La mia giornata al Festival Internazionale del Giornalismo 2015

Se siete lettori assidui di questo blog saprete già che venerdì 17.04.2015 ho partecipato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia con un evento chiamato “Bufale Senza Latte” insieme a Francesco Lanza e il collettivo di Gilda35.

Per me che faccio il giurista d’impresa è stata una esperienza bizzarra e molto divertente, pertanto mi perdonerete se in questa rapsodica esposizione mischierò note di colore e riflessioni un po’ più strutturate.

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Il senso di Gilda per il porno

Il nuovo collettivo di autori di Gilda35 oggi mi ha sottoposto questo spassoso pezzo: “DADA is the new porn”, in cui lamentano la “censura” irrogata dai provider britannici alla mia vecchia creatura a causa dei presunti “contenuti pornografici” ivi presenti.

La vicenda sarebbe apparentemente sconcertante dato che da questo punto di vista Gilda35.com è il sito più innocente del mondo.

La soluzione più ovvia è quella che la questione sia connessa alle campagne di sensibilizzazione promosse proprio da quel sito nel periodo 2010-2011 per impedire l’estradizione del “terrorista informatico” Gary McKinnon, che furono omaggiate anche da un cablogramma.

Ma la verità, a mio modestissimo avviso, è che lo stesso nuovo staff è rimasto vittima di un mio vecchissimo bizzoso esperimento.

Manifesto sin d’ora la mia indignazione perché Domenico Polimeno, con cui ideai la burla di “Porn 4 Peace”, non ricordi questa mirabolante ideazione.

Porn 4 Peace” è uno di quegli scherzi, che avevo intrapreso quando amministravo il sito, ma che per pigrizia poi ho lasciato abbozzati, senza neanche un minimo di indicazioni per i nuovi Amministratori.

Sono una brutta persona. Avete ragione.

Allora la cosa andò grosso modo così.

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Gilda35 buca il pallone della politica digitale

Nei progetti collettivi legati all’underground di internet è buona norma partecipare finché si ha un contributo positivo da dare. Spesso uscire consente di aprire nuovi sbocchi e maturazioni inaspettate.

Così ho sempre ritenuto che la mia garbata uscita di scena dai mirabolanti scherzoni cyberdadaisti di Gilda35, potesse solo dare nuova vita al Progetto.

Ci ho visto dannatamente giusto.

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Il logo dadaista di Andrea Antoni

Si conclude dopo innumerevoli vicissitudini la realizzazione del nostro Logo d’Autore firmato da Andrea “Stailuan” Antoni: un artwork dadaista… coi baffi!

 

La Gioconda è così universalmente nota e ammirata da tutti che sono stato molto tentato di utilizzarla per dare scandalo. Ho cercato di rendere quei baffi davvero artistici.

Marcel Duchamp

Esimi Ricercatori, siamo lieti di presentarvi con i dovuti riguardi un importante aggiornamento del nostro Progetto collettivo: Gilda35 ha finalmente un logo d’Autore.

Un passaggio quasi epocale che segna la conclusione di un travagliatissimo dibattito di estetica cyberdada interno alla Comunità Creativa.

Ma andiamo con ordine come di consueto.

Come sapranno i più raffinati Estimatori del nostro coccoloso Progetto, ho sempre desiderato per Gilda35 un Logo d’Autore. Anzi ad essere più precisi ho sempre desiderato un Logo dell’Autore Andrea “Stailuan” Antoni.

Le motivazioni sono abbastanza semplici da spiegare.

Sono stato per anni un cultore della grafica e del cartooning, pertanto un minimo di gusto l’ho acquisito. Ne discende che quando mi sono imbattuto in Rete nei lavori di Andrea Antoni, mi è sembrato l’unico che potesse riproporre in chiave grafica lo stile di Gilda35… per una semplice ragione: è il più bravo a trovare soluzioni semplici che ti lasciano a bocca aperta per pulizia di esecuzione e molteplicità di riferimenti culturali.

