Serie TV: un bilancio del mio 2015 da videodipendente

Grazie alla potenza dello streaming online, dello sfruttamento dello Sky paterno (fino a quando non abbassano radicalmente i prezzi resto fermamente convinto della mia disdetta), ma soprattutto grazie al mio abbonamento a Netflix nuovo di zecca (rapporto qualità/prezzo imbattibile) quest’anno ho visto parecchie serie TV degne di nota. Così per iniziare il nuovo anno riepilogo le mie impressioni personali.

Per molte di queste serie mi ripromettevo di scrivere appositi articoletti, ma causa carenza di tempo ed energie ci sono riuscito solo per un paio, rimettendo la maggior parte dei pareri a post su Facebook e Twitter. Pertanto andando in ordine tematico, cercherò di riportare qui in modo un po’più sistematico le mie impressioni…

Superomismo

Agents of Shield: E’ una di quelle serie che non riesce a convincermi né ad appassionarmi. Riprende uno dei personaggi secondari migliori di tutta la cinematografia superomistica, l’agente Coulson, senza riuscire a costruirgli attorno una trama degna di questo nome. Le puntate paiono uno strano incrocio tra CSI, 24 e un cinepanettone Marvel. Non potabile.

Daredevil: E’ la serie che ha alzato drammaticamente l’asticella del racconto televisivo sui supereroi. Il cast è stellare e può permettersi di usare attrici del calibro di Rosario Dawson come personaggi secondari. Tra tutti spicca per intensità drammatica il Kingpin di Vincent D’Onofrio, che regala un villain assolutamente indimenticabile. La serie funziona alla perfezione, fissando lo sguardo sulla parte più noir dell’Universo Marvel e miscelando con sapienza arti marziali, crime e legal drama. Fino all’ultima puntata non pare quasi una serie superomistica. Il dramma vero per me è arrivato alla puntata finale, quando Matt Murdock indossa il costume. Orrendo. Tornasse in tuta da ninja metropolitano, che con le cornette rosse fa ridere.

Gotham: E’ una di quelle serie che non riesco ad apprezzare. In teoria dovrebbe descrivere la Gotham City di Batman negli anni della giovinezza di Bruce Wayne attraverso il racconto delle indagini di un giovane James Gordon (non ancora Commissario). E’ una serie che non sa che cosa vuole essere. Ogni tanto pare Law & Order Criminal Intent, poi diventa uno splatter, poi pare offrire la versione teen dei supereroi e supercattivi stile mieloso alla Smallville (possibile che tutti i personaggi di Batman hanno grosso modo la stessa età?!)… il tutto, contrariamente a Daredevil senza miscelazione. Momento crime, stacco, momento teen, stacco, momento splatter… Sciatta.

Jessica Jones: Ecco la serie schizofrenica per eccellenza. Quella di cui uno non sa se parlare benissimo o malissimo, perché probabilmente ha ragione in entrambi i casi. Jessica Jones soffre del canone attuale delle serie televisive, che non riescono a comprimere il discorso in meno di dieci puntate a stagione. Limitando Jessica Jones a sei puntate, sarebbe stata eccezionale. Purtroppo la serie si sbrodola in tredici (!) puntate, di cui quelle centrali sono quasi inguardabili. La protagonista offre finalmente, allo spesso piatto immaginario superomistico femmineo (o sono bombe sexy, o pulzelle in difficoltà), una donna intelligente e problematica, che vive le proprie relazioni in modo credibile. Il suo rapporto con l’amica/sorellastra Trish è una delle pagine meglio scritte. Anche il perfido Kilgrave di David Tennant è tratteggiato splendidamente e ruba spesso la scena alla protagonista. Peccato che a un certo punto la serie spiattelli una lunga serie di situazioni, che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità. Giudizio sospeso in attesa della seconda stagione.

Legal Drama

Better Call Saul: Per chi, come me, ha amato Breaking Bad questo spin off era la serie imperdibile del 2015. L’ho vista appena uscita in lingua originale apprezzando appieno la recitazione di un cast veramente eccellente e affiatato. Mi aspettavo una crime novel simile alla serie madre, invece sono rimasto spiazzato da un legal drama coi contro fiocchi. Gli autori sono riusciti a fornire un punto di vista diverso al mondo di Heisenberg (quello del truffaldino avvocato Saul Goodman), regalandoci momenti veramente notevoli. Penso che l’episodio relativo alle origini di Mike Ehrmantraut condensi in un’ora un noir migliore della totalità della cinematografia di genere contemporaneo. Purtroppo, se non si è visto Breaking Bad, non si posso godere appieno di tante citazioni, di cui è infarcita ogni puntata. Meravigliosa.

