Perché internet sta morendo (e non è colpa di webeti e troll)

In meno di dieci anni internet è passato da osannato motore di una rivoluzione culturale senza precedenti, a imputato di essere lo sfogatoio dei peggiori istinti del genere umano. Ma siamo sicuri che sia colpa solo di webeti, troll e bufalari?

L’Uomo dell’Anno 2006 sta male

Era il 2006 quando il Time assegnava l’ambito titolo di Uomo dell’Anno al Popolo di Internet. Su quella celebre copertina c’erano una tastiera e un monitor su cui compariva la scritta “You”.

In effetti dieci anni fa internet sembrava la soluzione a ogni problema conosciuto.

Il web (allora ancora 1.0) pareva il catalizzatore di una rivoluzione culturale senza precedenti. Nei giorni convulsi e gloriosi del neonato giornalismo digitale veniva inventato un nuovo soggetto collettivo, il “Popolo del Web”, da contrapporre al pubblico televisivo. Il Popolo del Web era colto, informato, refrattario a ogni tentativo di manipolazione. Mica come quei fessi che guardavano la TV.

Scomodando (a sproposito) Marshall McLuhan, si esaltava la natura salvifica dei nuovi media (sta cosa dei media caldi/media freddi non l’hanno mai capita), capaci di dar voce alla parte migliore della nostra società: utenti colti, attenti, informati, desiderosi di apprendere e aperti alla condivisione del sapere. Tra i tecnologi si era perfino diffusa l’idea secondo cui con internet si stava generando una rete neurale collettiva che avrebbe portato a una sorta di superiore intelligenza collettiva (la c.d. Singolarità). Insomma pareva di essere alle soglie di una vera e propria rivoluzione antropologica dell’idea di uomo e di intelligenza.

Oggi, nel 2016, sulla copertina di Time campeggia un significativo “Perché stiamo perdendo internet per la cultura dell’odio” Vi invito a leggere l’articolo che è assai interessante e che ben riassume la temperie culturale di questi giorni.

2006-2016

Il tema è di scottante attualità.

Solo poche settimane addietro Milo Yiannopoulos (“gay, provocatore, misogino, trumpiano convinto”) era stato bannato a vita da Twitter reo di aver scritto cose poco urbane contro Leslie Jones (l’attrice afroamericana che ha recitato nel nuovo Ghostbusters), e più in generale di essere una sorta di ideologo della cultura dell’odio, che trova nei social la propria terra di elezione (v. “Un troll chiamato Milo” di Rivista Studio).

In questi giorni stiamo assistendo a grossolane esternazioni da parte di VIP (o presunti tali) sul terremoto di Amatrice, che hanno suscitato un’indignazione collettiva sfociata in massive sequele di insulti sui vari profili social degli oggetti della pubblica riprovazione (v. “IL SISMA TIRA FUORI IL PEGGIO” di Dagospia).

Non manca giorno in cui arriva uno splendido riassuntino di qualche dossier di qualche fantomatica agenzia che ci spiega come 11 italiani su 10 siano “analfabeti funzionali”. E proprio il web con la sua frammentata e bulimica fruizione di contenuti online viene additato come la patria di analfabeti funzionali, bufalari, webeti, utonti e ogni altro genere di subumanità decaduta (v. “Le offese di Enrico Mentana” di Massimo Mantellini).

Se leggo la vulgata che dà il giornalismo mainstream sull’evoluzione della cultura digitale, la spiegazione è abbastanza semplice e lineare: a metà degli anni ’90 del secolo scorso arriva internet… WOW! …in un decennio si sviluppa in un modo incredibile dando vita a meravigliose storie di innovazione tecnologica e culturale… WOW!… arrivano i social network e gli smartphone… WOW!… internet è ovunque… WOW!… internet diventa anche strumento di lotta politica, innestando le c.d. Rivoluzioni 2.0… WOW!… ma la gente è cattiva e utilizza male la libertà di parola… OH NO!… la capillare diffusione di questo meraviglioso strumento tramite l’anonimato e le dinamiche da c.d. psicologia della folla deresponsabilizza gli individui, che danno sfogo al proprio lato peggiore… OH NO!… che poi la gente che sta sui socialnetwork è la stessa gente schifosa che guarda la TV spazzatura… OH NO!… così ora tutto è uno schifo… OH NO!

A me questa storia sembra una gloriosa fregnaccia.