Chiariamo subito un concetto: il logo baffuto non è un omaggio ai miei mustacchi, né è una versione stilizzata del pizzetto di Guy Fawkes… Lo chiarisco perché in precedenza le note vicende di dialetticaOldAnon/NewFag ci avevano giocosamente dilaniato per una settimana…

Alla fine col fiero cipiglio da Piccolo Padre dadaista ho dovuto dirimere la questione con polso di ferro.

Il logo di Andrea Antoni è splendidamente ispirato al ready made“L.H.O.O.Q.” di Marcel Duchamp, vera e propria icona per generazioni di meme creation trollers di tendenza cyberdadaista

Pertanto, miei esimi Ricercatori, i baffi con moschetta del nostro mirabolante logo sono proprio quelli oltraggiosi della Monnalisa col “caldo al culo” del Maestro Marcel Duchamp.

La Musa e l'ArtistaLa Musa e l'Artista

La Musa e l’Artista

Di seguito una bella carrellata del nostro baffuto logo pronto a tutti gli usi che la nostra Comunità informale vorrà farne…

… e qualche risorsa utile a conoscere un po’ meglio Andrea “Stailuan” Antoni (per quei pochi che non lo conoscessero)….

 

Il terremoto dei Social Media | Data Manager Online

In Emilia la terra trema, le persone muoiono, una delle economie più produttive del nostro sistema- paese va in ginocchio, il nostro patrimonio storico culturale paga un prezzo durissimo… e sui Social Media è un carosello di Maya, macchine genera terremoti, sciacallaggi mediatici, che raccontano un’Italia completamente sprofondata nella Guerra dei Sogni.

Illustri Manager Digitali nelle ultime due settimane purtroppo l’hashtag #terremoto ha tenuto banco in ogni declinazione possibile.

Mentre l’Emilia veniva sconvolta da un impressionante sciame sismico, che ha mietuto numerose vittime, segnando duramente popolazione e territorio, nei social network si assisteva a una sorta di folle esplosione di esternazioni.

Mai come nel caso del terremoto dei giorni scorsi, si è potuto assistere ad un utilizzo più autoreferenziale di Twitter.

La cosa devo dire mi ha molto colpito, perché eccettuato qualche caso oserei dire “illuminato”, per il resto si è potuto assistere a una sorta di anti-comunicazione.

In alcuni frangenti si poteva addirittura avere la percezione che centinaia di migliaia di persone avessero iniziato contemporaneamente a parlare ad un muro. I tweet spesso non sembravano rivolgersi a nessuno, né alcuno sembrava darsi la pena di leggerli o commentarli. Si assisteva a una compulsiva immissione nella Cloud di materiale.

L’importante per molti non era capire, non era informarsi. L’importante era esternare qualunque cosa anche a costo di fare una imperdonabile figuraccia.

Se poi ciò che si esterna sono le solite assurdità sui Maya, le solite fantasticherie di pseudoscienza sul Progetto HAARP, i soliti mugugnii autoreferenziali, i soliti sciacallaggi mediatici, le solite battute ad effetto alla ricerca di un retweet… beh allora c’è qualcosa che davvero non funziona.

E ciò che non funziona non è il media.

Ciò che non funziona sono le persone che utilizzano quel media.

Internet venti anni fa’ ci sembrava qualcosa che avrebbe potuto cambiare il mondo, addirittura le nostre menti e l’idea di identità.

Oggi è desolante constatare che l’utilizzo che viene fatto da molti dei social media è simile a quei bambini che si circondano di barbie e pupazzi di pezza, per recitare per sé stessi, elaborando le proprie fantasie e i propri sogni.

Quanto sopra fatto da un bambino di quattro anni è una importante tappa nello sviluppo psichico e cognitivo… Fatto da trenta/quarantenni suscita curiose riflessioni sui fenomeni regressivi.

