Er Webbe se fa! – Viral, meme e superamento della produzione seriale

Egregi nonché esimi Ricercatori, assumo un’espressione doverosamente seria e compunta, per comunicare che all’esito dei numerosi esperimenti creativi condotti su Twitter e narrati in questo coccoloso nonBLOG, ho prodotto un fondamentale articolo per Brand Care Magazine n.9 dal roboante titolo: “Er Webbe se fa! – Viral, meme e superamento della produzione seriale”.

L’articolo che vi accingete a leggere rappresenta una vera e propria summa delle nostre malefatte twittere, grazie alle quali possiamo finalmente fornire una dadaistica e destrutturata risposto alla domanda delle domande “come superare la produzione seriale?”

Ma poiché siamo talmente PRO, che non ci facciamo mancare nulla, già che ci siamo abbiamo anche trovato delle risposte, impermanenti e inconcludenti alla domanda delle domande: “cosa è davvero virale su internet?”

L’articolo che vi accingete a leggere è così importante che per produrlo è stato necessario emettere migliaia di tweet, spingere al retweet compulsivo centinaia di persone, inventare falsi idoli, ideare trend topic ignobili, intasare di corbellerie i terabyte delle Nuvole Computazionali, rischiando di scatenare un nuovo Diluvio Universale…

La quasi totalità dei nonPOST che avete letto negli ultimi mesi hanno avuto un solo scopo: SCRIVERE QUESTO ARTICOLO. La complessità della materia è stata tale che abbiamo addirittura produrre un bozzetto con Storify.

Perché è la risposta definitiva sul web 2.0.

OppureNO.

Di seguito a pagina 50 potete godere della versione semiseria e semiragionata dell’esito delle nostre ricerche congiunte. Vi ringrazio sentitamente e spero di aver reso il giusto merito alle Vostre coccolose malefatte!

 

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Er Webbe se fa! Viral, Meme e superamento della produzione seriale

Cos’è virale nel web 2.0?

Quante volte avrete letto la frase: “questo video è virale”, per trovarvi a guardare una banale pubblicità che avevate visto migliaia di volte in televisione?

Quante volte il guru 2.0 di turno ha iniziato un post infilando a sproposito la frase: “è un fenomeno virale”, per descrivere un’emerita corbelleria?

Quante volte vi siete imbattuti in agenzie di “Viral Marketing”, corsi in “Viral Marketing”, manuali di “Viral Marketing”, esperti in “Viral Marketing”, guru di “Viral Marketing”, ma che dico… santoni di “Viral Marketing”?

Ebbene il web 2.0 è endemicamente flagellato da questa manzoniana epidemia del “virale” che oltre ad avere i suoi untori e i suoi monatti 2.0, ha anche i suoi poveri appestati che veicolano più o meno consapevoli il contagio…

Perché, come magnificamente espresso dal nome, è “virale” un contenuto digitale in grado di propagarsi venendo a contatto con gli utenti/consumatori. Il contenuto virale nel momento stesso in cui soddisfa i bisogni culturali del proprio consumatore, lo trasforma magicamente in veicolo della propria propagazione attraverso il web.

Però al di là di tutte le dotte teorie sul virale, è abbastanza sfuggente il perché un contenuto si propaghi a macchia d’olio per la Rete… Nonostante tanti sforzi, anche economici e organizzativi, alcuni contenuti non riescono a spiccare il grande salto della viralità, mentre misteriosamente altri contenuti nati dal basso (es. Gilda35) diventano di botto un evento virale.

Poiché il web 2.0 è ogni giorno più simile a un fenomeno naturale insuscettibile di catalogazione razionale, tipo la materia oscura …ci stiamo, infatti, spostando ogni giorno di più da un web kantiano, con categorie nette definite e significanti, ad un web nicciano, in cui ogni punto di riferimento si diluisce… non posso che provare a fornirvi qualche soggettiva risposta nata, come al solito da alcuni esperimenti fatti sul campo con la Comunità Creativa di Gilda35…

Brand e Comunità Creative

Innanzitutto mi sembra opportuno inquadrare il duopolio, in cui si innestano le dinamiche virali: serialità e improvvisazione.

Il 14 aprile scorso ho partecipato all’inaugurazione del “Master in Brand Management” preso l’Istituto Europeo di Design di Roma. L’evento inaugurale, “Brand e comunità creative – Creare e comunicare valori di marca. In Team” vedeva la partecipazione tra gli altri del sociologo Sergio Brancato, che ha illustrato il concetto di serialità nella produzione dei contenuti intellettuali e del regista Claudio Biondi, che ci ha deliziato con alcuni aneddoti sul campo della vita delle comunità creative.

Nel presentare il suo libro “Post Serialità” Sergio Brancato si è interrogato su come superare il “sistema fabbrica” nella produzione di contenuti intellettuali. Com’è noto l’autore “solitario” è morto e sepolto da tempo immemore e la quasi totalità della produzione culturale contemporanea è frutto di comunità creative organizzate secondo un processo produttivo di stampo fordista. Brancato ha posto una quantità di domande interessanti su come superare questo modello produttivo, cui ha fatto da contraltare Claudio Biondi, che invece con uno splendido story telling ha raccontato dell’importanza dell’improvvisazione nei processi creativi. In particolare mi ha molto colpito un aneddoto su come è stato introdotto nel mondo del cinema quando era ancora un ragazzo. Faceva il bagnino, quando incontrò un mestierante di Cinecittà, che lo invitò a fare Cinema. Di fronte alla naturale ritrosia di Biondi, che non sapeva nulla di Cinema, il mestierante rispose: “Non ti preoccupare: er Cinema se fa!”

Questa frase mi ha profondamente impressionato, perché a mio avviso è assolutamente calzante col mondo del web 2.0.

Perché in ultima analisi “er Webbe 2.0 se fa!”

Per quanto nella produzione di contenuti intellettuali si possano seguire manuali, regole, codicilli, meccanismi fordisti, specie su internet il successo o il fallimento di un’iniziativa è dettato da dinamiche che sfuggono ad ogni possibile inquadramento.

Spesso nei siti del Maoismo Digitale duro e puro leggo ridicoli articoli “How to”, che spiegano come pompare il proprio account di Twitter, come rendere virale un video su Youtube, come rianimare un blog agonizzante… Nella totalità dei casi seguire questi consigli porterà al fallimento di qualunque iniziativa, per una semplice ragione: “er Webbe 2.0 se fa’!”

Come ho potuto verificare coi miei piccoli esperimenti richiede flessibilità, creatività e tempismo.

Nonché una sana dose di cialtroneria.

Esperimento n. 1: “I Sabotaggi Coccolosi”, ovvero uso e abuso della condivisione.

In Brand Care Magazine n. 7 ho illustrato i coccolosi sabotaggi dadaisti che sferrammo all’Algoritmo dei Toptweets di Twitter. Con cadenza settimanale per alcuni mesi organizzavamo degli assalti all’arma bianca alla home page di Twitter attraverso lo strumento del retweet. Nei giorni precedenti il sabotaggio preparavo il campo diffondendo in rete una sorta di buffonesca chiamata alle armi contro le Macchine Ribelli, poi nel giorno e nell’orario stabilito si procedeva a retwittare nel più breve tempo possibile un messaggio senza senso, che in tal modo veniva postato in homepage dall’Algoritmo dei Toptweet (ho diffusamente descritto questa esperienza nelle pagine http://gilda35.com/project/ del non BLOG).

