Un modo di pensare

Oggi mi è tornato in mente “Un modo di pensare” un racconto breve di Theodore Sturgeon, che trovo perfetto per descrivere i social network in questa desolante stagione.

Ebbi la fortuna di leggere quel racconto, ormai introvabile in italiano, da adolescente nella raccolta “Semi di stelle”, in quel periodo mitico in cui nella rivista Urania ancora riciclavano le copertine di Karel Thole.

“Un modo di pensare” raccontava la storia di un uomo affetto da un disturbo cognitivo che lo portava a “rovesciare” le proprie reazioni. In pratica immaginate un energumeno ottuso che, se durante una rissa vuole rompere una sedia in testa a qualcuno, getta il malcapitato addosso alla sedia e non viceversa.

Il problema nasce quando il fratello di questo curioso individuo muore dopo una serie di misteriose piaghe, che inspiegabilmente iniziano ad affliggere il suo corpo senza che sia possibile trovare un qualsiasi nesso clinico.

Il pensatore rovesciato inizia a indagare e scopre che l’ex fidanzata del fratello è in possesso di una bambola voodoo, con cui aveva giocato in uno stupido rituale di vendetta. La ragazza infuriata con l’ex fidanzato aveva usato per mesi la bambolina infliggendole supplizi atroci invocando il nome dell’amato, senza immaginare che il feticcio era effettivamente dotato di poteri.

Accade quindi che il pensatore rovesciato riesce a entrare in possesso della bambolina voodoo, che consegna al narratore.

Passano i giorni e la bambolina inizia a subire tutta una serie di “ferite” e afflizioni varie finché non resta distrutta.

Nel finale il narratore apprende che l’ex fidanzata del fratello del pensatore rovesciato è morta. E’ stata rapita e seviziata orrendamente. Le sue ultime parole sono state: “Mi chiamava bambolina”, lasciando intendere che il pensatore rovesciato per uccidere una bambola voodoo aveva seviziato a morte la ragazza.

Questo modo di pensare pare diventato la norma oggigiorno.

Attraversiamo una stagione, in cui è possibile affrontare i problemi dal punto di vista più assurdo e mostruoso. Se poi ti permetti di far notare l’assurdità del ragionamento subirai un rimbrotto: quello razionale è solo un modo di pensare, ma ne esistono tantissimi altri degni di considerazione.

La razionalità è solo un modo di pensare tra tanti.

La logica è solo un qualunque punto di vista.

La scienza è solo un approccio tra i tanti.

Vaccini, cancro, molestie sessuali, genitorialità, bullismo, diritto d’autore, alimentazione, immigrazione, turbomondialismo, opere pubbliche, deficit… qualunque tema da più triviale al più sensibile viene affrontato con una sconcertante rincorsa a una “originalità di approccio” completamente sganciata da ogni applicazione di raziocinio.

L’importante è dire la propria, dare la propria testimonianza, prendere posizione.

E quanto più la posizione è assurda, rovesciata, confutabile dalla realtà, tanto più vedi la gente che vi si aggrappa con le unghie e con i denti. Una regola aurea che mi hanno insegnato i social network è che, se una posizione è frutto di un qualche ragionamento razionale, vedrai il tuo interlocutore propenso a metterla in discussione, mentre se è una assurdità sganciata da ogni collante con la realtà, avrai di fronte un interlocutore irremovibile.

Mi chiamava bambolina…

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Il Continuum Gibson, ovvero come ho imparato ad odiare gli anni ’80

Le serie televisive di fantascienza e fantasy contemporanee sembrano uscite da un televisore impazzito perennemente sintonizzato sugli anni ’80 e ’90. Dall’effetto nostalgia iniziale si sta passando a una nausea da Giorno della Marmotta.

In principio fu il Continuum Gernsback

Il racconto più interessante di William Gibson è qualcosa che con il cyberpunk, apparentemente, c’entra pochissimo. Ne Il Continuum di Gernsback (The Gernsback Continuum, 1981) il padre del cyberpunk racconta la storia di un fotografo, che deve realizzare un reportage sull’architettura americana degli anni ’30.

Col procedere del racconto il fotografo inizia a essere ossessionato dai fantasmi semiotici di un presente alternativo generato dalle aspettative dell’arte visuale della golden age della fantascienza.

Il fotografo viene progressivamente catapultato nel 1981 immaginato negli anni ’30 dalla rivista Amazing Stories del celebre editore Hugo Gernsback. Un 1981 ultratecnologico e ottimista con auto a reazione, autostrade a ottanta corsie, basi orbitali, razzi spaziali, tute argentate.

Tuttavia il 1981 del Continuum Gernsback si rivela un universo abortito, che si oppone a un 1981 reale, desolante nel proprio squallore fatto di promesse non mantenute.

Il racconto di Gibson è particolarmente potente e trascende i confini della letteratura di genere, per fare un discorso sull’estetica e l’immaginario postmoderno quanto mai attuale.

Le serie televisive contemporanee, infatti, paiono popolate dai fantasmi semiotici degli anni ’80 e ’90. Sembra quasi che l’immaginario collettivo si sia chiuso su quel periodo, passando da un piacevole citazionismo a una sorta di deriva totalitaria e ammorbante di quel ventennio.

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Dal Retrofuturismo del Continuum Rodenberry…

Per retrofuturismo, in genere, si intendono le opere artistiche, che richiamano l’immaginario del futuro del periodo compreso tra gli anni ’50 e ’70.

