La sfida delle mamme

Recentemente sta diventando una disciplina olimpica l’arte di mettere in guardia il prossimo contro le varie declinazioni digitali della truffa, dell’inganno, del raggiro e della menzogna in genere.

Ieri mattina in particolare ho trovato il flusso degli aggiornamenti dei miei amici di Facebook invaso da bonari motteggi contro la nuova tendenza virale della “sfida delle mamme”. Ai summenzionati motteggi si sono aggiunti accorati (e sacrosanti) inviti a non pubblicare foto dei propri figli in un contesto dalla sicurezza parecchio blanda come Facebook.

Ammetto che da appassionato dei fenomeni virali la questione mi ha incuriosito, così ho cercato di informarmi meglio…

La sfida delle Grandi Madri

In pratica il gioco virale funziona un po’ come l’ormai celeberrima Ice Bucket Challenge

La madre internauta pubblica un messaggio tipo questo:

“Sono stata nominata da [nome amica] per postare 3 foto che mi rendano felice di essere mamma. Scelgo alcune donne che ritengo siano grandi madri. Se sei una madre che ho scelto copia questo testo inserisci le tue foto e scegli le grandi madri”

Il post contiene quindi il tag di tre amiche, cui si lancia la sfida, e la pubblicazione di tre momenti felici coi propri figli.

Nonostante la Polizia di Stato, attraverso i propri canali social, abbia prudenzialmente messo in guardia gli utenti contro una iniziativa dagli scopi dubbi, parecchie madri hanno difeso a spada tratta questa balzana pensata.

Vi invito a leggere i commenti a questo post, pubblicato su “Una Vita da Social” una pagina di un progetto curato dalla Polizia di Stato.

I toni dell’intervento, tenuto conto che si tratta di una pagina istituzionale, mi lasciano un po’ perplesso (quel “Mamme.Tornate in voi” è tremendo). Il fatto che poi si adombri un’operazione dei cyber-orchi scaturiti dalle più fetide fogne digitali risulta poi abbastanza allarmistico.

La verità parrebbe invece più semplice. Come riferito dal sito “Bufale un tanto al chilo” si tratterebbe di una campagna virale contro l’utero in affitto, che con quelle progressive perdite di senso tipiche dei fenomeni virali si è trasformata in qualcosa di completamente diverso dagli obiettivi originali…

Tuttavia si può notare, nonostante gli avvertimenti (anche sacrosanti) della Polizia e l’ormai virale gara al debunking, una resistenza degli estimatori della pratica della “sfida delle mamme” assai ostinata…

Perché siamo così attaccati alle bufale?

Mi sono quindi interrogato sul perché spesso si tenda pervicacemente a difendere la propria partecipazione a iniziative virali sballate.

E’ un fenomeno comune a tutti noi. Quando veniamo coinvolti da un fenomeno virale, si prova quasi una sensazione di vergogna, quando la notizia si rivela falsa o l’iniziativa balorda.

L’ho notato parecchie volte, quando si pubblica un articolo che sbugiarda un finto episodio storico (es. Gandhi e prof. Peters), un drammatico episodio di violenza sugli animali (es. il delfino morto di selfie), o qualche altra bufala senza latte, la gente prova un misto di vergogna, dispiacere , quasi il desiderio di dimostrarti ad ogni costo che a diffondere il ciarpame abbia comunque assolto a qualche elevata missione di utilità sociale.

Per capire questa resistenza psicologica all’ecologia dei nostri comportamenti su internet, tornano sempre utili gli STEPPS di Jonah Berger, come al solito non perché più “corretti” di altri approcci sul tema della viralità, ma perché di più immediata comprensione.

Applichiamo gli STEPPS alla sfida delle mamme e vediamo che succede…

Social Currency (valore sociale)

L’iniziativa fornisce a chi vi partecipa un valore sociale enorme. In primis si attesta che qualcuno ha riconosciuto, chi vi partecipa come un “grande madre”. Il valore sociale di un riconoscimento come questo è enorme. Non si è riconosciuti come una brava madre, ma come una “grande madre”, come qualcuna che ha compiuto un’impresa notevolissima. Una “Grande Madre” ha riconosciuto la partecipante come una “Grande Madre”, tra centinaia di madri ha scelto lei e altre due eroiche esponenti del sesso femminile.

In secondo luogo l’iniziativa si articola col riconoscimento di altre tre “grandi madri”. Qui si dà l’opportunità della partecipante di riconoscere, tra centinaia di madri, tre degne di entrare nell’empireo delle Grandi Madri.

