American Gods, il libro e la serie, dopo sedici anni di guerre divine

Si è  conclusa la prima stagione di American Gods, la serie TV tratta dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman. Al di là delle scelte autoriali di Bryan Fuller e Michael Green, mi ha molto colpito l’evoluzione subita da Vecchi e Nuovi Dei dal 2001 a oggi.

[Seguono spoiler per chi non ha letto il libro e/o visto la serie.]

Un libro che pare antichissimo

Sono sempre stato un grande appassionato dell’opera di Neil Gaiman sia come sceneggiatore di comics, che come scrittore tout court. Così quando nel 2003 venne pubblicato in Italia American Gods me lo divorai in brevissimo tempo.

E’ uno di quei libri che ho letto svariate volte e che ho consigliato di leggere a chiunque mi capitasse a tiro, perché vi rinvenivo una capacità di raccontare i nostri tempi quasi profetica.

Il libro venne originariamente pubblicato nel 2001 e riprendeva una serie di temi sviluppati dall’autore con la serie a fumetti Sandman.

American Gods, come Sandman, partiva dal presupposto narrativo che la fede degli uomini dia letteralmente vita agli dei. Esseri fatati, dei ed eroi mitici in queste opere sono una specie di simbionti psichici dell’uomo, della cui fede si nutrono e che ricambiano con varie benedizioni e prodigi.

Il libro venne scritto prima dell’11 settembre 2001 e per l’epoca era molto inusuale reperire opere, che calassero nel presente le mitologie passate. Verso la fine dello scorso millennio qui in Occidente la religione pareva una sorta di serie B del pensiero filosofico e scientifico.

Credo in un dio tutto mio che si preoccupa per me e protegge tutte le mie azioni. Credo in un dio impersonale che ha messo in moto l’universo e poi è andato a spassarsela e non sa nemmeno che esisto. Credo in un universo privo di dèi mosso da caos, rumore di fondo e una grande fortuna.

Nel mondo pre 11 settembre qualunque fenomeno veniva letto ancora marxianamente alla luce dei rapporti di forza economici: i conflitti religiosi non esistevano, erano solo il camuffamento di conflitti economici, la fede era mera espressione di alienazione, o un elaborato sistema di manipolazione delle coscienze, il divino era relegato nella soffitta dei Secoli Bui. All’esito delle guerre di religione rinascimentali e con la demilitarizzazione del cattolicesimo la religione in Occidente ha vissuto una stagione assai triste.

Tuttavia dietro questo ateismo di facciata allora così imperante, Neil Gaiman coglieva lo scalpitare di vecchie e nuove divinità, che volevano tornare sulla ribalta della Storia. Ma all’epoca della stesura di American Gods gli Antichi Dei parevano agonizzanti e i Nuovi Dei tremendamente acerbi.

Gli Antichi Dei del libro parevano davvero logori, abbandonati dai propri fedeli, relegati ai margini della società, costretti a ogni meschinità per raccattare quel poco di devozione che gli consentisse di tirare avanti. Il Pantheon di dei norreni, egizi, slavi, induisti e africani entrati in America come immigrati parevano realmente allo sbando più totale. Lo stesso Gesù veniva meramente citato come uno che se la passava abbastanza bene negli States, ma che arrancava in Afganistan.

Peraltro i Nuovi Dei, che nascosti dietro il falso ateismo occidentale si nutrivano della devozione verso la tecnologia e i mass media, apparivano goffi e inesperti. Gli dei di televisione, internet, automobili e mass media parevano grossi ragazzoni disorientati dal proprio stesso potere.

Il libro forniva un riscontro a quella sensazione sottile che provavo da ragazzo parlando con ferventi cristiani, marxisti, occultisti amatoriali, scientisti e feticisti tecnologici. Sotto sotto il nostro presente così secolarizzato era pieno di fede.

Dal 2001 a oggi parecchia acqua è scorsa sotto i ponti

Abbiamo vissuto un quindicennio saturo di scontri di civiltà, guerre di religione, teoconservatorismo, di instaurazioni di terribili teocrazie, di continue creazioni di papi santi, di richiami a ogni possibile immaginario religioso o folkloristico, di proliferazione di oroscopi e oracoli su ogni mezzo di comunicazione di massa, di Chiese che di fronte a Istituzioni debolissime si ergono quali interlocutori fortissimi nel dibattito pubblico, di continui omicidi in nome di dio, di opere cinematografiche e televisive che si richiamano ad archetipi religiosi sempre più complessi…

Digli che il futuro siamo noi e che non ce ne frega niente né di lui né dei suoi simili. È stato consegnato alla discarica della storia mentre quelli come me viaggiano a bordo di limousine lungo le superautostrade del futuro.

