Umberto Eco e lo strano gusto degli intellettuali per la democrazia

In quel di Torino, ricevendo la laurea honoris in “Comunicazione e Cultura dei media”, il buon Umberto Eco ha declamato stentoreo:

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”

da La Stampa

L’intellettuale italiano è un essere molto strano.

Sarà perché è cresciuto e si è formato sotto la Riforma di Giovanni Gentile impregnata di neoidealismo e fascismo. Sarà perché ha maturato una coscienza civile all’interno di un Partito Comunista, in cui l’elemento gerarchico aveva su di lui una fascinazione senza eguali. Sarà perché di fronte alla “canaglia” di noi bassi strati della popolazione, ha avuto gioco facile a fare esercizio di spocchia. Fatto sta che l’intellettuale medio italiano ha una coscienza democratica paragonabile a quella di uno dei tiranni del Trono di Spade.

Prendete la frase di Eco e fate un piccolo detournement:

“Il suffragio universale dà diritto di voto a legioni di imbecilli che prima votavano al massimo per decidere il portiere della partita di calcetto, senza danneggiare la collettività. Venivano ignorati, mentre ora hanno lo stesso diritto di voto di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Questa frase ora vi sembrerà buffa, ma fino all’altro ieri era grosso modo lo stesso ragionamento sulla base del quale veniva negato il diritto di voto a chi non possedesse una certa capacità reddituale, a chi fosse analfabeta, ovvero a chi fosse donna.

Per un nobiluomo dell’800 era sicuramente corretto non far votare chi non aveva alcun interesse economico nella buona conduzione dello stato. Perché far votare un analfabeta, incapace di formare correttamente la propria coscienza politica? Perché far votare le donne, che erano relegate ai più bassi strati dell’istruzione e della vita civile? Perché far votare chi appartiene a un’etnia o una religione diversa da quella della maggioranza e che vive come un corpo estraneo all’interno dello Stato?

Tecnicamente parlando il nostro nobiluomo dell’800 avrebbe avuto gioco facile a indicarci col bastone da passeggio le elezioni tedesche del 1933, in cui legioni di imbecilli irresponsabili mandarono al potere uno psicopatico imbianchino austriaco con l’hobby dell’omicidio di massa.

Detto ciò mi vien da dire che se gli analfabeti hanno iniziato a studiare, se le donne hanno iniziato ad acquisire gli stessi diritti dell’altra metà del cielo, se gli indigenti hanno iniziato a risollevarsi dalla miseria, se gli “estranei” hanno iniziato ad integrarsi è stato proprio grazie all’istituto della democrazia. Sì non sarà il miglior strumento di governo possibile, ma costringe chi governa a porsi il problema del benessere del popolo, che le élite a gestire i propri impicci sono bravissime anche da sole.

Lo stesso può dirsi per la democrazia culturale introdotta da internet, che sta faticosamente muovendo i primi passi. Ovvio stiamo ancora nella fase iniziale del discorso e adesso l’effetto è quello di aver aperto il microfono alla “canaglia”, ma solo un superficiale può vedere solo questo.

Io vedo legioni di giovani e vecchi che si esercitano ogni giorno nella scrittura, una produzione creativa di massa, come mai ne  avevo viste prima. Io personalmente leggo ogni giorno un sacco di cose divertenti: web comic di black humour geniali, racconti intensi racchiusi un uno status di Facebook, mash up di icone della cultura pop che farebbero impallidire i maggiori esegeti del situazionismo e della pop art,  riflessioni illuminanti esposte in un blog per pochi intimi, battutacce su twitter che mi fanno piegare in due dalle risate… E’ tutta cultura, una cultura nuova in cui le distinzioni tradizionali tra “cultura alta” e “cultura popolare”, tra “produttori” e “fruitori” di cultura sono crollate. In mezzo a tanta cacca ci sono le perle.

E detto ciò due parole al caro Umberto…

Umberto parliamoci chiaro se pure te, ti getti nella piscina di noi imbecilli digitali, inizio a preoccuparmi… Da un intellettuale si esige sana ipocrisia, esercizio retorico, disciplina ferrea, distinguo kantiani… e invece… pure tu spari un testo che è fatto apposta per il click baiting… La tecnica di dare addosso alla qualunque con un giudizio tranchant è un trucco che era già vecchio nel 2009. Umberto stai diventando un blogghettaro come tutti gli altri. E questo è preoccupante.