Il messaggio è chiaro “Noi non siamo madri depresse, sciatte e assenti, come le altre. Noi siamo le Grandi Madri”.

Ora immaginate il dolore genuino, quando la Polizia di Stato con un banale altolà fa sentire la sventurata di turno relegata nel girone infernale delle madri disgraziate, che gettano le foto dei propri pargoli in pasto agli orchi di internet.

Da Grande Madre a madre disgraziata è un passaggio brutto. Lo stesso che provano i diffusori di bufale/notizie non verificate, si passa in pochi attimi da civico sensibilizzatore a povero sprovveduto. E’ obiettivamente traumatico.

Triggers (associazioni d’idee)

Sul campo delle associazioni di idee le foto dei pargoli sorridenti, avvinghiati al materno abbraccio evoca associazioni di idee struggenti, che richiamano echi dall’infanzia di ognuno.

Per dirla con Lev Tolstoj…

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.”

La felicità di una famiglia parla della nostra felicità familiare passata e presente. Non c’è niente da fare, è un attivatore tremendo e possente.

Quando si parla di “attivatori” il discorso si fa gravoso, perché entrano in gioco i nostri ricordi più profondi. Spesso ho notato che l’attaccamento ai ricordi è così forte da costruire come una difesa rispetto alla notizia vera. I ricordi tendono a difendere le notizie/iniziative false una volta che le abbiamo fatte proprie.

Emotion (emozioni)

Una sola parola “felice”.

E’ virale ciò che ci rende felici o che ci fa arrabbiare. E cosa esiste di più felice dello sguardo di un bambino tra le braccia della propria madre? Cosa può trasmettere maggiore senso di fiducia, appagamento, genuina felicità.

Ovvio che prendano dei patemi, quando si viene messi sul chi vive sul fatto che si è svalutata quella felicità dandola in pasto alla canaglia di internet.

E’ del tutto fisiologico che provi sofferenza, chi ha condiviso qualcosa che si è rivelato felicemente fasullo, o di atrocemente artefatto. La stessa emozione forte che l’ha spinto a condividere ne viene sporcata.

La vibrante dignità che ci ha suscitato l’edificate racconto sul giovane Gandhi è abbattuta.

Lo sdegno contro i deficienti che hanno ucciso di selfie un delfino è annichilito.

Qui la propria maternità calpestata. E allora è meglio abbracciare l’iniziativa balorda, che prenderne le distanze.

Public (pubblicità)

Le trappole virali sono studiate per essere pubbliche e per auto-propagarsi.

Il messaggio in questione è fatto per essere diffuso e letto pubblicamente, coinvolgendo pubblicamente altre persone. Poche semplici istruzioni, che con le dinamiche sociali attuali lo rendono capace di raggiungere qualunque anfratto della Rete.

Quando vengono smascherate iniziative e notizie virali non corrette la resistenza è data dal fatto che il malcapitato ha pubblicamente diffuso qualcosa di cui adesso si vergogna. Così spesso è preferibile sostenere, anche tra mille distinguo, che la “bufala era sì bufala, ma bufala genuina DOP”, piuttosto che riparare il danno o tacere.

Mentre siamo tutti propensi ad apparire pubblicamente come paladini di cause nobili e giuste, siamo restii a vestire i panni dello scemo del villaggio digitale.

Practical Value (valore pratico)

Il valore pratico di un esercizio di stile come “la sfida delle mamme” è apparentemente nullo, mentre in effetti è notevole.

Ogni foto non solo, come vedremo, racconta una storia, ma fornisce preziose indicazioni pratiche su come essere una “Grande Madre”. Portare i figli ad equitazione, preparare colazioni esteticamente perfette, ritrarre momenti di epico fulgore materno…

Ogni foto racconta in modo preciso: “Ecco come fa una Grande Madre ad essere felice, fai lo stesso e sarai felice”.

Messaggio semplice e chiaro.

Quando arriva la smentita, la reazione difensiva è naturale. Viene messa in discussione non solo la sfida, ma tutto il corollario di informazioni utili, che avevamo appreso.

Spesso quando le persone diffondono informazioni fasulle, si sentono più intelligenti dei propri pari. Percepiscono di aver acquisito competenze che li rendono speciali rispetto al prossimo. Aprire gli occhi a qualcuno rispetto a iniziative fuorvianti, gli provoca una sensazione di “diminutio” di parecchio bagaglio esperienziale che si illudeva di aver appreso.

