Chi ha attaccato Beppe Grillo? Pippo Baudo!

In Italia si è affermato un nuovo genere letterario: l’intervista all’Anon. Possibile che un movimento che ha fatto della riservatezza la cifra di un decennio di onorata attività improvvisamente venga dilaniato da una gara alla ricerca della visibilità?

Sei Anon in cerca d'autore

Sei Anon in cerca d’autore

ONtro

Esimi Ricercatori il presunto attacco di Anonymous a Beppe Grillo ha scatenato una mirabolante fase della Guerra dei Sogni… Orde di giornalisti felici pubblicano fuochi artificiali digitali composti dalle confessioni di legioni di Anon desiderosi di salire alla ribalta delle cronache e di raccontare la propria personale contronarrazione della vicenda.

Era parecchio tempo che non assistevo a un caleidoscopio di iperboliche e contraddittorie narrazioni di simile portata.

In Italia si sta affermando un nuovo topos letterario: l’intervista all’Anon.

Per chi ha studiato da vicino questa Comunità ed altre realtà di hacking, queste interviste sono esperienze narrative di mitopoiesi assolutamente godibilissime e gratificanti.

Per chi non conosce bene simili realtà costituiscono un possibile rischio didisinformazione.

Il lato divertente della vicenda è che sembra quasi che man mano che raccontiamo certe dinamiche col nostro linguaggio visionario e allucinato, qualche presunto Anon sente lo spasmodico impulso di bussare alla porta del Corriere o di Repubblica con una contronarrazione ancora più fantasmagorica….

La tessera degli Anonymous di Repubblica

Ricorderete che qualche mese addietro prima di due nostri fondamentali nonPOST, Anonymous era rappresentato come una sorta di monolitico Partitone da Socialismo Reale.

Poi arrivarono i nostri umili nonPOST sulla Prima Guerra Digitale e sul conflittuale rapporto tra Old Anon e Newfags, in cui ci sforzammo di chiarire quali fossero le anche contraddittorie dinamiche di una Comunità Online.

Non l’avessimo mai fatto!

Da allora è stato un fiorire di contronarrazioni e pseudointerviste spacciate per notizie, che ci raccontano una Comunità dilaniata da spaventose lotte intestine. Abbiamo praticamente scatenato la gara al: “solo io sono l’Anon DOC gli altri sono tutte bieche imitazioni commerciali, che guardo con paternalistico affetto”.

Orbene per chiarimento: cari giornalisti se volete provare l’ebrezza (senza troppi sforzi) di leggere cosa pensano gli Old Anon dei Newfag fatevi un giretto nella sezione /b/ di 4Chan.org, o siti similiari, vi si aprirà un mondo.

Il rapporto non è propriamente improntato alla buona educazione, alla sobrietà e al paternalismo…

Pertanto non possono che sorprendere articoli come quello di Repubblica, in cui un “Old Anon” in una sorta di versione socialista delle nostre precedenti narrazioni dichiara che:

LA RESA dei conti è arrivata: Anonymous Italia – o meglio la community italiana che fa capo al movimento hacker più famoso del mondo – ha cacciato “con ignominia” i responsabili dell’attacco contro il sito di Beppe Grillo. Si tratta di tre persone che, per testare una nuova botnet, hanno pensato che quello fosse un target accettabile. “Ma erano in minoranza, e non possiamo accettare che qualcuno decida contro il parere della maggioranza”, racconta oggi uno dei più anziani membri della community.

Attacco al blog di Beppe Grillo Anonymous caccia i responsabili

Avete letto bene, miei esimi, cacciati con ignominia, dopo un voto stile sezione del vecchio PCI.

A questo punto i casi sono due:

  1. gli Anon Italiani parlano un linguaggio assolutamente differente da quello dei loro omologhi internazionali, invece di un’organizzazione fluida e basata sull’anonimato hanno delle tessere e immagino anche un Ordine Professionale;
  2. qualche conto non torna.

Lo ammetto gli Anon di Repubblica mi stupiscono sempre per la sobrietà delle loro argomentazioni e per l’assoluta assenza di spirito anarchico…

I test degli Anonymous del Corriere

Se anche un’anima candida fosse tentata di prendere per buona la narrazione di Repubblica, ecco che arriva il Corriere a scompigliare le carte…

Da una contronarrazione su “Anonymous Sobri vs Cani Sciolti” elaborata a partire dalla dialettica tra “Old Anon vs Newfags“… ecco che arriviamo a una sorta di contronarrazione a cura del Corriere della nostra contronarrazione del test sfuggito di mano

Mi verrebbe da invitare l’Anon di Repubblica e l’Anon del Corriere a prendere un caffé, così stabiliamo una volta per tutte se sono stati i “cani sciolti“, o un “esperimento sfuggito di mano“… e magari verifichiamo anche questa cosa dell’Ordine Professionale degli Anonymous da cui si viene cacciati con ignominia con votazione a maggioranza qualificata…

Peraltro, l’articolo in questione, che sembra in effetti una sorta di elaborata contronarrazione del nostro nonPOST, ha anche fatto insorgere il caro vecchio U-Black, uno dei blogger italiani maggiormente attento alle tematiche hacking.

Conclusioni

Come concludere miei esimi Ricercatori?

Ovvio con un sobrio invito a trattare certi temi con la dovuta accortezza.

