Intervista per Techvideo TV – “Cyberdadaismo Digitale”

Esimi Ricercatori è online la seconda parte dell’intervista rilasciata dal sottoscritto all’ottimo Antonio Savarese per Techvideo.tv, sul “Cyberdadaismo Digitale” di cui di seguito potete trovare il link:

[ http://www.techvideo.tv/content/cyberdadaismo-digitale ]

Questo il lancio:

“Anni fa ci interrogavamo su come fare cultura con Internet?” afferma Giovanni Scrofani il fondatore di Gilda35. In quegli anni si parlava molto del dadaismo un movimento culturale nato a Zurigo, nella Svizzera neutrale della Prima guerra mondiale, e sviluppatosi tra il 1916 e il 1920. Il movimento ha interessato soprattutto le arti visive, la letteratura (poesia, manifesti artistici), il teatro e la grafica, che concentrava la sua politica anti bellica attraverso un rifiuto degli standard artistici attraverso opere culturali che erano contro l’arte stessa. Internet ha reso possibile (basti pensare alla tecnica del collage delle immagini) applicare questi concetti ai giorni d’oggi; prendo un elemento culturale lo estrapolo dal contesto e lo arricchisco con una mia considerazione e lo rendo eversivo e antitetico rispetto a quell’immagine. Quest’approccio ha enfatizzato la stravaganza, la derisione e l’umorismo. Gli artisti dada erano volutamente irrispettosi, stravaganti, provavano disgusto nei confronti delle usanze del passato; ricercavano la libertà di creatività per la quale utilizzavano tutti i materiali e le forme disponibili pertanto anche nella sua applicazione digitale è forte la componente dello scherzo che d’altronde era molto presente nella cultura hacker degli anni 90. Fenomeni importanti sono il fake con cui si ricerca di andare aldilà dell’identità individuale.

Questo fenomeno ha dato vita  a manifestazioni importanti come ad esempio #Occupywallstreet che nasce come idea di Adbusters che la lanciano ufficialmente il 13 luglio 2011 con un blogpost e una newsletter e che poi diviene un fenomeno mondiale o anche a  Anonymous che nasce su un sito come 4chan dove si pubblicano i meme  e dove ci sono immagini artefatte. Da lì esplode per diventare un fenomeno globale.

[Tratto da “Cyberdadaismo Digitale” di Techvideo.tv]

Mentre nella prima parte dell’intervista analizzavo il rapporto con le amate/odiate Twitstar televisive, in questa mi sono concentrato sulle Comunità Creative che dopo la nascita di internet iniziarono a fare cultura con questo nuovo strumento/habitat.

Ho ripreso i temi trattati nell’ormai celebre talk di Natale per Indigeni Digitali circa il Cyberdadaismo, conditi da considerazioni in ordine sparso dedicate al dadaismo delle origini, alla grammatica dei meme, al rapporto tra 4chan e Anonymous, nonché a quei due colossali e immortali scherzoni che sono Occupywallstreet e il Rickrolling.

Concludo ringraziando ancora Antonio Savarese, perché guardando questa seconda parte dell’intervista mi sono ricordato quanto è stata piacevole e spontanea la nostra chiacchierata.

Non resta che augurarvi buon divertimento, miei esimi!

Marchel Ducham: first meme creator/troller

Teamfollowback, ovvero come allevare un account Twitter

“Money never sleeps”
Gordon Gekko, Wall Street 1987

ONtro

Librarsi soavi nell'etere digitale di Tecnonucleo...

Esimi Ricercatori, durante la scorsa primavera ebbi una conversazione digitale con Giuseppe Mauriello su un tema che gli aveva suscitato un certo sconcerto: gli account di Twitter con pochissimi tweets (messaggi) e migliaia di following/followers.

Si chiedeva l’amico Pino, come fosse possibile avere account così “pompati”, essendo degli illustri conosciuti e senza aver mai postato apparentemente nulla di consistente. Citava addirittura casi con migliaia di followers e 0 messaggi.

Ovviamente con alcuni Ricercatori ci siamo messi al lavoro… abbiamo sguinzagliato qualche controparte digitale… ci siamo infiltrati in una serie di Comunità Online in giro per il mondo… ed abbiamo trovato la risposta all’arcano, anzi due: Teamfollowback e Autofollowback!

Ma andiamo con ordine come di consueto.

Fase 1: Breve profilo del Segugio Digitale

Innanzitutto mi sono messo alle calcagna di questi curiosi soggetti, che d’ora in poi chiameremo i Segugi.

Qualunque account di Twitter superi il migliaio di followers è seguito dai un discreto numero di Segugi, le cui caratteristiche posso riassumere come segue (sono dati di massima):

  • Numero di Following (“persone che segui”) notevolmente superiore al numero di followers (“persone che ti seguono”).
  • Numero di following/followers nell’ordine delle migliaia.
  • Numero di Tweet basso tenuto conto del volume di “contatti”.
  • Contenuti pressoché assenti: spam di link, scarsissima interazione reale con altri utenti, tendenza a fare infiniti listoni di nomi.
  • Utilizzo compulsivo dell’hashtag #Teamfollowback, in cui vengono inclusi account presi casualmente tra persone che non sono né following né followers.
  • Nickname stranissimi e arzigogolati.
  • Utilizzo quasi esclusivo della lingua inglese.
  • Provenienza in genere da USA, UK, Australia e altri stati del Commonwealth.

