Impubblicabile

Quest’estate si è posto con forza il tema dell’opportunità di pubblicare documenti audiovisivi e fotografici “disturbanti”, suscettibili di urtare la sensibilità di una parte del pubblico, che fruisce di contenuti online. Mi è parso quasi un girone di ritorno dell’estate della Cultura Tossica del 2012, in cui il collasso informativo allora preconizzato dalle comunità underground di internet è dilagato presso un’utenza più vasta.

Il tema si è posto soprattutto con riferimento al massacro di Atlanta, in cui lo psicopatico omicida ha ripreso il proprio crimine in soggettiva, usando lo smartphone con uno stile che ricorda gli sparatutto dei videogiochi, e con riguardo alle immagini dei cadaveri dei bambini restituiti dal mare a seguito dell’ennesima tragedia dei flussi migratori nordafricani.

Il dibattito odierno era stato lungamente preceduto da quello riguardante la pubblicazione dei video di propaganda dell’ISIS e pare avere avuto un surreale corollario pop nell’invocata censura del Marò Slug del geniale Emiliano Negri e nella rimozione del video virale dei The Pills con Magalli. Al riguardo mi limito a dire che, come al solito, in Italia le cose più atroci passano tranquillamente su tutti i canali, mentre quelle divertenti costituiscono il vero problema del moralismo censorio.

Nel mio analogico passato fatto di televisione e carta stampata non ricordo un dibattito così serrato sulla possibilità di pubblicare o meno dei materiali “forti”. Al massimo la copertina avvertiva dei contenuti sensibili, o il programma veniva trasmesso fuori fascia protetta. Poiché reputo i social network dei luoghi di aggregazione, piuttosto che meri strumenti di comunicazione (una sorta di bar digitale), mi sorprende vedere come il dibattito si sia svolto non solo coinvolgendo firme autorevoli, ma anche le bacheche di noi comuni fruitori di contenuti.

Affrontare un simile problema significa porre al centro delle nostre riflessioni un tema impegnativo come quello dell’etica, ovvero della ricerca di una razionale condotta di comportamento “buona e giusta” nei confronti di chi ci circonda. Spesso la pubblicazione del contenuto impubblicabile è presentata con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema di particolare rilevanza. Tuttavia a mio avviso bisogna riflettere sul contesto in cui viene fruita l’informazione.

Le modalità analogiche di fruizione del contenuto disturbante prevedevano l’acquisto di un determinato prodotto (un libro, un documentario, una rivista), ovvero la visione di un dato programma fuori fascia protetta. In ogni caso difficilmente si incappava nel contenuto sensibile, era necessario un atto di volizione del fruitore di quella particolare informazione.

Oggi il contesto è radicalmente cambiato. Nella stragrande maggioranza dei casi i contenuti estremi vengono fruiti nel particolare contesto dei social network. Senza voler gerarchizzare le informazioni, la maggior parte dei contenuti informativi, che acquisiamo, vengono rinvenuti su piattaforme come Facebook, dove col consueto meccanismo del “contenuto virale acchiappa click” si mischiano (spesso senza percepibili differenze) alle foto ammiccanti delle nostre amiche al mare, alle preghiere virali alla madonnina di qualche località bizzarra, alle foto sorridenti dei figli dei nostri parenti, alla tirata anti-sistema, alle foto dei matrimoni hipster, all’amico palestrato che fa sfoggio dell’addominale a tartaruga, alla vignetta cretina, alle foto dei gattini, a video ridicoli e/o imbarazzanti … poi in mezzo a questo caleidoscopio allucinato appare il video virale di una decapitazione, di un animale seviziato, o di un infante annegato.

Il nodo problema è che il modello informativo di una volta è morto e defunto da un pezzo. Oggi regna incontrastato l’infotainment, la totalità dell’informazione online si presenta come elemento di intrattenimento. Come dicevano i Jane’s Addiction in Ted Just Admit it, canzone sul fenomeno mediatico generato dal serial killer Ted Bundy,

niente è scioccante, è solo un altro show di sesso e violenza

La canzone è del 1988 e parla di televisione, basta scorrere qualche film tipo “Videodrome” o “Quinto Potere”, per verificare che la coda del fenomeno è lunga, i social hanno solo accelerato in modo radicale il tema. Anzi li vedo come un fenomeno molto positivo, perché mentre prima la deriva dell’infotainment si sviluppava in modo sottile, oggi le persone comuni si pongono finalmente il tema della sua correttezza deontologica.

Si sensibilizza qualcuno coi contenuti estremi? In questo contesto allucinato, in cui “si informa intrattenendo”, mi pare proprio di no. I contenuti estremi vengono gettati in un tritacarne, in cui ci si immerge annoiati e da cui si emerge anestetizzati.

E’ orribile da dire, ma pare che siamo arrivati al punto di non ritorno in cui la gente si domanda: “mi si nota di più se pubblico il video virale del massacro, o le foto dei bambini annegati”… e c’è chi risponde “TUTTI E DUE”.

Se uno vuole sensibilizzarsi ha modo di trovare i contenuti online . Risparmiamo alle vittime l’ultimo scempio di essere utilizzati nell’ennesima Mostra delle Atrocità.

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