Tirando le somme questa esperienza mi ha fatto comprendere alcune dinamiche abbastanza particolari:

  • Istinto gregario: si manifesta sotto un doppio profilo, da un lato come bisogno di appartenenza a una online community chiaramente identificata (qualificare chi veicola/produce contenuti virali come Ricercatore/Sabotatore fu una delle chiavi di successo dell’iniziativa), dall’altro con il riconoscimento del rapporto Leader/Massa (ogni mattina facevo il pieno di centinaia di “buongiorno Capo” che considerato il mio carattere schivo trovavo alquanto inquietanti).
  • Temporaneità: una iniziativa virale deve avere un inizio e una sua fine, raggiunto l’obiettivo della campagna (nel nostro caso sabotare l’utilizzo scorretto dei Toptweets da parte delle agenzie di viral marketing) è necessario chiudere. Non c’è cosa più esteticamente brutta di un contenuto virale che si trascina trito, quando ormai è fuori tempo.
  • Desiderio di Visibilità: poiché i messaggi selezionati dall’Algoritmo come toptweet finivano sulla homepage di Twitter e poiché con l’instant blog http://jovanz74.splinder.com/ facevo la radiocronaca dei nostri sabotaggi, le persone erano molto stimolate a partecipare. Fondamentalmente il desiderio di visibilità è una pulsione molto forte nei fenomeni virali, ciò spiega anche perché le agenzie di Marketing Virale tendono a produrre post in cui danno visibilità ai migliori “untori” dei loro contenuti.
  • Creati per diffondere l’epidemia: i Social Network con le loro funzionalità di condivisione (like, retweet, post di link, suggerimenti, ecc…) sono intrinsecamente strutturati per rendere virali i prodotti culturali. Sono simpatiche macchine di marketing, pertanto bisogna tenere ben presente le particolartità di ogni Social Network (se qualcosa “funziona” su Twitter, assai probabilmente sarà un flop su Facebook e viceversa).
  • Mai chiudersi al virale genuino: la successiva scelta di Twitter di calibrare l’Algoritmo dei Toptweet in modo da dissuadere fenomeni organizzati come Gilda35, ha comportato che sostanzialmente sono saliti in home page solo i messaggi delle Celebrità e dei Topblogger. La più triste implicazione di questa scelta scellerata è che è stato rimosso dal meccanismo dei toptweet quell’elemento di ludica imprevedibilità che ne garantiva il successo. Hanno negato agli utenti l’emozione di emettere un messaggio e chiedersi e “metti che finisco in homepage?”. Questa negazione ha reso alla fine il meccanismo dei Toptweet irrilevante, tant’é che alla fine Twitter li ha rimossi dalla propria homepage.

Esperimento n. 2: “Io non sono Paola”, ovvero il meme e la creatività ordinata.

Il mese di novembre 2010, sarà ricordato per l’abnorme diffusione di meme di contenuto politico, ai quali ho partecipato come osservatore.

Tutto è partito con l’hastag di Twitter #IamSpartacus, che venne usato in modo massivo dagli utenti inglesi in difesa di un certo Paul Chambers, reo di procurato allarme a causa di un messaggio del tipo: “Se non aprite l’aeroporto ci piazzo una bomba” (http://gilda35.com/2010/11/14/bombe-alla-crema/). Come nel film di Kubrick gli utenti inglesi di Twitter crearono un grandioso meme in cui tutti personalizzarono il messaggio “Se crocifiggete lui, crocifiggeteci tutti”. Osservai poi il caso dello sciopero della fame della giornalista Paola Caruso, per alcune divergenze in merito al proprio rinnovo contrattuale col Corriere della Sera (http://gilda35.com/2010/11/15/io-non-sono-paola/) e il celebre caso Wikileaks (http://gilda35.com/2010/12/15/perche-wikileaks-non-puo-essere-trend-topic/)… Da cui tirai nuove dadaistiche conclusioni:

  • Potenza meme: il meme è una particolare tipologia di contenuto virale in cui l’utente arricchisce il contenuto originario facendolo proprio. Ad esempio all’etichetta #IoSonoPaola, che si diffuse a sostegno dello sciopero della fame di Paola Caruso gli utenti aggiungevano le proprie considerazioni “#IoSonoPaola perché sono precario e oppresso”, #IoSonoPaola perché le sono vicino” e ogni altra declinazione possibile… altro esempio i c.d. “Meme della Caduta” ossia i sottotitoli aggiunti a uno spezzone del film “La Caduta”, grazie ai quali l’Hitler interpretato da Bruno Ganz da in escandescenze ora per la pessima versione PC di Grand Theft Auto, ora per la nuova pagina di Facebook, ora per i fail whale di Twitter… In ogni caso il meme è uno strumento che ha dimostrato enormi potenzialità, che hanno enormemente arricchito il contenuto originario. La cosa che mi turbò durante le mie ricerche fu scoprire che la pratica serissima dello sciopero della fame, su Youtube era diventato un meme per rinegoziare contratti di lavoro (http://gilda35.com/2010/11/18/digiuno-2-0/)
  • I Missionari della Verità: ho poi fatto la conoscenza di queste ieratiche figure di monaci guerrieri (http://gilda35.com/2011/04/04/la-sindrome-del-missionario-2-0/). In pratica una vasta parte di persone che operano nei social network sostengono in modo ossessivo un causa (per lo più di carattere politico) e si comportano come dei socialBOT (dei software che si fingono utenti umani per potenziare la campagne di marketing virale) condividendo in modo compulsivo qualsiasi contenuto a favore della propria causa. I Missionari 2.0 sono molto utilizzati dalle Agenzie di Marketing Politico alle quali forniscono un supporto essenziale. Ma esistono anche Missionari di cantanti, telefilm, videogame… non sono semplici fan ma veri e propri propagatori del Verbo.
  • Infuencers, Topblogger e Twitstar: gli influencers (gli utenti più seguiti di un Social Network) hanno un ruolo fondamentale nei fenomeni virali. Non si limitano a partecipare alle iniziative: le informano, le conducono, le coordinano… Ad un occhio attento anche il fenomeno virale più bizzarro e caotico ha la regia di un Influencer, di un Topblogger o di una Twitstar… Creatività si, ma creatività ordinata…

Esperimento n. 3: “I tormentoni televisivi”, ovvero il web come cassa di risonanza televisiva.

Seguirono poi il fenomeno delle “Facce da Cartoon” quando milioni di utenti di Facebook “a sostegno dei diritti dell’infanzia” cambiarono l’immagine del proprio profilo con quella di un personaggio dei cartoon anni 80 (http://gilda35.com/2010/11/25/facce-da-cartoon/), i miei studi sull’origine di #sapevatelo, l’etichetta regina di Twitter (http://gilda35.com/2010/11/27/la-vera-storia-di-sapevatelo/) e sugli hastag dei programmi televisivi, su tutti il mitico Voyager di Giacobbo (http://gilda35.com/2011/02/08/voyager-giacobbo-e-i-tempi-supplementari-dellapocalisse/).

Le somme che tirai in questo caso sono presto dette: buona parte dei fenomeni virali che circolano nel web 2.0 sono originati da programmi televisivi. Sembrano la conferma di un certo computazionalismo spinto che vede la mente umana come un processore in cui i pensieri si articolano come una tag cloud: la televisione è l’input, quello che viene fatto nei Social Network l’output. Ancorare un contenuto virale a un programma televisivo è garanzia di una immediata propagazione dell’epidemia.