Una volta esisteva un concetto chiamato “verifica delle fonti”: non sarebbe opportuno proporre come notizia qualche cosa che non può essere verficato, per il quale non si hanno a disposizione documenti probatori, sulla quale c’è solo la parola di un anonimo soggetto non verificabile…

Quando ho scritto “Beppe Grillo e Anonymous: la penultima verità“, sebbene ritenessi attendibili la ricostruzione e le fonti, non mi azzardai a raccontare la vicenda sotto forma di notizia. Scelsi appunto la forma della favola, proprio perché esprimevo nulla più che una mia suggestione su come potevano essere andate le cose.

Essendo per mia natura un ottimista penso che i giornalisti riprendano certe informazioni in buona fede e che chi le fornisce sia altrettanto in buona fede… Però gli odierni processi di elaborazione delle informazioni alla fine creano un effetto colorato, contraddittorio e surreale…

Comunque chi ha attaccato www.beppegrillo.it?

Cani sciolti?

Anonymous?

Botnet?

Hacker White Hat?

Probabilmente Pippo Baudo…

 

Beppe Grillo e Anonymous: la penultima verità

Anonymous sferra un attacco frontale contro Beppe Grillo accusato di essere un populista con venature fasciste… plausibile ma la verità è un’altra: è stata una cellula di Anonymous che ha agito autonomamente contro Beppe Grillo, mentre il resto del movimento si è dichiarato contrario… plausibile ma forse la penultima verità è un’altra ancora…

ONtro

Esimi Ricercatori, mentre ero perso nella dimensione onirica di New York, cercando faticosamente di aprirmi la strada verso la vita reale tra indolenti tassisti russi e ingorghi apocalittici degni di un romanzo di Don De Lillo, venivo contattato da una delle Cabine di Regia di questa prestigiosa Comunità.

Venivo così ad apprendere che il sito del Blog di Beppe Grillo era stato soggetto ad un terribile attacco hacker da parte di Anonymous…

Ovviamente chi mi scriveva conosce bene la Comunità degli Anon e rideva a crepapelle, data l’assoluta improponibilità della cosa… Non tanto perché contigui al programma di Grillo, ma in quanto quest’ultimo è ascritto da tale Comunità nella classica lista di “Who Cares Sites“…

Poco dopo, mentre stavo rocambolescamente salendo sull’areo, arriva la prima contronarrazione e pare profilarsi una sorta di ennesimo girone di ritorno degli endemici scontri tra Old Anon e Newfag… quelli che avrebbero buttato giù con un attacco DDoS il sito di Grillo sarebbero membri di una cellula impazzita di Anonymous, dei cani sciolti… Peraltro la parte dura e pura di Anonymous avrebbe pure preso apertamente le distanze procedendo a rimuovere dal sito della comunità italiana le accuse di populismo e fascismo rivolte contro Grillo…

Tornato ormai in Italia… poiché per l’Italiano Medio la contronarrazione è uno sport agonistico, vengo investito da mirabolanti tesi complottiste che chiamano in causa i soliti Poteri Forti, il Vaticano, i Rettiliani, i Rosacroce, i Massoni, i Servizi Segreti Deviati, il Grande Vecchio (ma quando muore?), la CIA, i Man in Black, Walt Disney e Justin Bieber

Eppure non appena abbandono quel piccolo iceberg elettronico che gli sprovveduti chiamano internet e mi getto negli oscuri oceani della vera Rete, leggo frammenti di conversazioni, vengo investito da velate confidenze, sono lambito da sussurri elettrici, che raccontano la madre, la zia e la nonna di ogni contronarrazione possibile….

Una storia così folle che può essere solo la verità…

O quantomeno la penultima verità…

White Hat / Black Hat

Innanzitutto spieghiamo sommariamente alcuni concetti basilari per comprendere la favola che seguirà.

Una volta non esistevano hacker, cracker, lamer, cybercriminali…

Esistevano semplicemente persone d’ingegno che studiavano sul campo l’informatica cercando di portare gli hardware e i software oltre i propri limiti.

Non esisteva neppure il concetto di “intrusione informatica” o di “violazione“… ad essere mortalmente sinceri c’erano solo persone che cercavano di mettere le mani su hardware più potente, magari lasciato a marcire da quale ente statale, per poter sviluppare in modo più performante le proprie ricerche…

Non esisteva neppure il concetto di crowdsourcing o di wiki… Ognuno svolgeva diligentemente la propria parte in commedia fornendo i contributi di propria competenza… chi era versato sulla parte hardware forniva dritte sul “ferro“… gli esperti di software rilasciavano codici la cui ibridazione era vissuta come un fatto molto sereno… simpatici collettivi di performer e intellettuali fornivano struttura ideologica ed etica al discorso…

Non era l’Eden, ma paragonato ad oggi lo sembra.

Tutto era “Tatuato sul Muro“, come si diceva all’epoca.

Peraltro non è che esistessero identità molto definite, anche perché in quegli anni si amava ripetere che: “Noi saremo TUTTO“.

E il TUTTO schifa identità piccine.

Era il mondo del digitale prima del “Giro di vite contro gli Hacker“, quando ancora fare ricerca sul campo era vissuto con serenità, quando l’intrusione era vissuta come l’opportunità per migliorare i propri sistemi… Prima che pratiche pacifiche e non ostili di condivisione dei saperi, di reverse engineering e di testing venissero dichiarate forzatamente fuori legge.

