Video killed the Web Star

Qualche giorno fa sono rimasto a casa per un’influenza, così mi sono messo a sbirciare qualche programma televisivo, incrociando di tanto in tanto le ospitate di qualche webstar. Sono rimasto colpito dalla assoluta penosità dei vari personaggi una volta passati dal contesto digitale a quello televisivo.

Ai tempi in cui il Popolo di Internet era l’uomo dell’anno si fantasticava di come il web avrebbe asfaltato la televisione, ormai relegata al rango di postribolo degli intelletti più deboli. Era di elementare evidenza nel lontano 2006 come un decennio di incredibile sviluppo tecnologico avesse portato internet a sopravanzare ogni altro mass media tradizionale sul piano dell’offerta culturale.

In quegli anni gloriosi si affermò una nuova figura di intellettuale, che oggi chiamiamo webstar, che diede dignità a un sacco di attività amatoriali precedentemente per lo più ignorate dalla cultura mainstream. Avevamo il blogger invece dello scrittore e del giornalista dilettante, l’influencer al posto del recensore/opinionista della porta accanto, gli youtuber invece dei cineasti amatoriali, ecc…

Insomma dal 2006 in poi la figura della webstar iniziò a imporsi anche presso i media tradizionali: non c’era testata giornalistica che non ospitasse un blog; la colonna destra delle corbellerie raccattate sul web iniziava a popolarsi di youtuber, fashion blogger e piripicchi assortiti; i salottini televisivi iniziavano a interessarsi a questi nuovi animali mitici. Persino Hollywood si piegò a questa logica, iniziando a raccontare la struggente ed epica vicenda umana dei blogger di maggior successo (su tutti quello spreco di attrici bravissime come Amy Adams e Meryl Streep, che è “Julie & Julia”).

Il web resta pieno di amabili/odiosi buffoni come me, che lo vedono come un simpatico passatempo. Eppure con gli anni si è affermata una categoria di veri e propri intellettuali, che hanno elevato internet a luogo privilegiato della propria esperienza culturale, regalandoci contenuti altrove irreperibili per qualità e spessore.

Però…

A distanza di dieci anni la televisione gode di ottima salute, anzi è la cultura digitale a risultare talvolta agonizzante. E’ comprensibile quindi che chi ha fatto del digitale una professione cerchi di massimizzare visibilità e introiti tramite comparsate televisive. Ormai, diciamocelo, è difficile cambiare canale senza incontrare qualche personaggio che con gli anni avevi apprezzato sul digitale… La battutista geniale e spregiudicata, che su Twitter ti fa sganasciare dalle risate… Il blogger acuto e irreverente, che su Facebook ti ha aperto gli occhi e la mente su tante controverse questioni di politica nazionale e internazionale… La banda di esuberanti Youtuber che in tre minuti riescono a esaltarti con la loro bravura…

Poi ecco che li vedi in televisione, o al cinema e ti sale un magone allucinante.

Li vedi lì impacciati, goffi e tristi.

Il blogger di grido ridotto a un poraccio qualunque catapultato in un salotto televisivo per una marchetta del suo ultimo libro. E provi pena per il poverino, che appena dice una delle grandi verità che dispensa quotidianamente su Facebook, viene ingoiato vivo da politici beceri e gracchianti. Politici beceri e gracchianti, che rispetto al tuo eroe digitale appaiono, nel distorto specchio televisivo, dei titani del pensiero politico. Sì, perché la grande epifania del pensiero trapiantata da Facebook alla tavola rotonda televisiva pare una fesseria di proporzioni cosmiche.

Il geniale burlone digitale, che inserito nei ritmi dello spettacolo televisivo, pare un rimbambito in stato semicatatonico, tipo BoJack Horseman, quando spiega le sue battute che non fanno ridere. E il presentatore cane e caciarone alla Mr. PeanutButter al confronto pare un mostro dai tempi comici perfetti.

La fenomenale banda di Youtuber, che dilatata alla dimensione di un film di un’ora e mezza, pare ormai persa irrimediabilmente nella vastità dell’orrore cosmico di lovecraftiana memoria. Poverini che annaspano, cercando di costruire un’ora e mezza di film tre minuti di sketch per volta con risultati assolutamente abominevoli.

La patinatissima fashion/food/enogastroqualcosa blogger, che catapultata sotto i riflettori della televisione, pare una borgatara, che studia alle serali un futuro da sciampista. E provi quella sensazione di terribile imbarazzo riflesso, che solo la televisione sa donarti.

Insomma è proprio vero che “il media è il messaggio”.

Pare proprio che i tanto vituperati politici urlatori, le soubrette scosciate, i barzellettieri odiosi e tutto il restante circo della vecchia televisione sia in possesso di un linguaggio molto più funzionale al media, in cui sono cresciuti.

La webstar fuori dal suo habitat digitale pare completamente fuori contesto, come i ragazzini di Stranger Things 2, che vanno alla Scuola Media vestiti da AcchiappaFantasmi, per una festa di Halloween, che nessuno ha indetto.

Mi sa che ci siamo visti qualche puntata di troppo di Boris, credendo che la televisione sia un media facilissimo da padroneggiare. Purtroppo anche per fare le cose alla “cazzo di cane” ci vuole un certo tipo di talento, che le webstar non possiedono.

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