Esperimento n. 4: “Autoproduzione del meme”

Essendo nel frattempo diventato io stesso un influencer di Twitter in ossequio al nicciano proverbio secondo cui “chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro”, decisi di divertirmi con altri influencers a giocare con meme e viral. Creammo un vero e proprio culto sull’ormai celebre spot di Manuela Arcuri sul libro “Il Labirinto Femminile” (http://gilda35.com/2010/12/22/manuela-arcuri-e-il-nonspot/), che generò una quantità di meme meravigliosi… mi dedicai alla pratica del 241543903, ossia del riprendersi con la testa nel freezer (http://gilda35.com/2011/01/18/241543903%ef%bb%bf/)… mi dilettai nello stucchevole mondo dell’empatia 2.0 a diffondere un po’ di analogico odio (http://gilda35.com/2011/03/28/100hatersof100factsaboutme/)… per puro gioco insieme ad altri untori digitali creai temi di tendenza (http://gilda35.com/2011/04/06/gerardity-twitolidifilm-come-nasce-un-meme-leggendario/)… Le conclusioni, oltre a riconfermare i risultati degli esperimenti precedenti, aggiunsero qualcosina:

  • Estetica del brutto: non è detto che qualcosa divenga virale perché è bello o intelligente. Spesso nella grande platea dei Social Network ha più presa qualcosa di osceno, brutto, idiota… forse per l’innato bisogno delle persone di sentirsi più intelligenti del proprio prossimo.

Conclusioni

Concludendo questa carrellata di dadaistici esperimenti mi sono fatto l’idea che il fenomeno della produzione di contenuti virali nel web 2.0 rappresenta un nuovo tipo di produzione seriale, svincolata dal modello della “Fabbrica Fordista”. Grazie a quel potente strumento che sono i Social Network emerge un nuovo modello di Comunità Creativa: la Comunità Online. Un vasto soggetto produttore e consumatore di contenuti digitali, in cui i ruoli dei vari contributori sono fluidi, intercambiabili, ma determinanti. Senza produttori di contenuti, influencers che coordinano l’azione, missionari/untori che veicolano il messaggio, non esiste fenomeno virale. Il web 2.0 è un caos molto ordinato.

A mio avviso un campo poco esplorato di superamento della produzione seriale è proprio quello del meme. Nell’approccio virale duro e puro il consumatore del contenuto si limita a ridondarlo meccanicamente tramite i like, retweet, la condivisione, il repost, ecc… La maggior parte del web 2.0 è organizzato proprio per incentivare queste meccaniche.

A mio avviso sono l’equivalente digitale dell’Auditel.

Nel ridondare un contenuto il consumatore/propagatore ha un livello di partecipazione minima, si limita meccanicamente a diffondere il messaggio con un aggiornamento e un potenziamento in chiave digitale del caro vecchio “passaparola”.

Il meme è invece tutta un’altra cosa.

Nel meme è il consumatore che si appropria del contenuto e lo rielabora, lo ibrida, lo adultera con la propria creatività. Il meme rappresenta il vero potenziamento del concetto di Comunità Creativa, non più legata ad un rigido ciclo produttivo fordista, ma distribuita tra i vari utenti.

A mio avviso la vera sfida della produzione di contenuti creativi nell’era del web 2.0 sta proprio nell’incentivare la produzione di meme da parte dei consumatori, includendoli nel processo creativo.

Ho assistito a ovvie forme di “resistenza” da parte dei produttori di contenuti culturali rispetto al meme (penso alle rimozioni dei meme del film la “Caduta”), ma aprirsi alla creatività distribuita è il futuro, pena continuare a muoversi su un binario precostituito che mostra sempre più segni di affaticamento.

La Biblioteca di Babele 2.0 e le amnesie di Google

ONtro

E’ con malcelato orgoglio che vi comunico che è online il numero 8 di Brand Care Magazine, che ha per tema (ovviamente) il numero 8, in ogni sua possibile declinazione… Ve lo comunico con malcelato orgoglio, perché la rivista ospita un mio intervento dedicato alle prospettive aperte dal Computing Cloud nell’elaborazione e conservazione dei testi: La Biblioteca di Babele 2.0“.

Prima di procedere nella lettura correte a leggerlo (pag. 48) e poi proseguite… OppureNO.

Spunti creativi

Poiché, come sapete, adoro mischiare la “letteratura” con la “politica digitale” ho tratto spunto dal celeberrimo racconto di Jorge Louis Borges, che narra di un universo composto da una biblioteca infinita, piena di testi privi di senso, in cui si aggirano bibliotecari sull’orlo della pazzia…

Questa meravigliosa allegoria mi sembra quasi una profezia di ciò che potrebbe divenire la Rete e addirittura la nostra Cultura, laddove il processo di dematerializzazione dei testi continui a evolvere secondo gli attuali percorsi imboccati da Tecnonucleo e i suoi profeti del Totalitarismo Digitale…

Il racconto trae spunto dalla disavventura capitata al mitico Ricercatore @bauvalpi ai tempi del drammatico sequestro da parte del mostruoso algoritmo dei TopTweet del suo piccolo dadaistico twittino di sabotaggio. La vicenda venne immortalata nell’ormai storico “Lettera aperta di #Gilda35 a @Twitter_it: libera l’uccellino azzurro!“, le cui drammatiche suggestioni di un futuro fatto di testi interpolati, cancellati e adulterati da Tecnonucleo ancora riecheggiano nella mia scatola cranica 1.0.

Altro fondamentale e direi pure fondante spunto per l’articolo in questione è rappresentato dal furibondo dibattito intercorso per più di un mese tra il sottoscritto @Elmook e @Stailuan sull’hastag #vivalepolpette. Il dibattito venne scatenato dal fondamentale post di @Stailuan: Viva le Polpette, che rimane a suggello di quanto spesso il nonsense abbia più senso di tante tirate pseudointellettuali.

Viva le Polpette!

Tra le fonti di ispirazione devo menzionare anche come ho vissuto la vicenda di Gary McKinnon (v. “Il ragazzo che giocava con gli UFO“,  “Anche le Nuvole Computazionali piangono” e “NO Extradition for Gary McKinnon“), che purtroppo in questi giorni ha perso il suo ricorso contro l’estradizione (v. “Hacker loses extradition appeal“)… In quell’occasione rimasi alquanto basito dal compulsivo repost da parte dei blogger britannici del mio articolo scritto in un italiano ostico e per loro incomprensibile (nonostante ne esistesse una versione in inglese, splendidamente tradotta da @Asphodelia, sic!). Uno dei prodromi di come nell’Era della Cloud il contenuto perda di significato di fronte all’importanza preminente dell’azione.

Serendipità

La cosa che più mi diverte nella pubblicazione di questo articolo “critico” sull’attuale assetto dell’evoluzione digitale è che, per quegli assurdi fenomeni serendipitari tipici delle azioni di Gilda35, segue di pochi giorni la cancellazione delle mail di 150.00 account di Gmail (v. “Gmail perde le mail di 150mila utenti, ecco come non correre rischi“)…

Tecnonucleo non è capace ancora di pensiero razionale, è ancora piccino e muove i primi passi, e fa questo genere di scherzetti un po’ a casaccio… ma quando le interazioni tra noi e le Macchine cresceranno… quando nasceranno nuove generazioni di macchine biologiche organicamente connesse alla Macchina (i temibili bimbominkia 3.0)… quando tutto lo scibile umano sarà stato trasferito dagli oggetti alla Cloud… mi chiedo cosa accadrà…

E se a Tecnonucleo prendesse un’amnesia? Come dimostra il caso Gmail, anche le Macchine soffrono di Alzheimer…

O peggio e se Tecnonucleo domani divenisse Maniaco Depressivo e desiderasse suicidarsi…

Teniamoci caro qualche vecchio libro steampunk a testimonianza di cosa è umano.