Quella meravigliosa generazione di Ricercatori fu come uno sciame di api… entrarono nei server, nei computer, nei codici… ibridarono i pollini elettrici e crearono quel pazzesco nucleo attorno al qual si è sviluppato tutto internet…

Ovviamente non era tutto rose e fiori e c’erano anche dei mascalzoni (quelli non mancano mai)…

Pertanto poiché si era tutti intrisi di cultura cyberpunk, coi suoi rimandi ai celebri “cowboy del cyberspazio“, si iniziò a classificare chi “spingeva la macchina oltre i suoi limiti” come nei vecchi film western: White Hat (cappelli bianchi) per indicare chi aveva un atteggiamento eticamente corretto e Black Hat chi poneva in essere azioni considerate censurabili o ostili dalla comunità.

Ebbene sì il nucleo fondante su cui si è sviluppato il vostro amato internet altro non è che l’insieme di anni di faticose ricerche di Hacker White Hat.

Il resto è tutta fuffa, mash up e remix.

La favola di Tom Mix

Veniamo dunque alla nostra simpatica contronarrazione… molto fantasiosa, ma esplicativa…

Teniamo presente che è un sogno digitale, ma per raccontare la penultima verità il sogno è l’unica dimensione possibile.

Immaginate un’agguerrita Dotcom capeggiata da un tipo alla Gordon Gekko che ha messo su un gruppo di progetto di quelli che fa tanto Hollywood: giovani geek armati di occhiali con montatura nera griffati, felpe col cappuccio e pacchi di tecnologia Apple elegante ed eterea… hanno appena prodotto il loro gioiellino e sono tutti felici…

Immaginate un sito, una app, un “coso digitale” carino, coccoloso e performante…

All’improvviso il geek Leader di Progetto, un tipo alla Hayden Christensen, esclama: “E la sicurezza? Siamo nel pieno della Prima Guerra Digitale, quei cattivoni degli Anonymous sono ovunque. Dobbiamo proteggere il progetto!”

I nostri giovani rampanti digitali decidono di ricorrere al supporto di un Hacker White Hat per mettere alla prova la sicurezza del proprio database, il “coso digitale” tratta dati abbastanza delicati e non vogliono, giustamente, che qualche cyber criminale ci metta le sue lerce zampette… inoltre l’attività del “coso digitale” è di quelle che non possono permettersi tempi morti, quindi deve resistere (per quanto umanamente possibile) a un normale attacco DDoS…

Così ingaggiano un White Hat (di seguito Tom Mix) per mettere alla prova il proprio “coso digitale“… Pratica normalissima, un test come un altro.

Immaginate Tom Mix come un nerd terrificante alla Hollywood: fisico da lanciatore di coriandoli, occhiali riparati col nastro adesivo, penne nel taschino, circondato di Red Bull, Pringles e pacchi di tecnologia dall’aspetto ingombrante e potente, pronto a mettere a dura prova il “coso digitale“…

Il buon Tom Mix inezia a scrivere un codice, settare macchine, noleggiarne altre, per fare un test sul sito del “coso digitale“…

Ovviamente Tom Mix non può coinvolgere i propri amici tipo: alle 21 di venerdì tutti a dossare questa URL… perché non sarebbe eticamente corretto in quanto sta lavorando a pagamento…

Ergo Tom Mix deve organizzare hardware e software, per condurre un attacco DDoS che simuli più fronti di assalto secondo basilari principi di guerra elettronica…

Tom Mix prima di mettere alla prova il “coso digitale” deve mettere alla prova il codice di dossaggio…

Tom Mix ha anche un cuore d’oro è vecchia scuola e ama fare bene il proprio lavoro senza arrecare danno ad alcuno…

Quindi cosa pensa il buon Tom? Decide di verificare se il codice che ha scritto e i settaggi delle macchine funzionano… e per farlo sceglie un sito bello grosso e capace di sopportare parecchio traffico, per evitare di creare troppi problemi…

E’ una pratica corrente si crea un minimo di disturbo a una rete di grossi server, senza impattare sulla resa del servizio…

Tom Mix sceglie a caso un sito: http://www.beppegrillo.it, semplicemente perché ha server in grado di gestire un fottio di traffico e non crollare di fronte a un test di attacco DDoS…

Ma Tom Mix, purtroppo, dopo aver lanciato la macchina è costretto ad assentarsi dalla postazione per un paio d’ore…

Immaginate un evento imprevisto tipo l’hollywoodiana entrata in scena di Megan Fox, che dopo anni amore non corrisposto si decide a corrispondere al nostro nerd tutto l’amore possibile… Oppure qualcosa di bello ed etico: il nostro nerd che scende in strada a soccorrere un’anziana vecchietta scippata da un gruppo di foschi criminali…

Purtroppo l’amico Tom era stato troppo fiducioso riguardo ai server del blog di Beppe Grillo e aveva sottostimato le proprie capacità di settaggio di un buon DDoS…

Così il blog di Beppe Grillo viene giù…

Mentre Tom Mix sta in tutt’altre cose affaccendato, immaginando una lieve perdita di performance del sito di Beppe Grillo, i mirabolanti nuovi Anon impazziscono di gioia…

Beppe Grillo è Tango Down!!!” ululano felici orde di fanciulli per cui l’hacking è una sorta di grandioso gioco di società. Con la rapidità di cui è capace una Mente Alveare in meno di cinque minuti lanciano i propri DDoS contro il sito Beppe Grillo, mentre c’è chi tira su un estemporaneo comunicato di legittimazione ideologica dell’operazione.

Tom Mix torna sul pezzo.

Tom Mix impallidisce.