Il retrofuturismo racconta quindi il periodo di estetica fantascientifica successivo al Continuum Gernsback, attualizzandolo. Affronta un periodo critico estremamente influenzato dalle tensioni della Guerra Fredda successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

Mi piace definire questa corrente come il Continuum Rodenberry, il creatore della serie classica di Star Trek.

Il retrofuturismo del Continuum Rodenberry ha interiorizzato la dura lezione del secondo conflitto mondiale e i rischi connessi all’apocalisse nucleare, pertanto è pervaso da un senso di sfiducia profonda, in cui la tecnologia svolge il ruolo bivalente di strumento di distruzione e di via di fuga salvifica.

Per intenderci la serie di videogiochi Fallout è puro retrofuturismo degli anni ’50.

Paradossalmente le opere ispirate al trentennio retrofuturista sono quelle che trovo attualmente più gradevoli: The Man in the High Castle, con la sua America degli anni ’60 dominata dai nazisti, il remake di Westworld coi suoi robot filosofi, Legion coi suoi sogni lisergici, che paiono usciti dalla mente del Syd Barrett della swinging London, gli episodi migliori di Philip K. Dick’s Electric Dreams con la loro atmosfera straniante.

Sono tutte opere che riescono ad attingere all’immaginario retrofuturista con mano elegante, valorizzandolo e attualizzandone le tematiche. E tutte hanno un tratto in comune, tipico dell’estetica di quel periodo: suscitare nello spettatore inquietudine sulla natura della propria realtà.

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…alla Vaporwave del Continuum Gibson

Il nostro immaginario contemporaneo, in un paradosso neanche troppo incredibile, pare ormai prigioniero del Continuum Gibson.

In una giravolta pazzesca siamo finiti prigionieri dell’estetica pop degli anni ’80, che nel cyberpunk trovava il proprio genere d’elezione, per elaborare speculazioni sul futuro.

La cifra stilistica del Continuum Gibson è quella della vaporwave, il movimento culturale, che sotto le spoglie di una critica alla società dei consumi, finisce per trovare nell’estetica pop degli anni ’80 e ’90 la propria patria di elezione.

La vaporwave costruisce un passato di promesse di benessere infinito, popolato di palme olografiche su tramonti al neon rosa, in cui trovare rifugio dalle miserie del presente.

Nel Continuum Gibson non siamo più di fronte a citazioni, ma a veri e propri fantasmi semiotici, che piombano con violenza nei nostri monitor, trasmettendoci la sensazione di assistere alla stessa storia raccontata in mille modi diversi.

La televisione aumentata, nata grazie a internet, è caratterizzata uno spaventoso palinsesto spalmato su milioni di canali, che paiono trasmettere le stesse storie da quarant’anni.

Devo ammettere che personalmente inizio a trovare la cosa fastidiosa. Le opere del Continuum Gibson risultano stucchevoli nel loro citazionismo esasperato.

Non si possono considerare mere citazioni la pedissequa riproposizione delle scelte visive di Blade Runner operata in Altered Carbon, la riproposizione in ogni scena di Stranger Things di qualche frame pescato a caso dai film di Steven Spielberg o di qualche blockbuster anni ’80; gli Star Wars Disney che replicano situazioni della trilogia originaria in una sorta di spaventoso Eterno Ritorno famigliare fino al punto di trasformare la saga in una Beautiful con le spade laser; perfino l’innovativo Black Mirror nella sua ultima incarnazione si è popolato di fantasmi semiotici del Continuum Gibson al punto di diventare stucchevole…

E ovunque orde di remake, prequel e seguiti dei franchise di Alien, Terminator, Mad Max, Battlestar Galactica, ecc…

La lista potrebbe essere infinita.

I fantasmi semiotici degli anni ‘80 sono ovunque: luci al neon, ologrammi fluorescenti, coscienze che si scaricano su dischi rigidi, cyborg, arti marziali, katane giapponesi, mecha, kaiju, possessioni demoniache, bambine dai poteri telecinetici, improbabili portali dimensionali, spade laser, prese corticali, scienziati pazzi dai capelli cotonati, Intelligenze Artificiali capricciose, ragazzini svegli e impertinenti in lotta contro le autorità in groppa alle BMX, sexy robot, replicanti, alieni buoni puccettosi, alieni cattivi che ricordano organi sessuali spaventosi, il poliziotto buono del gruppo etnico normalmente considerato indisciplinato e il poliziotto cattivo del gruppo etnico normalmente considerato assennato, il sopravvissuto motorizzato, tutto il bestiario di Dungeons & Dragons, le esplosioni nello spazio, l’impero di Robot sterminatori, le final girl invincibili, i serial killer da slasher capaci di respawn infiniti, lo sceriffo burbero ma dal cuore d’oro, i wrestler…

Peraltro il problema non riguarda solo la fantascienza, ma un po’ tutta la cultura contemporanea pare ripiegarsi sul calderone culturale degli anni 80’ e 90’.

La sensazione è quella di non trovarsi mai tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco.

Viviamo in anni terribili, è vero, ma questa fuga in un retrofuturo blindato inizia davvero a farsi pesante. Pare di rivedere continue repliche degli stessi programmi semplicemente con un cast diverso e una rinfrescata di effetti speciali. Alla lunga è davvero straniante…

Forse l’opera che ha meglio descritto questo fenomeno è la bellissima serie tedesca Dark di Netlfix.