Pare che la primavera religiosa, che si dischiudeva nel finale del libro si stia manifestando in modo violentissimo. La quantità di persone le cui morti sono state dedicate alle divinità negli ultimi lustri pare una spaventosa pantomima dei rituali di American Gods. Gli Antichi Dei nel nostro presente godono di una vitalità allarmante.

Anche lato Nuovi Dei il discorso è evoluto parecchio: l’introduzione dei Social Network, l’evoluzione di internet in una sorta di allucinata televisione spalancata su miliardi di canali televisivi, la proliferazione di bufale e leggende metropolitane, il potere politico, che attinge con sempre maggior forza a un immaginario onirico (Macron accusato di essere un Illuminato, che festeggia la vittoria alle presidenziali francesi davanti la Piramide del Louvre resa celebre dal Codice Da Vinci, per dirne una), il sostanziale crollo delle barriere tra realtà, verosimile e falso… Abbiamo assistito a una deriva sempre più sciamanica del nostro rapporto con la tecnologia e coi media.

Ovviamente la serie di American Gods deve raccontare questo presente

Non stupisce quindi che la trasposizione televisiva odierna, cui ha partecipato lo stesso Neil Gaiman, tenga conto dell’evoluzione intercorsa nel nuovo immaginario.

Lo scontro tra Antichi Dei e Nuovi Dei non pare così sbilanciato a favore dei secondi, come nel romanzo. La guerra divina, che si prepara pare piuttosto uno scontro tra due fronti ideologici. Da un lato gli Antichi Dei, che cercano un rapporto simbiotico con l’uomo: benedizioni in cambio di genuina devozione. Dall’altro i Nuovi Dei, che hanno un rapporto maggiormente parassitario e che consumano tempo, attenzione e vita, dando poco o niente in cambio.

Gli stessi fronti contrapposti sono molto più fluidi che nel libro. Non solo Mr. World, ma anche Mr. Wood, Vulcano e Bilquis sono Antichi Dei, che si sono riciclati egregiamente nel Pantheon globalista dei Nuovi Dei.

Tranne rare eccezioni gli Antichi Dei non paiono i vecchietti rammolliti del libro, cui Mr. Wednesday restituisce un po’ di vigore con la prospettiva di una gloriosa morte in un conflitto cosmico.

Gli Antichi Dei paiono in ottima forma, robusti e combattivi, magari stretti nei propri nuovi ruoli da immigrati, ma decisamente vitali. Eostre/Ostara si libera del suo ruolo da Desperate Housewife, scatenando una spaventosa carestia per tutti gli States, Anansi è giovane e gagliardo, Chernobog più spaventoso e temibile che nel libro, il Leprecauno Mad Sweeney rispetto al tossico moribondo dell’omologo letterario è di una vivacità assoluta (memorabile il suo “Leprecunt” rivolto a Laura Moon), perfino le sorelle Zorya appaiono ben più arzille e vivaci. L’Odino di Ian McShane su tutti trasuda forza e determinazione, con notevoli differenze dallo scalcinato truffatore del libro.

Lo stesso Gesù, solo citato nel romanzo, è onnipresente nel racconto televisivo. Il Gesù Messicano è l’unico dio che tenta di salvare i propri fedeli e che si fa sparare addosso da una banda di vigilantes Wasp, per salvare una famigliola di immigrati messicani. Durante il ricevimento di Pasqua di Ostara è pieno di Gesù per quante sono le varie declinazioni del cristianesimo. Perfino la morale della prima stagione è affidata alle parole di un Gesù ultra pop che siede sulle acque nella posizione del loto.

Anche l’Islam relegato a un siparietto omossessuale nel libro, viene affrontato di petto nel racconto televisivo.

All’amplesso omosessuale tra il rappresentante di commercio arabo, Salim-not-Salim, e il Jinn è concesso molto più spazio. Il ruolo di Salim nell’economia del racconto viene molto ampliato, per affrontare il tema di un uomo, che crede ferventemente in un Islam, che tuttavia rifiuta la sua omosessualità.

Il passaggio su Bilquis in tal senso diventa esemplare. Bilquis appare come una divinità femminile, che consuma letteralmente i propri fedeli nell’estasi sessuale. Nella serie appare da sempre in lotta coi “Re dai cazzi affilati”, divinità falliche maschili, che desiderano distruggere il suo culto, per affermare una versione iconoclasta e distruttiva del patriarcato. Alla fine i seguaci dei Re dai cazzi affilati vinceranno su Bilquis: sotto forma di rivoluzionari sciiti durante la rivoluzione khomeinista e oggi sotto le spoglie di miliziani sunniti dell’Isis.

In pratica l’unico adoratore onesto di Allah nella serie è un ragazzo gay, mentre i fondamentalisti adorerebbero antiche divinità falliche pagane.

Digli che abbiamo riprogrammato la realtà. Digli che il linguaggio è un virus, la religione un sistema operativo e le preghiere sono junk mail.

