Mi spiace, ma qui non è Mr Robot

“Sulla prima pagina è scritto: Nell’affresco sono una delle figure di sfondo.”

(“Q”, Luther Blisset)

Qualche giorno fa il buon Vittorio Zambardino ha proposto un’alta riflessione sullo stato della cybercultura contemporanea, che invito caldamente a leggere prima di proseguire nella lettura di questa riflessione (“Lasciare Facebook per un po’, per fuggire (invano) dalla Regina Rossa“).

Chiunque conosca il curriculum di Vittorio Zambardino non può certo ascriverlo a un esegeta del luddismo di ritorno, di cui Umberto Eco è il più alto esponente, che vede nel digitale la causa prima di ogni mortificazione del dibattito pubblico. Anzi il buon Zambardino ha rappresentato per parecchi anni il maggior responsabile del processo di digitalizzazione del Gruppo Editoriale l’Espresso, pertanto, quando esprime disaffezione per lo stato dell’informazione digitale, merita una lettura più che attenta (dopotutto è uno dei padri della Colonna Destra di Repubblica e gli sarò eternamente grato per questo… scherzo!).

La lettura di Zambardino mi ha fatto riepilogare mentalmente la mia attività online nel quadriennio 2010-2013, quando ho giocato alla Regina Rossa con discreto successo.

Ecco quello che segue magari può essere visto come il classico monologo del cattivo da fumetto, che quando ormai tutto è perduto svela il Diabolico Piano… Oppure più semplicemente è la “confessione di un artista di merda”…

Iniziamo dall’etimologia del termine “cibernetica”. Il termine deriva dal greco “kybernetes”, ovvero il timoniere delle navi e per estensione il termine “kybernetikè” indica non solo il governare una nave, ma anche il governo di una organizzazione statuale.

Sin dagli esordi dell’informatica è sempre invalsa una confusione etimologica da “delirio di controllo”, che ha inteso la cibernetica non tanto come gli strumenti di controllo di un sistema informatico, bensì come strumento di monitoraggio e controllo della società.

Pertanto sin dalle prime riflessioni di controcultura sul tema della cibernetica è invalsa la tendenza a riflettere sulla necessità di incrementare l’entropia dell’ecosistema digitale, anziché rafforzarne la coerenza. Penso soprattutto a “Caos e cybercultura” di Timothy Leary.

I governi sono per loro natura paranoici. Temono gli altri governi, con cui sostanzialmente coesistono in uno stato di natura hobbesiano, in cui la pace è un momento della guerra. Temono i propri governati, che potrebbero rovesciarli in ogni istante.

Giocoforza la cibernetica se inserita in un sistema di pensiero paranoico diventa ossessione di monitoraggio, controllo e manipolazione delle coscienze. L’unica soluzione vissuta come possibile, per scongiurare un futuro ibrido tra 1984 e Il Mondo Nuovo, era quello di aumentare l’entropia informativa ed esaltare il momento pulsionale della nostra presenza online a discapito di quello razionale.

La storia della controcultura e delle sottoculture digitali dell’ultimo ventennio è riassumibile come un tentativo di esaltare l’idiozia collettiva per rendere la “cibernetica paranoica” inservibile.

Hai voglia a parlare di big data e di algoritmi se diventano termini passe-partout completamente svuotati di significato e se in fin dei conti qualunque analisi dei fenomeni online si traduce a narrazione preordinata a dimostrare una tesi precostituita.

Ammetto di aver svolto la mia piccola parte anch’io…

Quando con Gilda35 criticavo la spasmodica ricerca di visibilità dei “bimbominkia” con assurde performance di cyber-dadaismo, sapevo benissimo che adulti avrebbero usato quelle stesse tecniche di disturbo alla ricerca della propria visibilità.

Quando dimostravo la totale alterabilità del punteggio del Klout, sapevo benissimo che stimati professionisti, mangiata la foglia, avrebbero incominciato a recitare la parte dell’uomo-scimmia-che-ha-imparato-a-scrivere-minchiate-per-avere-70-punti-di-klout. Basta dare  l’impressione a qualcuno di essere più furbo e lo si ha in pugno…

Quando spiegavo come, senza l’utilizzo di tecniche di hacking, ma solo con un po’ di organizzazione e scrittura fosse possibile alterare i temi di tendenza di Twitter, non stavo facendo la critica della ragion pura digitale, stavo insegnando a legioni di simpatici utenti come organizzare raid faidate per rendere lo strumento inutilizzabile.