Nella serie si racconta di una cittadina tedesca, che sorge su un portale temporale, che si apre ogni trentatré anni collegando il 2019, il 1986 e il 1953. La trama sviluppa una serie di temi di Ritorno al Futuro con toni cupissimi, ammonendoci sulla natura altrettanto terribile degli anni ’80.

La vita dei protagonisti di Dark si svolge in un loop temporale chiuso, in cui ogni azione con cui i personaggi vorrebbero salvare il proprio presente, non fa che rinforzare le fondamenta del male e della distruzione.

Inizio a sospettare che la salvezza possano essere le serie sceme cui si abbeverano i Millenials, che noi vecchi tanto critichiamo.

Mass Effect, Skyrim, Deus Ex e i finali penosi

Miranda Lawson secondo Patryk Olejniczak

ONtro

Esimi Ricercatori il mio inverno videoludico è stato all’insegna di tre ottimi videogame:

  • Mass Effect 3: uno sparatutto in terza persona con elementi ruolistici, story driven (in cui la trama conta più del mondo in cui si inserisce e l’esplorazione è limitata) della serie Mass Effect, una gloriosa space opera tipo Star Trek;
  • Skyrim: un gioco di ruolo word driven (in cui il mondo in cui si inserisce il gioco conta più della trama) della serie di ambientazione fantasy medioevale The Elder Scrolls;
  • Deus Ex Human Revolution: uno stealth con influssi ruolistici della serie di ambientazione cyberpunk Deus Ex.

Giochi assolutamente splendidi, ognuno un piccolo capolavoro nel suo genere. Giochi con un impatto narrativo assolutamente notevole, in grado di tenerti inchiodato davanti allo schermo per decine di ore, al fine di spremere ogni singolo dettaglio della trama. Peccato per un piccolo dettaglio: il finale assolutamente penoso. Ovviamente vi invito a fermarvi a questo punto se non volete sorbirvi degli spoiler megagalattici.

Il finale moscio di Mass Effect 3

L'incontenibile gioia espressa l'8 marzo, vigilia dell'uscita...

Il finale di Mass Effect è assolutamente sconcertante.

Dopo circa complessive 150 ore di gioco dipanate su tre dischi si arriva allo scontro finale con i Razziatori, una razza di esseri Tecnorganici che ciclicamente commette genocidi su scala galattica e che ha preso di punta la nostra povera Terra. Peraltro i Razziatori tramite un processo di indottrinamento mentale possono prendere anche il controllo delle personale nemico e utilizzarlo per la propria guerra.

La trama di base è ripresa para para dal Ciclo dei Berserker di Fred Saberhagen, arricchito con ogni genere di elemento di space opera possibile ed immaginabile.

Il protagonista, Shepard, è forzato a prendere scelte durissime, che comportano gioco forza l’estinzione di questa o quella specie galattica. L’effetto è abbastanza logorante, in pratica sulle spalle di un solo uomo risiede la responsabilità della sopravvivenza di intere specie, che spesso vengono sacrificate per motivazioni politiche o di strategia militare.

Il bello è che là dove si opta per desistere dallo sterminio o la sterilizzazione di una razza le conseguenze appaiono ancora più nefaste, col rischio di propagazioni galattiche di razze affette da furia omicida endemica.

Peraltro spesso si è costretti a immolare i propri amici e amanti sull’altare della Missione Suprema, con scene cinematiche assolutamente strazianti.

Ovviamente arrivati al finale con le mani macchiate di sangue, la coscienza sporca e un senso di colpa furibondo, ti girano abbastanza le scatole contro i Razziatori.

Ebbene dopo aver tritato milioni di Razziatori di tutte le forme possibili ed immaginabili, dopo aver sparato miliardi di proiettili, dopo aver utilizzato ogni arsenale possibile ed immaginabile si arriva macilenti e devastati al confronto finale col Catalizzatore, il Capo Supremo dei Razziatori…

E così Shepard scopre che costui altri non è che l’ologramma di sé stesso da bambino… Ovvero si rende conto di essere stato indottrinato dai Razziatori per tutta la durata dei tre giochi…

Niente mostrone finale, niente combattimento all’arma bianca, niente frasi epiche… Niente: solo il Capo Supremo dei Razziatori, che compito come un medico della ASL, ci spiega che i Razziatori dopo milioni di anni sentono il bisogno di un revamping… che i loro genocidi sono in realtà finalizzati ad evitare che le civiltà più evolute facciano evolvere troppo la vita sintetica che nel lungo periodo spazzerebbe via i propri creatori… che in buona sostanza preservano la biodiversità della galassia… che però si sentono vecchi e iniziano a perdere colpi…

Così il compito olo-bimbetto genocida ci offre tre bellissime opzioni di suicidio in cui i Razziatori in sostanza vincono sempre e comunque:

  • Soluzione A: ti suicidi e distruggi i Razziatori, il che comporta che la vita organica sarà presto o tardi spazzata via dall’evoluzione della vita sintetica. In sostanza si apre la stura ad una futura evoluzione di nuovi Super-Razziatori completamente sintetici.
  • Soluzione B: ti suicidi e prendi il controllo dei Razziatori, il che, avendo capito che Sheppard è indottrinato, fa un po’ ridere e piangere.
  • Soluzione C: ti suicidi e crei una nuova forma di vita tecnorganica, fondamentalmente rendendo tutte le specie della galassia Razziatori tecnorganici (pure le piante!).

Il tutto ovviamente posto come una scelta multipla tipo menù del McDonald’s…

Le cinematiche praticamente clonate e distinguibili l’una dall’altra solo dal colore delle esplosioni, contribuiscono poi a suscitare un senso di profondo sbigottimento nel giocatore, che non può che chiedersi: “Tutto qui?!”