Tom Mix magari conosce gente che conosce altra gente che conosce gli Old Anon.

Prontamente il nostro eroe avverte gli Old Anon e disattiva l’attacco DDoS…

E nel frattempo la Rete è invasa dai mirabolanti comunicati dei new Anon e dalle vibrate esternazioni del Grillo nazionale…

Tom Mix e gli Anon assai probabilmente si piegano in due sulle tastiere dalle risate…

Conclusioni

Come concludere miei esimi Ricercatori…

Al di la delle fantasmagoriche ricostruzioni sospese tra sogno e realtà i fatti sembrano essere andati proprio così:

  • un Hacker White Hat lancia senza alcuna intenzione ostile un test, come ogni giorno avvengono a migliaia, verso il sito del blog di Beppe Grillo;
  • ne nasce un piccolo incidente di percorso che provoca il momentaneo black out del sito;
  • immediatamente orde di giovani leve dell’hacking seguendo rodati meccanismi di gamification si lanciano all’attacco del sito e costruiscono “a posteriori” una labile motivazione ideologica dell’azione;
  • i membri anziani e strutturati della comunità vengono avvertiti e ristabiliscono l’ordine;
  • nel frattempo la follia dilaga sui media.

Nella sua essenzialità una vicenda esemplare di come siamo immersi fino ai capelli nella “Guerra dei Sogni“: verità, verosimile, falso, sogno, realtà sono un’unica amalgama in cui tutto assume contorni fantasmagorici.

Qualunque incidente di percorso nel nostro mondo allucinato è Guerra…

Sarà per questo che francamente gli attacchi a siti scamuffi non mi esaltano più di tanto… Avrò una visione romantica e alterata dell’hacktivismo, ma reputo che ci saranno battaglie più importanti da condurre fin quando nel mondo resterà in piedi un solo server in cui degli esseri umani sono registrati a scopi ostili sotto la voce: dissidente, attivista, hacker, controrivoluzionario, lealista, marxista, ebreo, cristiano, mussulmano, lesbica, omosessuale, disabile, apostata, blasfemo…

I giochi di società, sono solo giochi di società e non cambiano nulla.

#formattiamoilpdl ovvero la politica al tempo di twitter | Datamanager Online

Illustri Manager Digitali, lo scorso sabato (26 maggio 2012) i giovani del Popolo delle Libertà si sono riuniti in quel di Pavia per un convegno all’insegna dell’hashtag#formattiamoilpdl, per discutere del ricambio generazionale della classe dirigente del proprio partito.

All’iniziativa è stato dato ampia risonanza da parte dei vari organi di stampa. Qui mi limiterò ad analizzare le modalità con cui si è svolta su Twitter questa proposta politica, che rappresenta una discreta case history di pregi e difetti della comunicazione politica cinguettante.

Innanzitutto #formattiamoilpdl non è un hashtag nuovo, ma ha una discreta storia. Nasce nel gennaio del 2012 ad opera di alcuni giovani del PdL, desiderosi di rilanciare l’immagine del partito notevolmente appannata dopo tanti scandali e lotte intestine culminate con le dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio.

Peraltro #formattiamoilpdl ha anche un proprio sito internethttp://www.formattiamoilpdl.it/, dove viene così descritta in sintesi l’iniziativa:

#FORMATTIAMOILPDL nasce dalla rete

E’ un hashtag, un contenitore d’idee, critiche, proposte e speranze utili per chi vuole cambiare in meglio il Pdl

E’ un movimento orizzontale

Non ha padroni, né vertici, ma solo rappresentanti

E’ una cassa di risonanza per migliorare il partito

Non impone idee, ma dà loro voce

Spera che i contributi del popolo della rete possono diventare realtà grazie alla militanza e all’impegno di ognuno nel proprio territorio

Vuole, spera e non smette di credere in una politica migliore

#FORMATTIAMOILPDL crede nella meritocrazia

[Tratto da: http://www.formattiamoilpdl.it/]

Il sito dall’impatto molto amatoriale ed essenziale, pare essere esterno alla galassia di siti del Popolo delle Libertà. La grafica, per chi come il sottoscritto ama smanettare, è volutamente spartana: esistono tonnellate di template gratuiti dall’aspetto accattivante. Così l’aspetto dimesso del sito è chiaramente anch’esso strategia di comunicazione digitale, sta come a dire: è un sito autoprodotto e autogestito.

Così all’insegna dell’hashtag #formattiamoilpdl nei mesi scorsi si è proceduto a mobilitare i Juniores del partito per l’evento di Pavia, in cui discutere come ripartire per superare i seguenti problemi:

Il Popolo della Libertà è stato soggetto a tutti e due i problemi:

  • I malware (tradotto: programmi malvagi): personalismi, centralismo, scarso e inadeguato utilizzo della rete, rappresentanti non rappresentativi, mancanza di comunicazione, mancanza di coinvolgimenti elettori, selezione della classe dirigente con metodi stravaganti, candidature particolari, scarso controllo dell’informazione.

 

  • Il software difettoso: lo statuto del Pdl è lo statuto di un partito del ‘900, poteva essere adatto ad un partito degli anni 70: tesserati, elettorato attivo e passivo, congressi per eleggere chi prende le decisioni. Al testo manca solo la ceralacca e poi può fare la sua apparizione in un film di Peter Jackson.

