Impubblicabile

Quest’estate si è posto con forza il tema dell’opportunità di pubblicare documenti audiovisivi e fotografici “disturbanti”, suscettibili di urtare la sensibilità di una parte del pubblico, che fruisce di contenuti online. Mi è parso quasi un girone di ritorno dell’estate della Cultura Tossica del 2012, in cui il collasso informativo allora preconizzato dalle comunità underground di internet è dilagato presso un’utenza più vasta.

Il tema si è posto soprattutto con riferimento al massacro di Atlanta, in cui lo psicopatico omicida ha ripreso il proprio crimine in soggettiva, usando lo smartphone con uno stile che ricorda gli sparatutto dei videogiochi, e con riguardo alle immagini dei cadaveri dei bambini restituiti dal mare a seguito dell’ennesima tragedia dei flussi migratori nordafricani.

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Quando il Garante ti prese sul serio e scrisse la #cookielaw

Già hai capito che non ti piacerà quel che ho da dirti, ma qualcuno deve farsene carico ed è meglio che sia io. Devi prendere coscienza che è stata un po’ anche colpa tua se sei piombato in un incubo kafkiano di profilazioni, cookie tecnici, cookie di terze parti, informative che non informano, chiarimenti che non chiariscono, spiegoni su provvedimenti bizantini che per contrastare i grandi oligopolisti del digitale finiscono per zittire le voci più piccole.

E’ stata un po’ anche colpa tua. Devi confrontarti con questa cosa e prima lo fai e meglio sarà per tutti.

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Cosa mi ha insegnato il social team di Fastweb

L’altro ieri ho lanciato su queste pagine una lunga lamentazione (diciamo una lagna) su come il call center di Fastweb stava gestendo il mio trasloco.

Come già descritto negli aggiornamenti (quasi una radiocronaca) di quel racconto, sono stato contattato dal social team di Fastweb, che presidia Facebook.

Devo dire che si è aperta per me una eccellente esperienza di customer care, che mi suscita qualche riflessione.

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I tre giorni del Coniglio

Visto che parecchi giornalisti si sono divertiti a inventare una surreale storia di Mafia, P2 e Servizi Segreti deviati ai danni del povero Anonimo Coniglio mi sembra d’uopo restituire il favore.

Primo Giorno – Un Coniglio alla Festa della Rete

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C’è questo ragazzo argentino che si chiama Anonimo Coniglio. Proprio così, i genitori quando è nato avevano le idee confuse quindi lo registrarono all’anagrafe come “Anonimo” e di cognome fa proprio “Coniglio” (beh io mi chiamo Scrofani, problemi?).

Anonimo è venuto a studiare in Italia e cura da anni un simpatico blog, in cui si diverte a dileggiare taluni malcostumi della scena giornalistica e digitale italiana. E’ un ragazzo giovane e impertinente, immaginate Antonio Banderas quando ancora aveva gli addominali seduto davanti a una tastiera sorseggiando mate con una espressione tra il corrucciato e il divertito.

Il giovine, che nella propria attività online si è guadagnato un sacco di nemici importanti, pensa bene di recarsi alla Festa della Rete, per redigere un tombale reportage dal titolo Sono stato alla #festadellarete e non c’era un cane.

Purtroppo Anonimo scrive in modo dannatamente divertente. Purtroppo Anonimo è pieno di amici influenti che godono come ricci a spammare un articolo come quello, solo per vedere le boccucce dei propri amici influenti arricciarsi inviperite e piccate.

Così avviene che l’articolo viene condiviso, viene condiviso, viene condiviso, viene condiviso…

Insomma tutta la Scena Digitale italiana sa una cosa sola: che alla Festa della Rete non c’era un cane.

Chi se ne fotte chi è stato premiato, chi ha vinto, chi ha perso. NON C’ERA UN CANE.

Ma un Coniglio sì…

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The Walking Katzing

Questa è la storia di come alla rapidità della luce il morbo della questua digitale si sia diffuso in rete, generando l’Apocalisse Zombie dei Questuanti. Riusciranno i nostri eroi a salvarsi dalla recessione?

Il buon Riccardo Crine lavora come assistente di Simone Uallera, il capo dei sistemi di Sicurezza Informatica della ACME srl. Trascorre la sua vita ad elargire credenziali di autenticazione, gestire correttamente la disponibilità ai soli servizi consentiti, verificare l’integrità dei dati, provvedere alla loro cifratura e controllare la protezione del sistema dal malware. Simone è un buon capo, generoso nell’elargire caffè e pacche sulle spalle.

La sera Riccardo Crine torna a casa e trova la moglie Lora, una bella e gioviale quarantenne, e il figlio Carletto, che lo attendono rassicuranti. Vive una routine felice fatta di partita di calcetto settimanale, gitarelle fuoriporta, stalking via facebook sui profili delle sue ex fidanzate.

Nulla potrebbe andare storto.

Nulla.