Il finale beffa di Skyrim

Potevo mandarci il mio LOLcat ad affrontare il Drago...

Il finale di Skyrim invece non so se sia frutto di uno dei noti bug che affliggono la serie, o frutto di una folle scelta di programmazione.

Il mio Fabbro Incantatore si era sposato una leggiadra fanciulla, tale Aela la Cacciatrice, che si trasformava in Lupo Mannaro…

Il loro menage familiare prevedeva simpatiche esplorazioni per le lande desolate di Skyrim alla ricerca di mostri da uccidere e tesori da depredare… Ricorderò sempre con affetto i manicaretti che consegnava al marito nel pieno di Dungeon infernali dicendo: “Tieni caro, ho preparato questo per te”.

Purtroppo essendo Aela un Lupo Mannaro, quando i due si appisolavano non forniva al Fabbro Incantatore il bonus del Conforto dell’Amato (un miglioramento delle statistiche derivante dall’espletamento dei doveri coniugali)… Questo non so se fosse un bug, o una scelta voluta dei programmatori… Con un altro personaggio, un Assassino Elfo Oscuro, ottengo dalla sua dolce metà, anch’essa Assassina e Elfo Oscuro, il Conforto dell’Amato… Tuttavia i Lupi Mannari non hanno conforto dal sonno poiché la maledizione li tormenta… così ho il sospetto che le notti del Fabbro Incantatore e di Aela la Cacciatrice, non siano esattamente una passeggiata di salute…

Viene il giorno dello scontro finale con il Drago Nero Alduin “Il Divoratore di Mondi“… Il Fabbro Incantatore saluta la moglie sale in groppa ad un drago, vola sulla cima del mondo, ammazza millemila nemici non-morti, finisce in una sorta di versione videoludica del Valalla e… con poche zaccagnate ammazza il Drago….

Ora dico io, se uno si fregia del titolo di “Divoratore di Mondi” mi aspetto che non muoia come un poveraccio, dopo quattro urlacci e due martellate sul muso. Non dico che deve essere il combattimento della mia vita, ma mi aspetto qualcosa di molto più consistente di un Drago col pannolone da incontinente. Insomma deluso dallo scontro mediocre il Fabbro Incantatore torna nel suo mondo e cosa scopre?

  • In primis a nessuno importa nulla della sua vittoria. Mentre prima tutti erano terrorizzati dal Divoratore di Mondi, adesso tutti proseguono la loro vita con indifferenza. Non un grazie, non una medaglia, neppure una birra alla taverna locale. Completamente ignorato. Il Fabbro Incantatore riceve più commenti per la sua armatura draconica che per aver salvato il mondo. Quando si dice l’importanza dell’outfit.
  • In secundis Aela la Cacciatrice l’ha mollato. Il Fabbro Incantatore torna in tutte le case che ha sparse per Skirim, ma la moglie è assente. Va in ogni luogo visitato in precedenza, ma non trova di lei nessuna traccia. Per carità, l’assenza del Conforto dell’Amato lasciava presagire nefasti sviluppi della vicenda, ma questo mi sembra troppo.

Così il nostro eroe, dopo aver salvato il mondo, solo e sconsolato deve proseguire la propria inutile vita, ignorato da tutti. Forse un finale troppo realistico.

Il finale da sbadiglio di Deus Ex

Adam Jensen faceva meglio a riciclarsi come fashion blogger...

Deus Ex Human Revolution invece è una bella spy story in salsa cyberpunk, che costituisce una sorta di prequel ad uno dei brand di maggior successo della prima generazione di console…

Le possibilità di interpretazione del protagonista offerte dal gioco sono assolutamente splendide, le opportunità di esplorazione innumerevoli e gli approcci per la conclusione delle missioni variegati in modo appagante e coinvolgente. Il Boss finale è particolarmente impegnativo e richiede grossi doti strategiche per sconfiggerlo…

E allora qual è il problema?

E’ presto detto: arrivati alla scelta finale ci si trova davanti il solito super computer che tipo impiegato del catasto ci offre quattro finali, che fanno partire delle cinematiche sconcertanti. Qualsiasi finale si scelga (assecondare i luddisti, i postumanisti, gli illuminati o suicidarsi) il protagonista nella cinematica finale sarà assolutamente entusiasta e convinto della scelta che ha preso. Il bello è che le scelte sono tutte e quattro opzionabili a prescindere se uno abbia o meno ostacolato le varie fazioni in lotta.

Della premiata serie qualunque scelta hai compiuto fin qui non conta nulla e se prendi una scelta in totale controtendenza urlerai comunque il tuo hip hip hip urrà al mondo… Ridicolo.

Conclusione

Che dire, miei esimi Ricercatori? Mi sembra assurdo che si perdano nel finale produzioni così elefantiache, parliamo di giochi che superano per complessità e temi trattati buona parte della cinematografia mainstream in circolazione. Si investe tantissimo in grafica, si elabora il gameplay perfetto, si da vita a personaggi complessi e sfaccettati, si creano ambientazioni immersive, si sviluppano intelligenze artificiali di discreta caratura… e poi ci sono questi finali loffi, burocratici, a tiar via. Investire due euro in più su una sceneggiatura decente è chiedere troppo?

I videogame sono ormai diventato uno strumento narrativo particolarmente potente e coinvolgente, dotati di budget da capogiro, mi sembra assurdo che si scivoli ancora sulla sceneggiatura.

