Il Continuum Gibson, ovvero come ho imparato ad odiare gli anni ’80

Le serie televisive di fantascienza e fantasy contemporanee sembrano uscite da un televisore impazzito perennemente sintonizzato sugli anni ’80 e ’90. Dall’effetto nostalgia iniziale si sta passando a una nausea da Giorno della Marmotta.

In principio fu il Continuum Gernsback

Il racconto più interessante di William Gibson è qualcosa che con il cyberpunk, apparentemente, c’entra pochissimo. Ne Il Continuum di Gernsback (The Gernsback Continuum, 1981) il padre del cyberpunk racconta la storia di un fotografo, che deve realizzare un reportage sull’architettura americana degli anni ’30.

Col procedere del racconto il fotografo inizia a essere ossessionato dai fantasmi semiotici di un presente alternativo generato dalle aspettative dell’arte visuale della golden age della fantascienza.

Il fotografo viene progressivamente catapultato nel 1981 immaginato negli anni ’30 dalla rivista Amazing Stories del celebre editore Hugo Gernsback. Un 1981 ultratecnologico e ottimista con auto a reazione, autostrade a ottanta corsie, basi orbitali, razzi spaziali, tute argentate.

Tuttavia il 1981 del Continuum Gernsback si rivela un universo abortito, che si oppone a un 1981 reale, desolante nel proprio squallore fatto di promesse non mantenute.

Il racconto di Gibson è particolarmente potente e trascende i confini della letteratura di genere, per fare un discorso sull’estetica e l’immaginario postmoderno quanto mai attuale.

Le serie televisive contemporanee, infatti, paiono popolate dai fantasmi semiotici degli anni ’80 e ’90. Sembra quasi che l’immaginario collettivo si sia chiuso su quel periodo, passando da un piacevole citazionismo a una sorta di deriva totalitaria e ammorbante di quel ventennio.

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Dal Retrofuturismo del Continuum Rodenberry…

Per retrofuturismo, in genere, si intendono le opere artistiche, che richiamano l’immaginario del futuro del periodo compreso tra gli anni ’50 e ’70.

Il retrofuturismo racconta quindi il periodo di estetica fantascientifica successivo al Continuum Gernsback, attualizzandolo. Affronta un periodo critico estremamente influenzato dalle tensioni della Guerra Fredda successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

Mi piace definire questa corrente come il Continuum Rodenberry, il creatore della serie classica di Star Trek.

Il retrofuturismo del Continuum Rodenberry ha interiorizzato la dura lezione del secondo conflitto mondiale e i rischi connessi all’apocalisse nucleare, pertanto è pervaso da un senso di sfiducia profonda, in cui la tecnologia svolge il ruolo bivalente di strumento di distruzione e di via di fuga salvifica.

Per intenderci la serie di videogiochi Fallout è puro retrofuturismo degli anni ’50.

Paradossalmente le opere ispirate al trentennio retrofuturista sono quelle che trovo attualmente più gradevoli: The Man in the High Castle, con la sua America degli anni ’60 dominata dai nazisti, il remake di Westworld coi suoi robot filosofi, Legion coi suoi sogni lisergici, che paiono usciti dalla mente del Syd Barrett della swinging London, gli episodi migliori di Philip K. Dick’s Electric Dreams con la loro atmosfera straniante.

Sono tutte opere che riescono ad attingere all’immaginario retrofuturista con mano elegante, valorizzandolo e attualizzandone le tematiche. E tutte hanno un tratto in comune, tipico dell’estetica di quel periodo: suscitare nello spettatore inquietudine sulla natura della propria realtà.

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…alla Vaporwave del Continuum Gibson

Il nostro immaginario contemporaneo, in un paradosso neanche troppo incredibile, pare ormai prigioniero del Continuum Gibson.

In una giravolta pazzesca siamo finiti prigionieri dell’estetica pop degli anni ’80, che nel cyberpunk trovava il proprio genere d’elezione, per elaborare speculazioni sul futuro.

La cifra stilistica del Continuum Gibson è quella della vaporwave, il movimento culturale, che sotto le spoglie di una critica alla società dei consumi, finisce per trovare nell’estetica pop degli anni ’80 e ’90 la propria patria di elezione.