Chiunque sia stato su internet dai suoi esordi, sa bene che in origine la rete era molto più anonima di oggi, eppure non si assisteva a tanti fenomeni di violenza verbale. Quindi l’anonimato c’entra poco o nulla.

La folla deresponsabilizzata e manipolabile è spesso il medesimo soggetto che viene osannato, quando si mobilita per qualche causa di viralità nobile (es. raccolte fondi), sebbene le dinamiche da psicologia della folla si ripropongano identiche quando si scatena in pogrom digitali.

Limitarsi a dire che si è inserita spazzatura nella testa delle persone con la TV, quindi ora quelle stesse persone ci restituiscono spazzatura è altrettanto limitato. Non è un problema di garbage IN / garbage OUT. Si può assistere a dinamiche da Asilo degli Orchi anche in pagine e gruppi Facebook che esaltano Alberto Angela, o che si vogliono dare toni da novella Accademia di Atene, dove siamo alle gare di rutti recitando le categorie kantiane. Anzi spesso dove ci si gasa per la Qualità si assistono agli spettacoli più pietosi.

Il problema è quindi un po’ più complesso.

Sviluppatori di parchi giochi per ragazzini scemi

Era il 2010, quando inventavo gloriose burle ai danni dei social network, per spiegare quanto marcio ci fosse nelle modalità con cui questi venivano sviluppati.

Parliamoci mortalmente chiaro: lo sviluppo degli ultimi sei anni dei social network è stato una schifezza.

Twitter ormai saldamente è configurato per favorire una continua rincorsa alla visibilità da parte di utenti intruppati in piramidi di popolarità, che per essere scalate necessitano di raid più o meno organizzati di spam compulsivo. Poi c’è chi si lamenta che è fallimentare come strumento per fare informazione e che è il regno di battutisti scemi e di fandom di tardoni mal cresciuti.

Facebook e suoi emuli sono programmaticamente articolati per favorire una presentazione del nostro io monolitica ed estremamente vincente. Poi ci si stupisce che sia il campo di battaglia dove esprimere al meglio invidie, gelosie e bullismo in una sorta di versione allucinata di una mega scuola media virtuale.

I social minori favoriscono una comunicazione sempre più frammentata, evanescente, spesso esclusivamente visuale, con post che addirittura si autodistruggono. Poi arriva chi alza il ditino blaterando di analfabetismo funzionale.

Sinceramente non capisco perché l’utente medio dovrebbe far un uso più elevato dei social di quello che per lui hanno previsto gli sviluppatori.

Se un social è disegnato per favorire un nostro certo narcisismo, giocoforza genererà invidia e stalking. Se un social è disegnato per favorire una sorta di bulimia informativa e di compulsione da scalata nel ranking della visibilità, giocoforza genererà bufale, sparate, raid. Se un social è disegnato per favorire una comunicazione demenziale, veloce, frammentata, schizofrenica, effimera, giocoforza genererà una comunicazione siffatta con tutto ciò che ne consegue a livello di scadimento del linguaggio. Se un social è disegnato per essere colorato, pieno di faccine, cuoricini, arcobaleni e gattini, giocoforza genererà un rincretinimento e un infantilismo dilagante.

Non capisco perché la colpa è sempre degli utenti e mai di chi predispone le specifiche del giocattolo.

Gli opinion leader e la cultura dell’applauso

Sul piano della comunicazione poi non mi sovviene proprio perché “il pubblico” dovrebbe essere migliore dei propri “opinion leader”.

Se il VIP o il personaggio illustre di turno usano i social network come vetrina personale, o come luogo di sfogo, o come campo per le proprie battaglie politiche, sociali, o culturali, usando modi spesso grossolani, se non volgari, perché il pubblico dovrebbe rispondere sempre con un applauso?

Non vanno scomodati la comunicazione televisiva o i contenuti scadenti del giornalismo mainstream: il VIP, il giornalista, l’intellettuale, il politico, quando agiscono online risultano ebeti, tanto quanto l’utente comune.

Giornalisti tuttologi che ammorbano Facebook sparando sentenze su qualunque argomento dello scibile umano, infarcendo il tutto di selfie piacione, per raggranellare cuoricini. Opinioniste sgallettate, che raccontano sui social il quotidiano dramma di possedere una coscienza critica e un notevole stacco di coscia. Grandi firme del giornalismo che si lanciano stracci con la moglie via Twitter. Intellettuali morti di fama che passano la giornata a litigare coi propri commentatori nella speranza di finire tra gli screenshot della colonna destra de La Repubblica. Bisticci da Asilo Mariuccia ovunque.