Il finale di Mass Effect peraltro ha così orripilato le Comunità dei Fan che la Bioware si è trovata costretta a sviluppare un nuovo finale che sarà rilasciato questa estate… Così grazie alla damnatio memoriae digitale solo questo nonPOST, insieme a pochi altri testi, resteranno a eterna memoria di quanto facesse schifo.

Paganesimo Digitale

Esimi nonché egregi Ricercatori, una delle cose che maggiormente mi sorprende del web 2.0 è l’incredibile proliferazione di applicazioni digitali destinate alla divinazione.

Il moderno aruspice digitale usa le più moderne tecnologie per creare mirabolanti applicazioni che leggono i tarocchi, estraggono gli esagrammi dell’i-Ching, calcolano l’oroscopo con relativo ascendente e casa astrale, delineano minuziosamente il bioritmo, rispondono come una fantastica 8-ball ad ogni genere di quesito, generano l’arboreo oroscopo celtico, individuano l’animale spirituale maya, selezionano l’angelo custode…

Quando nei tardi anni ottanta leggevo la trilogia dello Sprawl di William Gibson (Neuromancer, Count Zero, Monalisa Overdrive), mi colpì l’immagine di una sorta di proto Singolarità (una super Intelligenza Artificiale collettiva nata dalla fusione di due supercomputer), che impazziva… L’ego schizofrenico della Singolarità si riconfigurava in una serie di personalità, che si convincevano di essere dei Loa: Divinità del Voodoo…

All’epoca seguivo molto la fantascienza hard alla Isaac Asimov, molto laicista e illuminista. Mi lasciò molto colpito l’idea cyberpunk secondo cui le nuove tecnologie non avrebbero portato a una civiltà razionalista figlia di un connubio tra Margerita Hack e Piergiorgio Odifredi (ok, mi scuso con voi Ricercatori: l’idea del connubio carnale tra i due in effetti è molto disturbante), ma avrebbe portato a un utilizzo superstizioso e neopagano delle nuove tecnologie…

Mi sembrò una divertente immagine retorica. Nulla più.

A distanza di vent’anni trovo quella di William Gibson l’ennesima profezia autorealizzatasi.

E’ assolutamente spaventosa la quantità di siti, wiki e applicazioni destinate alle più scellerate pratiche divinatorie e superstiziose.

Poiché quando vedo un’offerta enorme, immagino che ci sia una domanda altrettanto forte, mi chiedo se le nuove tecnologie abbiano rafforzato una sorta di percezione della scientificità di questi strumenti.

Mi spiego: se per la divinazione mi rivolgo alla zingara col banchetto a Piazza Navona, magari mi sento un po’ ridicolo. Se uso internet sto in un contesto in cui tutto viene investito da una sorta di ufficiosa scientificità, nel nostro fanciullesco approccio alle nuove tecnologie sembriamo quei vecchietti che una volta asseriva ieratici per rafforzare una proposizione: “L’ha detto la televisione”.

Per noi creature digitali se “L’ha detto internet”… è vero.

D’altronde abbiamo un approccio verso l’Algoritmo di Google degno degli dei pellegrini di una Pizia pagana… molti software hanno nomi che rimandano a una certa mistica casereccia (es. Oracle), o a animali totemici (es. Firefox, Panda)… utilizziamo per definire gli esperti termini mutuati dalla mistica (es. Guru)… per definire il nostro alterego virtuale usiamo termini che rimandano alla mistica indù dell’incarnazione (es. Avatar)… se torniamo con un nuovo account su Twitter siamo “resuscitati“…

D’altronde parliamoci chiaro: il nostro è un presente di tecnologia privo di scienza. E il tecnologismo sta al pensiero scientifico, come la superstizione sta alla spiritualità.

Così il nostro presente digitale è infarcito di divinazione, oroscopi, bibliomanzia, chiromanzia, onicomanzia… forse perché viviamo tempi di grandi cambiamenti introdotti dalle Macchine, mutamenti epocali che generano incertezza, e in una sorta di meraviglioso cortocircuito cerchiamo nelle Macchine quelle certezze metafisiche, spirituali, ideologiche che abbiamo perso.

Così nascono nuovi idoli digitali, che hanno bocche e non parlano, occhi e non vedono, orecchie e non odono…

Cari amici startuppari il business del futuro non è la scienza, è la super tecnologia sciamanica. Utilizzare i più moderni ritrovati per soddisfare i bisogni più irrazionali e oscuri, quelli in ultima analisi più scritti nel nostro retaggio genetico culturale. Soddisfare quella degradazione della religione che è la superstizione: questo è il vero business 2.0.

Buttate nel cesso Cartesio e studiate Paracelso.

Forse aveva ragione Gilbert Keith Chesterton: “Quando l’uomo smetterà di credere in Dio, inizierà a credere a tutto”.

La Biblioteca di Babele 2.0

“The future is not google-able.”

[William Gibson intervento presso “A Clean Well-Lighted Place for Books”, San Francisco, California, U.S.A.,5 febbraio 2004]

 

Otto!