La ricerca è stata abbastanza dura, perché ho sempre considerato chi mi inserisce nei listoni di #Teamfollowback un molestare seriale e come tale tendo a bloccarlo…

Il mio stomaco ne ha risentito per giorni.

Fase 2: Infiltrazione e Teamfollowback

Ho creato pertanto un fake account da Segugio (ebbene sì sono un Fake Ricercatore), successivamente distrutto al termine dell’esperimento. Quindi ho iniziato ad utilizzare l’hastag Teamfollowback, scoprendo una inquietante Comunità Online di Segugi.

La Tribù dei Segugi imperversa nella relativa etichetta di ricerca di twitter #TEAMFOLLOWBACK, fondamentalmente applicando la regola del “Se mi segui, ti seguo”.

Pertanto quando uno sconosciuto vi inserisce in un elenco insensato di account usando l’etichetta #TeamFollowBack vi sta garbatamente invitando a seguirlo, per pompare vicendevolmente i vostri account.

Ho letto spesso in rete di ricerche in tal senso: il follow viene restituito nella stragrande maggioranza dei casi e se si scrivono pochi post è un ottimo strumento di fidelizzazione (chi scrive parecchio, presto o tardi, innervosisce qualcuno)…

In sostanza gli appartenenti alla Comunità dei Segugi non fanno altro che estendere la propria rete di contatti: cercare followers, indicare followers da seguire, fare strizzatine d’occhio a nuovi account…

La cosa particolare è che dopo un paio di giorni procedono a cancellare i messaggi contenenti l’etichetta in parola. La loro pagina di Twitter appare abbastanza normale, o nei casi più estremi vuota…

A corollario del fosco quadro sopra descritto, quotidianamente campeggia in cima ai tweet dell’etichetta Teamfollowback questo singolare “Top Tweet”:

http://twitter.com/#!/TeamFollowWacky/status/108261409695088641

Se si cercano in Rete le etichette riportate dall’account @TeamFollowWacky, in particolare InstantFollowBack si scopriranno delle misteriose liste (v. ad esempio http://www.twibes.com/instantfollowback/twitter-list)…

Cercando poi tra gli account che utilizzano l’etichetta #InstantFollowBack ci si imbatte poi nel termine chiave: Autofollowback.

Fase 3: Scoperta dei software di Autofollowback

Come si può ammirare in numerosi siti in lingua inglese (v. la pagina di Squidoo 7 Auto-follow Tools for Twitter Marketing) il termine autofollowback si riferisce a particolari strumenti di Social Media Marketing…

In sostanza esistono dei software (costo intorno ai € 50,00), che consentono di seguire in automatico, chiunque ci segua, seguire in automatico intere liste di utenti, automatizzare le attività di following/defollowing per pompare il proprio account fino ai 500 followers giornalieri, automatizzare le attività di inserimento e cancellazione dei propri messaggi…

Di seguito elenco la top seven di questi software generatori di Simulacri Digitali:

  1. Tweet Adder
  2. TweetBig
  3. BirdieAdder
  4. ValueTweets
  5. AutoTweeting
  6. TwiPing
  7. SocialOomph

Ovviamente Twitter ha un blocco e non consente di seguire più di 50-75 account al giorno… tenuto conto però che almeno tre quarti dei contatti restituisce il follow… nel giro di un annetto, senza produrre alcun contenuto, si potrebbe avere un account con 15.000-30.000 followers… scusatemi se è poco…

Certo i Software di cui sopra sono l’ulteriore conferma (come se ce ne fosse bisogno) dei nostri esperimenti. Persino ai livelli medio bassi del Social Media Marketing esistono una pluralità di software per l’automatizzazione della totalità delle azioni umane… Altro che fake il più scamuffo Social Media Expert ha interi vivai di Simulacri Digitali in costante allevamento… Questo risponde a parecchie domande sulla sincronia di certi eventi, ogni riferimento alle Tre Stigmate di Justin Bieber è puramente voluto…

L'espressione da gaglioffo del Twitter Adder è impagabile!

Fase 4: E poi il bruco mette le ali…

Vi siete mai chiesti come fa l’account di un film appena uscito ad avere al day one migliaia di contatti? O un sito appena aperto? O un nuovo prodotto appena lanciato? O una nuova band?

Ve l’ho detto: i software di Autofollowback vengono esplicitamente presentati come strumenti di Social Media Marketing…

In sostanza il giochino è abbastanza semplice e alla portata di qualunque Social Media Expert con un minimo di alfabetizzazione informatica:

  • Si crea un “vivaio” di fake account: fornendo un nome arzigogolato e farlocco, appiccando una foto di qualche aspirante starlette nella propria disponibilità, buttando giù una bio inconsistente che gridi TEAMFOLLOWBACK…
  • Si attiva un software di autofollow, per dargli una parvenza di vita digitale.
  • Si allevano i fake account nelle vasche di riproduzione del “Teamfollowback”.
  • Si cerca un cliente per il nuovo account.
  • Quando il bruco è “maturo” ed ha raggiunto un cospicuo numero di followers, si cambia nickname inserendo quello definitivo (Twitter lo consente), si cambia biografia, si inserisce il link al sito giusto, si defollowano in massa tutti i propri followers (opzionale), si inseriscono contenuti di “qualità“.
  • Spesso alla fase operativa è preceduta una fase da “crisalide” con un ulteriore nome transitorio e account lucchettato, in attesa che si stabilizzino gli usuali defollow di ripicca.