E uno dovrebbe pure applaudire.

Sviluppatori di social network e VIP pensavano di aver creato una sorta di parco giochi, dove avremmo trascorso una vita fanciullesca ad applaudire, a scambiarci amenità e a consentire di mappare i nostri gusti commerciali, politici e culturali. Hanno dimenticato una regola fondamentale che conosce chiunque abbia avuto dei figli: la fanciullezza non è un’età beata. Il nostro lato più infantile, spesso, è proprio quello più dispettoso, fastidioso, pigro e malignetto.

Avere abbassato il livello sempre al minimo comun denominatore più basso, ha favorito l’abbassamento del discorso.

Occupy the Internet

Anche la politica ha avuto i suoi (de)meriti. Dopo che si sono spente le effimere rivoluzioni digitali della Primavera Araba e del movimento Occupy, la politica ha mangiato la foglia. Il marketing politico ha trovato un nuovo soggetto da titillare: il rivoluzionario da tastiera. Un soggetto affamato di sparate sensazionalistiche, per cui lo scontro verbale a suon di testi in maiuscolo infarciti di insulti è l’ingrediente fondamentale di un sano dibattito politico. In molti casi poi il click baiting (“Incredibile cosa è successo ieri a Porta a Porta clicca qui”) è diventato addirittura metodo di finanziamento di partiti e movimenti politici.

La parabola di Milo Yiannopoulos in questo senso è esemplare. Dopo che nel 2012 ci sono stati gli exploit mediatici di 4chan, questo giornalista ha scoperto che esisteva un soggetto politico nuovo: giovane, bianco, piccolo borghese, incazzato e ansioso di farla pagare al mondo. Ha passato gli ultimi quattro anni di presenza online con un doppio binario: articoli giornalistici anche elevati e presenza online da fomentatore di raid digitali. Il resto è storia.

Il trumpismo e i vari movimenti populisti sono ispirati proprio a queste dinamiche: c’è una parte di elettorato che ha bisogno di stimoli pulsionali usa e getta, copriamo la domanda. E il resto della politica si è accodato.

La politica non crea l’elettorato, semmai ne incarna le aspirazioni.

Esprimersi liberamente nel Panopticon

A quanto sopra va aggiunto che il livello di intrusione, monitoraggio e controllo da parte dei Governi e dei Big dell’economia nelle reti digitali è tale che le persone più colte e raffinate si guardano bene dall’esprimere il proprio pensiero su internet. Perché devo dire come la penso veramente su questioni spinose in un sistema paranoico, in cui so che tutto ciò che scrivo può essere tracciato, rielaborato e utilizzato in futuro contro di me?

Ha ben detto Tim Berners Lee, il “padre di internet”, che la sua creatura ci è stata sottratta (leggi “Il ‘padre del web’ Tim Berners Lee vuole restituire Internet ai cittadini” di Valigia Blu).

Non dobbiamo stupirci se anche persone che nella vita reale reputiamo fini ragionatori, in quella digitale sembrano dare vita a una sorta di demenziale Mr. Hyde.

Ovviamente quando uno dei Big dell’economia digitale, Mark Zuckerberg, è venuto a Roma tutti si sono ben guardati dal porre interrogativi sull’ingerenza dei governi nei social, sulla neutralità della rete, sul ruolo sempre più intrusivo che questa alleanza dai contorni indefiniti tra potere politico e social ha sulle nostre vite. No, la domanda chiave è “Mr. Zuckerberg cosa si prova ad essere un vincente?”

Tirando le somme

Quanto ho scritto vuole essere solo uno spunto, per domandarci se davvero internet sta morendo per colpa dei troll, o se i problemi magari sono un po’ più strutturali e ad ampio spettro. Nella mia prospettiva nessuno di noi è estraneo al problema, che non può risolversi con il banale inasprimento delle pene per i reati di diffamazione.

Lo sviluppo degli ultimi dieci anni di internet contiene un sacco di errori, che andrebbero emendati, per salvare quanto di buono contiene ancora.

