequilibrare togliendo alle aziende gli stessi diritti delle persone, visto che esseri umani NON sono, aggiungere alle persone doveri progettati su misura per aziende? Boh.

    Insomma, su quelle due specifiche frasi continuo a pensarla come cinque e quattordici anni fa. Il link diretto non lo metto perché sarebbe di cattivo gusto visto l’argomento, chi proprio è interessato si cerchi online da solo “Non c’è più distinzione fra produttori e fruitori d’informazione. Da almeno nove anni”, ma il succo è quello che già scritto.

    (*) o meglio idiota, in questo senso qui http://www.skepticink.com/smilodonsretreat/2014/12/01/we-are-all-idiots-sometimes/

    PS: ma l’informativa sui cookie che mi dice che se scorro la pagina vuol dire che li accetto, può stare proprio a fondo pagina, cioè dove la vedo SOLO compiendo l’azione che corrisponde all’accettazione… PRIMA di sapere che ha anche quell’effetto???

    • Chiedo scusa se alcuni passaggi possono essere stati irritanti, ma il testo adotta la tecnica retorica dell’invettiva quindi cerca immagini ad effetto che ispirino un ragionamento, piuttosto che esporre in maniera ragionata un discorso. Cerco di spiegarmi meglio senza scendere troppo nel giuridichese. Il Legislatore proprio in ossequio ai principii di uguaglianza formale e sostanziale deve operare delle distinzioni atte a tutelare le parti deboli di un rapporto giuridico e in generale della società. Un legislatore che assoggetti alla medesima disciplina giuridica chi cucina per gli amici, col ristoratore e con la multinazionale di ristorazione, può perseguire i fini più alti, ma non sta facendo bene il proprio mestiere. Le distinzioni sono possibili partendo dalle piattaforme utilizzate, verificando chi sta traendo un vantaggio economico dalla profilazione, imponendo alle “terze parti” (i veri beneficiari della profilazione) oneri più stringenti. Come potrai leggere nella pagina della Cookie Policy io sto incontrando enormi limiti per adeguarmi alla normativa in quanto la piattaforma che mi ospita non mi consente di adempiere agli obblighi fissati dal Garante. Fortunatamente nei chiarimenti che ha recentemente fornito il Garante ha preso atto di questa fattispecie, tuttavia spiace rilevare che l’abbia fatto a posteriori. Sulla “fuffa” il tempo come sempre sarà galantuomo, però da giurista e cittadino un approccio come quello del Garante spiace. Grazie per il contributo.

      • Grazie a te Giovanni, per il post e per la pronta risposta. Se scrivi questo:

        Un legislatore che assoggetti alla medesima disciplina giuridica chi cucina per gli amici, col ristoratore e con la multinazionale di ristorazione, può perseguire i fini più alti, ma non sta facendo bene il proprio mestiere.

        da giurista e cittadino un approccio come quello del Garante spiace

        mi pare che siamo molto d’accordo sui fondamentali anche se, nel caso continuassimo a discutere su quelle due specifiche frasi che ho citato all’inizio, e dopo esserci spiegati meglio a vicenda, dovessimo rimanere in disaccordo su di loro, o almeno sulla concreta possibilità e opportunità di fare certe distinzioni (*). Questo mi fa molto piacere ed è quello che conta.

        La tua policy l’ho letta, due considerazioni: 1) è molto più professionale e compliant di quella che ho messo su io finora 2) una cosa buona di tutto questo bailamme è che potrebbe aiutare molte persone a riflettere sui seri limiti GENERALI di apoggiarsi a piattaforme esterne per i loro siti, per quanto comode possano essere.

        (*) per dire, tu puoi scrivere quanto vuoi nella policy “utilizzo questo blog senza fini di lucro né professionali” e lo so benissimo che non lo hai aperto per quei motivi, ma se sullo stesso blog ci metti curriculum e rassegna stampa da cui è evidente che “di lavoro” in senso lato fai le stesse cose, come si fa a dire che questo blog non ti porta ANCHE visibilità/benefici professionali, in maniera molto meno regolamentata e costosa (per fortuna!) di quanto sarebbe stato ottenere lo stesso risultato, anche solo vent’anni fa? Idem per i blog “personali” di alcune altre persone che stanno commentando proprio questo post. Ma a me che sia così va benissimo, sembra giusto e sacrosanto, NON è una critica a voi!!! Secondo me abbiamo, tutti, tutti i diritti/dovere di farlo! io sto cercando di fare lo stesso (appena ho rifatto il blog da capo vi invito..)! Lo dico solo e proprio come esempio del perché per me, uno spartiacque netto fra “amatoriale” e “professionale” oggi è molto molto difficile da definire.

      • Marco la bío l’ho inserita per tutt’altri fini. Sono un avvocato che lavora a tempo indeterminato nel parastato come esperto in contenzioso in materia di appalti pubblici e per anni mi sono occupato di finanziamenti pubblici. Come potrai vedere in questo blog sono temi che non affronto mai, sebbene sia molto competente e sebbene mi potrebbero dare un certo lustro. Qui parlo solo di “passioni” (libri, cinema, TV, cultura digitale) proprio per evitare commistioni tra attività professionale e online. Nel mio lavoro vero avere un blog è solo l’occasione per raccontare qualche storiella alla macchinetta distributrice del caffè.

      • Buongiorno Giovanni e grazie per la precisazione. Nel tuo caso ho sbagliato, mi spiace, non mi ero reso conto di quanto è diverso il tuo lavoro dai temi di qui. Il discorso in generale rimane, ovviamente.