Et voilà avrete il vostro account da 15.000-30.000 follower, 150 following (non seguire nessuno è inelegante), pochi contenuti di qualità e un cliente soddisfatto… e potrete monetarizzare il vostro Simulacro Digitale.

Ovviamente nessuno si accorgerà di nulla… la maggior parte dei vecchi followers si troverà a seguire un account mai visto prima, ma difficilmente se ne accorgerà, perché non ci sarà nessuna interazione precedente che attesti qualche rapporto… L’unico modo di accorgersene è attraverso strumenti come Who Unfollowed Me, quando vi evidenziano misteriosi defollow da parte di persone che non vi ricordate di aver mai seguito.

Un account “grasso” di followers è una calamita per gli altri utenti, inoltre una volta che l’account diventa “serio” è agevolmente certificabile, rendendo spianata la strada per diventare una Twitstar a tutti gli effetti.

Ovviamente le tecniche di cui sopra vengono utilizzate anche da normali utenti e giovani artisti emergenti, per fare “personal brand”. Molti sinceramente vivono il “TeamFollowBack” come uno strumento per fare nuove conoscenze… ma la natura furbesca dell’operazione è evidente e massiva.

Conclusioni

Insomma cari Ricercatori il mistero è svelato…

Quando incontriamo questi sconclusionati account che seguono migliaia di persone twittando pochissimo… quando veniamo inseriti in misteriosi trenini di TeamFollow… quando subiamo defollow da parte di illustri sconosciuti che non ricordavamo di aver seguito… quando vediamo questi tweet che appaiono e scompaiono pochi giorni dopo… siete di fronte a un piccolo bruco del marketing di Tecnonucleo, che lotta per librarsi come una farfalla nell’etere digitale…

Probabilmente avrete incontrato l’account larvale della prossima boyband di successo, della prossima app fine di mondo, del prossimo Topblogger internazionale, del prossimo blockbuster globale…

Ricordate Ricercatori: il denaro non dorme mai.

E neanche Tecnonucleo.

Eric Schmidt e le crisi di identità di Google+

Eric E. Schmidt, Chairman and CEO of Google In...
Image via Wikipedia

ONtro

Esimi Ricercatori, come sapete sono un fan dell’uso di pseudonimi e ritengo che l’utilizzo di identità molteplici sia uno degli strumenti migliori a nostra disposizione per esprimere al meglio tutte le sfaccettature della nostra Personalità. Pertanto mi hanno davvero colpito le affermazioni di Eric Schimdt, il Presidente di Google, riportate da Mashable in un articolo eloquente sin dal titolo: “Eric Schmidt: If You Don’t Want To Use Your Real Name, Don’t Use Google+”. Si può dire tutto di Eric Schmidt, non che non sia una persona schietta. Nella stucchevole empatia del Web 2.0 pochi avrebbero il coraggio di dire: “Se non vuoi usare il tuo nome reale, non usare il mio Social Network”.

Come dire se non vuoi fare incidenti automobilistici vai a piedi, se non vuoi divorziare non ti sposare, se non vuoi vomitare non mangiare.

Mica te l’ha prescritto il medico di gironzolare nei Social Network.

Ineccepibile.

OppureNO.

Chi ha paura dello pseudonimo?

Nello scorso fine settimana Eric Schmidt, l’uomo che ha mostrato i denti ai Potenti del G8 (v. I Temi di Tendenza e le policy ombra di Twitter), ha dichiarato in risposta alle polemiche sollevate nelle scorse settimane dai blogger statunitensi che il nuovo rutilante Social Network made in Google è senza mezzi termini un “identity service”. Più chiari di così.

Il Presidente di Google rispondeva a numerose polemiche emerse con riferimento al fatto che Google+ è strutturato per disincentivare l’utilizzo di nickname o pseudonimi, mettendo in crisi gli amanti di tale pratica come il sottoscritto e chi “per motivi di sicurezza personale” vuole mantenere celata la propria identità.

Ovviamente mi sento anch’io di associarmi a Schmidt nel dire che se hai problemi di sicurezza personale (tipo sei un testimone sotto copertura) che cosa ci vai a fare sui Social Network…

Ma ritengo che siano casi davvero marginali e, ad essere onesto, ne ho le tasche piene di questa retorica del “bisogna utilizzare ad ogni piè sospinto la propria identità reale se no i Troll e i Fake distruggerebbero la Rete e gli Utenti Buoni ne morirebbero”

In primo luogo perché, come asserito altre volte, i fenomeni peggiori di trolling sono nati col Web 2.0 ed esplosi nei Social Network. Quella che in precedenza era l’arte di sbeffeggiare bolsi rituali digitali è diventata la furia di una folla in tumulto.

