Love, Death & Robots, Amore e Morte al tempo della piena automazione

Con Love, Death & Robots finalmente Netflix ha prodotto in tema di fantascienza qualcosa di nettamente divisivo. Forse è la prima volta, dopo Bandersnatch, che mi trovo di fronte a un prodotto della piattaforma streaming, che suscita pareri così discordanti, ondivaghi tra le grida al capolavoro e la fantozziana evocazione della cagata pazzesca.

Cerchiamo di un po’ dirimere la matassa.

E Bandersnatch?

Viene facile il paragone tra il film interattivo Black Mirror: Bandersnatch e Love, Death & Robots, a livello di controversie suscitate online. Però il paragone risulterebbe, a mio avviso, errato e ingeneroso verso quest’ultima.

Bandersnatch è una storia abbastanza banale, per chi ne mastica di fantastico, raccontata però in modo originalissimo.

L’episodio interattivo di Black Mirror riprende un topos molto caro in fantascienza, ovvero quello del superumano, la cui mente è strutturata come un alveare, che tramite i propri alter ego si apre su innumerevoli universi alternativi.

Argomento trattato con altalenanti fortune anche in Maniac e che raggiunge il suo apice realizzativo in quel vero e proprio gioiello narrativo che è Chapter 14 di Legion (serie che se non avete visto dovete assolutamente recuperare).

Per essere fruito al suo meglio Bandersnatch va vissuto come un’unica storia ricorsiva, in cui ogni alternativa è illusoria, altrimenti rischia di essere nulla più che un libro-game tradotto su schermo, il che non gli renderebbe onore.

Adottato il punto di vista corretto Bandersnatch non può essere divisivo. E’ un prodotto tecnicamente innovativo, che non innova sul piano del racconto.

Il già citato Chapter 14 riesce a trasmettere molto meglio la disperazione di una mente, che cerca di “meritare l’amore” in un multiverso che le offre solo morte, disperazione e follia. Il David Haller di Chapter 14 cerca con ogni fibra del suo essere di stapparsi al destino di Vittima o Carnefice, per diventare l’Eroe. Il protagonista di Bandersnatch si limita a galleggiare nel multiverso, rimettendo allo spettatore il ruolo di Demiurgo.

Non è Heavy Metal

Smarcato il tema Bandersnatch prendiamo per le corna quel gioiellino di Love, Death & Robots, creatura di Tim Miller, che vede tra i suoi produttori il grande David Fincher.

Si è già detto altrove che Love, Death & Robots voleva essere in origine una versione anni 2000 di Metal Hurlant, rivista e film, che per i vecchietti come me riassumevano il meglio di quell’approccio anarchico e creativo che gli artisti francesi introdussero nell’estetica fantascientifica a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80.

Non fosse stato per Moebius, Jodorowsky e soci buona parte dell’estetica fantastica, che oggi diamo per scontata letteralmente non esisterebbe (mi astengo dal pippone su quanto Star Wars debba al Dune di Jodorowsky, ma fate conto che sono seguite 10.000 battute).

Fortuna ha voluto (lo sottolineo), che Miller abbia cambiato rotta evitando di rievocare anche solo nel nome della serie un rimando tanto illustre come quello a Metal Hurlant.

Love, Death & Robots, infatti, fa un lavoro eccezionale col fantastico, ma, escluse alcune piacevolissime eccezioni, innova pochissimo a livello di estetica. Per buona parte della serie non si vedrà nulla che non ricordi l’estetica delle varie Sony, Square Enyx, Pixar, Dreamwork e Cartoon Network.

Eppure…

Nella sua grezza genuinità Love, Death & Robots ha una forza che nel racconto fantascientifico contemporaneo non vedevo da anni. E’ una serie sporca, fisica, dura come un pugno di acciaio e lercia come i bassifondi di una città cyberpunk.

Il vero miracolo per me sta nella durata degli episodi. Una cosa che ho detestato negli ultimi anni è stato il format del film da tredici ore, che ormai imperversa in tutte le produzioni. E’ qualcosa che ormai trovo assolutamente indigesto e che crea effetti grotteschi (tipo la prima stagione di Luke Cage col cambio di cattivo in corsa solo per allungare il brodo, per fare solo un esempio).

Love, Death & Robots non solo va in controtendenza rispetto al film da 13 ore, ma anche contro quello da un’ora e mezza, optando per un minutaggio più leggero (si era già visto qualcosa di simile nello splendido
The End of the F***ing World, ma lì veniva raccontata comunque una sola storia suddivisa in micro-capitoli). E’ stato un balsamo per la mia anima vedere storie autoconclusive di sette minuti/un quarto d’ora, che non fossero i soliti esercizi di stile della Disney Pixar.