Se cercate 8 su Google o Wikipedia verrete a conoscenza di tante meravigliose proprietà relative a questo simpatico numeretto. Infatti 8 è uno di quei numeri importanti: è un numero composto, è il cubo di 2, è il sesto numero della successione di Fibonacci (per la gioia di Illuminati, Rosacroce, Complottisti e Dan Brown), è un numero ottagonale (chi l’avrebbe mai detto!), è un numero di Friedman, per i Cinesi è il numero fortunato per eccellenza, è il “numero magico” della fisica nucleare, è il numero dell’equilibrio cosmico, è il numero della trasfigurazione cristiana, è il numero dell’ossigeno, nell’I-Ching rappresenta le 8 forze risultanti dall’interazione di Yin e Yang, i Grandi della Terra sono 8 (G8), è uno dei Numerotti di Playohouse Disney, 8 è il passerotto dei Latte e i suoi Derivati, e poi si sa vincere al superenal-8 può cambiare la vita… Insomma il numero 8 è un numero di quelli che riveste un’importanza capitale sotto qualunque punto di vista lo si affronti.

Però essendo per la contraddizione continua il numero 8, tendo a immaginarmelo coricato che dorme, pressappoco così: .

Me lo immagino felice che sogna spazio e tempo infinito, senza stressarsi con Fibonacci e soci.

In verticale il numero otto non ha mai suscitato molto il mio interesse, mentre coricato mi suscita infinite suggestioni. Quando penso a quel meraviglioso e sognante Nastro di Möbius, il mio cervello steampunk e un po’ DaDa subito mi rievoca quella meravigliosa allegoria che compose Jorge Louis Borges nel 1941 con “La Biblioteca di Babele”… Un’allegoria terribile, che ho rivissuto giocando con Twitter insieme ai folli Sabotatori Dadaisti di #Gilda35. Una terribile profezia su ciò che potrebbe divenire la produzione dei testi in un futuro neppure troppo lontano. Un’ipoteca sui testi che lasceremo alle future generazioni…

La Biblioteca di Babele” di Jorges Louis Borges

Borges disegnò un universo costituto da una “Biblioteca illimitata e periodica” strutturata come un immenso frattale composto da moduli esagonali tra loro identici. Ogni esagono contiene 5 scaffali contenenti ciascuno 2 libri, ciascun libro è di 410 pagine, ciascuna pagina è di 40 righe, ciascuna riga è di 40 caratteri. Il numero dei simboli ortografici è 25 (22 lettere, spazio, punto e virgola). I libri contengono ogni possibile combinazione dei venticinque caratteri, generando ogni possibile testo (per la maggior parte ovviamente non sense, ma in alcuni casi sporadici generando anche frasi, pagine o testi interamente intellegibili).

In un forum su internet (http://www.sonicbands.it/libri/11291-re-la-biblioteca-di-babele-testo-completo.html) un matematico ha calcolato che il numero dei testi della Biblioteca di Babele, generato secondo il meccanismo testé illustrato sarebbe pari a 25 elevato alla 656.000, ossia un numero con 917.049 cifre. Ma poiché la Biblioteca è “periodica” i testi si ripetono in modo apparentemente casuale andando ben oltre lo spaventevole numero da quasi un milione di cifre.

Nulla si sa sul Creatore della Biblioteca, né sugli autori dei testi, né sul fine ultimo di questo universo.

Il racconto descrive anche la vita miserabile dei Bibliotecari, che si aggirano preda di disperazione, fanatismo e frustrazione cercando tra gli innumerevoli testi privi di senso il “Libro”, un testo che dia una svolta alla loro esistenza. Il racconto si conclude con l’immagine spaventosa della Biblioteca che continuerà ad esistere eterna e immutabile, dopo la fine del genere umano.

Un curioso incidente accaduto durante i sabotaggi di #Gilda35 ha riportato alla mia mente questa mostruosa biblioteca, cui diventano ogni giorno più simile le Nuvole Computazionali…

Lo strano caso del tweet scomparso

#Gilda35: progetto collettivo sviluppato su Twitter, che promuove una riflessione critica sull’antropologia post-umana introdotta dalle nuove tecnologie. Spesso il progetto effettua delle performance dadaiste chiamate “sabotaggi carini e coccolosi”. Per maggiori informazioni: http://gilda35.com/ e http://jovanz74.splinder.com/

Tutto è nato, quando, per festeggiare la nascita del “Nuovo Twitter” (una versione più multimediale del noto Social Network), elaborammo uno dei “Sabotaggi” di Gilda35 ai danni del povero Algoritmo dei TopTweet di Twitter (v. “#Gilda35” su Brand Care Magazine n. 7). Uno dei Ricercatori del Progetto propagò in Rete un irriverente messaggio nonsense: “domani, 16 settembre Santa Innocenza vergine e martire, nasce il nuovo Twitter”. Il messaggio ricevette circa 75 retweet in una manciata di minuti, tuttavia l’Algoritmo dei Toptweet non lo fece salire in homepage.

Pareva che nel frattempo Twitter avesse aggiornato il proprio Algoritmo in modo da fornire un ranking più basso ai retweet di utenti che si seguivano a vicenda, sfavorendo sia gruppi come

Bimbominkia: giovane utente di Social Network, sprovvisto della minima netiquette e spesso molesto (gergo degli internauti italiani).

#Gilda35, sia agenzie di marketing virale, sia agguerriti gruppi di “bimbiminkia”, che approfittavano della tendenza al retwit compulsivo dei BOT delle Major dell’intrattenimento.

Ovviamente polemizzammo in modo giocoso con Twitter, inscenando una farsa sulla “censura” che avevamo subito. Ciò sebbene in segreto apprezzassi la virata del nuovo Algoritmo dei Top Tweet verso un marketing più esplicito e sotto il profilo contenutistico decisamente più valido della precedente versione pseudogiovanilistica (ora Top Tweet era saldamente presidiato da account ufficiali di grosse realtà produttive, topblogger, giornalisti, ma anche qualche comune utente con una bella trovata virale e qualche fesseria ogni tanto).

