Perché non guardare Star Wars con qualcuno nato dopo il 2000

[Contiene spoiler soggetti a prescrizione]

 

I miei amici, attraverso alcuni mini racconti che pubblico su Facebook, hanno fatto la conoscenza del mio primogenito, ribattezzato in quella sede Figlio1, per rispetto della sua privacy. Qualche giorno fa, per prepararci alla visione de “Il Risveglio della Forza” ho commesso l’impudenza cosmica di fare con lui una maratona di Star Wars… con risultati devastanti.

Innanzitutto va premesso che “Il Signore degli Anelli” e il “Marvel Cinematic Universe” rappresentano per la sua generazione (è del 2005), ciò che per la mia ha rappresentato Star Wars… Il che comporta che è perfettamente normale per lui pensare una saga in un numero indefinibile di puntate e fare attenzione a cose tipo: con quale mano il personaggio X si soffia il naso nel film n. 2, per verificare se magari ci saranno conseguenze nel film n. 6 (ragion per cui, ad esempio, non si possono vedere con lui i film degli X-men causa eccesso di buchi narrativi)…

La visione di Star Wars con lui però ha sortito l’effetto di leggere la Bibbia in compagnia del Presidente dell’Unione Atei Agnostici e Razionalisti.

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Ironman 3

Cover of "Iron Man (Two-Disc Special Coll...
Cover via Amazon

Oggi per la gioia del Pargolo (e un po’ anche mia) sono andato a vedere Ironman 3.

La storia è abbastanza semplice da riassumere. Tony Stark (Robert Downey Jr.) con la sua superficialità fa sbroccare un paio di scienziati pazzi, che architettano una bizzarra vendetta. Nel frattempo incombe la minaccia del misterioso Mandarino (Ben Kingsley), riletto come una sorta di versione superomistica di Osama Bin Laden. Il resto sono bombe umane, che esplodono un po’ ovunque, superesseri incandescenti, che picchiano come fabbri, un po’ di superproblemi (nella fattispecie attacchi di panico) e di incomprensioni amorose, la grande battaglia finale con le Armature che riempiono il cielo.

Tony Stark sembra essere la versione allucinata de Grande Sogno Americano: in pratica anche in questo film (è la terza volta!) i nemici non sono altro che il parto della propria arroganza. Tony Stark crea il problema, Tony Stark offre la soluzione. E la metafora sulla creazione da parte della CIA di al-Qaida non è neanche troppo sfumata. Una riproposizione superomistica della nota teoria del “Terrorismo come sottoprodotto del Capitalismo“.

Tra le note positive: la divertente reinterpretazione del Mandarino offerta da Ben Kingsley, gli attacchi da stress post traumatico di Tony Stark ancora scosso dalla guerra cosmica di Avengers, i buffoneschi bug delle armature e le armi fai-da-te costruite da Brico degne dei peggiori thread di 4Chan.

Tra le note negative: le protagoniste femminili con uno spessore psicologico da “Velina Bionda/Velina Mora“, i cattivi con uno spessore psicologico da nutrie che elaborano piani così contorti che ti chiedi “Ok avete speso miliardi di dollari solo per fare tutto sto Katzing?“, il “bambino spalla” che non si vedeva dal Bucky degli anni ’60, le battute di Tony Stark che invece di alleggerire la tensione alla fine risultano irritanti.

Insomma siamo decisamente lontani dalla spettacolarità fracassona e genialoide di Avengers, però il film si fa vedere.

J. Edgar di Clint Eastwood – L’aggregato

English: J. Edgar Hoover
English: J. Edgar Hoover (Photo credit: Wikipedia)

Devo premettere che nella mia immagine mentale su J. Edgar Hoover (a capo per 50 anni della FBI) ha inciso nettamente il ritratto luciferino che ne ha fatto James Ellroy nella c.d. Underworld USA Trilogy.

Pertanto nel vedere il film di Clint Eastwood e nell’assistere all’interpretazione di Leonardo DiCaprio, necessariamente il paragone con l’opera letteraria di Ellory aveva il suo peso.

Ebbene è dura, dopo aver trascorso anni a leggere le trame diaboliche del fine e malefico Hoover di Ellory, imbattersi nella macchietta di Eastwood/DiCaprio… un mammone triste, ossessionato dal rischio di perdere il controllo, più furbo che intelligente.

Peraltro se l’omosessualità di Hoover in Ellroy era tratteggiata come vizio da Principe rinascimentale, che ama imporre agli altri gioghi di moralismo, che a sé stesso mai proporrebbe… qui siamo dalle parti dei cowboy sfigati di Brokeback Mountain, con tanto di sceneggiate di gelosia degne del Vizietto di Tognazzi.

Film davvero deludente.

viaJ. Edgar di Clint Eastwood – L’aggregato.

"Genius Party Beyond – Toujin Kit" di Tatsuyuki Tanaka

Esimi Ricercatori, come sapete tra le mie grandi passioni un posto di primissimo piano rivestono il cyberpunk, lo steampunk e i Miti di Cthulhu. Pertanto quando oggi, nelle mie passeggiate digitali da cyberflaneur, mi sono imbattuto nel video “Toujin Kit” ho avuto un piccolo sussulto.

