Un modo di pensare

Oggi mi è tornato in mente “Un modo di pensare” un racconto breve di Theodore Sturgeon, che trovo perfetto per descrivere i social network in questa desolante stagione.

Ebbi la fortuna di leggere quel racconto, ormai introvabile in italiano, da adolescente nella raccolta “Semi di stelle”, in quel periodo mitico in cui nella rivista Urania ancora riciclavano le copertine di Karel Thole.

“Un modo di pensare” raccontava la storia di un uomo affetto da un disturbo cognitivo che lo portava a “rovesciare” le proprie reazioni. In pratica immaginate un energumeno ottuso che, se durante una rissa vuole rompere una sedia in testa a qualcuno, getta il malcapitato addosso alla sedia e non viceversa.

Il problema nasce quando il fratello di questo curioso individuo muore dopo una serie di misteriose piaghe, che inspiegabilmente iniziano ad affliggere il suo corpo senza che sia possibile trovare un qualsiasi nesso clinico.

Il pensatore rovesciato inizia a indagare e scopre che l’ex fidanzata del fratello è in possesso di una bambola voodoo, con cui aveva giocato in uno stupido rituale di vendetta. La ragazza infuriata con l’ex fidanzato aveva usato per mesi la bambolina infliggendole supplizi atroci invocando il nome dell’amato, senza immaginare che il feticcio era effettivamente dotato di poteri.

Accade quindi che il pensatore rovesciato riesce a entrare in possesso della bambolina voodoo, che consegna al narratore.

Passano i giorni e la bambolina inizia a subire tutta una serie di “ferite” e afflizioni varie finché non resta distrutta.

Nel finale il narratore apprende che l’ex fidanzata del fratello del pensatore rovesciato è morta. E’ stata rapita e seviziata orrendamente. Le sue ultime parole sono state: “Mi chiamava bambolina”, lasciando intendere che il pensatore rovesciato per uccidere una bambola voodoo aveva seviziato a morte la ragazza.

Questo modo di pensare pare diventato la norma oggigiorno.

Attraversiamo una stagione, in cui è possibile affrontare i problemi dal punto di vista più assurdo e mostruoso. Se poi ti permetti di far notare l’assurdità del ragionamento subirai un rimbrotto: quello razionale è solo un modo di pensare, ma ne esistono tantissimi altri degni di considerazione.

La razionalità è solo un modo di pensare tra tanti.

La logica è solo un qualunque punto di vista.

La scienza è solo un approccio tra i tanti.

Vaccini, cancro, molestie sessuali, genitorialità, bullismo, diritto d’autore, alimentazione, immigrazione, turbomondialismo, opere pubbliche, deficit… qualunque tema da più triviale al più sensibile viene affrontato con una sconcertante rincorsa a una “originalità di approccio” completamente sganciata da ogni applicazione di raziocinio.

L’importante è dire la propria, dare la propria testimonianza, prendere posizione.

E quanto più la posizione è assurda, rovesciata, confutabile dalla realtà, tanto più vedi la gente che vi si aggrappa con le unghie e con i denti. Una regola aurea che mi hanno insegnato i social network è che, se una posizione è frutto di un qualche ragionamento razionale, vedrai il tuo interlocutore propenso a metterla in discussione, mentre se è una assurdità sganciata da ogni collante con la realtà, avrai di fronte un interlocutore irremovibile.

Mi chiamava bambolina…

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Il Continuum Gibson, ovvero come ho imparato ad odiare gli anni ’80

Le serie televisive di fantascienza e fantasy contemporanee sembrano uscite da un televisore impazzito perennemente sintonizzato sugli anni ’80 e ’90. Dall’effetto nostalgia iniziale si sta passando a una nausea da Giorno della Marmotta.

In principio fu il Continuum Gernsback

Il racconto più interessante di William Gibson è qualcosa che con il cyberpunk, apparentemente, c’entra pochissimo. Ne Il Continuum di Gernsback (The Gernsback Continuum, 1981) il padre del cyberpunk racconta la storia di un fotografo, che deve realizzare un reportage sull’architettura americana degli anni ’30.

Col procedere del racconto il fotografo inizia a essere ossessionato dai fantasmi semiotici di un presente alternativo generato dalle aspettative dell’arte visuale della golden age della fantascienza.

Il fotografo viene progressivamente catapultato nel 1981 immaginato negli anni ’30 dalla rivista Amazing Stories del celebre editore Hugo Gernsback. Un 1981 ultratecnologico e ottimista con auto a reazione, autostrade a ottanta corsie, basi orbitali, razzi spaziali, tute argentate.

Tuttavia il 1981 del Continuum Gernsback si rivela un universo abortito, che si oppone a un 1981 reale, desolante nel proprio squallore fatto di promesse non mantenute.