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13 pensieri su “Umberto Eco e lo strano gusto degli intellettuali per la democrazia

  1. A sto giro non sono proprio in linea con il Jovanz-pensiero. Eco è un amabile intellettualone da ‘800 e ok, siamo d’accordo. Ma fatico a definire “cultura” la massa di nauseabondi commenti, propaganda qualunquista e populista ed insulti di varia natura che riempiono i commenti di centinaia di pagine ogni giorno e contribuiscono a distruggere la cultura più che a piegarla.
    Non vedo solo cose positive. Posso filtrare via tutto lo schifo e pretendere che non esista ma sarebbe un esercizio egoista.

    • Io sono possibilista. Vedo la cultura digitale come un brodo primordiale. L’ho scritto sopra in mezzo a tanta cacca si trovano delle perle. Non vedo solo cose positive, vedo anche cose positive. L’esercizio mentale di filtrare lo schifo a mio avviso non è egoista, è esercizio al pensiero critico.

  2. Non sono d’accordo con l’analisi, soprattutto perchè la democrazia in questo caso mi pare c’entri poco: al massimo, viene utilizzata come pratico paravento perchè qualsiasi imbecille (perdona la mia totale franchezza) possa dire o insultare chi gli pare, schermandosi dietro questa idea, per carità, nobilissima – ma giusto perchè suona “rispettabile”, e senza capirne per nulla l’essenza – solo ed esclusivamente quando gli conviene farlo.

    L’idea di una internet democratica e paritaria – per quanto affascinante – è, al giorno d’oggi, un’astrazione accademica, inapplicabile nella stessa misura in cui le nostre idee non cedono alla tentazione del populismo, che – peraltro – in Italia sembra far parte del DNA di mezza popolazione.

    Credo che il discorso di Eco sia stato impeccabile quanto “irritante”, ma ha colpito nel segno: che internet sia un amplificatore di cazzate spacciate per verità, spesso assemblando concetti nobili alla meno peggio (democrazia dal basso, uguaglianza ecc.) è un problema la cui portata non dovrebbe sfuggire a nessuno. Per mia natura, poi, diffido dalla massa che ieri proclamava jesuischarlie ed oggi odia gli immigrati, magari è un limite mio, e su internet di questi anni tale doppiogiochismo è la regola.

    Eco secondo me ha dipinto il “leone da tastiera” che prima poteva fare certi discorsi al bar sotto casa sotto l’effetto di un bicchiere di troppo ed oggi – purtroppo per tutti, credo – può fare lo stesso su una pagina Facebook vista da milioni di persone. Mio parere sincero, saluti 🙂

    • Salvatore sul punto io la vedo come Michel Foucault, quando ammoniva “E perché ci sia democrazia deve esserci parresia”, ovvero la “libertà di dire tutto” è un presupposto fondamentale per le istituzioni democratiche. I “leoni da tastiera”, i “complottari”, i “troll” sono parte della nostra società civile. E’ un fatto con cui dobbiamo fare i conti. Trovo l’approccio elitario ed escludente di certi intellettuali assolutamente odioso e controproducente. Silenziare chi dice cose che ci irritano non è la soluzione, anzi alimenta il problema. Abbiamo un problema educativo come società, invece di “zittire gli imbecilli” si dovrebbe lavorare meglio a livello educativo (my 2 cents).

  3. Del discorso di Umberto Eco, a me interessa molto il potenziale “danno per la collettività”. Siamo tornati a morire di morbillo perché su Internet qualsiasi imbecille può scrivere che il vaccino fa male, e ricevere condivisione da altri imbecilli. Questo mi preoccupa in effetti. Vero è che anche “le Iene” fanno servizi che mettono in dubbio la medicina tradizionale. Si può fare forse un paragone con il codice della strada: togliere la patente a chi esagera con l’alcool limita la libertà di chi riceve la sanzione, ma elimina un potenziale danno per la collettività.

    • Giovanni il problema, come ho detto sopra è che la società è composta da gente che ad esempio pensa sui vaccini certe fesserie. Non ritengo che internet aiuti la diffusione delle idiozie, le rende solo più visibili. Quello che andrebbe fatto è capire che nella società ci sono persone che pensano assurdità e lavorare meglio a livello informativo. Poi se guardo agli altri mezzi di informazioni la comunicazione su internet è semplicemente nella media di quel che passa il convento.