Finché un giorno mentre sta lavorando, nota qualcosa di strano muoversi nella intranet aziendale. Mimmo Scarfiotti, l’addetto al ciclo passivo fornitori, manda a tutti gli account di posta elettronica un messaggio inquietante:

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La banalità del bene

Oggi cerchiamo di capire come e perché le buone azioni promosse online funzionano o falliscono, utilizzando i pochi semplici passi (STEPPS) canonizzati da Jonah Berger. Analizzeremo “una macchina per Rudy”, “Ice Bucket Challenge” e “La Vita è Ora!”.

Antefatto

Il buon Rudy Bandiera, dopo aver ossessionato l’estate degli influencer italiani con la strampalata (e dannatamente divertente) vicenda di #UnaMacchinaPerRudy, si è posto una interessante domanda: Le buone azioni promosse online funzionano?

Perché mobilitare le persone online per uno scopo se vogliamo futile come far ottenere in comodato d’uso gratuito un auto a un blogger, ha più successo e visibilità di “La Vita è Ora!”, il progetto di una giovane che lotta contro il cancro?

Visto che la domanda viene posta, dopo una ordalia di analisi, invettive e vaneggiamenti filosofici assortiti sulla vicenda Ice Bucket Challenge, mi sembra il caso di spenderci due paroline.

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La Parabola del Campo di Pomodori

Per spiegare il troppo odio che circola su internet di questi tempi, ritengo d’uopo sottoporre alla tua attenzione la Parabola del Campo di Pomodori.

Questa deliziosa storiella è particolarmente atta a far comprendere tutte le odiose dinamiche di trolling, linguaggio scurrile e violento, antagonismo contro la qualunque, ostilità immotivata, nonché comportamenti antisociali assortiti, che è possibile riscontrare oggigiorno nei social network.

Internet doveva essere il luogo della Pace e dell’Armonia, una sorta di Accademia di Atene digitale… e invece ora è il baretto sordido in cui hai paura a prendere il latte.

Ecco grosso modo come è andata…

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Personal Bombing

L’estate 2014 è stata caratterizzata dalla devastante fusione di due fenomeni prima d’ora sostanzialmente sconnessi: il personal branding (l’arte di vendere se stessi come fustini di detersivo) e il photobombing (l’arte di rovinare le foto altrui).

Introduzione al disagio digitale

Lo senti questo disagio, quando sei online?

Ti senti come schiacciato da ingombranti presenze?

La tua timeline sembra una sorta di girone di ritorno dell’Invasione degli Ultracorpi?

Quando accendi il tuo smartphone sai che sarai investito da tante boccucce a culo di gallina, che ti rimprovereranno di dedicargli poche attenzioni?

Ti ripeti sempre più spesso: e mo’ che vuole questo/a? come sono finito a parlare dell’utilizzo a fini ricreativi della Coccoina? perché mi sento come un cartellone pubblicitario di un farmaco per emorroidi? perché anche se vedo campagne online buone, giuste e divertenti provo solo astio? perché continuo a cancellarmi e a reiscrivermi sui social? sono cattivo? sono marcio? sono sbagliato? sono solo una patetica testa di cazzo?

Tranquillo, soffri come tutti noi della Sindrome da Stress Post Traumatico da Personal Bombing.

Adesso rilassati, prendi una tazza di caffè caldo, che ti spiego tutto per filo e per segno.

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Breaking Katzing

Quello che segue è l’abstract di una nuova serie televisiva che mi propongo di sottoporre alla HBO, il suo nome provvisorio è “Breaking Katzing” e credo che bisserà decisamente il successo di “Breaking Bad”.

C’è questo Socialcoso, il protagonista, che trascorre mansueto la sua giornata 18 ore al giorno a postare notizie, foto di maggiorate, video blog, scrivere libri, girare per conferenze, alzare qualche flame e fare tutta quella roba lì che fanno i Socialcosi, per pagare le bollette e il mutuo.

In un giorno particolarmente sfortunato il nostro eroe, che chiameremo Barry Bandenberg, subisce una serie di disgraziati accadimenti, che segneranno per sempre la sua vita. Si sveglia e scopre di aver terminato le capsule della Nespresso, che gli erano state dato in omaggio con la sua Pixie De’ Longhi…  la sua auto, una fantastica Trabant postsovietica, è stata travolta da un tir guidato da una banda di iZingari strafatti di post smaramellati sull’uso di Google Plus… la sua bicicletta, una splendida Bianchi è stata ridotta un rottame da una banda di bimbominkia, che hanno filmato tutto su Youtube in una puntata di una web serie chiamata “Come ti spacco la vita con un click”

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Gilda35 buca il pallone della politica digitale

Nei progetti collettivi legati all’underground di internet è buona norma partecipare finché si ha un contributo positivo da dare. Spesso uscire consente di aprire nuovi sbocchi e maturazioni inaspettate.

Così ho sempre ritenuto che la mia garbata uscita di scena dai mirabolanti scherzoni cyberdadaisti di Gilda35, potesse solo dare nuova vita al Progetto.

Ci ho visto dannatamente giusto.

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