Il racconto di Gibson è particolarmente potente e trascende i confini della letteratura di genere, per fare un discorso sull’estetica e l’immaginario postmoderno quanto mai attuale.

Le serie televisive contemporanee, infatti, paiono popolate dai fantasmi semiotici degli anni ’80 e ’90. Sembra quasi che l’immaginario collettivo si sia chiuso su quel periodo, passando da un piacevole citazionismo a una sorta di deriva totalitaria e ammorbante di quel ventennio.

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Dal Retrofuturismo del Continuum Rodenberry…

Per retrofuturismo, in genere, si intendono le opere artistiche, che richiamano l’immaginario del futuro del periodo compreso tra gli anni ’50 e ’70.

Il retrofuturismo racconta quindi il periodo di estetica fantascientifica successivo al Continuum Gernsback, attualizzandolo. Affronta un periodo critico estremamente influenzato dalle tensioni della Guerra Fredda successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

Mi piace definire questa corrente come il Continuum Rodenberry, il creatore della serie classica di Star Trek.

Il retrofuturismo del Continuum Rodenberry ha interiorizzato la dura lezione del secondo conflitto mondiale e i rischi connessi all’apocalisse nucleare, pertanto è pervaso da un senso di sfiducia profonda, in cui la tecnologia svolge il ruolo bivalente di strumento di distruzione e di via di fuga salvifica.

Per intenderci la serie di videogiochi Fallout è puro retrofuturismo degli anni ’50.

Paradossalmente le opere ispirate al trentennio retrofuturista sono quelle che trovo attualmente più gradevoli: The Man in the High Castle, con la sua America degli anni ’60 dominata dai nazisti, il remake di Westworld coi suoi robot filosofi, Legion coi suoi sogni lisergici, che paiono usciti dalla mente del Syd Barrett della swinging London, gli episodi migliori di Philip K. Dick’s Electric Dreams con la loro atmosfera straniante.

Sono tutte opere che riescono ad attingere all’immaginario retrofuturista con mano elegante, valorizzandolo e attualizzandone le tematiche. E tutte hanno un tratto in comune, tipico dell’estetica di quel periodo: suscitare nello spettatore inquietudine sulla natura della propria realtà.

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…alla Vaporwave del Continuum Gibson

Il nostro immaginario contemporaneo, in un paradosso neanche troppo incredibile, pare ormai prigioniero del Continuum Gibson.

In una giravolta pazzesca siamo finiti prigionieri dell’estetica pop degli anni ’80, che nel cyberpunk trovava il proprio genere d’elezione, per elaborare speculazioni sul futuro.

La cifra stilistica del Continuum Gibson è quella della vaporwave, il movimento culturale, che sotto le spoglie di una critica alla società dei consumi, finisce per trovare nell’estetica pop degli anni ’80 e ’90 la propria patria di elezione.

La vaporwave costruisce un passato di promesse di benessere infinito, popolato di palme olografiche su tramonti al neon rosa, in cui trovare rifugio dalle miserie del presente.

Nel Continuum Gibson non siamo più di fronte a citazioni, ma a veri e propri fantasmi semiotici, che piombano con violenza nei nostri monitor, trasmettendoci la sensazione di assistere alla stessa storia raccontata in mille modi diversi.

La televisione aumentata, nata grazie a internet, è caratterizzata uno spaventoso palinsesto spalmato su milioni di canali, che paiono trasmettere le stesse storie da quarant’anni.

Devo ammettere che personalmente inizio a trovare la cosa fastidiosa. Le opere del Continuum Gibson risultano stucchevoli nel loro citazionismo esasperato.

Non si possono considerare mere citazioni la pedissequa riproposizione delle scelte visive di Blade Runner operata in Altered Carbon, la riproposizione in ogni scena di Stranger Things di qualche frame pescato a caso dai film di Steven Spielberg o di qualche blockbuster anni ’80; gli Star Wars Disney che replicano situazioni della trilogia originaria in una sorta di spaventoso Eterno Ritorno famigliare fino al punto di trasformare la saga in una Beautiful con le spade laser; perfino l’innovativo Black Mirror nella sua ultima incarnazione si è popolato di fantasmi semiotici del Continuum Gibson al punto di diventare stucchevole…

E ovunque orde di remake, prequel e seguiti dei franchise di Alien, Terminator, Mad Max, Battlestar Galactica, ecc…

La lista potrebbe essere infinita.

