Facebook e il pulsante empatico

Ieri in rete serpeggiava un certo panico. Niente di serio, pareva soltanto che Facebook avrebbe introdotto il tasto “Non mi piace”, ma la questione è stata sufficiente a scatenare profonde inquietudini. L’ansia da rifiuto in salsa social ha iniziato a montare pericolosamente. Il “blocco dello scrittore” serpeggiava tra le dita pacioccone degli utenti.

wpid-i-know-that-feel-bro.jpg.jpegSi è dovuto muovere Mark Zuckerberg a spiegare che non si trattava di trasformare Facebook nella versione pompata dei vecchi forum o di Reddit, ma di un pulsante empatico che avrebbe consentito di esprimere la propria vicinanza agli “Amici” negli status tristi (es. lutti e malattie), o di manifestare la propria partecipazione emotiva a notizie, cui attribuire un “Mi piace” suona grottesco e di cattivo gusto (es. le foto dei bimbi annegati). In pratica sta per essere implementata una funzionalità simile al meme “I know that feel bro”, che nelle image board viene usato per esprimere la propria vicinanza emotiva nei momenti di sconforto (ringrazio Emiliano Serrelli per avermi evidenziato questa corrispondenza).

Desta comunque in me qualche preoccupazione l’utilizzo “professionale” che verrà fatto di questa feature come in ogni cosa che Facebook implementa. L’ha ben espresso Benny Evangelista: ci troveremo a breve di fronte all’Empatizzatore Professionista, che passerà la giornata a inviare abbracci digitali a tutti i suoi contati. Me li immagino i futuri cultori del Personal Branding della sofferenza, che saranno lì come benevoli avvoltoi pronti a consolare le nostre lacrime elettriche con paterno e peloso affetto.

Qualche giorno fa ho alzato un polverone sulla mia bacheca con una presa di posizione abbastanza netta contro l’utilizzo dell’immagine di minori morti su un canale dedicato alla svago, come Facebook (v. sulla vicenda anche l’articolo di Arianna Ciccone “L’etica della condivisione nell’era dei social”). Ne è nato comunque un utile scambio di opinioni, che al di là della diversità di vedute spesso insanabile, mi ha mostrato come ci sia da parte di molti l’esigenza di utilizzare questo canale sociale per qualcosa di diverso da una raccolta di momenti divertenti, facezie e amenità varie.

Questo desiderio di “empatia” per temi deprimenti o irritanti finora è stato frustrato dal tasto “Mi piace”. Se a uno muore la mamma non clicco “Mi piace”, perché sento spalancarsi sotto di me il baratro di un girone infernale dedicato ai superficiali. Il “Mi piace” alla foto del cadaverino del povero migrante è un qualcosa che mi sprofonderebbe nel “Girone degli Orchi Perdigiorno di Internet”.

L’aver limitato a un simbolo che esprime approvazione la propria partecipazione emotiva a un contenuto sta creando i cortocircuiti che tutti abbiamo sperimentato in questi giorni. I temi seri e tristi su Facebook sono sentiti da molti come orrendamente fuori posto.

Nello scambio di opinioni sopra citato Roldano De Persio mi ha fatto ben notare come Facebook aspiri ad essere il nuovo campo di battaglia del dibatto pubblico. L’operazione del pulsante empatico a mio avviso va proprio in questa direzione. Rappresenta lo sforzo di esprimere partecipazione a temi seri e dolorosi, senza esprimere né l’approvazione del “Mi piace”, né la disapprovazione con conseguente tensione del “Non mi piace”.

La ricerca di un sistema di partecipazione “non divisiva” ai temi forti è una operazione potenzialmente interessante. Tuttavia bisogna anche riflettere sulla correttezza razionale di voler a tutti i costi neutralizzare il conflitto. Spesso è proprio la circostanza di trovarsi in un contesto in cui si può rappresentare velocemente cosa si prova verso un contenuto solo con cuoricini, stelline, +1 e pollici alzati a spingere chi disapprova a esprimere testualmente la propria rabbia.

Inutile fare gli snob, buona parte delle conversazioni oggi sono sviluppate sui social. La loro struttura e i limiti che impongono al linguaggio hanno pertanto un vero e proprio valore antropologico. Le nuove generazioni formeranno il proprio linguaggio sui social, pertanto la loro organizzazione non è qualcosa che può lasciarci indifferenti. Organizzare linguaggio e simboli, significa organizzare il pensiero.

Non lo nego un po’ questo pulsantino empatico mi inquieta.

Ho sempre pensato che “1984” di George Orwell coi suoi “Due minuti d’odio” sia una previsione molto meno profetica sul futuro della comunicazione di massa della società pacifica e anestetizzata del “Mondo Nuovo” di George Huxley.

Non so se mi piacerebbe un mondo in cui il virus della “rabbia” scomparisse del tutto. Forse preferisco un mondo, in cui oltre al “Mi piace” e “Mi dispiace”, ci fosse anche un sano “No, non mi piace per niente”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...