Lo ribadisco: trovo paradossalmente più sano l’internet di troll, webeti e bufalari a quello che ci viene proposto da chi ha il vero potere in questo ecosistema. Meglio un internet magmatico e indisciplinato al “parco giochi con microspie”, che ci propongono.

 

 

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23 pensieri su “Perché internet sta morendo (e non è colpa di webeti e troll)

  1. Complimenti, ottima analisi. Personalmente, credo che la filosofia che sta alla base dei social network non abbia ancora esaurito la sua spinta, che ci sia spazio e immaginazione sufficiente per pensare a una competizione maggiore tra le piattaforme, al posto del monopolio di Facebook cui assistiamo oggi. Lancio una provocazione: il vero slogan di Facebook non è “dare a tutti la possibilità di condividere”, ma quel “è gratis e lo sarà sempre”. Finché saremo ospiti non paganti dovremo adattarci al menù che il padrone di casa avrà previsto per noi. Di fronte alla gratuità dello spettacolo, siamo naturalmente portati a una maggiore benevolenza verso la qualità del contenuto. E se il modo per poter cambiare dall’interno le piattaforme fosse quello di pagare per avervi accesso? Una cifra simbolica ma uguale per tutti, con meccanismi interni che favoriscano l’autogoverno e il miglioramento della piattaforma stessa.

  2. Internet sta abbastanza male ma non sta morendo. Già adesso è diventato un’altra cosa da come era all’inizio. Se fosse possibile prendere un utente del 1996 e metterlo a navigare ora nel 2016 secondo me non ci capirebbe niente. Internet non è più solo contenuti è un sacco di cose e ovviamente cercano di monopolizzarlo (i server di azure, amazon e google effettivamente però fanno abbastanza paura). Forse Internet come lo conosciamo noi creperà quando non ci esisteranno più i blog e blinderanno del tutto l’html, ma rimango comunque fiducioso che esisteranno sempre delle reti o dei sistemi alternativi. Comunque dipenderà tantissimo dalle persone anche se non è facile perché non siamo tutti come Stallman, esempio stupido quasi tutti nel proprio sito usano analytics di google (che prima dell’avvento dei social secondo me era un’ottima azienda) fornendo strumenti di controllo a terzi.
    Comunque bellissimo articolo, pure l’articolo di valigia blu linkato merita di essere letto! Thanks for share! 🙂

    • Sempre accurato, quando intervieni! Hai centrato un punto assai importante. E’ da parecchi anni che si parla di creare un internet parallelo a quello mainstream e presto o tardi ci si arriverà a mio avviso. Già ora si può notare una scena digitale a due velocità: da un lato c’è il filone della grande carnascialata di massa che si muove sulla lunghezza d’onda allucinata che ben conosciamo, dall’altro si formano queste piccole comunità interstiziali, che sempre più spesso sono l’unico luogo dove prendere qualche boccata di aria fresca. Grazie ancora!

  3. Condivido gran parte della sua analisi. Credo che in realtà ci sia un altro problema che riguardi la peridta dell’ “autorevolezza” della parola. Penso per esempio al mare di articoli contrastanti che si trovano in rete sull’ argomento vaccinazioni, dove la parola della massima autorità della sanità è uguale a quella dell’ultimo dei complottisti. Una notizia, bufala o no, una volta sparata in rete diventa un fatto.
    Poi penso, da musicista, all’enorme danno creato dalla gratuità (o quasi) dell’ uso della musica. Basterebbe realmente una legge più seria e un controllo più efficace per ridare vita ad un settore destinato a morte certa. Senza soldi non si produrrà più musica solo per il gusto di avere dei likes. Detto questo non sono assolutamente contrario ad internet, che trovo la più grande opportunità di crescita culturale degli ultimi 50 anni.

    • La musica è stata massacrata dai big player del digitale. Fare il musicista oggi vuol dire condannarsi a una vita di stenti. E pensare che come hai ben detto internet offrirebbe delle possibilità di crescita culturale pazzesche in tantissimi ambiti.
      Il tema della perdita dell’autorevolezza della parola è molto importante, ma secondo me dipende da dinamiche che trascendono internet. L’aver inserito saldamente ricerca scientifica e produzione culturale all’interno di meccanismi di produzione industriale pesantemente influenzati dal potere economico e politico nel ‘900 ha pesantemente indebolito presso la popolazione la sensazione di autorevolezza che trasmettono scienziati e intellettuali.
      E’ un tema enorme e ci metteremo parecchio per ricostruire.
      Grazie ancora dell’intervento.