I fantasmi semiotici degli anni ‘80 sono ovunque: luci al neon, ologrammi fluorescenti, coscienze che si scaricano su dischi rigidi, cyborg, arti marziali, katane giapponesi, mecha, kaiju, possessioni demoniache, bambine dai poteri telecinetici, improbabili portali dimensionali, spade laser, prese corticali, scienziati pazzi dai capelli cotonati, Intelligenze Artificiali capricciose, ragazzini svegli e impertinenti in lotta contro le autorità in groppa alle BMX, sexy robot, replicanti, alieni buoni puccettosi, alieni cattivi che ricordano organi sessuali spaventosi, il poliziotto buono del gruppo etnico normalmente considerato indisciplinato e il poliziotto cattivo del gruppo etnico normalmente considerato assennato, il sopravvissuto motorizzato, tutto il bestiario di Dungeons & Dragons, le esplosioni nello spazio, l’impero di Robot sterminatori, le final girl invincibili, i serial killer da slasher capaci di respawn infiniti, lo sceriffo burbero ma dal cuore d’oro, i wrestler…

Peraltro il problema non riguarda solo la fantascienza, ma un po’ tutta la cultura contemporanea pare ripiegarsi sul calderone culturale degli anni 80’ e 90’.

La sensazione è quella di non trovarsi mai tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco.

Viviamo in anni terribili, è vero, ma questa fuga in un retrofuturo blindato inizia davvero a farsi pesante. Pare di rivedere continue repliche degli stessi programmi semplicemente con un cast diverso e una rinfrescata di effetti speciali. Alla lunga è davvero straniante…

Forse l’opera che ha meglio descritto questo fenomeno è la bellissima serie tedesca Dark di Netlfix.

Nella serie si racconta di una cittadina tedesca, che sorge su un portale temporale, che si apre ogni trentatré anni collegando il 2019, il 1986 e il 1953. La trama sviluppa una serie di temi di Ritorno al Futuro con toni cupissimi, ammonendoci sulla natura altrettanto terribile degli anni ’80.

La vita dei protagonisti di Dark si svolge in un loop temporale chiuso, in cui ogni azione con cui i personaggi vorrebbero salvare il proprio presente, non fa che rinforzare le fondamenta del male e della distruzione.

Inizio a sospettare che la salvezza possano essere le serie sceme cui si abbeverano i Millenials, che noi vecchi tanto critichiamo.

Gli Occhi del Drago 7: Episodio 1 “Dragonstone”

In esclusiva, anche quest’anno, vi offro il dietro le quinte della produzione della settima stagione Game of Thrones, che come per le ultime edizioni è stata prodotta dallo staff di Boris.

Seguono spoiler frizzi e lazzi…


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American Gods, il libro e la serie, dopo sedici anni di guerre divine

Si è  conclusa la prima stagione di American Gods, la serie TV tratta dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman. Al di là delle scelte autoriali di Bryan Fuller e Michael Green, mi ha molto colpito l’evoluzione subita da Vecchi e Nuovi Dei dal 2001 a oggi.

[Seguono spoiler per chi non ha letto il libro e/o visto la serie.]

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La resurrezione di Game of Thrones o il trionfo de Gli Occhi del Drago?

E’ ora di tirare le somme di questa sesta stagione di Game of Thrones, per capire se la serie, dopo la ripugnante quinta stagione, è tornata ai fasti di un tempo, oppure, se come spesso accade anche alle migliori serie, è sprofondata definitivamente in una serialità sciatta e casareccia alla René Ferretti.

Ma prima di formulare l’agognato responso, provvedo a fornire l’ultimo surreale riassuntone del finale di stagione “The Winds of Winter” (perdonate il ritardo) e a illustrare compiutamente la “Teoria di Brandon Stark Super-Fanta-Mega-Dio”.

Bando alle ciance!

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Gli Occhi del Drago: Episodio 9 “Battle of Bastards”

Finalmente Game of Thrones ci regala la puntata leggendaria, di cui noi fan avevamo disperato bisogno, restituendo alle linee narrative dei fratellastri Stark e di Daenerys Targaryen la giusta dose di epiche battaglie e riscatto.

La regia di questo episodio viene condotta con mano ferma dal mai abbastanza lodato Miguel Sapochnik, cui a mio avviso dovrebbero affidare l’intera serie. Come al solito lo sforzo produttivo di questa stagione è stato tutto concentrato sulla nona puntata e il dinamico duo Benioff/Weiss ha riversato nella Battaglia dei Bastardi ogni cent disponibile in comparse, scene e computer grafica.

Non so, se sia la strategia giusta fare due buone puntate e un solo episodio memorabile, per poi girare riempitivi senza infamia e senza lode. Però posso dire che la Battaglia dei Bastardi si fa perdonare parecchia spazzatura.