I Nuovi Dei sono molto più consapevoli di se stessi. Non cercano neppure lo scontro con gli Antichi Dei, cercano una sorta di fusione per incorporazione. Quello della fede è un mercato, in cui i Nuovi Dei si muovono con la lucidità di un raider di borsa.

Il Ragazzo Tecnologico non ha nulla del nerd sfigato della componente letteraria, si è evoluto enormemente. Il suo mondo non è più quello delle “diavolerie elettroniche” degli anni novanta. Il nuovo Ragazzo Tecnologico vive in un mondo fatto di app, social e followers, che gli danno accesso a una quantità di potere brutale che non sa neppure gestire.

Il campo di Mr. World, indefinito nel romanzo, appare ora con chiarezza l’incarnazione di Internet. Nella trasposizione televisiva Mr. World diviene un vero e proprio nume dell’aggregazione delle informazioni, ubiquo e onnisciente.

Media e la Televisione, grazie all’ottima interpretazione di Gillian Andrerson, hanno subito un totale revamping, le due divinità si sono fuse in un’unica prometeica entità, che di volta in volta assume aspetto e linguaggio delle icone della cultura pop (Judi Garland, Ziggie Stardust, Lucy, Marylin Monroe). Non vi è più come nel romanzo una distinzione tra divinità dell’informazione e divinità dell’intrattenimento, la nuova Media è una potentissima divinità dell’infotainment più scafato capace con un solo bacio di far saltare i denti al Ragazzo Tecnologico (la TV batte i social network anche qui).

In conclusione

Quando appresi che avrebbero prodotto una serie televisiva da American Gods, mi chiesi come avrebbero potuto mantenere fresca la narrazione considerato che in soli tre lustri siamo precipitati in una realtà molto più allucinata di quella descritta nel libro di Gaiman.

Tuttavia, al di là di una serie di scelte registiche che non ho apprezzato molto (usare un’intera stagione per presentare i personaggi, materiale aggiuntivo, che non mette il freno a mano alla prosecuzione della trama, tanto ottimo materiale letterario lasciato in disparte) a mio avviso la serie centra il punto nell’attualizzare il divino.

American Gods racconta un presente, in cui la Ragione, viene compressa, se non addirittura cannibalizzata dal Mito. Sono i nostri sogni più reconditi, le nostre paure ancestrale, le storie con cui amiamo confortarci a definire il nostro mondo.

Gli dei camminano sulla terra e il loro passo non è lieve.

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7 pensieri su “American Gods, il libro e la serie, dopo sedici anni di guerre divine

  1. ho adorato American Gods, il libro, all’epoca della sua uscita (sono diventata gaimaniana nel midollo dal giorno in cui presi in mano il primo albo di Sandman, nel lontanissimo 1992) ed ho iniziato proprio ieri a guardare la serie… Dopo una sola puntata posso dire ben poco, solo che mi è tornata una gran voglia di rileggere il libro 🙂

  2. Dear Gio, davvero un buon post. Io credo che la serie sia buona e sono convinto che la seconda stagione possa essere migliore. Mi colpisce che dietro non ci sia dietro l’Hbo, invece c’è la Starz, che se non fosse per American Gods e per The Girlfriend Experience, tratta dal film di Soderbergh, non ha dato contributi realmente significativi alla serialità.
    Non so se certi cambiamenti sono il risultato di un aggiornamento oppure sono scelte che anche lo stesso Gaiman ha fatto nel corso degli anni. Il libro conta, ma andrebba imparato a memoria e poi buttato, come fossimo dei novelli Montag. Ricorda come finalmente il discostarsi dai libri di #GOT gli ridato un po’ di brio e anche, a mio avviso, di dignità. Io, come te, amo Gaiman, sia per questo libro, ma anche per Sandman e Coraline, che considero grande letteratura per ragazzi.
    Gli errori ci sono – e meno male – visto che si tratta di media diversi e non sopporto le trasposizioni perfette, per me vuol dire che gli sceneggiatori NON hanno fatto un buon lavoro.
    Sempre più spesso vediamo narrativa contemporanea diventare serialità, prendi The handmaid’s tale, dove l’autrice è anche nel gruppo scrittura. Perchè? Soldi e vanità? Anche. Ma perchè chiunque scrive non chiude mai definitivamente con un suo testo, ma lo immagina in maniera diversa, mille e mille volte.
    Farò un post su American Gods anche io. Un abbraccio amico mio.

    • La partecipazione delle nuove generazioni di autori alla sceneggiatura delle serie spesso deriva dal fatto che si sono cimentati col cinema in precedenza. A mio avviso questo consente (se si crea una buona sinergia con gli showrunner) di creare un adattamento migliore al media. Spesso il timore reverenziale verso l’originale letterario (e l’agguerrita base fan) rende gli showrunner eccessivamente prudenti. Unica eccezione GoT che quando si è liberata di Martin ha ripreso respiro.

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