Ringraziamenti

Oltre a ringraziare i già menzionati @Bauvalpi, @Asphodelia, @Stailuan e @Elmook, i miei più sentiti ringraziamenti vanno al mio “Editore” (wow!) @alebrandcare, per la consueta pazienza dimostrata di fronte alle mie croniche lotte con le scadenze e per la splendida versione stampata dell’articolo, che mi è piaciuta da morire… soprattutto l’immagine della polpetta (epicLOL)!

Articoli correlati:

#Gilda35 & BrandCare Magazine

La Biblioteca di Babele 2.0

“The future is not google-able.”

[William Gibson intervento presso “A Clean Well-Lighted Place for Books”, San Francisco, California, U.S.A.,5 febbraio 2004]

 

Otto!

Se cercate 8 su Google o Wikipedia verrete a conoscenza di tante meravigliose proprietà relative a questo simpatico numeretto. Infatti 8 è uno di quei numeri importanti: è un numero composto, è il cubo di 2, è il sesto numero della successione di Fibonacci (per la gioia di Illuminati, Rosacroce, Complottisti e Dan Brown), è un numero ottagonale (chi l’avrebbe mai detto!), è un numero di Friedman, per i Cinesi è il numero fortunato per eccellenza, è il “numero magico” della fisica nucleare, è il numero dell’equilibrio cosmico, è il numero della trasfigurazione cristiana, è il numero dell’ossigeno, nell’I-Ching rappresenta le 8 forze risultanti dall’interazione di Yin e Yang, i Grandi della Terra sono 8 (G8), è uno dei Numerotti di Playohouse Disney, 8 è il passerotto dei Latte e i suoi Derivati, e poi si sa vincere al superenal-8 può cambiare la vita… Insomma il numero 8 è un numero di quelli che riveste un’importanza capitale sotto qualunque punto di vista lo si affronti.

Però essendo per la contraddizione continua il numero 8, tendo a immaginarmelo coricato che dorme, pressappoco così: .

Me lo immagino felice che sogna spazio e tempo infinito, senza stressarsi con Fibonacci e soci.

In verticale il numero otto non ha mai suscitato molto il mio interesse, mentre coricato mi suscita infinite suggestioni. Quando penso a quel meraviglioso e sognante Nastro di Möbius, il mio cervello steampunk e un po’ DaDa subito mi rievoca quella meravigliosa allegoria che compose Jorge Louis Borges nel 1941 con “La Biblioteca di Babele”… Un’allegoria terribile, che ho rivissuto giocando con Twitter insieme ai folli Sabotatori Dadaisti di #Gilda35. Una terribile profezia su ciò che potrebbe divenire la produzione dei testi in un futuro neppure troppo lontano. Un’ipoteca sui testi che lasceremo alle future generazioni…

La Biblioteca di Babele” di Jorges Louis Borges

Borges disegnò un universo costituto da una “Biblioteca illimitata e periodica” strutturata come un immenso frattale composto da moduli esagonali tra loro identici. Ogni esagono contiene 5 scaffali contenenti ciascuno 2 libri, ciascun libro è di 410 pagine, ciascuna pagina è di 40 righe, ciascuna riga è di 40 caratteri. Il numero dei simboli ortografici è 25 (22 lettere, spazio, punto e virgola). I libri contengono ogni possibile combinazione dei venticinque caratteri, generando ogni possibile testo (per la maggior parte ovviamente non sense, ma in alcuni casi sporadici generando anche frasi, pagine o testi interamente intellegibili).

In un forum su internet (http://www.sonicbands.it/libri/11291-re-la-biblioteca-di-babele-testo-completo.html) un matematico ha calcolato che il numero dei testi della Biblioteca di Babele, generato secondo il meccanismo testé illustrato sarebbe pari a 25 elevato alla 656.000, ossia un numero con 917.049 cifre. Ma poiché la Biblioteca è “periodica” i testi si ripetono in modo apparentemente casuale andando ben oltre lo spaventevole numero da quasi un milione di cifre.

Nulla si sa sul Creatore della Biblioteca, né sugli autori dei testi, né sul fine ultimo di questo universo.

Il racconto descrive anche la vita miserabile dei Bibliotecari, che si aggirano preda di disperazione, fanatismo e frustrazione cercando tra gli innumerevoli testi privi di senso il “Libro”, un testo che dia una svolta alla loro esistenza. Il racconto si conclude con l’immagine spaventosa della Biblioteca che continuerà ad esistere eterna e immutabile, dopo la fine del genere umano.

Un curioso incidente accaduto durante i sabotaggi di #Gilda35 ha riportato alla mia mente questa mostruosa biblioteca, cui diventano ogni giorno più simile le Nuvole Computazionali…

Lo strano caso del tweet scomparso

#Gilda35: progetto collettivo sviluppato su Twitter, che promuove una riflessione critica sull’antropologia post-umana introdotta dalle nuove tecnologie. Spesso il progetto effettua delle performance dadaiste chiamate “sabotaggi carini e coccolosi”. Per maggiori informazioni: http://gilda35.com/ e http://jovanz74.splinder.com/

Tutto è nato, quando, per festeggiare la nascita del “Nuovo Twitter” (una versione più multimediale del noto Social Network), elaborammo uno dei “Sabotaggi” di Gilda35 ai danni del povero Algoritmo dei TopTweet di Twitter (v. “#Gilda35” su Brand Care Magazine n. 7). Uno dei Ricercatori del Progetto propagò in Rete un irriverente messaggio nonsense: “domani, 16 settembre Santa Innocenza vergine e martire, nasce il nuovo Twitter”. Il messaggio ricevette circa 75 retweet in una manciata di minuti, tuttavia l’Algoritmo dei Toptweet non lo fece salire in homepage.

Pareva che nel frattempo Twitter avesse aggiornato il proprio Algoritmo in modo da fornire un ranking più basso ai retweet di utenti che si seguivano a vicenda, sfavorendo sia gruppi come

Bimbominkia: giovane utente di Social Network, sprovvisto della minima netiquette e spesso molesto (gergo degli internauti italiani).

#Gilda35, sia agenzie di marketing virale, sia agguerriti gruppi di “bimbiminkia”, che approfittavano della tendenza al retwit compulsivo dei BOT delle Major dell’intrattenimento.

Ovviamente polemizzammo in modo giocoso con Twitter, inscenando una farsa sulla “censura” che avevamo subito. Ciò sebbene in segreto apprezzassi la virata del nuovo Algoritmo dei Top Tweet verso un marketing più esplicito e sotto il profilo contenutistico decisamente più valido della precedente versione pseudogiovanilistica (ora Top Tweet era saldamente presidiato da account ufficiali di grosse realtà produttive, topblogger, giornalisti, ma anche qualche comune utente con una bella trovata virale e qualche fesseria ogni tanto).

