Roma, la città che morì di ironia

Certi giorni non ne posso più dei miei concittadini, non ne posso più di me stesso, non ne posso più di una città che naufraga in un vociare di battute, pernacchie e barzellette che va avanti da anni.

Di fronte a quell’epico disastro che è Roma, ciò che più mi lascia sconcertato e sconfitto sono due sentimenti, che pervadono un po’ tutte le conversazioni alla macchinetta del caffè, nei bus, sui social: da un lato c’è questa sorta di annoiata sopportazione, dall’altro questa ironia velenosa, che si spande un po’ su tutto.

Il romano certi giorni sembra una sorta di prototipo dell’uomo postmoderno. Non è più il personaggio indolente e furbacchione, che ha visto in Aldo Fabrizi e Alberto Sordi le proprie migliori incarnazioni. Non è neppure il fregnacciaro insicuro ben rappresentato dal Carlo Verdone degli esordi. Il romano di oggi è una creatura pienamente postmoderna che assiste al disastro della propria città con questo odioso misto di sopportazione, disprezzo, senso di superiorità e ironia. Una massa di Jep Gambardella dei poveri, che ti verrebbe da prenderli a schiaffi, perché i loro vuoti motteggi esprimono una dimensione esistenziale desolante.

C’è un intervento di David Foster Wallace che mi ha sempre dato parecchio da riflettere:

Se ho un vero nemico, un patriarca contro cui effettuare il mio parricidio, sono probabilmente Barth e Coover e Burroughs, e perfino Nabokov e Pynchon. Perché, anche se la loro consapevole letterarietà, la loro ironia e la loro anarchia erano al servizio di scopi validissimi ed erano indispensabili per quell’epoca, il loro assorbimento estetico da parte della cultura consumistica americana ha avuto conseguenze terrificanti per gli scrittori e per chiunque. Il mio saggio “E unibus pluram” parla proprio di quanto sia diventata velenosa l’ironia postmoderna.

L’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. È questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. Il grosso merito dell’ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall’alto in basso, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e i doppioni. Il sarcasmo e l’ironia sono ottimi modi per strappare le maschere e mostrare la realtà sgradevole che c’è sotto. Il problema è che, una volta che le regole dell’arte sono state smantellate, e una volta che le sgradevoli realtà diagnosticate dall’ironia sono state rivelate in pieno, “a quel punto” che facciamo? […] A quanto pare, vogliamo solo continuare a mettere in ridicolo la realtà. L’ironia e il cinismo postmoderni diventano un fine a se stessi, una misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria degli scrittori. Pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di aggiustare quello che non va, perché sembreranno sentimentali e ingenui agli smaliziati ironisti. L’ironia si è trasformata da un mezzo di liberazione in un mezzo di schiavitù.

(Da “ Le perle di David Foster Wallace” di Martina Testa)

Quanto sopra vale alla perfezione per i piccoli scrittori dei social, come per le belle penne del giornalismo nostrano.

Mentre la città naufraga nella sporcizia, mentre coi mezzi pubblici si impiega più tempo per nel tragitto scuola/lavoro che per recarsi a Firenze o Napoli, mentre ogni pioggia trasforma le strade in fiumi, mentre strade e marciapiedi sono tutte buche e rattoppi, mentre le cronache delle periferie paiono un bollettino di guerra, mentre la corruzione dilaga a tutti i livelli dell’amministrazione locale, mentre ci stiamo giocando il futuro dei nostri figli, noi ci ridiamo su.

Certi giorni non ne posso più di questo lanciarci strizzatine d’occhio durante il naufragio del Titanic. E non è un problema limitato all’attuale giunta Raggi, con le sue dinamiche da televoto permanente. Abbiamo avuto questo stesso atteggiamento durante i naufragi delle giunte Alemanno e Marino con le medesime modalità: il meme divertente, il post perculatorio, la notizia dal titolo volutamente buffonesco, la vignetta arguta.

E ci sentiamo più intelligenti, mentre tutto va a rotoli.

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