La vaporwave costruisce un passato di promesse di benessere infinito, popolato di palme olografiche su tramonti al neon rosa, in cui trovare rifugio dalle miserie del presente.

Nel Continuum Gibson non siamo più di fronte a citazioni, ma a veri e propri fantasmi semiotici, che piombano con violenza nei nostri monitor, trasmettendoci la sensazione di assistere alla stessa storia raccontata in mille modi diversi.

La televisione aumentata, nata grazie a internet, è caratterizzata uno spaventoso palinsesto spalmato su milioni di canali, che paiono trasmettere le stesse storie da quarant’anni.

Devo ammettere che personalmente inizio a trovare la cosa fastidiosa. Le opere del Continuum Gibson risultano stucchevoli nel loro citazionismo esasperato.

Non si possono considerare mere citazioni la pedissequa riproposizione delle scelte visive di Blade Runner operata in Altered Carbon, la riproposizione in ogni scena di Stranger Things di qualche frame pescato a caso dai film di Steven Spielberg o di qualche blockbuster anni ’80; gli Star Wars Disney che replicano situazioni della trilogia originaria in una sorta di spaventoso Eterno Ritorno famigliare fino al punto di trasformare la saga in una Beautiful con le spade laser; perfino l’innovativo Black Mirror nella sua ultima incarnazione si è popolato di fantasmi semiotici del Continuum Gibson al punto di diventare stucchevole…

E ovunque orde di remake, prequel e seguiti dei franchise di Alien, Terminator, Mad Max, Battlestar Galactica, ecc…

La lista potrebbe essere infinita.

I fantasmi semiotici degli anni ‘80 sono ovunque: luci al neon, ologrammi fluorescenti, coscienze che si scaricano su dischi rigidi, cyborg, arti marziali, katane giapponesi, mecha, kaiju, possessioni demoniache, bambine dai poteri telecinetici, improbabili portali dimensionali, spade laser, prese corticali, scienziati pazzi dai capelli cotonati, Intelligenze Artificiali capricciose, ragazzini svegli e impertinenti in lotta contro le autorità in groppa alle BMX, sexy robot, replicanti, alieni buoni puccettosi, alieni cattivi che ricordano organi sessuali spaventosi, il poliziotto buono del gruppo etnico normalmente considerato indisciplinato e il poliziotto cattivo del gruppo etnico normalmente considerato assennato, il sopravvissuto motorizzato, tutto il bestiario di Dungeons & Dragons, le esplosioni nello spazio, l’impero di Robot sterminatori, le final girl invincibili, i serial killer da slasher capaci di respawn infiniti, lo sceriffo burbero ma dal cuore d’oro, i wrestler…

Peraltro il problema non riguarda solo la fantascienza, ma un po’ tutta la cultura contemporanea pare ripiegarsi sul calderone culturale degli anni 80’ e 90’.

La sensazione è quella di non trovarsi mai tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco.

Viviamo in anni terribili, è vero, ma questa fuga in un retrofuturo blindato inizia davvero a farsi pesante. Pare di rivedere continue repliche degli stessi programmi semplicemente con un cast diverso e una rinfrescata di effetti speciali. Alla lunga è davvero straniante…

Forse l’opera che ha meglio descritto questo fenomeno è la bellissima serie tedesca Dark di Netlfix.

Nella serie si racconta di una cittadina tedesca, che sorge su un portale temporale, che si apre ogni trentatré anni collegando il 2019, il 1986 e il 1953. La trama sviluppa una serie di temi di Ritorno al Futuro con toni cupissimi, ammonendoci sulla natura altrettanto terribile degli anni ’80.

La vita dei protagonisti di Dark si svolge in un loop temporale chiuso, in cui ogni azione con cui i personaggi vorrebbero salvare il proprio presente, non fa che rinforzare le fondamenta del male e della distruzione.

Inizio a sospettare che la salvezza possano essere le serie sceme cui si abbeverano i Millenials, che noi vecchi tanto critichiamo.

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2 pensieri su “Il Continuum Gibson, ovvero come ho imparato ad odiare gli anni ’80

  1. My two cents: ignorare/ massacrare preventivamente quei pochissimi prodotti validi non aiuta granché a migliorare l’andazzo

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