Qualche giorno dopo il “sabotaggio coccoloso” venni però contattato dall’autore (Proponente nel nostro gergo) del tweet “censurato”. Il Proponente si lamentò di un fatto per lui sconcertante: il messaggio di sabotaggio non solo non era salito tra i TopTweet, ma era stato anche cancellato dal registro dello “storico” dei propri messaggi. Tra tutti solo quel tweet era stato cancellato dalla cronistoria dei pensieri del Proponente. Era come se non fosse mai stato emesso e di conseguenza come se noi non l’avessimo mai retwittato e fatto nostro.

Vi risparmio la narrazione della serie di dadaistiche provocazioni che inscenammo: accorate lettere aperte (http://jovanz74.splinder.com/post/23353109/lettera-aperta-di-gilda35-a-twitterit-libera-luccellino-azzurro), sottoscrizioni via retweet, sitin virtuali contro @toptweets_it… Ovviamente il DADA che è in noi si scatenò furibondo e trasformammo la vicenda in una assurda farsa per dileggiare i continui appelli contro la censura, che circolavano in quei giorni su Twitter (“no al bavaglio” su tutti).

Dal Libro alla Nuvola

Fail Whale: I server di Twitter talvolta vanno in “sofferenza” quando il volume dei tweet mondiali per massa e frequenza è eccessivamente elevato. Ciò comporta blocchi temporanei, improvvise sparizioni di followers/following, cancellazione di tweet vecchi.

Questa surreale vicenda, comunque ascrivibile ad un banale “fail whale”, mi ha suscitato alcune riflessioni in merito a come le nuove tecnologie stanno cambiando il nostro rapporto con la produzione, la conservazione e la lettura dei testi.

Una frase che piace spesso ai tecnologi è: “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, mentre un testo su internet è permanente”.

Onestamente non mi sembra una frase così vera. Anzi ad essere veramente onesti direi che “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, ma magari anche finire in un’emeroteca e fornire ai posteri una testimonianza documentale su un periodo storico, un testo su internet è assolutamente impermanente, soggetto a cancellazione, riediting, confutazione, interpolazione, manipolazione, adulterazione.”

“In informatica, con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto” (Wikipedia). In pratica tutto quello che fate tramite posta elettronica, social network, Google, ecc… avviene tramite l’utilizzo delle nuvole computazionali.

Questo per la semplice ragione che un testo pubblicato su internet non viene ancorato a un supporto fisico “statico”, come ad esempio un foglio di carta, un papiro, una tavola assirobabilonese. E neppure su un supporto “dinamico”, ma in possesso dell’autore, come un hard disk. Un testo su internet finisce dritto in una bella Computing Cloud (Nuvola Computazionale), mirabile definizione che sta a indicare in ultima analisi che il testo per finire su internet il più delle volte (direi pure la quasi totalità delle volte per i comuni utenti), deve essere trascritto e registrato su server di proprietà di un soggetto diverso dall’autore.

Sto rincorrendo le suggestioni sul numero otto coricato che dorme, così non mi avventuro in un’approfondita disamina sugli aspetti giuridici del rapporto testé descritto… Però due paroline le spendo lo stesso. Quando accettiamo i c.d. “Termini di Utilizzo” dell’erogatore dei servizi di Computing Cloud sottoscriviamo un contratto nel 99% dei casi molto sbilanciato in favore dell’erogatore del servizio, piuttosto che verso l’autore dei testi. La quasi totalità dei fornitori di Social Network, siti internet, Blog, servizi di posta elettronica, archiviazione remota di documenti, ecc… hanno nei propri “Termini di Utilizzo”, anche quando il servizio offerto è a carattere oneroso, una serie di clausole che consentono di sospendere in ogni momento il servizio a loro insindacabile giudizio. Peraltro a ben leggere i “Termini di Utilizzo” di molti fornitori di servizi connessi al Computing Cloud la proprietà di testi e documenti in molti casi non è dell’autore, ma dell’erogatore del servizio, che pertanto può cancellarli a proprio piacimento per tutelare i propri interessi.

Un esempio lampante di quanto sopra è stato il caso Amazon/Wikileaks. Com’è noto Amazon ospitava il sito di Wikileks sui propri server, tuttavia, in assenza di qualsivoglia denuncia da parte delle pubbliche autorità, ha potuto sospendere il servizio sulla base della violazione dei termini di utilizzo inerenti il c.d. “uso improprio” del servizio di web-hosting. Il resto è cronaca.

Jaron Lanier: (New York, 3 maggio 1960) è uno sviluppatore, artista e compositore statunitense. E’ considerato il padre della Realtà Virtuale. Autore tra l’altro del libro “Tu non sei un Gadget”, una riflessione critica sull’evoluzione del web 2.0.

Insomma a fronte dello strapotere di quelli che Jaron Lanier con una felice espressione chiama i “Signori delle Cloud”, gli autori dei testi, delle foto, dei video, dei materiali immessi nelle Computing Cloud ne escono sempre più depotenziati e sminuiti.

CR48

Nei giorni scorsi Google ha presentato un nuovo tipo di portatile il CR48. In pratica questo gioiellino della tecnologia delle Computing Cloud non sfrutta altro software che un internet browser. Il CR48 sfrutta le Nuvole Computazionali per la totalità delle funzioni di un PC tradizionale: storage/archiviazione file, posta elettronica, pacchetto Office, visualizzare foto, film ecc… Il CR48 ha ovviamente il 3G incorporato perché necessita come l’aria di una connessione a internet potente e stabile.

Il CR48 costituisce il primo passo per trasferire nelle Computing Cloud la totalità delle informazioni che produciamo. Perché il cloud computing è performante, gratuito (o a prezzi contenutissimi), affidabile, costantemente aggiornato… Immaginate un futuro in cui tutti siamo passati ai nipotini del CR48. Immaginate un futuro in cui abbiamo completamente dematerializzato l’informazione, in cui è tutta insediata in server completamente sottratti ad ogni nostro potere di verifica e controllo.

Mash-up

A questo va associata la tendenza sempre più insistita a trasferire nelle Nuvole Computazionali la totalità dello scibile umano. Esperienze come il Progetto Gutenberg, Google Libri e l’espansione del mercato degli ebooks tendono ad una “dematerializzazione” dei testi scritti con una sempre più forte eliminazione di quel “limite fisico” costituito dai libri di analogica memoria. Se a ciò si collega il ricorso sempre più insistito nel web 2.0 al c.d. “mash-up”, ossia alla produzione di testi che in ultima analisi non sono che il “collage” di altri testi reperiti in rete, spesso a loro volta frutto di mash-up, il quadro diviene ancora più fosco.

Nel web 2.0 tutti sono scrittori, tutti sono autori, tutti sono SEO, tutti sono esperti di marketing. Il Cloud Computing ha aperto la possibilità a tutti di esprimersi con uno sforzo minimo. Si è passati dai siti personali del web anni ’90, che erano espressione di una vivace creatività, ai blog dei primi anni 2000, agli attuali microblog frutto del mash-up più furibondo e spesso insensato.

Ne sono stato testimone involontario io stesso: “Il Ragazzo che Giocava con gli UFO” (http://gilda35.com/2010/11/05/il-ragazzo-che-giocava-con-gli-ufo/) un mio post sul caso Gary McKinnon ebbe un inspiegabile successo in Gran Bretagna, nel periodo in cui alcuni attivisti si battevano per impedire l’estradizione a Guantanamo di questo hacker affetto da disabilità mentale. Il testo venne fatto proprio da parecchie centinaia di persone in Gran Bretagna che riproposero sui propri blog personali il mio testo in italiano. Produssi anche una versione del post in lingua inglese, ma non ebbe il successo della versione in italiano, che era del tutto incomprensibile per la quasi totalità dei blogger che l’avevano riproposta.