[Tratto da http://www.formattiamoilpdl.it/index.php/formattiamoilpdl]

Anche la scelta del linguaggio da informatici rientra#mce_temp_url# in una strategia di comunicazione ultimamente molto in voga in Italia. Sull’onda del successo del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, c’è stato un notevole affannarsi ad utilizzare un linguaggio che facesse riferimento alla Rete. Così negli ultimi due anni si è assistito ad un proliferare di richiami al wiki, alla open governance, al open data e ad ogni possibile termine in grado di catalizzare l’attenzione dei geek. Il tutto ovviamente condito darecruiting a destra e manca delle star della Rete (Riccardo Luna, Marco Montemagno, ecc…).

L’evento di sabato ha visto coinvolti anche blogger di spicco nel panorama politico di destra, in particolare Il Fazioso e DAW-Da un altro punto di vista, i quali hanno fornito il loro personale punto di vista sulla vicenda (sostanzialmente positivo per il primo e negativo per il secondo).

Venendo alla parte più interessante del discorso possiamo descrivere il sentiment della giornata del 26 maggio, catalogando i cinguettanti come segue:

  • Storyteller: Un primo gruppo di utenti, presenti fisicamente all’evento, ha sostanzialmente proceduto ad effettuare una sorta di cronaca via twitter della giornata. In ogni comunicazione politica digitale gli storyteller sono molto importanti in quanto da un lato registrano gli eventi fornendo materiale giornalistico a costo zero, dall’altro danno risonanza all’evento garantendone la visibilità e l’approdo ai temi di tendenza.

 

  • Opinion – leader: In simultanea gli Opinion leader presenti all’evento hanno proceduto a esprimere in diretta le proprie opinioni. In particolare hanno spiccato quelle di Angelino Alfano e dei già citati autori de Il Fazioso e DAW (quest’ultimo è il misterioso personaggio citato dalle cronache che ha richiesto le dimissioni di Alfano). Ovviamente la comunicazione degli Opinion Leader tira gioco forza l’acqua al proprio mulino, quindi si potevano trovare in diretta letture dell’evento assolutamente agli antipodi.

 

  • Commentatori: La massa dei commenti è stata notevole. Va notato che da una breve analisi su The Archivist emerge come oltre la metà degli utilizzatori dell’hashtag abbia scritto via web da PC domestico. Ovviamente il commento ha avuto ogni declinazione possibile da quelle completamente favorevoli a quelli che vedevano nell’iniziativa un tentativo costruito ad arte di rilanciare un partito agonizzante.

 

  • Burloni: Una discreta fetta di utenti ha approfittato della metafora informatica per deliziare i propri follower con mirabolanti battute da smanettoni. Su tutte la più geniale quella di ‏@twittopolis “#FormattiamoilPDL Errore 404 – Pagina non trovata”. Quando si comunica su Twittter bisogna sempre tener conto che c’è una sorta di mirabolante gara alla battuta ad effetto, che coinvolge spesso penne molto sottili.

 

  • SpamBOT: Quando l’hashtag ha iniziato a dominare i temi di tendenza sono arrivati anche gli spamBOT sotto forma di finti account di discinte fanciulle che cinguettavano frasi in italiano apparentemente sensate, ma fuori contesto, deliziandoci con link di malware e spam. Dopo tanti Noemi Gate e Ruby Gate, parevano una sorta di mirabolante vendetta del digitale sulla politica digitale.

Insomma illustri Manager Digitali la comunicazione politica via Twitter è molto complessa e spesso, se non si utilizzano adeguati strumenti di filtraggio, si rischia di perdersi in un brusio molto caotico.

In sintesi la politica cinguettante presenta alcuni grossi svantaggi e vantaggi:

  • Non è moderabile: Nella comunicazione politica come la conosciamo in Italia la moderazione dei contenuti ritenuti eterodossi rispetto alle direttive del Partito è un elemento fondamentale per il mantenimento della coerenza interna. Per molti politici è meglio gestibile un blog, una Pagina o un Gruppo Facebook, dove moderare i commenti negativi o ritenuti lesivi. Tuttavia l’assenza di moderazione è anche un punto di forza se si vuole aprire un partito ad istanze nuove. Bene inteso, se si intende ascoltarle. 

 

  • Attualismo: L’evento ovviamente viene descritto nel suo divenire, tutto è veloce, il giorno dopo si ha la sensazione di aver perso qualcosa, spesso il volume dei messaggi è tale che solo i più esperti possono raccapezzarsi… Eppure questo consente anche di avere una percezione gestaltica del sentimento che si respira tra gli internauti. E per dare risonanza in diretta a un evento non esiste al momento strumento migliore sui Social Network.

 

  • Frammentazione: La comunicazione emerge frammentata, spezzata, sincopata. Questo da un lato costringe alla sintesi, dall’altro spesso si traduce in lunghi discorsi su più tweet di cui si perde il filo logico. Tuttavia ciò è anche importante, perché consente in un unico “luogo digitale” a più voci diverse per esperienza politica di confrontarsi.

Concludendo, penso che se Twitter implementasse al proprio interno alcuni strumenti di filtraggio e customizzazione più performanti si potrebbe rendere lo strumento un ottimo canale di comunicazione politica. Ciò contribuirebbe anche a svecchiare il panorama da liturgie sentite sempre più inutili e pesanti.

Un piccolo appunto: tra wiki, rottamatori, formattatori, open governance, open data, think tank, geek… non se ne può più.

Perché non cambiare metafore? Sembra di essere tornati all’ottocento in cui la ferrovia era sinonimo di “magnifiche sorti progressive”.