  4. Uhm… nel 2003 scrivevo che internet e i blog, antesiniani dei social, avessero messo in evidenza una leva di marketing pazzesca, su cui le companies avrebbero lucrato per anni: la vanità. Forse era un pò limitativo, alla luce di quello che si vede oggi. E si deve tornare proprio ai padri del web, per avere forse delle risposte definitive. Robert Kahn e Vint Cerf, che si sono inventati il tcp/ip, non potevano non sapere che mettere in piedi un sistema di comunicazione come questo avrebbe creato la migliore approssimazione di quella che i sociologi hanno definito anarchia. L’abolizione dell’autorità costituita e accentrata, nonché di ogni forma di costrizione esterna. L’hanno proprio pensato per quello, perchè nessuno potesse davvero controllare la comunicazione, che sarebbe comunque dovuta arrivare a destinazione. Venendo all’articolo, che da una lettura un po’ deresponsabilizzante nei confronti degli utenti e un po’ piu’ responsabilizzante nei confronti di players mondiali e governi… mi chiedo, nell’articolo furbescamente si pone la domanda senza uno straccio di risposta, davvero si vuole affrontare la situazione? Chi l’ha detto che internet sta morendo? Non sarà che la gran parte degli utenti ormai navigano su facebook e google e poco altro? Internet non è quello che racconta l’articolo, l’articolo racconta quello che (forse) vede tutti i giorni chi l’ha scritto. Ci sono miliardi di pagine viste da miliardi di persone di cui i media, i blogger, il mondo dei social e via cosi, ignorano totalmente l’esistenza. Perchè internet è tutto. E’ condivisione, ma è anche esclusione. E’ vanità, ma è anche massima riservatezza. E’ genericamente la migliore estensione del cervello umano, pieno sicuramente di merda ma anche di positività. E’ tutto, Ed è nulla. Non so se vi ricordate agli inizi degli anni 2000, quando google cominciava a diffondersi, le search erano cariche di spazzatura, siti trappola, un delirio. Google stava perdendo utenti. Sono intervenuti. Succederà la stessa cosa quando gli utenti si romperanno le palle di vivere in un mondo che non c’e’, quando la misura sarà colma. L’alternativa, a meno di distruggere letteralmente l’economia mondiale, è cambiare il protocollo di comunicazione di internet. Bisogna tornare al 1973, E spezzare le gambe al TCP/IP. Un sistema di comunicazione nato per la difesa americana, a prova di bomba. Spero non succeda. Vivamente.

  5. Il bello di Internet è proprio poter ancora trovare lidi felici e zone franche in cui intelligenze – o meno – possano confrontarsi senza paura di “target” , “risultati” o egomanie e quest’articolo ne è lampante esempio.

    Dalla prospettiva di un utente “scafato” che a 27 anni è cresciuto ed ha potuto osservare “lateralmente” lo sviluppo di questo “medium” dal 16Kbps alla Fibra, ti posso dire che il problema è, in parte, da ricercare nel “linguaggio”.

    Sono – e sono sempre stato – un assiduo e compulsivo videogiocatore ed in qualche modo una delle metriche attraverso cui valuto l’andazzo di questo mezzo è proprio la “community videoludica”.

    Ti dirò: negli ultimi dieci anni, il grado di tossicità nella community degli online gamer è in doppia cifra percentuale e in fissa salita.

    Nel 2006 ho fondato il mio primo Clan su CounterStrike. Parliamo di un gioco che vede TERRORISTI vs SQUADRE ANTITERRORE combattere su mappe 8contro8 per la conquista di obiettivi ( bombe, bandiere ecc). Quindi non mi pare proprio una simulazione di Croce Rossa.

    Ma il gioco era davvero una super scusa per ritrovarsi in cuffia a parlare di famiglia, ragazze, sesso, film, porno, con quelli che erano i tuoi “altri” amici, magari spalmati dal Veneto alla Calabria, senza distinzioni di fede, stipendio o titolo.

    Si finiva spesso in piena notte e sempre più spesso si continuava a stare in “chat” a gioco spento.

    Oggi gioco molto meno, soprattutto perché il mio gruppo storico è ormai preso da bambini, lavoro, mogli ecc. Codo ( in gergo tecnico “entro in partite” ) da giocatore singolo, sempre più frequentemente.