Come diciamo noi di #Gilda35: “Viva le polpette!”

Non mi voglio avventurare sul tema Wikipedia, dove siamo davvero dalle parti della Biblioteca di Babele più pura. Mi limito a riproporre un’illuminante intuizione di Lanier:

“Wikipedia è una aberrazione fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità” Jaron Lanier,You Are Not a Gadget: a Manifesto, 2010

Eppure Wikipedia, uno strumento basato sul folle assunto che a botte di riediting si giungerà alla “Verità”, ha sostituito presso la totalità degli utenti di internet le enciclopedie tradizionali. Se dietro l’informazione, che stiamo cercando, ci sia un serio Istituto Enciclopedico composto da esperti di ogni disciplina, o un simpatico “dilettante” (come il sottoscritto), che nel tempo libero mette a fattor comune le proprie competenze, per noi ormai non fa alcuna differenza.

L’importante è che la Nuvola Computazione ci spari l’informazione che cerchiamo in modo efficiente.

La Fine dei Tempi

In effetti quello che vedo circolare nel web 2.0 odierno mi sembra un embrione della Biblioteca di Babele di Borges. Come le “stanze esagonali” della Biblioteca di Babele quella che una volta era una “Web/Rete” sta divenendo una “Grid” in cui tutto è connesso. Ogni singolo smartphone, PC, laptop, console è connesso alla Cloud fornendo e restituendo informazioni di continuo. La struttura è modulare come nella Biblioteca di Babele, che nel racconto si sviluppa come un infinito frattale di moduli tutti identici a sé stessi. E la Cloud/Biblioteca si espande di continuo con server capaci di generare ogni giorno maggiore memoria fisica, come un universo in continua espansione: dal byte, al kylobyte, al megabyte, al gigabyte, al terabyte…

E come nella Biblioteca di Babele i testi ogni giorno di più paiono autogenerati da qualche misteriosa Entità (la Mente Alveare di Lanier, o come lo chiamiamo noi di #Gilda35 Tecnonucleo, riprendendo una felice definizione di Hyperion di Dan Simmons). Il ruolo dell’autore è depotenziato, si è smarrito nel passaggio dal Libro alla Nuvola.

Mi chiedo dopo 50 anni di mash-up, di riediting, di interpolazioni, di “quote”, di cancellazioni, cosa circolerà nell’infinita Infosfera generata dal Computing Cloud. L’immagine che ho in mente è quella di un immenso, infinito ipertesto, privo di autore, generato quasi casualmente.

E non mi avventuro a ragionare su cosa potrebbe accadere tra cento anni, in una società che ha completato il processo di dematerializzazione del sapere, laddove si arrivi ad una svolta totalitaria o oscurantista.

Oggi i Signori delle Cloud guardano alla quotazione in borsa…

Domani chi sarà proprietario della Cloud potrà riscrivere il passato. Tutto il passato. E come diceva Orwell: “Chi controlla il presente, controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro.”

Oppure no.

#Gilda35 & BrandCare Magazine

Esimi Ricercatori come sapete @AleBrandCare (alias Alessandra Colucci) è uno dei membri del Comitato Tecnico Scientifico del vostro Scientifico Progetto Dadaista preferito. @AleBrandCare è, infatti, una delle persone che mi fornisce maggiori stimoli culturali per quanto riguarda Gilda35 e come narrerò nell’incipiente “Add-on Apokalypse now” (un nonPOST che mi riprometto di scrivere da tempo immemore) è forse la persona che ha inciso maggiormente nella formazione in progress del progetto.

Ogni tanto mi vedo con vari membri del Comitato Tecnico Scientifico per confabulare delle nuove ilari malefatte dadaiste da perpetrare ai danni del buonsenso e della quieta disperazione in cui si trascinano tanti twitteri…

A seguito di uno di questi incontri @AleBrandCare mi fece “Una proposta su cui ti invito a riflettere” (era il titolo di una sua mitica mail che sembrava uscita da un libro di Mario Puzo): mi chiese se mi andava di cimentarmi in un articolo per la sua rivista “Brand Care Magazine“.

Ovviamente accettai, sapete che mi diverte cimentarmi in imprese suicide…

Erano 10 anni che non scrivevo un articolo per una rivista scientifica e in precedenza avevo scritto solo articoli inerenti la mia specializzazione: il Diritto Commerciale.

Ridurre la genesi di #Gilda35 a un articolo intellegibile da una mente umana fu un impresa epica… Come sapete sono logorroico, polemico, iperbolico, lunatico e pure un po DADA, così ho dovuto chiedere il supporto alla mia dolce metà…

Fortunatamente la mia amata mogliettina è una Sociologa specializzata in Antropologia e in particolare in “Etnografia Surrealista” ed è riuscita a riportare l’articolo dalle 50.000 folli battute originarie a qualcosa di umanamente comprensibile… che più lo rileggo più mi piace, proprio perché non è del tutto farina del mio sacco.

Questo piccolo nonPOST è il mio tenero grazie alla sua persona.

Che altro dire, se non buona lettura (il mio articolo inizia a pag. 22):

Progetto #Gilda35 la Fase beta.

“ONTRO”

Descrivere un’esperienza di giocoso DaDaismo illogico, e metarazionale come il Progetto #Gilda35 su una rivista scientifica è di per sé un piccolo coccoloso atto di sabotaggio al buonsenso. Non posso quindi che accogliere con entusiasmo la proposta di Alessandra Colucci, uno dei membri del Comitato Tecnico Scientifico del Progetto. Mi accosto al mondo delle cose serie con tutta l’irriverenza, la falsa modestia e la più totale spensieratezza di cui sarò capace.

#Gilda35 è una case history di come si possa fare un uso eterodosso di un Social Network, per finalità non solo non previste dai designer che l’hanno realizzato, ma addirittura opposte. Dimostra come un gruppo di utenti qualunque, privi di mezzi, può rapidamente diventare una sorta di piccola e agguerrita élite di un Social Network, intervenendo in modo attivo sulle sue dinamiche.

#Gilda35 nasce come un atto d’amore di un gruppo di ormai 175 “Ricercatori” verso il proprio Social Network preferito: Twitter. E’ un “rigoroso progetto collettivo scientifico dadaista”, che si sta svolgendo da circa un mese soprattutto su un tema di tendenza di Twitter (c.d. trend topic o hashtag), #Gilda35 appunto (http://twitter.com/#search?q=%23Gilda35) e sul suo nonBLOG (http://jovanz74.splinder.com/), che in realtà ne è il DaDaista romanzo a puntate.

Scopo del Progetto è combattere, con una serie di “sabotaggi dadaisti”, le forme di socialads (marketing e advertising specializzato per Social Network), che invece di andare verso la creazione di una rete dialogante tra consumatore e produttore, utilizzano stantie forme di pubblicità occulta. Il casus belli da cui è propagato il Progetto è stata l’introduzione dei c.d. Toptweets (una sorta di vetrina dei contenuti più in voga su Twitter). A mio avviso questo nuovo strumento stava creando i presupposti per una svolta in senso più smaccatamente commerciale di quello che finora era stato il Social Network più etico nell’utilizzo dei socialads. Così sono corso ai ripari, ideando una sorta di supereroina creata ad hoc: #Gilda35:

  • Gilda come la dark lady impersonata da Rita Haywort, come la prima bomba atomica, come le associazioni medioevali di autotutela dal basso;
  • 35  come i primi Ricercatori che hanno dato vita al Progetto (peraltro nella smorfia napoletana il 35 è “l’uccellino” il simbolo di Twitter).