Quando smontavo FourSquare, o la autorship di Google, o la sezione notizie di Twitter, o il ranking delle amicizie di Facebook, sapevo benissimo che avrei stuzzicato le testoline suggestionabili del socialmedia-qualcosa e che da lì per osmosi imitativa la pratica disgregante sarebbe dilagata presso i loro follower, seguaci e accoliti.

Quando mi veniva detto che la webstar di turno vantava la paternità di una qualche mia iniziativa, non manifestavo mai contrarietà. Anzi ero contento. Quanto più se ne attribuivano la paternità, tanto più la propagazione della disgregazione accelerava e si diffondeva in ambienti, cui non avrei avuto accesso. Vedere poi le mie intuizioni riproposte e rimasticate da chi mi denigrava era il suggello di un piccolo successo personale.

Decisi di smettere con i miei scherzi situazionisti quando mi resi conto che non c’erano i Man in Black a tirare le fila del discorso, nessuna Evil Corp che teneva le redini della manipolazione occulta, nessuna rete di hacker con obiettivi chiari e definiti. C’erano solo persone che ci provavano.

Ai tempi delle campagne per bloccare l’estradizione di Gary McKinnon eravamo in quattro gatti, eppure i cablogrammi di Wikileaks ci definivano un vasto movimento di simpatizzanti che attraversava la società britannica e europea… Ai tempi dell’esperimento Katzing, praticamente ci fu chi mi regalò programmi commerciali di marketing che spaccavano gli indirizzi IP in quattro… chi mi indicò le sedi geografiche delle super Corporazioni del digitale dedicate al monitoraggio delle realtà più controverse… e  scoprii di essere letto dai poveri Man in Black che non sapevano che pesci pigliare.

L’hacktivismo serio? È una barzelletta, un gioco di società per adulti che ha le medesime dinamiche dei raid compiuti dai ragazzini per esaltare la pop star di turno. Ricerca di visibilità a ogni costo.

Perché continuare a giocare con un ecosistema informativo completamente deragliato?

Come ho giocato io alla Regina Rossa lo hanno fatte tanti altri nelle più svariate parti del globo. Senza coordinamento, senza struttura, senza strategia, semplicemente ispirati dal medesimo clima culturale.

E adesso siamo qui in questo web pulsionale, ingestibile e insuscettibile a una qualsiasi lettura dotata di senso compiuto. Un web dadaista, in cui la manipolazione è una disciplina praticata da chiunque a qualunque livello.

Mi spiace, ma bisogna prendere consapevolezza che questa rivoluzione industriale ha avuto una svolta demenziale, ma salvifica. Ora il web è un grande brodo primordiale pieno di idee eccelse diluite omeopaticamente in balordaggini di ogni genere e grado. I fatti sono stati ingoiati da opinioni dettate dall’istinto.

In questo contesto hai voglia a farti di Prism. Puoi solo fingere di avere il controllo della situazione, ma la realtà è che il contesto culturale in cui ci si muove è talmente complesso, magmatico e mutevole, che è impossibile da governare.
Non c’è un solo Rex Tremendae Maiestatis, una Regina Rossa, un Palmer Eldritch, un Grande Fratello a manipolare le coscienze, ora ce ne sono infiniti. E ciò paradossalmente ci rende più liberi e meno manipolabili.

Ci sarebbero tante alte cose da dire, ma preferisco  concludere con le parole dell’immortale Q.

“Non potete farci niente, nemmeno rimproverarVi per non aver previsto la defezione del miglior agente sull’ultimo miglio: la mente degli uomini compie strane evoluzioni e non esiste un piano che possa comprenderle tutte. Questo impedirà a ogni vittoria di compiersi fino in fondo. Anche alla Vostra. Questo fa sì che nessuno muoia invano, nemmeno chi, con il suo ultimo gesto, Vi somministra questa lezione.”

(Q, Luther Blisset)

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