  4. Caro Giovanni,

    Non ho il piacere di conoscerti, ma potremmo ovviare a questo in futuro.
    Non ti dico che mi hai fatto riflettere, perchè queste riflessioni, insieme a mia moglie, le facciamo tutti i santi giorni, senza però riuscire a cavare un ragno dal buco.
    Noi siamo tra quelli che, 20 anni fa, abbiamo salutato internet come la più grande opportunità per l’umanità, una tecnologia che avrebbe favorito l’emersione di tre forze dirompenti: la ‘digitalizzazione’, la ‘deregolamentazione’ e la ‘globalizzazione’,
    Attraverso queste tre forze, avremmo potuto offrire alle genti nuove opportunità, indipendentemente dalla loro localizzazione geografica, li avremmo potuti rendere liberi dalla comunicazione monodirezionali, capaci di intervenire e di contare.
    E’ successo esattamente il contrario: a causa di (im)prenditori senza scrupoli, accecati dal guadagno facile, la globalizzazione ha portato non alla crescita ma allo sfruttamento, la deregulation alla totale mancanza di regole, ed ovviamente, ci ha più soldi, potere e pelo sullo stomaco, è molto abile ad approfittarne.

    Il punto quindi è: va bene, siamo arrivati a questo punto. Ma adesso cosa possiamo fare, non per tornare indietro, ma almeno per riprenderci una parte della rete ed usarla per il bene dell’umanità, per diminuire il divario tra l’1% che possiede tutto ed il restante 99% che arranca?

    Mi piacerebbe riflettere su questi temi. Noi, da parte nostra, qualche tentativo lo stiamo facendo. Discuterne con chi ha sensibilità analoghe può essere fonte di idee e di opportunità.

    • Caro Paolo, grazie per il bel contributo. Il problema principale è che 20 anni fa non avevamo compreso le potenzialità del mezzo. Vedevamo internet come una sorta di libro infinito, la realizzazione ultima della Biblioteca di Babele. Invece era un televisore sparato a volume altissimo su un miliardo di canali. Vedo nello stato delle cose il naturale sviluppo delle premesse.

  5. Abbi pazienza ma non condivido affatto quello che scrivi. Che ci sia stato del fancazzismo e persone che non si sono sciacquate la bocca prima di parlare ci sta tutto.

    Ma che da una normativa europea, applicata come sempre in ritardo colossale rispetto alla media europea, il governo ci marci sopra e voglia far pagare il “pizzo” e per questo dare la colpa a questi simpaticoni ce ne passa proprio.

    In nessun paese dove la cookie law nessun organismo si è sognato di chiedere soldi per una registrazione rivolta a non si sa bene cosa. Questa è solo una semplice porcata all’italiana che deve trovare il modo per pagare degli stipendi a chi lavora all’ufficio del garante senza “gravare” sulle spese dello stato.

    • Caro Andrea, se leggi la mia cookie policy, potrai vedere che ho delle riserve serissime sul provvedimento del garante, che ritengo abnorme e addirittura incostituzionale. Quello che volevo evidenziare è che quando il Garante nel preambolo del provvedimento cita il confronto con gli stake holders del digitale italiano, essendo (purtroppo) il contesto molto viziato da una deteriore “cultura del wow”, ben mi immagino come si sia giunti a certe soluzioni.

  6. Un centrifugato di elementi corretti e di considerazioni assolutamente estremiste ed eccessivamente generalizzanti. Se il target era creare un certo buzz (peraltro ormai non più update sul topic, vedasi recenti adeguamenti del Garante), hai fatto centro! Però, in futuro, ti consiglio caldamente di riflettere sul fatto che quello che scrivi può essere letto e condiviso da una platea di persone molto più ampia del solito network di addetti ai lavori. Pertanto, nelle filippiche, ci vuole comunque parsimonia, equidistanza e, se proprio, una certa umiltà dello scritto in quanto prodotto dal proprio individualismo percettivo. In medio oppure in media stat virtus? Pensaci, grazie.
    AZ

    • Grazie dello spunto di riflessione, Alessandro. Ad essere sincero questo è un piccolo esercizio retorico scritto in autobus. Adottando la tecnica dell’invettiva è per sua natura un testo polemico, aggressivo ed iperbolico. Francamente quando scrivo scrivo quello che mi va, non mi pongo il problema che quel piccolo contributo di riflessione abbia successo ed esondi oltre i confini dei miei lettori abituali, che ben sanno leggere l’affetto che si cela tra queste caustiche righe. Ancora grazie!

      • Certo Giovanni, capisco.
        Per intenderci, io, il tuo esercizio di retorica per intimi che comprendono quale sia l’allure dell’autore, l’ho letto sul wall di Facebook attraverso la condivisione di un caro e vecchio amico/compagno di Liceo. I misteri del digitale sono anche questi, pensi di essere all’Accademia della Crusca e ti ritrovi, in un byte, nella piazza social più grande del mondo.
        Buona giornata.
        AZ

  7. Ecco, Giovanni, vorrei che mi dicessi la tua sulle mie riflessioni ad alta voce, neppure troppo “spinte” per evitare drammoni… qui: http://nbtimes.it/?p=20315 sperando di non sottrarti troppo tempo. Pronto alle critiche, ovviamente.

    • Letto tutto e condiviso in gran parte. Hai colto il punto centrale del mio ragionamento: invece di alzare subito il piagnisteo, bisognerebbe riflettere su come articoliamo la nostra presenza online. Quello che a me dispiace è che provvedimenti come quello del Garante (su cui sono fortemente critico) non suscitano mai un momento di riflessione. Si prende e si parte a testa bassa nella difesa dello status quo (sul quale sono altrettanto critico). Grazie del contributo!

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