Ammetto, che avendo visto la puntata all’indomani del ballottaggio delle amministrative, avevo in testa un mash up spaventoso coi grillini che assaltavano il Nazzareno, nominando Virginia Raggi come Protettrice del Nord…

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Ma lasciamo la parola a Vulvia per la sinossi dell’episodio:

Bolton! Hanno dominato il Nord sotto l’insegna dell’Uomo Scuoiato… Hanno schiacciato intere popolazioni e sottomesso antiche casate… Lord Bolton governava sul mare e sulla terra… Come sono scomparsi? Forse un gigantesco meteorite li ha estinti? Come i dinosauri? Mi sembra strano, su Rieducational Channel. Ah, Barbara? Ah, i barbari… no i Bruti! No sai perché, perché Barbara è la fidanzata di mio fratello… come se mio fratello era una sorella e c’aveva due fidanzati…

Ed ora via con spoiler, considerazioni e con lo spiegone sul Teletrasporto di Ditocorto…

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Gli Occhi del Drago 6: Episodio 8 “No One”

La sesta stagione di Game of Thrones era partita maluccio, a un certo punto si era ripresa regalandoci un paio di puntate molto interessanti (mi riferisco a “Book of the Stranger e a “The Door”), per poi sprofondare sempre più in un guazzabuglio di situazioni inverosimili e dialoghi allucinanti.

Senza timore di smentite posso dire che “No One” è il punto più basso che lo show ha raggiunto in sette onorati anni di attività.

Lasciamo la parola a Vulvia per la sinossi dell’episodio:

Ragazzine che sono Nessuno! Sono state le protagoniste di Game of Thrones, durante i loro Erasmus si scontravano per le strade di Braavos protette da vestitini succinti e poi si sbudellavano: ma perché si sbudellavano? Chi li spingeva a sbudellarsi? C’era uno dietro che li spingeva? Scopritelo, su Gli Occhi del Drago! Spingitori di ragazzine che sono Nessuno, su Gli Occhi del Drago!

E andiamo di spoiler, di recensioni e di recriminazioni…

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Gli Occhi del Drago 6: Episodio 7 “Broken Man”

Ormai in Game of Thrones è invalso il metodo del mash up a tema. Si prende un pensierino, come di consueto, su cui sviluppare la trama. Dopodiché si inizia a buttare giù la storia infarcendo il tutto con rimandi ad altre serie o film di successo. Il risultato è un polpettone fantasy, in cui da un momento all’altro ti aspetti che sbuchino fuori Bud Spencer e Terence Hill, che prendono a sganassoni cavalieri in cotta di maglia.

Il tema di oggi è “Broken Man” e subito parte la voce fuori campo di Vulvia, che ci spiega la sinossi dell’episodio…

Cavalieri! Sono stati i protagonisti di Game of Thrones, si scontravano a cavallo protetti da pesanti armature e poi si sfasciavano: ma perché si sfaciavano? Chi li spingeva a sfasciarsi? C’era uno dietro che li spingeva? Scopritelo, su Gli Occhi del Drago! Spingitori di cavalieri sfasciati, su Gli Occhi del Drago!

(Vulvia, Sinossi)

Ma andiamo con ordine, che la puntata di oggi fa venire le vertigini da citazionismo carpiato…

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Gli Occhi del Drago 6: Episodio 6 “Blood of my Blood”

Lo confesso i primi cinque episodi di Game of Thrones mi avevano fatto sperare in una nuova stagione senza puntate noiose. C’era stato un sacco di ritmo, con una resa un po’ casareccia, ma godibile. Invece con la sesta puntata si ritorna a sprofondare nella palude sconclusionata della ammorbante quinta stagione.

“Occhi del Drago 6… perché a noi la qualità c’ha rotto er cazzo! Perché un’altra televisione diversa è impossibile! Viva la merda!” (Renè)

Anche oggi abbiamo una puntata a tema così riassumibile:

“Sangue del mio sangue esprime il concetto di come la famiglia è quella che ti scegli, non quella che ti capita in sorte. Che volendo tuo figlio potrebbe essere tuo nipote, il figlio del padre della tua compagna, un Drago. E ciò può creare un certo disappunto, ma qui parliamo di diritti civili. Eh!”

 E andiamo di analisi spoilerosa alla Boris maniera di questa puntata che segna il punto più alto di abbandono della famiglia tradizionale…

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Gli Occhi del Drago 6: Episodio 5 “The Door”

Quando lessi che Jack Bender, uno dei registi di Lost, avrebbe messo mano alla quinta puntata di Game Of Thrones, ho avuto un sussulto. Mi son detto:

“Evvai avremo una bella puntatona folle di paradossi temporali al termine della quale scopriremo che in realtà siamo ancora nella prima puntata della prima stagione; Brandon Stark è appena caduto dalla torre e le ultime sei stagioni sono tutte un sogno, che fa prima di morire. Quello sotto le radici non è il Corvo a Tre Occhi, è Desmond!”

Invece, nonostante le mie infauste previsioni, il buon Jack ci ha regalato una puntata di quelle memorabili, forse la più bella vista, dopo la seconda stagione.

Ma andiamo per filo e per segno con il nostro casereccio resoconto alla Boris…

Seguono spoiler non ancora prescritti… e preparate i fazzoletti, perché oggi si piange.

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