    Questo mi porta ad una verità: oggi il PVP (player vs player) online è il terreno dell’hate. Si gioca per sfondare, insultare e mortificare gli altri. La provenienza geografica viene usata per customizzare le offese. La fascia di età che va dai 12 ai 22 anni è colonizzatrice di tutte le piazze.

    A questa generazione, nessuno ha saputo raccontare il linguaggio dell’Internet 1.0, che era tanto dispersivo e anonimo, quanto seminale e potente. Momento in cui persone radicalmente diverse, s’incontravano senza aspettative e senza “codici”. Senza, appunto, un linguaggio.

    Oggi, LeagueofLegends, il gioco più giocato del mondo, ha un serio problema di gestione della tossicità. Ogni squadra formata con MatchMaking ( accoppiamento di persone senza una relazione, in base a valori come bravura, tempo di gioco ecc.) è una bomba ad orologeria. A metà partita partono gli insulti tra “compagni” di squadra. Perché è così che si fa se si sta perdendo. Spesso si finisce ad insulti o ad uscite forzate dal gioco, lasciando la propria squadra in inferiorità numerica.

    C’è poco e niente, nella cultura del Freemium e del Pay-to-play, di quella che era la comunità di Internet dieci anni fa.

    Non so bene da cosa si possa ricominciare né se c’è un salvabile da salvare. Vorrei solo poter dire a tutti questi giovanissimi utenti che è molto più bello fare “comunità”, “darsi degli appuntamenti” a prescindere dalla partita e pensare a qualcosa insieme.

    Pensa che il primo server condiviso l’abbiam comprato in 13 persone, con le nostre paghette. Facendo fare un bonifico al più grande del gruppo, unico possessore di un conto in banca.

    • Ti ringrazio per questo commento che ripercorre buona parte del mio percorso online. Fino al 2010 sono stato soprattutto un gamer e se mi sono allontanato dalla community è stato proprio per le dinamiche che hai ben descritto. Sul punto ci sarebbe tantissimo da dire, qui mi limito a dire che è stato il frutto di dissennate politiche di sviluppo tese ad allargare la base giocatori a scapito dell’esperienza di gioco. I risultati sono sotto i nostri occhi.

      • Bellissimo articolo, stracomplimenti all’autore.
        Parlando di community online e più specificatamente di community di gamer, quello che ho osservato io (assiduo videogiocatore dall’età di 6 anni – ora ne ho 42) in effetti è in linea con la teoria secondo cui l’ambiente virtuale predisposto dai suoi creatori incoraggia e favorisce un certo tipo di interazione tra gli utenti. Ho giocato a League of Legends (il già citato gioco online di scontro tra due squadre avversarie) per un anno e mezzo e puntualmente le partite erano inquinate da atteggiamenti e comportamenti maleducati e odiosi. Tanto da far pensare che un’intera generazione (i più facinorosi erano spesso nella fascia di età under 20) si sia votata alla prevaricazione e all’odio verso il prossimo.
        Però ho anche giocato per un annetto a Guild Wars 2, un gioco di ruolo fantasy cosiddetto “mmo”, cioè multigiocatore massivo, dove si svolgono attività di gioco che arrivano a coinvolgere contemporaneamente diverse decine di persone, anche centinaia negli eventi più importanti. Senza entrare in troppi dettagli, dico solo che il sistema di gioco (modalità, scopo, azioni a disposizione, ecc.) era tale per cui si era creata una community globale fatta solo di gentilezza, rispetto, educazione e amicizia. Dove lo sconosciuto incontrato per caso era subito collaborativo e ben disposto nei confronti del nuovo arrivato, incoraggiandolo nei momenti di difficoltà e fornendo consigli preziosi (invece di coprire di insulti come succedeva troppo spesso in League of Legends).
        L’intendo di creare una community “pulita” e positiva è sempre stato un cavallo di battaglia del produttore di quel gioco: ricordo bene che nei primi tempi sui canali di chat pubblici girava di tutto e si vedevano i soliti commenti offensivi e provocatori, rivolti a varie categorie di persone (in base a sesso, orientamento politico, religioso, ecc.). C’erano intere squadre di moderatori al lavoro per individuare e valutare i singoli casi, disponendo ban più o meno severi, arrivando anche alla chiusura permanente dell’account: un chiaro segno, secondo me, del valore che la software house dava a questo aspetto, arrivando a rinunciare a un cliente pagante pur di salvaguardare l’ambiente che voleva creare (approccio ben diverso dal “prenditelo a tutti i costi, anche gratis”).