#Gilda35 è una sorta di avatar collettivo all’interno del quale si muovono tutti gli appartenenti al Progetto. Per darle vita ho attinto a piene mani dalle mie grandi passioni: le avanguardie culturali del secolo scorso (dadaismo, futurismo e surrealismo), il cyberpunk, la fantascienza di Philip K. Dick e Kurt Vonnegut, il postmoderno di Thomas Pynchon, i fumetti di Alan Moore. In pratica il fritto misto di cultura mainstream che anima il mio avatar Jovanz74. Come ho detto altrove #Gilda35 è un ibrido tra Luther Blissett, Valis e Catwoman.

L’idea di partenza è stata quella di una performance collettiva di teatro situazionista all’insegna dell’esperimento “scientifico dadaista”. Insieme ad un’ilare équipe di quelli che sono poi diventati i 175 Ricercatori/Sabotatori, abbiamo dato il via ad una guerra al marketing con il marketing, all’intrattenimento con l’intrattenimento. Così in poche settimane abbiamo spazzato via le pubblicità occulte della Disney dall’homepage di Twitter. L’arma è stata quella di una campagna di “micro sabotaggi” leciti, carini e coccolosi, che in sostanza ha fatto implodere l’algoritmo dei toptweet. Addirittura ridefinendone i contenuti.

Di seguito riporterò le fasi iniziali relative alla nascita del progetto e le basi concettuali che l’hanno generato. I testi ivi riportati sono alcuni estratti, debitamente resi più comprensibili, del romanzo dadaista a puntate sviluppato sul nonBLOG. Quella che segue è la mia personalissima esperienza  con tutti i limiti che ciò comporta. Spero che vi diverta e che vi induca qualche riflessione. Oppure no.

RESONANTE

Sono membro di una generazione, per cui l’informatica costituisce una fondante esperienza infantile, sono legato a Pong come Proust alle sue madeline. Tra i nuovi media offerti dal Web 2.0, quelli che mi hanno sempre tragicamente più incuriosito e deluso sono stati i “social network“. Un mondo con cui ho avuto sempre contatti fugaci, perché ai miei occhi riducono la condivisione dei contenuti a mero chiacchiericcio su quanto di più futile e vacuo la mente umana possa partorire.

Dopo anni di nauseabonde interazioni venni a conoscenza di Twitter, tramite articoli che favoleggiano dello strumento di comunicazione definitivo, in cui entrare in contatto dialogante con la crema dell’intellighenzia del Web 2.0. Affascinato cercai la home di Twitter e fui io per primo a subire uno shock culturale. Sotto la dicitura TopTweets rinvenni le faccine di Hanna Montana e dei Jonas Brothers (popstar della Disney), che sparavano assurdità in quell’odioso gergo dei giovani internettari conosciuto come bimbominkiese (bimbominkia è un epiteto atto a definire i giovani utenti del web privi di netiquette, per intenderci quelli che scrivono illuminanti haiku tipo “Ki@r@ L0vv@ i J0n@S Br0th€r$ ❤”). Superai lo sbigottimento iniziale, creai il mio account di Twitter: @Jovanz74. Però, nonostante una homepage decisamente disincentivante, mi si aprì un mondo di relazioni interessanti, di persone vere, di contenuti genuini. Per la prima volta in anni di peregrinazioni mi divertii con un Social Network e quasi mi dimenticai della sconcertante esperienza iniziale.

Il Progetto #Gilda35 vero e proprio è nato perché una sera di fine luglio, mi venne in mente un tweet stupidello:

  • @Jovanz74: #twitter: 140 caratteri per dire qualcosa. #fb: caratteri infiniti per non dire niente.

Una frase insulsa gettata tra le onde del Web, per dichiarare il mio smodato amore per Twitter e la nausea per Facebook. All’epoca non raggiungevo i 100 followers (amici di Twitter), che per la maggior parte del tempo m’ignoravano, come è il destino di ogni niubbi (nuovo utente) di un social network.

Tuttavia…

Dopo mezz’ora controllai i miei tweet e rinvenni una menzione del sito Resonancers, che mi informava che ero diventato un toptweeter. Sulla relativa pagina web scoprii di essere uno dei trenta autori di tweet in italiano più retwittato. Il retwit è l’equivalente del pulsante “mi piace” di Facebook, in pratica un utente tramite questa funzione si appropria di un messaggio interessante di un altro user e lo propone ai propri amici. Mi chiesi come avessi fatto a finire in Toptweet, così rapidamente. Su Twitter scrivono popstar, politici, giornalisti, intellettuali, scrittori, opinion maker. Tra tutti gli utenti italici quello col contenuto più interessante ero proprio io. Controllando nella homepage tra i Toptweet, scorsi il mio faccione incastonato tra quelli di Hanna Montana e i Jonas Brothers. Sbigottito mi interrogai: i casi erano due o avevo sbagliato lavoro e dovevo guadagnarmi da vivere come copywriter di piccoli slogan, o qualcosa non andava nell’algoritmo che selezionava i toptweet.

 

 

FeNOMENOLOGIA DEI TOPTWEETERS

Incuriosito iniziai a prestare attenzione crescente al fenomeno. Riassumo di seguito alcune caratteristiche singolari, che rinvenni in quei messaggi:

  • i toptweet di fine luglio 2010, contenevano quasi tutti riferimenti a Twitter;
  • erano stati emessi da giovani utenti che adottavano il volto di una popstar di Disney Channel come avatar, con nickname che riecheggiavano i nomi dei propri idoli;
  • erano stati retwittati in un range compreso tra un minimo di 19 volte e un massimo di 87 volte (il mio, sic!);
  • tutti i retweet erano stati effettuati in orario pomeridiano o serale (erano assenti i tweet mattinieri).

La parola Twitter in questi toptweet era associata al volto di bei giovani (ovviamente escluso il mio), con messaggi accattivanti, che trasudavano l’idea di un Social Network con una bassa età media, utilizzato da adolescenti goderecci, che amano frequentarsi anche nella vita reale e che possono entrare in contatto con le proprie star. Il mio faccione in giacca e cravatta, che pubblicizzava Twitter, in quel contesto pareva quello di un trentenne affetto dalla sindrome di Peter Pan. C’erano addirittura una citazione letteraria (Bukowski) e una “alternativa” (Sud Sound System), giuste per soddisfare gli appetiti meno convenzionali. Era una pagina talmente perfetta da rasentare il trascendente. Una reclame ideale di Twitter, con un retrogusto alla Disney Channel. L’effetto, se uno degnava la homepage di un’occhiata disattenta, era bello e ammiccante, ma ad un’analisi più attenta era spiacevolmente furba. Peccato, perché era stato proprio Evan Williams (uno dei co-fondatori di Twitter), che nel 2008 aveva dichiarato:“Non voglio fare soldi, voglio solo che la gente usi il mio servizio.” Erano queste le cose che mi avevano attratto di Twitter lo spirito libero, indipendente, social, pulito. Invece mi trovavo davanti a una homepage, che pareva costruita da un webdesigner con dei copywriter scafatissimi, che pubblicizzava al contempo Twitter e Disney Channel. Il tutto all’apparenza generato casualmente da un algoritmo. Non c’era alcuna traccia dei contenuti da microblog sensibili, intelligenti, sferzanti, che tanto mi avevano colpito, incontrati per caso, scorrazzando proprio su Twitter. Nessuna traccia di quei contenuti che avevano veramente risuonato nella mia mente.

