Lost in #ATAC

Visto che sono condannato a perdere tempo, ne approfitto per rendervi partecipi di questa splendida giornata patrocinata dall’ATAC.

Vado solerte come ogni mattina a prendere il 542 a Piazza delle Camelie. Ovviamente l’autobus non c’è e al suo posto c’è un capannello di disperati. Dai mormorii desumo che attendono da venti e più minuti.
Quando si verifica questa situazione l’unica è cercare soluzioni alternative.

Così mi dirigo verso il trenino delle Ferrovie Laziali sulla Casilina. Da un foglio A4 apprendo che siamo nella settimana, in cui ci sono lavori tra Porta Maggiore e  Termini (sì è una cosa che accade a settimane alterne).

Un poveraccio mi chiede aiuto perché non sa che le Laziali adesso fanno capolinea a Centocelle. Animato da spirito francescano, lo accompagno in prossimità della metro C. Ovviamente non c’è nessuna indicazione sui percorsi alternativi verso il sesto Municipio.

Torno a Piazza delle Camelie.  La situazione nel frattempo è peggiorata. Il capannello è diventato un rassegnato assembramento. Grazie a internet i pensionati stanno aggiornando in tempo reale le figlie, cui devono dare il cambio coi bambini (i nonni: il vero asilo nido romano). Apprendo quindi dai nonni 2.0 che ci sono problemi sulla linea. Il che significa 542 mai.

Decido di andare alla Metro C. Ovviamente mentre la metro A e la B hanno la rete telefonica e dati,  la metro C ha i treni robot, ma non ha campo. Apprendo dai monitor che devo attendere dieci minuti per il prossimo robot. E mi chiedo: perché automatizzare i vagoni, se poi la frequenza è peggiore di quella dei treni guidati dagli umani? I treni robot si mettono in tratte ad alta efficienza (2 minuti di attesa). Poi mi ricordo che i lavori sono a metà, che ce la possiamo farcela e che le magnifiche sorti progressive sono dietro il prossimo progetto di variante…

Provo a sedermi su questi seggiolini.

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Ci metto un po’ per capire che è una seduta dadaista. Sembra una seduta,  ma non è fatta per culi umani. È un puro sberleffo al desiderio dell’uomo di accomodarsi. Duchamp scansate, anzi siedite.

Terminata l’attesa interminabile, arriva l’agognato treno del futuro.

Nei vagoni robot mi accoglie una umanità rassegnata e dolente. Il mio riflesso.

Sbuco al Pigneto in mezzo a una scenografia di graffiti, bottiglie di Heineken e mozziconi di canne.

Vado sulla Prenestina a prendere il tram 19, pregando ogni divinità possibile che almeno lui che è diretto ai Parioli non abbia problemi. L’ATAC pratica infatti una sorta di darwinismo sociale dei mezzi pubblici, per cui, se qualcosa fa anche solo una fermata nei quartieri della Roma bene, puoi sperare che fili tutto liscio.

Come al solito la linea dei tram della Prenestina è una sorta di rievocazione della Grande Rapina al Treno. I frequentatori (in zona Pigneto soprattutto studenti universitari) attendono con i muscoli tesi da veri atleti del triathlon metropolitano.
Assisto all’assalto di un 14 e un 5, ma la cabala è contro di me questa mattina e il 19 non esce. Nell’attesa interminabile che segue si forma un esercito di Studenti dell’Apocalisse pronti a uccidere per seguire la lezione in tempo.

Arriva il 19.

L’assalto è qualcosa tra Gangs in New York e  300. Io entro in modalità pippone alla Terrence Malick e mi chiedo nel mezzo della guerra quando ci siamo ridotti così.

Due donne litigano. C’è sempre una donna che litiga per entrare e una che litiga per non farla entrare. Parabola perfetta di questi tempi. Gli uomini ormai demascolinizzati e avviliti come al solito osservano con quello sguardo vuoto da bambino che assiste ad un brutto litigio dei genitori. Io scrivo questo resoconto, più per non bestemmiare come un indemoniato che perché sia letto. Trovare un piccolo interstizio, in cui la mano può muovere il pollice per scrivere, è un rigagnolo di libertà, che mi ricorda i libri di Edward Bunker.

Porta Maggiore è come al solito: un caos di sirene, ambulanze, automobili, disordine e ritardo.

Sul 19 c’è questo fenomeno meraviglioso. Superata Porta Maggiore un gruppo nutrito di fenomeni si rende conto che non sta andando verso Termini,  impazzisce e scatena la solita gazzarra dal fondo del vagone per uscire. Tutto per un po’ è urla, spallate e insulti.

Passando per quell’enorme studentato di San Lorenzo il clima si surriscalda e la densità diventa quasi intollerabile.
L’unico argomento di discussione sono i percorsi alternativi, per il resto c’è come sempre la solita tizia che parlando col vivavoce cerca di istruire il moroso di turno sui grandi misteri della vita. Grande Educatrice un grazie sentito da tutto il vagone.

All’Università  si ricomincia a respirare, il clima diventa collaborativo e la gente ai traballanti vicini indica i sostegni migliori cui aggrapparsi.

In zona Policlinico gli acciaccati malati possono finalmente attaccare bottone sul grande tema della Malattia. La cosa in qualche modo sembra rinfrancarli. Una sorta di terapia di gruppo stretta stretta.

Stremato, dopo aver impiegato quasi due ore, raggiungo via Nomentana e la zona dei Villini, dove lavoro. Poche persone al mondo sono felici di vedere il proprio luogo di lavoro, come me dopo queste traversate.
Ti amo Roma, ATAC ti stimo molto!

(Scusate sintassi e grammatica, è stato scritto in diretta)

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6 pensieri su “Lost in #ATAC

  1. Ah, era bello quando prendevo il 19 (o addirittura il 19 barrato da capolinea Prenestina, l’ulltimo era alle 7.20) per andare a lezione. Che bei ricordi. Mi viene in mente quando spesso il tram doveva fermarsi almeno 10 minuti per consentire a qualche autoarticolato proveniente dalla tangenziale, di fare inversione ed entrare alla dogana. Ora invece giro in MetroB, molto più triste del 19, ma il lato buono è che grazie ai tempi di percorrenza Tibrutina-Laurentina ora riesco a leggere Guerra e Pace in soli due giorni

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