Suits: Piacevole scoperta del 2015 televisivo. Uno spassoso legal drama che racconta con un piglio veloce le vicende di una coppia di avvocati dello studio Pearson Hardman: l’elegante e carismatico Harvey Specter e il suo giovane associato il geniale e sensibile Mike Ross. Quello che mi ha colpito della serie è il ritmo sempre alto di ogni puntata, che sa dosare in modo equilibrato rampantismo e vicende sentimentali. Buona.

Crime Novel

Boardwalk Empire: Tutto il male su questa ultima stagione l’ho espresso in “Boardwalk Empire e i deragliamenti narrativi”. A distanza di mesi il giudizio resta immutato: pessima.

Mr. Robot: Lo dico subito mi ha fatto schifo. Vabbè parla di hacking senza le semplificazioni del cinema di genere, ma a parte questo mi è risultata inguardabile. L’ho vista in lingua originale, quindi la voce fuori campo del protagonista mi sembrava uno di quei green text deliranti che si leggono su 4chanBe me, be an hacker…” Ogni tre per due la mia mente produceva un “OP is a fag”, “OP is a sex slave” e “hahahahahahahahahahaha faggot!” (frasi di rito che si usano contro i pallonari di 4chan). Insopportabile. Alla scena del cattivo che inchiappetta il rivale, per fotterlo in ogni senso possibile, e poi pratica sadomaso sulla moglie gravida non sapevo se ridere o piangere. Se pure 4chan diventa fonte per le sceneggiature siamo fritti. E poi io tutta sta originalità nell’ennesimo hacker prodigio affetto da sindrome di Asperger non la riesco a rinvenire (ormai Gary McKinnon è un topos letterario). Vi giuro che tutti gli hacker che ho conosciuto avevano una vita sociale più accettabile di molti avvocati. Ma anche basta.

Narcos: Questo è un prodotto dannatamente affascinante. Nella prima puntata mette subito le cose in chiaro, facendo capire che la cifra stilistica, con cui si svilupperà il racconto sarà quella del c.d. realismo magico: “Il realismo magico è il racconto puntuale e dettagliatissimo di una realtà troppo assurda per essere vera. E c’è una ragione per cui il realismo magico è nato in Colombia”. La caratteristica più spiazzante di Narcos è proprio questa: le parti meno verosimili, quelle che mettono a più dura prova la nostra sospensione dell’incredulità, sono quelle storicamente più accurate. Ricordo di aver visto un bellissimo documentario sulle efferate gesta di Pablo Escobar e al termine non facevo che chiedermi “Possibile?”  Merita davvero la visione.

Detective Story

Sherlock Holmes e l’abominevole sposa: E’ un film dadaista. Dovrebbero scrivere sotto la locandina: “Questo non è un film”. Chi si aspettava un divertissement che portasse i protagonisti della serie televisiva nella Londra Vittoriana è rimasto deluso. A me da appassionato della serie madre, che ambienta nella Londra contemporanea le indagini di Sherlock Holmes e del Dr. John Watson, è piaciuta immensamente, ma per chi non la conosce questo spin off è assolutamente non fruibile. Piuttosto che dalle parti di Sir Arthur Conan Doyle, quei geniacci di Steven Moffat e Mark Gatiss ci trascinano in una storia a incastri alla Philip K. Dick, in cui i piani temporali si confondono peggio che in una puntata di Dr. Who. Insomma siamo di fronte alla prima puntata della Quarta Stagione, che lascia davvero ben sperare. E’ una produzione televisiva, che con questo speciale ha toccato vette che nulla hanno da invidiare al cinema.

True Detective: Dopo una prima stagione incredibile (da buon conoscitore dei miti del Re in Giallo ho da anni in testa un post dedicato alla soluzione di sue alcune sottotrame) le aspettative sulla seconda stagione erano alle stelle. Tuttavia la serie ha suscitato pareri molto contrastanti. Per quanto mi riguarda ne ho apprezzato tantissimo la visione fino alla penultima puntata, sprofondando in una insoddisfazione molto acuta nel finale. Per sette lunghi episodi Nic Pizzolatto allude, insinua, ammicca e sottintende tutto il possibile, portandoci per mano nelle vicende dei quattro protagonisti (il corrotto poliziotto Ray Velcoro, la detective Ani Bezzerides, il tenebroso agente Paul Woodrugh e il gangster ripulito Frank Semyon), lasciandoci la sensazione che arriverà la “Grande Rivelazione”. Poi nell’ultima puntata il soufflé si ammoscia. Tutto il mistero si riduce a una banalissima doppia vendetta di figli, che odiano i padri rei aver causato la morte delle proprie madri. Ora, se il tema è quello della Nemesi presa di peso dalla tragedia greca, non si può trattarlo così. Ci si fa concentrare a vuoto sulle vicende dei protagonisti senza affrontare il nucleo vero del dramma. Dai tempi dell’Orestea, quando si tratta il tema della vendetta dei figli contro i genitori, il nodo drammatico centrale è quello della contraddizione tra l’omicida, che viola le leggi degli uomini (uccide il padre), per ottemperare alle leggi divine (vendicare la madre). Invece qui tutto il nodo resta piatto sullo sfondo, trattato con sciatteria, senza creare quella empatia con l’assassino, che nelle storie sulla Nemesi è il centro del racconto. Peccato.