Stories (storie)

Ogni foto è una storia, è uno splendido Cavallo di Troia, che penetra nella nostra mente, per restarci ficcato dentro. La stessa sfida è cornice delle storie e una bella storia a sua volta, di cui rendere partecipi gli altri.

Il dato tremendo di quando una storia si rivela rientrante in una cornice “cattiva” è che quel Cavallo di Troia è ben presente dentro di noi e i suoi achei rumoreggiano.

Liberarsi di una cornice falsa/dannosa è molto fastidioso, perché vuol dire strapparsi di dosso le belle storie ad essa associate. Così spesso si preferisce tenersi la cornice cattiva con le sue storie buone.

Il falso è migliore del vero

In conclusione sto assistendo da qualche tempo con sempre maggior forza a un modificarsi genetico dei vari raggiri digitali. Che si tratti di bufale, di giochini virali perversi, di declinazioni digitali della frottola poco importa. L’internauta attuale quando si palesa la tossicità del giochino a cui ha preso parte tra la verità e il falso sceglie quest’ultimo.

Un eccesso di cultura virale ha creato una struttura del “contenuto” (vero o falso che sia non importa), che tende a “proteggersi”. Il contenuto virale è così legato ad azioni, ricordi, emozioni e storie, da innestarsi nel vissuto di chi ne fruisce e lo propaga.

I contenuti virali non si apprendono, si vivono.

Confutare un contenuto virale spesso non si traduce nella verifica di un contenuto intellettuale, ma nella confutazione di un vissuto.

Paiono lontanissimi i tempi della Formula G, con cui Eric Berne splendidamente illustrava i giochi psicologici…

G+A=R->S->X->T (formula G)

G+A (Gancio + Anello) significa che c’è un gancio che fa presa in un anello che è la debolezza dell’altro, il quale reagisce allo stimolo e risponde (R). Poi all’improvviso il giocatore aziona lo scambio e cambia mossa (S). Segue un momento di sorpresa e confusione (X) dopo di che i giocatori riscuotono il loro tornaconto (T) o ricompensa psicologica.

[Tratto da “Ciao e poi?” di Eric Berne]

Nell’internet attuale scambio e tornaconto sono completamente saltati… Quando la situazione iniziale si svela nella sua menzognera realtà, è paradossale, ma il “tornaconto” psicologico pare proprio il rifugiarsi sempre nella confortevolezza del contenuto virale mendace, cui si è abboccato.

Di fronte a dinamiche di questo tipo ritengo che, specie i soggetti istituzionali e chi vuole depurare l’informazione dai contenuti “tossici”, dovrebbero dare una raddrizzata al linguaggio. E’ di banale evidenza che un atteggiamento aggressivo verso chi innocentemente diviene veicolo di elementi virali fasulli o nocivi, non fa altro che far irrigidire l’interlocutore nella sua posizione errata.

Poi se tra diecimila anni le Grandi Madri, irrobustite nel loro credo da infiniti tentativi non richiesti di risveglio delle coscienze, fondano il Bene Gesserit potrò dire che vi avevo avvertito per tempo.

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9 pensieri su “La sfida delle mamme

  1. Confutare un contenuto virale spesso non si traduce nella verifica di un contenuto intellettuale, ma nella confutazione di un vissuto.

    Te la rubo a nastro.

    E’ di banale evidenza che un atteggiamento aggressivo verso chi innocentemente diviene veicolo di elementi virali fasulli o nocivi, non fa altro che far irrigidire l’interlocutore nella sua posizione errata.

    Dai, facciamo un’infografica. No a parte gli scherzi, a me sembra una situazione no-win: se hai un atteggiamento da “tornate in voi” hai perso, se mandi l’edizione del telegiornale (il messaggio che vuoi mandare) “in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali” non dai nessun incentivo a fare un minimo sforzo mentale quando la prossima bufala arriverà, perché più andiamo avanti più abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi le cose col cucchiaino (infografiche dilaganti).

    L’alternativa? Boh. Qualcosa tipo “passaggio traumatico graduale” forse. Cioè

    Ti faccio notare che la realtà potrebbe essere diversa—>Ok, hai abboccato alla bufala, capita, ti do il tempo per metabolizzare–>Hai metabolizzato? Bene, COME C@XZO TI VIENE IN MENTE DI METTERE LE FOTO DEI TUOI FIGLI SU FACEBOOK?!!! MA SEI VERAMENTE UNA TESTA DI etc.etc.etc.

    Ecco, tipo far arrivare il trauma in differita.

    Bellissimo articolo che va dritto alla giugulare del problema comunque.

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