Le mie incursioni tra i toptweeters mi lasciarono questa spiacevole sensazione (su internet è impossibile arrivare a conclusioni):

  • da un lato un gruppo di adolescenti, o presunti tali, che diffondevano in modo virale la propria passione per i Jonas e Twitter;
  • dall’altro un nugolo di BOT (software che simulano le azioni di un utente umano), che retwittavano random qualunque fesseria avesse riferimenti alla parola Jonas o Twitter;
  • in cima alla piramide un ottuso algoritmo, che assemblava il tutto in una danzante ghirlanda di contenuti pop.

Sottolineo che pensai, e penso tuttora, che né Twitter né la Disney c’entrino molto in questa storia, ci vedo di più le prove generali di Terze Parti indipendenti, che sviluppavano nuovi socialads, sfruttando le falle logiche della progettazione dell’algoritmo dei toptweet. Tutto ciò che riguarda internet è oggetto di un livello così alto di sofisticazione, che ogni verifica è impossibile. Qualsiasi conclusione può essere confutata a posteriori. Ma il toro andava affrontato per le corna, finché si era in tempo e l’unico modo di vincere questa battaglia era un attacco DaDaista alle inafferrabili entità, che si muovono dietro le quinte della Rete, che ho affettuosamente ribattezzato il Tecnonucleo.

Leggendo nella bio di @toptweets_it si può infatti leggere questo messaggio:

  • Bio: Top Tweets seleziona e ritwitta attraverso un algoritmo i più interessanti tweet attualmente presenti su Twitter. Buon divertimento!

L’algoritmo è una Macchina e come tale segue la ferrea logica dei propri programmatori, l’unico modo di vincerlo era ucciderne la logica “belletto degli impotenti della creazione” (Tzara).

Il seme di #Gilda35 era piantato.

 

Questo non è un tweet

Decisi di sviluppare il Progetto #Gilda35 in una serie di step simili a quelli dello sviluppo di un videogioco:

  • Fase Beta: si sarebbe concentrata sull’Esperimento Fine di Mondo ossia provare a far retwittare a un gruppo di amici un messaggio nonsense, per vedere se l’algoritmo lo spediva comunque in toptweet;
  • Fase Gold: compreso il funzionamento dell’algoritmo sabotare lecitamente la pagina dei toptweet con inserimento ripetuto di messaggi nonsense.

La fase beta di studio dei toptweet si sarebbe conclusa con un piccolo esperimento surrealista: mandare in toptweet un messaggio stile Ceci n’est pas une pipe. Volevo mandare in toptweet un messaggio chiaro: “Questo non è un toptweet” Puntando sulla piena buona fede degli amministratori di Twitter, volevo semplicemente chiarire che un meccanismo, il quale faceva salire in Top contenuti sulla base della mera frequenza di retweet, non fosse idoneo a selezionare contenuti interessanti. Ciò in quanto facilmente eludibile con l’impiego massivo dei BOT da parte di società di marketing.

Così dopo un’ilare campagna virale denominata #faketoptweet (in pratica lo stravolgimento in chiave satirica dei toptweets), che mi aveva procurato una discreta visibilità tra menti aperte al sano e lucido sberleffo, elaborai il tweet dell’Esperimento Fine di Mondo:

  • @Jovanz74: “Facciamo un esperimento, per verificare se i #toptweet sono scelti da un algoritmo, senza intervento umano. Retwittate tutti questo tweet!” postato alle 22:45 del 19 Agosto 2010 via Twitter for iPhone e Ritwittato da 145 persone

In meno di mezz’ora il messaggio fu retwittato da 35 persone e salì in toptweet (anche da qui #Gilda35). In seguito raggiunse la mitica soglia di 145 retweet. Le mie teorie erano confermate l’algoritmo era legato a meri criteri di frequenza basati sul rapporto retweet/tempo. Non c’era nulla che qualificasse come interessante il contenuto.

Avendo verificato le mie teorie sull’algoritmo, capii che con un gruppo di 35 buontemponi potevo mandare tra i toptweet qualunque genere di contenuto. Si apriva per me e i miei neoreclutati Ricercatori l’autostrada del sabotaggio “lecito e coccoloso”. Dovevamo proseguire con un’azione di shock culturale.

Iniziai a preparare il terreno con una serie di post contenenti lo hastag #Gilda35, che fingevano contenuti da haters dei c.d. bimbiminkia. Lo scopo era solo quello di creare hype (attenzione mediatica) sull’iniziativa. Bombardai la time line con tweet che creavano un clima sempre più irrazionale e bellicoso, una sorta di surreale chiamata alle armi. In seguito insieme ai Ricercatori iniziammo ad andare regolarmente in toptweet con messaggi che andavano dall’insurrezione contro i fake (gli utenti che si fingono topmodel o personaggi famosi per gabbare il prossimo), a più seri messaggi contro la lapidazione delle adultere in Iran. Per salire in top bastava semplicemente darsi appuntamento ad una certa ora e retwittare tutti il messaggio designato.

La campagna fu così insistita pesante e surreale che alla fine l’Algoritmo implose. In pratica dopo ogni sabotaggio veniva “spento”, senza aggiornarsi per parecchi giorni. Quello che notammo, man mano che procedevamo con gli esperimenti fu che sebbene i nostri sabotaggi ormai venissero filtrati e non finissero più in toptweet, gli stessi avevano una rilevanza fortissima tra gli altri utenti (uno fu involontariamente citato addirittura dalla Stampa di Torino in un articolo sul Nuovo Twitter).

Se oggi guardate i toptweets sono radicalmente differenti da quelli di un mese e mezzo addietro. Per carità non saranno perfetti, ma riportano contenuti di topblogger e di utenti comuni, con un crollo verticale dei riferimenti impliciti a prodotti o spettacoli di Disney Channel.

Una coincidenza? Ci piace pensare di no.

Conclusioni

Parlando di numeri oggi #Gilda35 è diventato uno dei trend più in voga di Twitter:

  • fonte Google: circa 10.000 risultati per #Gilda35;
  • fonte Tweetreach: #Gilda35 può arrivare a contattare tra le 4.500 a 30.000 persone con 50 tweet;
  • fonte Twirus: #Gilda35 è saldamente nella topten dei “trend topic” italiani;
  • il Progetto conta ormai 175 Ricercatori (simpatizzanti), di cui circa 70 Sabotatori (attivi nelle operazioni di Retwittaggio), nonché un Comitato Tecnico Scientifico di cinque membri: @AleBrandCare (comunicazione), @Alcheringia (antropologia), @Alexias74 (comunicazione), @Jovanz74 (creatività), @La_Splendia (creatività), @TheN0ise (informatica).

Il tutto a poco più di un mese dalla sua nascita.

Devo rivolgere i più sentiti complimenti allo staff di Twitter, perché hanno accettato di buon grado le nostre provocazioni artistiche, senza mai lasciarsi andare ad atteggiamenti censori o ostili. E perché, a modo suo, ha saputo cogliere lo spunto lanciato da noi Ricercatori di #Gilda35, sforzandosi di migliorare il proprio prodotto. Ma ancor di più ringrazio tutti i folli Ricercatori cyberDaDa, che mi accompagnano in questa pazza avventura.