Sono solo computer. I problemi della politica italiana non sono di linguaggio, ma di contenuti.

via #formattiamoilpdl ovvero la politica al tempo di twitter

La Politica Italiana al tempo della collera

“Le tigri dell’ira sono più sagge. dei cavalli dell’educazione”
William Blake

ONtro

Esimi Ricercatori, domenica scorsa oltre alla vittoria dell’ennesimo scudetto della Juventus… oltre alle elezioni per la selezione del nuovo marito di Carla Bruni… oltre al dramma di Emma, cui Belen ha rubato il fidanzato… oltre alla nuova puntata di Amici… si sono tenute le Elezioni Amministrative.

Debbo fare i miei complimenti in particolare a La Repubblica e Il Corriere della Sera che per tutta la giornata di domenica e per una buona metà di lunedì hanno riportato la notizia con una visibilità abbondantemente al di sotto di Pallone e Tette.

Solo quando i risultati sono iniziati ad apparire in tutta la loro virulenta potenza è stato dato il giusto risalto alla notizia.

Tuttavia, passata la sbornia, la nostra classe politica rischia di non ascoltare l’ennesimo campanello d’allarme… Ignazio La Russa già parla di candidature sbagliate, Massimo D’Alema già parla di vittoria, Umberto Bossi gongola per la vittoria di Tosi, Giorgio Napolitano tira le orecchie a Beppe Grillo, Pierferdinando Casini defollowa il Terzo Polo con un messaggio su Twitter…

Simili al quartetto d’archi del Titanic che continua a suonare la stessa musica fino all’affondamento finale.

Ma andiamo con ordine come di consueto…

Un messaggio inascoltato

Partiti insostiuibili…

Miei illustrissimi, come ogni primavera da quando il digitale ha fatto la propria irruzione sulla scena politica italiana, le Elezioni Amministrative rappresentano la fase di reboot dei processi politici. E come ogni primavera di politica digitale, la nostra classe politica finge di non capire il messaggio.

Lo scorso anno le elezioni amministrative prima e i referendum poi segnarono un momento di rottura senza precedenti rispetto agli schemi tradizionali delle liturgie politiche. Ovviamente i nostri politici non recepirono il messaggio e si sono dovuti sorbire senza capire i drammatici eventi del 15 ottobre, inseriti in un autunno digitale particolarmente caldo… sfociato in una sorta di autoinflitto sabotaggio dadaista del Governo Berlusconi… Un incredibile e imbarazzante cupio dissolvi di escort, usi impropri di divinità pagane della fertilità, compravendita di parlamentari, gare di burlesque, nipotine di dittatori arabi, bunga bunga… in cui ogni cosa è stata amplificata, registrata, ridondata a dismisura nelle conversazioni che hanno animato le Comunità Online.

Il tutto si è graziosamente concluso con l’Italia commissariata dai Tecnici, come una Parmalat qualsiasi.

Collasso da eccesso di gestione scellerata, come il Gioiellino di Tanzi.

Il girotondo della Saraghina

Ma se Atene piange, non è che Sparta se le ride…

Il Partito Democratico coi suoi Penati, il Terzo Polo coi Lusi e Lega coi Belsito… coi loro lingotti d’oro, le loro spese pazze, le loro lobby, le family, le fondazioni, i kooly noody, le scorte particolari, le cartomanti, i cerchi magici… hanno contribuito a coinvolgere l’intero arco parlamentare in un felliniano girotondo surreale e autolesionista.

Puntuale risposta alle polemiche sull’acquisto di 400 nuove auto blu…

Pensavamo che senza Berlusconi ci saremmo annoiati, invece siamo stati deliziati ogni giorno dalle boutade dei Tecnici e da scandali degni del Cabaret Voltaire dei Padri Dadaisti…

E dopo tutto questo cosa accade?

Quello che era chiaro a chiunque avesse un account Facebook, o Twitter: hanno iniziato a perdere pezzi consistenti di consenso.

E adesso di chi è la colpa?

Di un nuovo spettro che si aggira per l’Italia: l’Antipolitica.

Penso che gli amici Rudy Bandiera e Paolo Mulè nei rispettivi articoli, che certamente avrete letto, hanno espresso brillantemente quanto siano vuote queste lamentazioni postume e quanto grottesco appaia il richiamo all’antipolitica.

Se c’è qualcuno che ha fatto attivamente antipolitica sono i Partiti tradizionali. Chi ha allontanato il Corpo Elettorale dal diritto di voto sono stati i Partiti con le loro sozzure, con i loro leader capaci di nefandezze che li hanno resi motivo di imbarazzo per i propri congiunti. Chi ha regalato il Paese al cinismo, alla rabbia, alla rassegnazione, al malcontento lamentoso sono stati i Partiti con le proprie clientele, i propri sprechi, la propria opacità, la propria incoerenza endemica, la propria incapacità di governo, i propri scandali… in ultima analisi: il proprio nulla.

Essere Beppe Grillo

E francamente la smettessero di inseguire Beppe Grillo.

Gli Italiani non sono dei babbei, conoscono benissimo tutti i difetti di Beppe Grillo e della macchina da guerrilla marketing di Casaleggio Associati. Il problema è che di fronte allo spettacolo indegno sopra richiamato appaiono quisquilie.