Qualche giorno dopo il “sabotaggio coccoloso” venni però contattato dall’autore (Proponente nel nostro gergo) del tweet “censurato”. Il Proponente si lamentò di un fatto per lui sconcertante: il messaggio di sabotaggio non solo non era salito tra i TopTweet, ma era stato anche cancellato dal registro dello “storico” dei propri messaggi. Tra tutti solo quel tweet era stato cancellato dalla cronistoria dei pensieri del Proponente. Era come se non fosse mai stato emesso e di conseguenza come se noi non l’avessimo mai retwittato e fatto nostro.

Vi risparmio la narrazione della serie di dadaistiche provocazioni che inscenammo: accorate lettere aperte (http://jovanz74.splinder.com/post/23353109/lettera-aperta-di-gilda35-a-twitterit-libera-luccellino-azzurro), sottoscrizioni via retweet, sitin virtuali contro @toptweets_it… Ovviamente il DADA che è in noi si scatenò furibondo e trasformammo la vicenda in una assurda farsa per dileggiare i continui appelli contro la censura, che circolavano in quei giorni su Twitter (“no al bavaglio” su tutti).

Dal Libro alla Nuvola

Fail Whale: I server di Twitter talvolta vanno in “sofferenza” quando il volume dei tweet mondiali per massa e frequenza è eccessivamente elevato. Ciò comporta blocchi temporanei, improvvise sparizioni di followers/following, cancellazione di tweet vecchi.

Questa surreale vicenda, comunque ascrivibile ad un banale “fail whale”, mi ha suscitato alcune riflessioni in merito a come le nuove tecnologie stanno cambiando il nostro rapporto con la produzione, la conservazione e la lettura dei testi.

Una frase che piace spesso ai tecnologi è: “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, mentre un testo su internet è permanente”.

Onestamente non mi sembra una frase così vera. Anzi ad essere veramente onesti direi che “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, ma magari anche finire in un’emeroteca e fornire ai posteri una testimonianza documentale su un periodo storico, un testo su internet è assolutamente impermanente, soggetto a cancellazione, riediting, confutazione, interpolazione, manipolazione, adulterazione.”

“In informatica, con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto” (Wikipedia). In pratica tutto quello che fate tramite posta elettronica, social network, Google, ecc… avviene tramite l’utilizzo delle nuvole computazionali.

Questo per la semplice ragione che un testo pubblicato su internet non viene ancorato a un supporto fisico “statico”, come ad esempio un foglio di carta, un papiro, una tavola assirobabilonese. E neppure su un supporto “dinamico”, ma in possesso dell’autore, come un hard disk. Un testo su internet finisce dritto in una bella Computing Cloud (Nuvola Computazionale), mirabile definizione che sta a indicare in ultima analisi che il testo per finire su internet il più delle volte (direi pure la quasi totalità delle volte per i comuni utenti), deve essere trascritto e registrato su server di proprietà di un soggetto diverso dall’autore.

Sto rincorrendo le suggestioni sul numero otto coricato che dorme, così non mi avventuro in un’approfondita disamina sugli aspetti giuridici del rapporto testé descritto… Però due paroline le spendo lo stesso. Quando accettiamo i c.d. “Termini di Utilizzo” dell’erogatore dei servizi di Computing Cloud sottoscriviamo un contratto nel 99% dei casi molto sbilanciato in favore dell’erogatore del servizio, piuttosto che verso l’autore dei testi. La quasi totalità dei fornitori di Social Network, siti internet, Blog, servizi di posta elettronica, archiviazione remota di documenti, ecc… hanno nei propri “Termini di Utilizzo”, anche quando il servizio offerto è a carattere oneroso, una serie di clausole che consentono di sospendere in ogni momento il servizio a loro insindacabile giudizio. Peraltro a ben leggere i “Termini di Utilizzo” di molti fornitori di servizi connessi al Computing Cloud la proprietà di testi e documenti in molti casi non è dell’autore, ma dell’erogatore del servizio, che pertanto può cancellarli a proprio piacimento per tutelare i propri interessi.

Un esempio lampante di quanto sopra è stato il caso Amazon/Wikileaks. Com’è noto Amazon ospitava il sito di Wikileks sui propri server, tuttavia, in assenza di qualsivoglia denuncia da parte delle pubbliche autorità, ha potuto sospendere il servizio sulla base della violazione dei termini di utilizzo inerenti il c.d. “uso improprio” del servizio di web-hosting. Il resto è cronaca.

Jaron Lanier: (New York, 3 maggio 1960) è uno sviluppatore, artista e compositore statunitense. E’ considerato il padre della Realtà Virtuale. Autore tra l’altro del libro “Tu non sei un Gadget”, una riflessione critica sull’evoluzione del web 2.0.

Insomma a fronte dello strapotere di quelli che Jaron Lanier con una felice espressione chiama i “Signori delle Cloud”, gli autori dei testi, delle foto, dei video, dei materiali immessi nelle Computing Cloud ne escono sempre più depotenziati e sminuiti.

CR48

Nei giorni scorsi Google ha presentato un nuovo tipo di portatile il CR48. In pratica questo gioiellino della tecnologia delle Computing Cloud non sfrutta altro software che un internet browser. Il CR48 sfrutta le Nuvole Computazionali per la totalità delle funzioni di un PC tradizionale: storage/archiviazione file, posta elettronica, pacchetto Office, visualizzare foto, film ecc… Il CR48 ha ovviamente il 3G incorporato perché necessita come l’aria di una connessione a internet potente e stabile.