In secondo luogo perché questa rincorsa alla distruzione dello pseudonimo non è palesemente ispirata da ragioni umanitarie.

Mi sono reiteratamente espresso a favore dello pseudonimo in interviste (v. “Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google”) e interventi dal vivo (v. “Twitday 1.0: #JM10”). Sotto il profilo espressivo lo pseudonimo consente di liberare notevoli energie creative altrimenti inespresse. Come dissi a suo tempo:

Il nome reale esprime l’identità, ciò che siamo per il gruppo sociale cui “apparteniamo”, è l’ortodossia alla propria famiglia, al proprio lavoro, al proprio credo politico o religioso. Al contrario, il nickname è l’eterodossia da se stessi, è la possibilità di stancarsi di essere soltanto questo piccolo ego limitato. È espressione delle libertà contenute nella personalità (intesa come nel latino “persona” = maschera), tanto ampie da ammettere la contraddizione e la liberazione da se stessi.

Inoltre come vecchio smanettone mi sorgono ulteriori considerazioni di carattere “tecnico”.

Se nel web 1.0 avessero chiesto a noi sparuti internauti di fornire nome e cognome, per accedere a un servizio saremmo inorriditi. La privacy quando vent’anni addietro è nata la Rete era qualcosa di assolutamente sacro. L’anonimato era inoltre vissuto, come l’occasione di ripartire da zero in una sorta di Stato di Natura. Non contava chi tu fossi nella vita reale, contava ciò che realizzavi in Rete. Lo pseudonimo era un modo per creare un sistema di “riconoscimento” che prescindesse da poteri economici, politici, religiosi, ideologici.

E’ evidente che noi vecchi nerd smanettoni abbiamo perso.

Il web 2.0 è un inno alla nostra sconfitta.

Ovunque è richiesto nome, cognome ed email.

Persino per giocare online (v. Battlenet di Blizzard) tra poco ci vorranno codice fiscale e tessera sanitaria…

La motivazione non è quella di contrastare il trolling, che insisto è più forte e deleterio ora, di quando in quattro gatti ci conoscevamo solo attraverso pseudonimi. Le motivazioni principali sono due: una di ordine economico, l’altra di ordine “politico”.

Sotto il profilo economico,manco a dirlo, vale oro avere la disponibilità di una Banca Dati contenente (vado in ordine sparso): nome, cognome, indirizzo, geolocalizzazione degli spostamenti, preferenze sessuali, orientamento politico e religioso, preferenze in materia di beni e servizi, grado di alfabetizzazione informatica (a quello serve l’indirizzo e-mail non altro), composizione del nucleo familiare, articolazione delle Comunità Online di appartenenza, numero di carta di credito, numero di telefono, ecc… Con un Social Network si può costituire una banca dati di centinaia di milioni di dettagliatissimi profili individuali, che per chi si occupa di marketing valgono oro quanto pesano.

Non a caso una delle attività più redditizie per i cracker di mezzo mondo è rubare profili Facebook (v. ad esempio “Ruba un milione mezzo di profili su Facebook e li mette in vendita” del Corriere della Sera). Al riguardo piuttosto che concentrare l’attenzione su chi “vende” queste informazioni, mi preoccuperei di chi le “compra”, che è a mio modestissimo avviso molto più pericoloso. Se non esistesse la “domanda”, non esisterebbe l’offerta.

Sotto il profilo “politico” spingere gli utenti ad utilizzare il proprio nome e cognome nei Social Network è un modo di rinforzare quelle dinamiche di cyber polizia già descritte in “Bombe alla Crema”, sempre più ostili verso la c.d. “utenza pulita”. Come potrete agevolmente notare sia su Twitter, che su Facebook i pareri più “forti” politicamente sono sempre espressione di persone che agiscono sotto pseudonimo o con fake clamorosi.

Per le Polizie Postali, tramite l’indirizzo IP e web-spiders e banche dati messe volontariamente a disposizione dalle stesse Multinazionali del Digitale, è possibile risalire agevolmente all’identità di chi commette reati in Rete. Non fa alcuna differenza l’utilizzo di uno pseudonimo o di un nome reale. Tuttavia incombono quelle motivazioni di “buon vicinato” dettate dalla necessità di mantenere una deregulation della Rete, funzionale a generare profitti per l’Oligopolio Digitale… Pertanto meglio che tutti si agisca con “nome e cognome” per rafforzare la percezione di trovarsi un Panopticon e limitare i danni di immagine dettati dalle “insurrezioni digitali”, che tanto hanno preoccupato il G8…

Se sai di essere osservato, ti controlli da solo.

Se sai di essere osservato con nome e cognome ti controlli due volte.

A meno che tu non sia un autolesionista come certi Missionari 2.0, ma questa è un’altra storia…

Conclusioni

Ovviamente su Google+ non ho neppure cercato di utilizzare uno pseudonimo.

Persino su Twitter ormai appaio col mio nome reale.

Dovessi dimenticarmi per un solo istante che sono Giovanni Scrofani: avvocato, marito, padre, cattolico abbastanza praticante, apolitico praticante, giurista d’impresa e a tempo perso nonBLOGGER.

In Tecnonucleo sei libero.