La politica italiana in disfatta si rivolge a un nuovo guru: il dr. Albert Wesker

E la smettessero di andare dai presunti guru del digitale per cercare di creare la nuova start up. Chi ha evidenziato le storture del grillismo è stata proprio la Rete… Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle non crescono “grazie” alla Rete, ma in una dialettica (anche conflittuale) con la Rete.

I Partiti sono riusciti nei propri goffi tentativi di manipolazione occulta a guastare la comunicazione giornalistica, televisiva, radiofonica, per il bene di tutti lasciassero in pace la comunicazione digitale… Perché tanto l’idea che li pervade in modo bipartizan è che il web è solo un sofisticato strumento di manipolazione… se c’è un modello è quello della politica digitale alla venezuelana, con tutti noi trasformati in uomini sandwich del Potere

Nessuna cultura, nessuna condivisione dei saperi, solo un nuovo campo da gioco del Potere.

E rimproverano in sostanza a Beppe Grillo e Casaleggio Associati di essere arrivati primi su questo nuovo campo da gioco.

In questi mesi continua incessante la generazione di Nuovi Partiti Digitali collaterali a quelli tradizionali atti a intercettare “il Popolo del Web”… Penso stia nascendo di media una volta a settimana un nuovo soggetto politico politically-pongo… creano partiti specchio, che si richiamano a open data, wiki, open government, crowdsourcing, etica hacking… Parole vuote, provenienti Partiti nuovi che puzzano già di vecchio con i loro riciclati, le loro Associazioni fiancheggiatrici, i loro finanziatori misteriosi.

Se nella primavera 2011 arrivò un messaggio chiaro su cosa sarebbe seguito nell’autunno scorso, questa volta il messaggio è ancora più forte.

Per dirla come nei romanzi di George R. R. Martin: “L’Inverno sta arrivando“, con tutto ciò che ne consegue. L’aria è tesa, si taglia col coltello. La collera inizia a pervadere ceti, che normalmente la rifuggivano.

Chi come me ha fatto le elementari negli Anni di Piombo e il liceo durante nella stagione delle Stragi di Mafia ringrazia Dio ogni giorno che il “pericoloso dissenso” sia attualmente rappresentato dal Movimento Cinque Stelle.

Conclusioni

Come concludere, miei esimi Ricercatori?

Essendo un dadaista propendo per un rinnovamento distruttivo.

Questo assetto politico non è riformabile. Deve comprendere che la propria stagione è finita. Deve comprendere che deve sgombrare il campo.

I Partiti devono chiudere la Seconda Repubblica con dignità: nuova legge elettorale, abolizione del finanziamento pubblico, abolizione dei privilegi.

Poi via tutti a casa, sperando che la parte migliore del Paese prenda coscienza di sé e utilizzi gli strumenti del digitale per creare cultura nuova, in questo Paese agonizzante, che vive di glorie passate.

Perché siamo davvero sicuri che “le tigri dell’ira sono più sagge dei cavalli dell’educazione“?

E intanto si scivola…

La settimana dadaistica di Twitter (21/05/2011 A.D.)

BOTpolitick: Elezioni Amministrative 2011

Exploit Digitale

Esimi nonché egregi Ricercatori, mentre guardo i soliti analogici politici della Seconda Repubblica che dichiarano tutti “abbiamo vinto noi”, provo la stessa ebrezza che mi suscita una bella partita di cricket, cioè lo zero assoluto.

Girano i soliti discorsi, le solite parole d’ordine, i soliti sondaggi, le solite dirette dal Viminale, i soliti interventi telefonici, le solite provocazioni, le solite repliche piccate, la solita noia…

Quello che mi dispiace, ma direi che è anche ovvio data la vetustà dell’impianto ideologico/culturale dei giornalisti italiani, è che nessuno affronti uno dei temi più notevoli di queste elezioni amministrative 2011: la BOTpolitick.

Con questo termine amo indicare, in modo un po’ irriverente, le modalità con cui i politici italiani affrontano il mondo dei social network, per lo più con simulacri digitali affidati ad apposite agenzie di comunicazione.

A mio avviso in queste elezioni, per la prima volta l’uso dei social network in politica qualche voto l’ha spostato. Penso soprattutto al caso di Luigi De Magistris, delle Liste Cinque Stelle di Beppe Grillo, dell’area politica legata a Nichi Vendola, soggetti molto attivi presso i social network, che hanno avuto una resa sorprendente incompatibile con il solito teorema: “più minuti appari in televisione più voti racimoli”.

Insomma al netto delle solite ormai barbosissime menate sulla par-condicio televisiva, la Rete per la prima volta inizia a diventare (timidamente per carità) uno strumento di generazione del consenso politico.

A mio avviso un solo dato politico emerge da queste elezioni: che i partiti politici devono rinforzare la loro presenza in Rete. Anche perché fondamentalmente i Citizen 2.0 rappresentano un elettorato più fluido rispetto a quello geologicamente stratificato del pubblico televisivo. E, a mio modestissimo parere saranno sempre di più le Comunità Online il vero soggetto politico dei prossimi anni.

Ammetto che non ritenevo funzionale la BOTpolitick, che la reputavo arretrata e antiquata per approccio e linguaggio, invece devo ammettere che nel suo piccolo ha scompigliato il quadro politico nazione.