Il CR48 costituisce il primo passo per trasferire nelle Computing Cloud la totalità delle informazioni che produciamo. Perché il cloud computing è performante, gratuito (o a prezzi contenutissimi), affidabile, costantemente aggiornato… Immaginate un futuro in cui tutti siamo passati ai nipotini del CR48. Immaginate un futuro in cui abbiamo completamente dematerializzato l’informazione, in cui è tutta insediata in server completamente sottratti ad ogni nostro potere di verifica e controllo.

Mash-up

A questo va associata la tendenza sempre più insistita a trasferire nelle Nuvole Computazionali la totalità dello scibile umano. Esperienze come il Progetto Gutenberg, Google Libri e l’espansione del mercato degli ebooks tendono ad una “dematerializzazione” dei testi scritti con una sempre più forte eliminazione di quel “limite fisico” costituito dai libri di analogica memoria. Se a ciò si collega il ricorso sempre più insistito nel web 2.0 al c.d. “mash-up”, ossia alla produzione di testi che in ultima analisi non sono che il “collage” di altri testi reperiti in rete, spesso a loro volta frutto di mash-up, il quadro diviene ancora più fosco.

Nel web 2.0 tutti sono scrittori, tutti sono autori, tutti sono SEO, tutti sono esperti di marketing. Il Cloud Computing ha aperto la possibilità a tutti di esprimersi con uno sforzo minimo. Si è passati dai siti personali del web anni ’90, che erano espressione di una vivace creatività, ai blog dei primi anni 2000, agli attuali microblog frutto del mash-up più furibondo e spesso insensato.

Ne sono stato testimone involontario io stesso: “Il Ragazzo che Giocava con gli UFO” (http://gilda35.com/2010/11/05/il-ragazzo-che-giocava-con-gli-ufo/) un mio post sul caso Gary McKinnon ebbe un inspiegabile successo in Gran Bretagna, nel periodo in cui alcuni attivisti si battevano per impedire l’estradizione a Guantanamo di questo hacker affetto da disabilità mentale. Il testo venne fatto proprio da parecchie centinaia di persone in Gran Bretagna che riproposero sui propri blog personali il mio testo in italiano. Produssi anche una versione del post in lingua inglese, ma non ebbe il successo della versione in italiano, che era del tutto incomprensibile per la quasi totalità dei blogger che l’avevano riproposta.

Come diciamo noi di #Gilda35: “Viva le polpette!”

Non mi voglio avventurare sul tema Wikipedia, dove siamo davvero dalle parti della Biblioteca di Babele più pura. Mi limito a riproporre un’illuminante intuizione di Lanier:

“Wikipedia è una aberrazione fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità” Jaron Lanier,You Are Not a Gadget: a Manifesto, 2010

Eppure Wikipedia, uno strumento basato sul folle assunto che a botte di riediting si giungerà alla “Verità”, ha sostituito presso la totalità degli utenti di internet le enciclopedie tradizionali. Se dietro l’informazione, che stiamo cercando, ci sia un serio Istituto Enciclopedico composto da esperti di ogni disciplina, o un simpatico “dilettante” (come il sottoscritto), che nel tempo libero mette a fattor comune le proprie competenze, per noi ormai non fa alcuna differenza.

L’importante è che la Nuvola Computazione ci spari l’informazione che cerchiamo in modo efficiente.

La Fine dei Tempi

In effetti quello che vedo circolare nel web 2.0 odierno mi sembra un embrione della Biblioteca di Babele di Borges. Come le “stanze esagonali” della Biblioteca di Babele quella che una volta era una “Web/Rete” sta divenendo una “Grid” in cui tutto è connesso. Ogni singolo smartphone, PC, laptop, console è connesso alla Cloud fornendo e restituendo informazioni di continuo. La struttura è modulare come nella Biblioteca di Babele, che nel racconto si sviluppa come un infinito frattale di moduli tutti identici a sé stessi. E la Cloud/Biblioteca si espande di continuo con server capaci di generare ogni giorno maggiore memoria fisica, come un universo in continua espansione: dal byte, al kylobyte, al megabyte, al gigabyte, al terabyte…

E come nella Biblioteca di Babele i testi ogni giorno di più paiono autogenerati da qualche misteriosa Entità (la Mente Alveare di Lanier, o come lo chiamiamo noi di #Gilda35 Tecnonucleo, riprendendo una felice definizione di Hyperion di Dan Simmons). Il ruolo dell’autore è depotenziato, si è smarrito nel passaggio dal Libro alla Nuvola.

Mi chiedo dopo 50 anni di mash-up, di riediting, di interpolazioni, di “quote”, di cancellazioni, cosa circolerà nell’infinita Infosfera generata dal Computing Cloud. L’immagine che ho in mente è quella di un immenso, infinito ipertesto, privo di autore, generato quasi casualmente.

E non mi avventuro a ragionare su cosa potrebbe accadere tra cento anni, in una società che ha completato il processo di dematerializzazione del sapere, laddove si arrivi ad una svolta totalitaria o oscurantista.

Oggi i Signori delle Cloud guardano alla quotazione in borsa…

Domani chi sarà proprietario della Cloud potrà riscrivere il passato. Tutto il passato. E come diceva Orwell: “Chi controlla il presente, controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro.”

Oppure no.