  4. Adesso iniziano le polemiche sul “d’altro canto” e sul ma dimenticato dai pro.
    Ayer “La presenza del simbolo etico nella proposizione non aggiunge nulla al suo contenuto fattuale.” più o meno…

  5. Secondo me Eco ha pienamente ragione. Internet é uno strumento che non ha difese dalla menzogna, nel senso che chiunque dice la sua senza metterci la faccia, una maschera al massimo, manca di partecipazione attiva, di percezione della responsabilità. La democrazia necessita della fatica di prendersi qualche sera dal divano e ritrovarsi a discutere e dibattere possibilmente senza insulti. I social sono solo un simulacro. Qualcosa che sa più di servizio opinioni sui saponi della Procter e Gamble che di uno strumento di alfabetizzazione civile. In effetti se si traccia una analisi anche un po’ sommaria dei profili la tendenza è quella a una auto rappresentazione caricaturale e/o da soap opera. In estrema sintesi, i social sono roba da macachi.

    • Secondo me l’errore di Eco sta nel liquidare con troppa leggerezza il problema. L’alfabetizzazione informatica e la presenza online pongono delle sfide intellettuali notevoli ad oggi risolte male per via che sui social si sono applicate molto di più aziende come la Procter & Gamble, che soggetti animati dall’intenzione di procedere ad una elevazione culturale del discorso. I difetti sono quelli che hai elencato, ma rispetto a queste problematiche bisognerebbe rimboccarsi le maniche e non limitarsi a bollare lo status quo come squallido. Grazie dell’intervento!

      • Grazie e te per gli spunti interessanti. Un limite che credo sia intrinseco al web e al mondo dei social é che questi sono costituzionalmente deflagranti per qualsiasi costrutto culturale. La natura della comunicazione sul web é orizzontale, quindi premia i messaggi ridondanti piuttosto che quelli qualificati. Senza gerarchie di valori é impossibile costruire una rete di fruizione culturale che abbia senso. In effetti la cultura o meglio la comprensione dei fenomeni culturali in senso ampio é un fatto elitario e l’ utopia del sapere a portata di rete é la più classica foglia di fico che sta davanti ad una nuova realtà di interazione sociale dove dominano egocentrismo, frustrazione, pornografia e commercio. Il web e la cultura potrebbero funzionare solo con una nuova internet 2, come se si trattasse di una facoltà a numero chiuso. Il fatto di sapere che esiste una realtà digitale migliore spingere be l’utenza a migliorarsi. Probabilmente a partire da linguaggio e contenuti.

  6. E’ comprensibile che Umberto Eco se la prenda con il web, che, meglio di tutti, è la dimostrazione del fallimento e dello scacco degli intellettuali come lui, della loro missione “civilizzatrice” (o sedicente tale) che, in nome dei postulati di Adorno e “Scuola di Francoforte” essi avrebbero dovuto esercitare contro il baratro della cd “Industria culturale di massa”. Quindi, il problema non è la Rete, ma l’Intellettuale: è molto disonesto che Eco “scarichi” il problema sulla Rete, quando il problema è lui, e quelli come lui. Io, però, sono tra quelli (forse un pò all’antica) che rimpiangono l’assenza di un ceto, quello degli Intellettuali, sufficientemente credibili, che diano un sufficiente contributo ad “educare” (parola orribile di cui mi scuso!) il gusto del pubblico, a “civilizzarlo”, a fargli percepire la giusta “gerarchia” (scusate il termine, orribile) tra i contenuti e le questioni di rilievo, e quelle di scarso rilievo: non abbiamo oggi, col web, il problema del cd “sovraccarico informativo”? E non sorge il problema di qualcuno “che sa”, capace di fare da filtro? Oggi, questi si chiamano “content curation” … una volta li chiamavamo “Intellettuali”. Non voglio dilungarmi, ma certo se i ns Accademici avessero pensato più alla Cultura, alla Scienza, e meno alla Politica … forse sarebbero più credibili. E forse si asterrebbero dallo sparare “cazzate” (scusate!), assimilandosi ignominosamente alla peggiore “massa” del web. Scusate la lunghezza. Frabetti G.

    • Ti ringrazio per questo intervento che centra appieno parecchi dubbi che mi ronzavano per la testa. In effetti, alla luce di quanto scrivi, vedo l’uscita di Eco, come l’epitaffio di una generazione di intellettuali.

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