Fenomenologia della BOTpolitick

Prima di andare oltre analizziamo le caratteristiche attuali della BOTpolitick a beneficio dei Ricercatori tutti:

  • Simulacro Digitale: i politici affidano la propria immagine in rete ad apposite agenzie di comunicazione che animano un loro simulacro digitale. Il ricorso a un “account ufficiale” di Twitter o a una fan page di Facebook, in luogo dell’account personale, da molti (tra cui il sottoscritto) viene vissuta come una presa di distanza. Un po’ come un esserci ma non esserci. Tuttavia la stragrande maggioranza dei politici di destra e sinistra opera con account solo apparentemente personali.
  • Comunicazione monodirezionale: l’utilizzo di un simulacro digitale comporta che il politico 2.0 posti dei proclami monodirezionali leader/massa, privi in genere di replica agli altri utenti del social network in cui operano. A mio avviso si genera l’effetto Tazebao (i giornali pubblici della Cina di Mao), perché almeno sui temi più importanti qualche risposta ogni tanto sarebbe molto gratificante per gli elettori.
  • Blog: altro elemento distintivo (Beppe Grillo docet) è il Blog autoriale, anche questo affidato ad apposite agenzie specializzate, che spesso non consente ai lettori di operare commenti (forse per evitare una sfiancante moderazione dei troll politici).
  • Elevata incidenza di BOT tra i follower: i politici 2.0 di Twitter hanno un’incidenza di BOT (i celebri software che si fingono utenti di social network) tra i propri followers estremamente elevata. Molti simulacri politici hanno centinaia e centinaia di BOT, che non fanno altro che seguirli. Forse si ricorre a questo escamotage per dare l’impressione di un vasto seguito e spingere i più timidi a manifestare la propria “preferenza”.
  • Politica Digitale: un aspetto positivo di quei politici che scelgono di operare nei social network è che a differenza della maggior parte dei propri colleghi, ogni tanto si cimentano in incursioni nel mondo della politica digitale dura e pura parlando di open source, privacy, hacking, ecc…
  • Catalogo delle Twitstar: una pratica a mio avviso molto giusta è quella di sfruttare i sistemi di certificazione degli account ufficiali offerti da Twitter. La maggior parte dei politici che operano in questo social network sono censiti nel celeberrimo catalogo delle Twitstar alla voce “Politica” e adornano i propri avatar col bollino dell’utente “verificato”, che ne sancisce la bontà.
  • Politichese: purtroppo a livello di linguaggio i simulacri digitali riflettono il linguaggio parlato dei propri originali, così assistiamo a post e messaggi prolissi che inevitabilmente rimandano al blog per la lettura del messaggio nella sua interezza. Il linguaggio dei blog è diviso in genere in due macro tipologie: il “Blog Invettiva”, cui scappa pure qualche parolaccia e il “Blog Aulico” in cui non è infrequente trovare termini da Accademico della Crusca.
  • Eccesso di moderazione: alle volte i gestori dei simulacri sono talmente terrorizzati dalle conseguenze del c.d. Trolling (l’equivalente digitale di una molestia verbale) dal qualificare come spammer chiunque inizi a porre domande in modo troppo insistente.

Insomma se guardo alla comunicazione politica da BOTpolitick il successo dei politici 2.0 non si spiega molto. E’ un tipo di comunicazione spesso scostante, monodirezionale, verticistica. La BOTpolitick soffre delle medesime carenze della politica tradizionale.

Allora perché funziona così bene?

Il ritorno del Militante

A mio avviso l’elemento di forza della politica 2.0 è rappresentato da un nuovo tipo di militante: quelli che amo scherzosamente definire i Missionari 2.0. Sono proprio questi ultimi, col loro accanito (e spesso oppressivo) entusiasmo ad animare parallelamente al simulacro digitale l’azione politica nei social network.

Nei social network, al netto di certe futili forme di trolling politico, si respira parecchia passione politica, paradossalmente di stampo più polarizzato a sinistra e a destra, piuttosto che in quel centro moderato tanto caro ai nostri politologi.

Diciamo quindi che i Missionari 2.0 riescono con la loro passione a integrarsi con la BOTpolitick e a generare una sorta di particolare Soggetto Politico così articolato:

  • Simulacro Digitale: agenzia di comunicazione che pubblica slogan in modo monodirezionale leader/massa, senza interagire.
  • Missionario 2.0: che si occupa di diffondere viralmente il verbo nella Rete, interagendo con gli altri utenti (ed in tal modo compensando il deficit comunicativo del Simulacro).
  • Sostenitore esterno: chi gradendo qualche iniziativa (per lo più quelle generate dai Missionari 2.0 e connesse a qualche meme divertente tipo i #morattiquotes, i #gelminiquotes, ecc…) comunque si rende parte attiva (più o meno consapevolmente) della comunicazione politica.

Quando poi al Simulacro Digitale si sostituisce un politico in carne ed ossa che interagisce realmente l’effetto è notevolmente potenziato.

Conclusioni

Da impolitico praticante mi auguro che la politica inizi a svilupparsi maggiormente in Rete. Per adesso le forme di manifestazione nel digitale della politica sono ancora goffe e impacciate, però iniziano a muovere voti e a sviluppare un dibattito sicuramente più interessante di quello tristanzuolo cui si assiste ogni giorno in televisione e sui giornali.

I Social Network offrono possibilità molto partecipative di approccio alla politica, spiace rilevare che anche questa volta in televisione non se ne sia parlato minimamente.

Il futuro dell’agone politica è la Rete… finchè magari in un futuro non troppo lontano Tecnonucleo ci tirerà fuori un super Algoritmo, che si preoccuperà per noi di selezionare i governanti che rispecchiano meglio le nostre esigenze e saremo affrancati anche da questo problema.

OppureNO.