Un po’ perché Tatsuyuki Tanaka tra gli estimatori degli anime giapponesi è un nome noto e apprezzato, un po’ perché rientrava in un’antologia “Genius Party Beyond“, che da tempo mi riprometto di reperire….

Devo ammettere che il video, che vi posto di seguito mi ha letteralmente entusiasmato per la sua perfezione stilistica.

La storia è assolutamente asciutta, minimalista sotto ogni profilo: dialoghi, trama, suoni.

E’ impressionante come in un racconto serrato nel lento svolgimento venga rappresentata la dimensione domestica dell’orrore cosmico.

Il Male è rappresentato nella sua quotidianità, nella sua dimensione da catena di montaggio casalinga, nei piccoli dettagli fuori posto.

Il Bene è distopico, burocratico, dimesso.

L’estetica di questo piccolo capolavoro mi riporta alla mente centinaia di libri, di fumetti, di film, con cui ho riempito le giornate della mia prima giovinezza.

Non so perché ma quando si è giovani, si è un po’ come la streghetta cyberpunk del cortometraggio: si prova più simpatia per l’Alieno, che per la “burocrazia del bene”…

Vedere questo video è stato una sorta di piccola madeleine digitale.

Mi ha ricordato le copertine di Urania disegnate da Karel Thole, che mi suscitavano sempre uno strano mix di fascinazione e straniamento.

Mi ha ricordato i testi gnostici di Philip K Dick, con le sue trame a incastro…

Mi ha ricordato l’orrore cosmico di Howard Phillis Lovecraft, sempre accennato e mai mostrato appieno, né appieno comprensibile…

Mi ha ricordato centinaia di esseri ibridi tra l’uomo e l’alieno e tra l’umano e il sintetico protagonisti di centinaia di fumetti e telefilm…

Mi ha ricordato la Meraviglia…

Manuela Arcuri e il nonSPOT

Cari Ricercatori, sebbene piegato dalla Malattia (non una malattia, ma la Malattia come condizione esistenziale dell’essere umano che lotta per la propria sopravvivenza, nonostante il proprio corpo), ieri ho fatto una scoperta di quelle che, per dirla alla Philip K. Dick, mi ha “aperto un altro orizzonte“.

E’ stato come se, in una sorta di epifania gnostica, VALIS (Vast Active Living Intelligence System la “Rete” di intelligenza superumana che secondo Dick governa l’universo) col suo raggio rosa avesse toccato la mia mente, rivelandomi la realtà ultima delle cose.

Anghelos, nel senso greco e gnostico di “annunciatore“, di questa rivelazione divina è stata Alessandra Colucci (aka @alebrandcare), la quale da brava esperta di marketing si lamentava di alcuni spot particolarmente orrendi che avevano funestato la sua giornata. Incuriosito le ho chiesto lumi e mi ha dato una serie di link meravigliosi di orrore markettaro allo stato brado (tipo il cinghiale che dorme sulla pancia di uno sventurato consumatore di bicarbonato Brioschi)…

Surfo tra i link, poi il raggio rosa della rivelazione mistica mi colpisce:

Era dai tempi del Cabaret Voltaire che non assistevo a un così deliberato atto di furioso dadaismo. Riepiloghiamo questo capolavoro del marketing postmoderno:

  • Location: un non-luogo da qualche parte in Tecnonucleo, tutto sfumato come un sogno che sbiadisce al risveglio, l’unico elemento nitido è il mezzobusto di Manuela Arcuri.
  • Colonna sonora: musica inquietante tipo “Profondo Rosso“, probabilmente composta dagli stessi Goblin, che crea un’atmosfera deliziosamente luciferina. Qualunque cosa “positiva” sarà detta nello spot, sarà automaticamente confutata dal crescendo musicale spaventoso… associata allo sfondo onirico risuona di echi di orrore cosmico come “La Musica di Erich Zann” di H.P.Lovecraft.
  • Svolgimento:
    • Intro: Manuela Arcuri guarda preoccupata fuori campo. Cosa sta vedendo? Perché quell’espressione bovina? Cosa stanno leggendo gli occhi che si muovono rapidi? Quale minaccia incombe?
    • Colpo di scena n.1: Arriva il bip di un SMS. Un ammiratore segreto? Uno stalker? Un serial killer? Improvvisamente siamo scaraventati dalle parti di The Ring, o di Scream. Il telefono come messaggero della Morte.
    • Colpo di scena n.2: Arriva il Libro! Quando già mi vedevo la sventurata composta come Drew Barrymore in Scream… arriva il Libro! Il Libro che pare uno degli enigmatici testi nonsense sparsi ne “La Biblioteca di Babele” di Borges. Il titolo “Il labirinto femminile” giganteggia in rosa come il raggio che colpì la mente di Dick nell’Esegesi, campeggia su un labirinto altrettanto rosa, che incornicia il volto… di una donna? Troppo ovvio! … che incornicia il volto di un uomo che di primo acchito identifico in Paolo Limiti.
    • Spottone: con l’apparizione del Libro la favella di Manuela si sblocca e apprendo tutto d’un fiato:
      • che l’autore non è Paolo Limiti, ma tale Alfonso Luigi Marra,
      • che non è uno dei testi nonsense della Biblioteca di Babele, ma un “epistolario in SMS” (neanche Thomas Pynchon ha mai osato una simile esplorazione letteraria!),
      • che il Libro narra dell’amore tra Luisa, una “giovane avvocatessa“, e Paolo il “titolare dello studio in cui lavora“… insomma la storia di una ragazzotta arrivista e spregiudicata che vuole farsi il Grande Capo, per far carriera sotto la scrivania (roba già vista)… però con quella colonna sonora associata al messaggino dello stalker… beh penso che Luisa si è appena messa in un casino più grande di lei… e quel Paolo lì secondo me è il tipo d’uomo che tiene una balestra sotto il letto, pronta all’uso per dare la caccia nella propria chilometrica tenuta alle malcapitate ragazzine spregiudicate, e seppellirne le carcasse nella rimessa delle proprie auto d’epoca (“paura eh?“)…
      • che però il Libro possiede in sottotraccia una tematica che non c’entra niente con la trama testé esposta… infatti è “un opera per liberare la coppia e la società dallo strategismo sentimentale che le tormenta, e ha enormemente rallentato il cammino della Civiltà“.
    • Conclusione: il viso di Manuela si distende in uno splendido sorriso, mentre declama: “è bellissimo“. E l’inquietante musica dell’orrore cosmico svanisce.