Sei libero di essere come una pagina Facebook, o Google+: un insieme di contatti, di posti in cui sei stato, di cose che hai fatto, di preferenze.

E un giorno le Macchine avranno una “personalità” identica alla nostra, forse perché questa si va comprimendo ogni giorno.

Per fortuna che c’è Eric Schmidt a sbatterci la verità sui denti: i Social Network sono “identity service”.

Fake Plastic Trolls pt. 2 – …allora questo è un Troll

Segue da Fake Plastic Trolls pt. 1

Non necessaria premessa

Esimi Ricercatori il tema del trolling è assolutamente vastissimo e meriterebbe un tomo dell’enciclopedia Treccani, quindi mi accingo a esporlo in modo rapsodico, inconferente e assolutamente cialtronesco… ma comunque con fiero “piglio sociologico”.

Essendo sistematicamente per l’affermazione e la contraddizione continua preciso sin d’ora: il Trolling un tempo nel Web 1.0 era spesso un’arte raffinata ed elegante, che oggi nell’A-Social Web 2.0 vive un periodo di odiosa e penosa decadenza.

In generale si può definire Troll colui il quale dedica la propria attività online a distruggere una determinata Comunità Virtuale, attraverso un sistematico uso di messaggi provocatori e violazioni della netiquette.

Questa perlomeno era la natura del Troll nel Web 1.0, oggigiorno la definizione coincide purtroppo sempre più spesso con quella di molestatore, calunniatore, diffamatore et similia…

Ma non divaghiamo…

Dopotutto noi vecchi smanettoni siamo stati tutti Troll almeno una volta nella vita e perdonateci se ci scatta la nostalgia per tempi più civili…

Il Troll all'opera in tutta la sua sinistra bellezza...

Etimologia

Agli esordi del fenomeno del trolling, nel vintage e semi analogico web 1.0, esistevano due grandi scuole di pensiero sull’origine del termine.

Scuola Tolkeniana

Un coccoloso Troll in tutta la sua bellezza.

La prima scuola, quella “Tolkeniana“, individuava l’origine del nome in alcune creature antropomorfe della mitologia norenna. Il Troll delle leggende è un essere animato composto di roccia.

Il Troll ovviamente è una creatura connessa in generale alle Tenebre e ai culti del Caos e della Notte. Caratteristica del Troll pertanto è quella di non sopportare la luce solare, che lo riporterebbe al primitivo stato di roccia inanimata. Inoltre il Troll essendo una creatura del Caos odia l’ordine naturale delle cose e si applica in ogni modo per devastare il Creato… e per non farsi mancare nulla è pure cannibale e gradisce i bambini.

La forma è quella di un gigante peloso, bitorzoluto e maleodorante dotato di scarsa intelligenza.

Il libro “Lo Hobbit” di J.R.R. Tolkien riporta un passaggio in cui Frodo e la propria compagnia di nani vengono rapiti da tre Troll, parecchio imbecilli che a forza di litigare su come cucinarli finiscono per attendere il sorgere del sole e trasformarsi in rocce…

Secondo questa teoria pertanto il Troll sarebbe caratterizzato da:

  • agire protetto dalle Tenebre: trincerarsi dietro il comodo anonimato delle Comunità Online;
  • dissoluzione alla luce del Sole: se la loro identità reale viene “scoperta” abbandonano la Comunità Online per paura di possibili ritorsioni legali, o d’altra natura più fisica (tipo: “Te vengo a cercà sotto casa e meno a te e tre quarti della palazzina tua”);
  • cuore di pietra: il Troll è per sua natura spietato, non chiede né concede pietà;
  • culto del Caos: il Troll adora ingenerare scompiglio nell’ordinata vita delle Comunità Online tramite apposite tecniche di trolling (v. oltre), mirate a sovvertire gerarchia, ideali, regole e stile di vita;
  • linguaggio idiota: la stragrande maggioranza delle tecniche di trolling 1.0 prevedevano il ricorso al c.d. non-humour, utilizzando un linguaggio volutamente grezzo, irritante, decontestualizzato.

Scuola dei Pescatori

Pescatori di Niubbi

Secondo invece la scuola dei “Pescatori” il trolling trarrebbe origine da una peculiare tecnica di pesca anglosassone, in cui l’amo, gettato da un’imbarcazione in movimento, viene abilmente celato per catturare i pesci più ostici…

Secondo questa teoria pertanto la caratteristica principale del Troll sarebbe il suo desiderio smodato di “prendersi giuoco degli incapaci”. In sostanza il Troll si porrebbe su un piano superiore rispetto a quello dei comuni utenti della Comunità Virtuale, cui lancerebbe delle “esche” per farli cadere nella propria trappola. Da qui nasce il caro vecchio detto anglosassone delle IRC che furono:

“Do not to feed Trolls”
(trad. Non date da mangiare ai Troll)

Diciamo che entrambe le teorie a mio avvero sono contemporaneamente vere e tagliamo la testa al topo…

Tipologie di Troll

Esistono numerosi studi di psicologia del comportamento sul fenomeno del trolling. In generale potremmo così riassumerle:

  • Troll Giustiziere: qualcuno in una Comunità Online gli ha fatto un torto. Non avrà pace fin quando non avrà cancellato dai server ogni traccia dell’odiato nemico, dei suoi sostenitori, dei sostenitori dei suoi sostenitori. Come un “Borghese Piccolo Piccolo” intraprende un’escalation di violenza digitale. Combatte “fino a che non ci sarà più nemico ma solo pace. Amen”.
  • Troll Egomaniaco: in sostanza ha bisogno di catalizzare l’attenzione su di sé, non importa se in modo negativo. La Comunità Virtuale deve avere un solo chiodo fisso: Lui. Se riceve 1.000 insulti giornalieri, comunque a fine serata è soddisfatto.
  • Troll Beffardo: colui che propriamente “si fa giuoco degli incapaci“. In una data Comunità Online scorge dei comportamenti che giudica puerili e decide di satireggiare gli utenti per il suo personale godimento sottoponendoli a ogni genere di angheria e provocazione.
  • Troll Depressivo: è quello che posta frasi deprimenti e senza senso, augurando di continuo a sé stesso e agli altri utenti la morte. Genera numerosi casi di orchite.
  • Troll Dr. House: ostenta atteggiamenti esageratamente cinici e spocchiosi su qualunque argomento, andando costantemente contro corrente rispetto al senso comune. Se contraddetto, magari anche garbatamente, si scatena ricoprendo di insulti il malcapitato.
  • Troll Devastatore: ha un solo obiettivo distruggere l’ecosistema digitale che lo ospita. Con ogni mezzo necessario. Normalmente porta rancore verso l’intera comunità online per le motivazioni più bizzarre (essere stato bannato da un forum, essere decaduto dal rango di webstar, abbassamenti di ranking, ecc…).
  • Troll Neuroprogrammatore Linguistico: assolutamente micidiale. Non insulta. Non va fuori tema. Non dice mai esplicitamente nulla di offensivo verso nessuno. Eppure dal modo in cui compone i suoi post nel blog, da come twitta, da come scrive capite che vi sta prendendo atrocemente in giro davanti al mondo. A voi, proprio a voi E quando gli chiedete conto dei suoi atteggiamenti si comporta come il più mite degli agnellini, facendovi apparire come rancorosi minchioni paranoici.

Tecniche di Trolling 1.0

Nel caro vecchio web dell’epoca de Checchennina il trolling non consisteva nel riempire di insulti qualcuno, o postargli quotidianamente inutili critiche, o nell’augurargli la morte, come oggidì… Una volta il Troll si divertiva a gironzolare sui forum e a violarne la netiquette:

  • pubblicando degli spoiler (es. forum sul film “Il Sesto Senso”: capperi non l’avevo mica capito che Bruce Willis era il fantasma!);
  • andando sistematicamente “off topic” (es. forum sui Jonas Brothers: eh ragazzi qualcuno mi spiega come fare un back-up?);
  • generando flame assurdi per crociate senza senso (es. Facebook Fan Page di un Atelier: BASTA con queste modelle anoressiche! Dopo la STRAGE di modelle che c’è stata quest’anno ancora con questi stereotipi?! …vi ricorda qualcosa?)…
  • scrivendo in modo volutamente sgrammaticato per farsi riprendere dagli utenti più leziosi;
  • enfatizzando ogni interazione positiva o negativa spesso assumendo un atteggiamento completamente incoerente con il contesto (es. “ecco ce l’avete tutti con me“);
  • assumere una “domination” di un canale di comunicazione (un forum, una chat, un Gruppo Facebook) postando una quantità esorbitante di contenuti spesso di qualità nulla, rendendo così illeggibile e incoerente la timeline.

Il trolling era per lo più una tecnica di non-humour, uno scherzo alla Andy Kauffman, di quelli che fanno ridere solo chi li mette in pratica e non vengono minimamente capiti da chi li subisce. L’obiettivo principale del Trolling vintage era quello di prendere di mira piccole manie delle Comunità Online e sputtanarne l’intrinseca ipocrisia.

Spesso l’obiettivo del Troll era demistificatorio: dimostrare come dietro all’apparenza di una “Rete Orizzontale Eco-Green-Social-Pongo” affettuosa e carammellosa, si celasse in realtà una Piramide in cui l’istinto gregario Leader/Massa è la norma e l’atteggiamento da “manganellatori digitali” è pronto a scattare alla minima violazione di regole non scritte ma cogenti.

Il LULZ e le tecniche di Trolling 2.0

La celebre: Trollface

Nel web 2.0 la quantità di strumenti messi a disposizione delle Comunità Online ha mutato radicalmente la figura del Troll, sempre maggiormente orientato a generare “LULZ”.

Il LULZ è la versione malvagia del LOL (l’acronimo utilizzato in rete per dire “ridere a crepapelle“), in sostanza:

Il termine “LULZ”, per esempio, esprime la gratificazione di guardare altri che soffrono nella cloud.
Jaron Lanier “Tu non sei un Gadget” pag. 83

Il Troll 2.0 pertanto si differenzia sia dai suoi illustri predecessori, sia dai Fake veri e propri. Il Troll 2.0 utilizza l’anonimato e un certo tipo di comunicazione rozza e destrutturata per godere della sofferenza psicologica del prossimo.