Fantasy

Game of Thrones: Non ripeterò quanto ho esposto in “Game of Thrones e il fallimento della scrittura”. E’ una serie deragliata su un binario morto. Spero che nella prossima si risollevi, ma ho seri dubbi.

Marco Polo: Astenersi coloro i quali cercano la verosimiglianza storica. Marco Polo è una saga fracassona (a tratti fantasy) che parla di un latin lover, che sbarca nell’Impero Mongolo a praticare arti marziali, sedurre avvenenti principesse, sfuggire a intrighi di corte e partecipare ad epiche campagne militari. La Storia fornisce solo una cornice. Però lo devo ammettere, Marco Polo è talmente senza pretese sul piano narrativo e stilistico, che centra in modo netto il suo obiettivo: divertire lo spettatore. Ottimo spettacolo. Assolutamente da vedere lo spin off sul monaco taoista Cento Occhi.

Street Fighter Assassin’s Fist: Siamo dalle parti del fan made di ottimo livello. E’ la storia di Ken e Ryu i protagonisti di uno dei videogame picchiaduro più amati dalla mia generazione. Nonostante la scarsità di mezzi a disposizione gli autori sono riusciti a produrre una serie qualitativamente molto godibile (certamente più dei raccapriccianti film del 1994 e del 2009). Il racconto del passaggio di Akuma al Lato Oscuro molto più credibile del burocratico traviamento di Darth Vader della trilogia prequel di Guerre Stellari. Spero che questo pilota garantisca agli autori Joey Ansah e Christian Howard i fondi necessari per dimostrare pienamente cosa sono in grado di fare… Voglio vedere Mr. Bison in azione…

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4 pensieri su “Serie TV: un bilancio del mio 2015 da videodipendente

  1. Ciao, sono appassionato di serie storiche e ho da poco iniziato la serie di Marco Polo, cosa intendi dicendo che è meglio che non lo veda chi vuole “verosimiglianza storica”? Non sono esperto dell’impero mongolo e so che per gli storici è complicato dire quanto sia affidabile il Milione. Più che imprecisioni storiche che non siano strafalcioni come mangiare patatine fritte (imprecisioni per esempio che in quegli anni l’imperatore non ha mai avuto quella precisa battaglia…) intendi situazioni altamente improbabili come Marco che si allena a kung fu, mentre per la sua professione di mercante ha più senso mostrarlo come abile agente diplomatico? O ci sono altre situazioni che anche da non esperto di storia orientale ti sono sembrate ben poco credibili sebbene facciano divertire lo spettatore in modo leggero? Rispetto a Vikings se l’hai vista, come confronteresti questa serie?

    • Caro DR, da grande appassionato di storia medioevale (sono un giocatore molto esperto di Crusader Kings 2, il massimo strategico medioevale in circolazione), ho potuto godere del dibattito seguito alla trasmissione della serie su svariati canali internet (su tutti Reddit). Alcune inesattezze sono perdonabili, altre un po’ meno. Marco Polo kung fu master fa un po’ ridere, ma è comprensibile la necessità di spettacolarizzare la vicenda, però la cosa giunge al limite, in cui il nostro illustre connazionale diventa esperto stratega, spia, eroe, ingegnere… Il fatto che Polo (un mercante e un diplomatico) abbia insegnato ai mongoli l’utilizzo del trabocco, con la quantità di ingegneri persiani a loro disposizione supera ogni possibile sospensione dell’incredulità. Altre cose fanno storcere il naso: il Khan che risiede in un palazzo, come un qualunque re cinese, invece del padiglione regale secondo l’uso mongolo… l’harem del Khan assolutamente estraneo alla cultura mongola… peraltro l’harem è rappresentato come una sorta di bordello regale a disposizione dei suoi ministri cosa all’epoca inaudita ovunque… Poi Marco Polo non fu “venduto” al Khan ma accolto da questi con gran piace… Il passaggio del Milione sul punto è celebre: “Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città ov’era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ov’egli era con molti baroni, e inginocchiaronsi dinanzi da lui, cioè al Gran Cane, e molto si umigliarono a lui. Egli li fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane ch’era con loro. Disse messer Nicolò: “Egli è vostro uomo e mio figliuolo”. Disse il Gran Cane: “Egli sia il ben venuto, e molto mi piace”.” Insomma bella saga, molto godibile, ma è la versione Kung Fu del Trono di Spade, o di Spartacus. Grazie dell’intervento!

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