      • Il problema che fronteggiamo oggi è proprio quello di una progettazione che spesso è atta a favorire atteggiamenti di comunicazione tossica. Grazie per questo bell’intervento.

  6. Io dico che internet è diventato così perché a disposizione di tutti. Finché era riservato a una ristretta nicchia davvero in grado di utilizzarlo, si stava tranquilli. Purtroppo non ho avuto il piacere di avere una connessione prima del 2000, ma quando mi collegai per la prima volta in vita mia, nel 2007, mi piaceva molto e trovai da subito costruttiva questa scoperta. Ho notato che il degrado è iniziato dal 2010/2011, cioè da quando tutti hanno in mano uno smartphone e i social hanno iniziato ad emergere tanto da far credere a tutti che Facebook sia il web stesso.
    Ogni tanto navigo nei meandri del web e leggo thread di forum aperti anni fa, ad esempio nel 2004 o addirittura nel 2001, e provo un senso di pace interiore… finché non leggo la data e non realizzo che oggi un internet così te lo sogni.
    Nei miei primi tempi in cui mi connettevo, nel 2008, lo usavo quasi solo per scaricare musica, e ancora oggi la mia attività preferita è ascoltare musica su YouTube e leggere quei pochi articoli che meritano, come questo.

    • Io ho iniziato a connettermi nel 1997 quindi quanto scrivi l’ho provato sulla mia pelle in modo parecchio intenso. L’ho scritto varie volte in questo blog e su altri siti, purtroppo l’accesso di grandi masse di utenti ai social ha comportato il proliferare di dinamiche broacast che stanno rendendo internet un televisore espanso.

  7. Internet non è altro che il riflesso digitale di come si è umanamente nella realtà. Gli sviluppatori fanno il loro business sulle necessità dei brand, che fanno il loro business sulle necessità dei consumatori. Il media utilizzato, internet in questo caso, non cambia quello che sono nel bene o nel male le persone, ma dà semplicemente la possibilità di renderlo pubblico, problema che deriva da un’incapacità generale di gestire e differenziare il proprio “essere” pubblico e privato (intimo), concetti che oggi non hanno più valore. Ma è una deriva sociale, istituzionale, culturale, dove grazie ad internet, esce allo scoperto e stupisce chi ha vissuto di ideali e con i paraocchi fino ad ora.

  8. Buondì, ho letto con piacere il suo articolo grazie ad una condivisione -guardacaso- su facebook.
    Mi ritrovo con larghissima parte della sua analisi del problema e capisco perfettamente di cosa parla quando si riferisce al mondo del web 1.0, avendo avuto i primi contatti con internet nel 1999 (frequentavo la terza media!) ed una connessione in casa nel 2000. Tempi che rimpiango.
    Non sono del tutto d’accordo con le conclusioni. È vero, l’architettura dei social network è profondamente perversa e diabolica. Al fine di perseguire il maggior numero possibile di ore e traffico utenti si incentivano comportamenti virtuali aberranti e innaturali. Tuttavia non sono d’accordo nel farne una responsabilità collettiva: un buon utente non dovrebbe venir corrotto da questo sistema. In caso contrario, semplicemente, non è un buon utente. Per esempio Enrico Mentana a parer mio è un pessimo utente del web. Un professionista serio -migliore di altri, diciamo- e un grande comunicatore televisivo, ma il suo “blastare laggente” e l’acrimonia con cui insulta gli “webeti” sono un campanello d’allarme piuttosto fastidioso: non andrebbe utilizzato come esempio, non si dovrebbero montare casi giornalistici su questi comportamenti. Non andrebbero incoraggiati.
    Credo che con poche regole di buon senso e un po’ d’autodisciplina chiunque possa fare un uso costruttivo del web e perfino dei social network, io per esempio faccio così e ho fra le mie amicizie -reali e social- molte persone che seguono la stessa condotta.
    L’apocalisse, mi pare piuttosto evidente, è cominciata nel 2010/11, quando la combo reti social + smartphone + reti dati mobile è entrata in coppia come un tre cilindri triumph svalangando in rete decine e decine di milioni d’individui che, semplicemente, non erano pronte a questo passo.

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