La composizione delle storie mi ha ricordato molto di più il mai abbastanza rimpianto Cyborg di Daniele Brolli, una rivista dei primi anni novanta in cui estetica cyberpunk, provocazioni d’autore, intermezzi comici, sesso e massicce dosi di gore e violenza venivano accatastati davanti agli occhi del lettore senza andare troppo per il sottile.

In questo è una operazione diversissima da Heavy Metal (il film ispirato a Metal Hurlant), reiteratamente citato in questi giorni parlando di Love, Death & Robots da persone che è di tutta evidenza che non l’hanno mai visto.

Heavy Metal aveva un filo conduttore, che legava le varie storie: la presenza del Loc-Nar, una entità malefica di cui si seguivano le gesta distruttive attraverso il multiverso. Da questo punto di vista era molto più vicino a Bandersnatch, o a Chapter 14: raccontava UNA storia, che si srotolava in una sorta di percorso alchemico nel multiverso.

Amore e Morte 2.0

Love, Death & Robots prova qualcosa di molto diverso, che mi ha rimandato ai primi romanzi di Thomas Pynchon (penso soprattutto a V. e all’Arcobaleno della Gravità), testi postmoderni in cui la dialettica freudiana tra Eros (Love) e Thanatos (Death), tra impulso vitale e impulso di morte, viene completamente riletta alla luce della trasformazione indotta dalla Macchina (Robot).

La serie prova, utilizzando una pluralità di approcci estetici, a rispondere a un quesito più interessante e profondo: come l’elemento artificiale sta cambiando il nostro questa ambigua dialettica, che tiene le pulsioni dell’uomo eternamente sospese tra l’amore e la morte?

La serie prova a mostrare come l’elemento artificiale stia riplasmando non solo la vita, i desideri, i bisogni e le aspirazioni dell’essere umano, ma anche come ne stia stravolgendo la stessa pulsione all’autodistruzione.

L’artificiale, l’alieno e il paradossale irrompono nella dialettica biologica tra Eros e Thanatos, rompendo ogni equilibrio e creando lo stimolo violento a cercarne di nuovi.

C’è chi dice che di amore in Love, Death & Robots ce ne sia pochino. Evidentemente ne ha avuto una visione distratta.

Se la morte e i robot sono gli elementi che esteticamente balzano di più agli occhi, è l’amore l’elemento maggiormente al centro della narrazione. Ovviamente è un amore/impulso vitale che prende forme e modi differenti a seconda che delle sue varie declinazioni.

L’Amore è sempre il motore dell’azione: si va dall’amore per se stessi, per la propria integrità fisica (Il vantaggio di Sonnie, La testimone, Dare una mano), l’amore per il gruppo di appartenenza, per i propri amici (Tre robot), la famiglia (Tute meccanizzate), i compagni d’arme (Mutaforma, Il Succhia-anime, Punto cieco), l’amore per la propria casa (La discarica), l’amore per la madrepatria (The secret war), l’amore per l’Arte e la Verità (lo splendido Zima Blue, vero capolavoro della serie, che ribalta le premesse de L’Uomo Bicentenario) fino all’amore tra il pilota e il proprio velivolo (Dolci tredici anni).

Quello raccontato in Love, Death & Robots è un amore capace di diventare una trappola (Oltre Aquila), ovvero di liberare l’anima dai legacci che la opprimono (Buona caccia, bellissima riflessione sulla Cina sospesa tra tradizione e tecnologia e sull’immaginario fantasy che prende la sua rivincita sullo steampunk), è un amore per il bello, in cui la fascinazione costituisce una insidia mortale (La notte dei pesci). Perfino il classico della civiltà nel freezer viene rivisto in questa rilettura come la storia di una civiltà in cui la pulsione vitale accelera a una tale velocità da causare il disastro (L’era glaciale).

In questo contesto, sebbene estremamente gradevoli a livello visivo e di racconto, gli unici due episodi a risultare fuori contesto sono i due brevi divertissement satirici (Il dominio dello yogurt e Alternative storiche).

A quelli che dicono che alcune storie avrebbero meritato un arco narrativo maggiore rispondo che la forza di Love, Death & Robots sta tutta nella capacità delle sue storie di richiedere allo spettatore di completarle con le proprie emozioni. Sono suggestioni, il cui unico scopo è innescare riflessioni profonde su come la tecnologia sta cambiando radicalmente l’animo umano.

Insomma una serie assolutamente da vedere e un esperimento riuscitissimo.

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