Nel suo libro Jaron Lanier cita parecchi casi di cronaca nera legati al trolling: il suicidio della star coreana Choi Jin-Sil, che si tolse la vita a causa del pesante trolling da cui era stata bombardata… Lori Drew che venne trollata fino allo sfinimento, dopo aver indotto al suicidio con un fake una rivale d’amore della figlia… la giornalista Kathy Sierra, la cui carriera fu rasa letteralmente al suolo dal trolling… il suicidio di Mitchell Jenderson…

A questi casi possiamo agevolmente associare la quantità di video postati su Youtube che ritraggono atti di bullismo, spesso rivolti verso minorati mentali… i ricatti a sfondo sessuale verso minorenni, resi possibili dalle nuove tecnologie digitali… gli insulti insistiti, pesanti, volgari e sciovinisti rivolti a un utente spesso non in grado di difendersi…  gli assalti all’arma bianca stile tutti contro uno (con un sovvertimento logico del vecchio Troll che era uno contro tutti)… le parodie crudeli…

Conclusioni

Egregi Ricercatori, sconsolato concludo questa lunga scorrazzata, constatando come paradossalmente i nuovi media abbiano progressivamente depauperato culturalmente alcuni fenomeni anche interessanti.

Si è passati dai Fake e i Troll 1.0, spesso pervasi anche da un genuino gusto per la performance e la provocazione, a questi Fake Plastic Trolls 2.0 amanti del LULZ più sfrenato…

E comunque stiamo in guardia verso il nostro “Troll interno“…

OppureNO.

Fake Plastic Trolls pt. 1 – Se questo è un Fake

“Pay no attention to that man behind the curtain.”
The Wizard of Oz, 1939

ONtro

Esimi Ricercatori, il titolo di questo nonPOST è preso pari pari dall”ultima puntata del Web Radio Show “Hole of Ass”  degli amici Vitellozzo e Fourthalf, che è stata dedicata al fenomeno di Fake e Troll su Twitter…

La puntata ha tratto spunto da un triste caso di cronaca twittera che ha visto un’aspirante Twitstar di una Comunità Online molto agguerrita del Nord Italia essere presa di mira per giorni da un fake che l’ha trollata senza alcuna pietà… Salvo poi (da quanto ho capito) essere stata salvata dal provvido intervento della propria Comunità Online, che si è erta a baluardo della malcapitata… immagino trollando a propria volta il presunto autore dell’insano gesto…

Detto per inciso penso anche di aver capito chi sia il Fake Plastic Troll in parola (visto che mi segue da qualche giorno, ovviamente non ricambiato). Il soggetto in questione dovrebbe essere tale @LaTwitstar… OppureNO (ma dopotutto chi se ne importa).

La puntata degli amici Vitellozzo e Fourthalf, che detto per inciso hanno suonato ottima musica (mica il solito “VascoMerda“), ha visto anche la lettura del mio ormai storico nonPOST: “Il Fight Club delle Twitstar!“… della qual cosa sono onorato!

Ma mentre gli amici andavano avanti con lo show mi rendevo conto di non aver proceduto mai a tratteggiare col consueto “piglio sociologico” la figura di Fake e Troll… creature fantasmagoriche fondamentali nell’ecosistema digitale…

Ricordo con orgoglio quando con Giuseppe Mauriello e Fabio Lalli abbiamo dovuto procedere all’epurazione dei fake dal sacro gruppo degli Indigeni Digitali, di cui oggi ho partecipato a un aperitivo e che festeggia i suoi 1000 membri (completamente fake free)…

Ma, egregi Ricercatori,  non divaghiamo e dedichiamoci alle consuete analisi da “Twitstar, anzi DIOstar, che giudica le altre Twitstar” (questa è di uno degli ascoltatori dello Show e mi ha quasi steso dalle risate)…

Cosa c'è di meglio di un buon fake per rallegrare la giornata?

Se questo è un Fake…

I fake sono nati con internet.

Spesso si tende a confondere il fake con il semplice e innocente utilizzo di un nick anonimo…

Il fake è qualcosa di completamente diverso…

Un fake è una performance di un appartenente a una Comunità Online (Social Network, chat, forum, ecc…), che pratica una sorta di “Gioco di Ruolo” interpretando una personalità che non gli è propria (es. una topmodel ammiratissima, che nel tempo libero si finge un nerd obeso e psicopatico su Google+)…

Il primo caso storicamente accertato di fake è quello di “AlexAndJane“. Nei primi anni ’80, presso l’ormai storica chat Compuserve, un certo Alex, taciturno psichiatra di mezza età, finse per un paio d’anni di essere una spocchiosa donna di nome Jane. Il suo fake era muto e attraverso la chat comunicava al mondo tutto il proprio odio verso Dio e la religione in genere, asserendo di essere rimasta menomata a causa di un incidente. Quando si scoprì l’inganno molti “amici di Jane” rimasero sconvolti dalla notizia e lo psichiatra si giustificò asserendo che stava effettuando una ricerca scientifica…

Lo splendido aneddoto di cui sopra riporta alcune caratteristiche essenziali del fake:

  • Personalità: Il fake è una rappresentazione di una “personalità” talvolta anche complessa, che tende alla completezza. Deve avere un proprio background, un proprio linguaggio, proprie passioni e idiosincrasie.
  • Affettività: Il fake tende a sviluppare una rete di relazioni affettive attorno a sè, cercando di attirare l’attenzione attraverso qualche escamotage (nel caso di specie una forte disabilità).
  • Verosimiglianza: un fake ben fatto necessita di prove documentali della propria esistenza: foto, resoconti di partecipazione ad eventi. Un fake deve puzzare di vita vera, per essere credibile ed intrecciare relazioni vere. Chi anima un fake spesso si produce in complesse ricerche con una costruzione di prove false degna di un Legal Thriller.
  • Finzione: ovviamente caratteristica essenziale è che non deve essere comprensibile la natura fasulla del fake (pertanto @LaTwitstar non è propriamente un fake). Un fake ben fatto deve rendere inconoscibile il vero autore che si cela alle proprie spalle. Un fake ben fatto deve rendere anche solo impensabile risalire alla propria ingannatoria natura.
  • Motivazione: sono ormai vent’anni che scorrazzo nella Rete e devo ammettere che le motivazioni dei fake mi sono sempre sfuggite. Quando ho parlato con alcuni cultori di questa pratica mi hanno dato sempre risposte elusive. Sono giunto alla conclusione che in ultima analisi attraverso il fake alcuni esprimano aspetti della propria personalità normalmente tenuti a freno dalle convenzioni sociali… Alcune performance sono di una perfezione troppo sublime.

I fake non vanno sottovalutati. Quello dei fake, infatti, è un fenomeno che spesso genera mirabolanti cortocircuiti mediatici. Pensiamo al caso di Amina Arraf la bellissima blogger lesbica siriana, che altri non era che l’obeso eterosessuale nerd scozzese Tom MacMaster (per un resoconto v. “Amina Arraf, storia di un fake pericoloso” di Punto Informatico)…

In generale diciamo che possiamo tratteggiare le seguenti figure di fake:

  • Fake Ricercatore: quello che quando lo tani si giustifica asserendo “Il fatto che mi hai beccato a interpretare la parte di una blogger ninfomane esperta in tecniche di bondage e sadomaso non significa nulla: sono un dottorando in psichiatria forense.” Soluzione: chiamare un esorcista.
  • Fake Burlone: fondamentalmente “un impostore che si prende giuoco degli incapaci” (v. oltre alla voce Troll). Soluzione: chiamare un paio di amici armati di crick.
  • Fake Bipolare: quello che quando viene sgamato si lascia andare a profluvi di invettive contro il resto della Comunità Online, che non lo merita. Poi si cancella e ritorna con un nuovo fake. Soluzione: chiamare i genitori.
  • Fake Schizofrenico: quello che ci crede veramente. Soluzione: chiamare l’ambulanza.
  • Fake Stalker: strumento utilizzato dagli stalker per avvicinare persone che hanno bloccato o segnalato alla Polizia Postale il proprio account principale. Conoscendo BENE l’ogetto della propria ossessione riescono rapidamente a entrare nelle sue grazie. Molto pericolosi. Chiamare di nuovo la Polizia Postale.
  • Fake Lurker: strumento utilizzato per spiare gruppi di utenti di una Comunità Online (vi siete mai chiesti come fanno certe Twitstar che non followano nessuno a essere aggiornatissimi sulle mosse dei propri detrattori?). Soluzione: ignorarli.
  • Cyber Orco: è il preferito dei giornalisti di Repubblica, Corriere & Co. quando sono in crisi creativa. Quando non sanno di cosa scrivere in genere parlano di questi fantomatici personaggi che adescano minorenni e bambini in Rete, fingendosi adolescenti. Il titolo dell’articolo? “I pericoli della Rete” (o qualcosa del genere). Non ci soffermiamo a parlarne, ne avete letto abbastanza (v. “Sbatti il Cyberorco in prima pagina”). Soluzione: smetterla di leggere certi giornali.

Facebook e Google+ hanno delle regole che tendono a disincentivare la presenza di fake, su Twitter invece la pratica di avere account multipli è la norma.

Ricordo con affetto quando ai tempi del “Project” su Twitter lanciammo una caccia alle streghe contro BOT e Fake. Ogni giorno qualcuno sgamava qualche fake esponendolo al pubblico ludibrio.

Ne ricordo con particolare affetto uno sonoramente sputtanato da Sissetta80: il tipo  aveva creato un fake saccheggiando le foto di una modella straniera pressoché sconosciuta in Italia e postava con regolarità resoconti e foto dei vernissage e degli eventi cui partecipava nella sua vita da Jet Set. La grande Sissetta lo castigò duramente e il tapino si cancellò.

Disapprovo abbastanza la pratica dei fake, perché nei suoi aspetti più deteriori rompe quel patto di lealtà che dovrebbe animare le interazioni online. Tuttavia noto che in generale gli internauti sono ogni giorno più preparati e anche nei casi più evoluti di fake (v. il caso Amina) lo smascheramento è in agguato.

Il mio giudizio sulla questione è riassunto da questo splendido storico tweet di sabotaggio di MisterBlonde84:

Segue in “Fake Plastic Trolls pt. 2“…