Da qui è partita un’indagine per capire chi è Alfonso Luigi Marra, che fa nella vita, perché ha prodotto questo capolavoro. Preannuncio che la ricerca è stata fondamentale e ha aperto la mia mente a concetti escatologici come “Uomo Tabù“, “Libro Tabù“,”Servaggio” e “Psicosi” ai quali farò forse seguito con qualche nonPOST, oppure no.

Oggi mi voglio però concentrare su questo splendido nonSPOT.

Su questo film dadaista di 30 secondi (chiamarlo spot è ingeneroso) si sono spese tante penne importanti, su tutte Aldo Grasso (Lo spot super kitsch della Arcuri capolavoro di promozione libraria”), che ha scritto:

Ci troviamo di fronte a un capolavoro assoluto e impossibile di bellezza e inespressività, un esempio involontario di kitsch, di camp e di trash, un brutto non intenzionale ma che poggia sul candore con cui è stato messo in opera l’artificio (sta poi alla malizia di ognuno capovolgerlo nel suo opposto).

Mi dispiace ma le parole di Grasso sono macchiate dall’invidia tipico del critico affetto da impotenza creativa.

Quello dell’Alfonso Luigi Marra è un deliberato e liberatorio sberleffo alla cultura markettara. Qualunque idiota che sa tenere in mano una telecamera capirebbe che questo colossal di 30 secondi è improponibile come spot. Dietro c’è del genio, perché quello dell’Alfonso Luigi Marra è un deliberato nonSPOT dall’inizio alla fine:

  1. Jingle: dove in uno spot c’è un jingle accattivante di facile e di immediata presa (una hit, o un brano ad hoc), che risuoni nella mente come un simpatico tormentone di happy music, nel nonSPOT la colonna sonora evoca il terrore e l’inquietudine;
  2. Scena: laddove in uno spot la scenografia deve richiamare l’habitat psicologico del potenziale consumatore (case di famiglie felici, alcove di amore saffico, abitacoli confortevoli di automobili, box doccia…), il nonSPOT richiama un non luogo indeterminato e indeterminabile, come una memoria sbiadita, con echi del “Miraggio dello sconosciuto di Kadhat“;
  3. Testimonial: dove in uno spot il testimonial deve richiamare i “valori” di cui il prodotto è portatore, nel nonSPOT il testimonial Manuela Arcuri non c’entra nulla con la letteratura, la psicologia e la sociologia, sta lì come un ossimoro vivente, una meravigliosa Musa dadaista;
  4. Azione: dove in uno spot moderno l’azione è fondamentale per conferire quel dinamismo che risveglia la parte più animale della nostra mente, nel nonSPOT tutto è immobile e i gesti fuori sincrono con parole e colonna sonora, tutto è fuori dal tempo e dallo spazio;
  5. Messaggio: dove in uno spot il messaggio deve essere semplice, chiaro, diretto, nel nonSPOT il messaggio è un’astrusa amalgama di elementi alti ed elementi bassi, di sociologia e scappatelle amorose, psicologia e amori sotto la scrivania, di orrori cosmici e rivelazioni gnostiche…

Insomma in ultima analisi stiamo di fronte ad un capolavoro assoluto, non posso che inchinarmi ad Alfonso Luigi Marra e alla sua musa, Manuela Arcuri. Sebbene ora la mia mente sia sconvolta dalla domanda delle domande: come gli strategismi sentimentali hanno distrutto e stanno distruggendo la mia vita?

Alfonso Luigi Marra è la risposta?

Abbiamo finalmente trovato il Guru 2.0, che tanto abbiamo cercato invano?

Ma soprattutto che c’era scritto nel SMS che ha ricevuto Manuela?