E’ internet che ci rende più stupidi, o siamo noi che stiamo rendendo internet più stupido?

Come cittadino mi sono anche seriamente interrogato sul funzionamento dell’Ordine dei Giornalisti.

Le peggiori assurdità del caravanserraglio fantascientifico/complottista, infatti, sono pervenute da link che rimandavano a testate online e a firme di giornalisti.

Penso che, se un medico consigliasse ai propri pazienti di curarsi con il voodoo, un paio di problemi con il proprio Ordine dovrebbe passarli…

Penso che, se un avvocato nel consigliare i propri clienti utilizzasse come riferimento normativo il “Manuale delle Giovani Marmotte”, un paio di tiratine di orecchi dovrebbe riceverle…

Invece misteriosamente, mentre per i blogger si pensano leggi bavaglio, si smuovono a polemizzare e concionare persino Ministri della Repubblica, parecchi giornalisti possono impunemente sparare ogni boiata pazzesca che gli salti per la mente, senza neppure avere il buon cuore di presentarla come una opinione…

E quando un giornalista riporta come “fatti” proprie opinioni, sogni, vaneggiamenti, l’effetto nei Social Media è come lanciare un sasso in uno stagno. Tutto viene amplificato, ridondato, ripostato senza neppure capire. Spesso mi rendo conto che ci sono un sacco di persone ormai ridotte a simpatiche Scimmiette Spaziali che, se leggono una parola chiave accanto a un link, retwittano per principio, senza neppure darsi il disturbo di leggere l’articolo, che stanno diffondendo.

Penso che Giuseppe Lanzi e Alessio Jacona, rispettivamente con “Davvero #Twitter non serve alla #ProtezioneCivile? @ecosofista per #ProCivTw” e “Terremoti: a cosa serve Twitter “ abbiano spiegato con ammirevole chiarezza quali potrebbero essere le prospettive aperte dai nuovi Media di fronte a calamità naturali.

Che dire? E’ tremendo vedere come un media che potrebbe fornire uno strumento utilissimo nella circolazione delle informazioni, nella gestione delle emergenze, nella diffusione di notizie vere, venga utilizzato alla fine solo per buttar fuori il niente.

Tuttavia va notata la sostanziale salubrità della Rete. Al verificarsi di ogni massiva immissione di materiale  degenere gli utenti più consapevoli di Twitter hanno reagito compatti da un lato rispondendo per le rime a complottisti e catastrofisti, dall’altro stigmatizzando a viva forza i tentativi di sciacallaggio.

Segno che, almeno per ora, simili forme di spam biologico sono ancora vissute come un corpo estraneo e per fortuna gli anticorpi sembrano forti.

viaIl terremoto dei Social Media | Data Manager Online.

Er Webbe se fa! Viral, Meme e superamento della produzione seriale

Cos’è virale nel web 2.0?

Quante volte avrete letto la frase: “questo video è virale”, per trovarvi a guardare una banale pubblicità che avevate visto migliaia di volte in televisione?

Quante volte il guru 2.0 di turno ha iniziato un post infilando a sproposito la frase: “è un fenomeno virale”, per descrivere un’emerita corbelleria?

Quante volte vi siete imbattuti in agenzie di “Viral Marketing”, corsi in “Viral Marketing”, manuali di “Viral Marketing”, esperti in “Viral Marketing”, guru di “Viral Marketing”, ma che dico… santoni di “Viral Marketing”?

Ebbene il web 2.0 è endemicamente flagellato da questa manzoniana epidemia del “virale” che oltre ad avere i suoi untori e i suoi monatti 2.0, ha anche i suoi poveri appestati che veicolano più o meno consapevoli il contagio…

Perché, come magnificamente espresso dal nome, è “virale” un contenuto digitale in grado di propagarsi venendo a contatto con gli utenti/consumatori. Il contenuto virale nel momento stesso in cui soddisfa i bisogni culturali del proprio consumatore, lo trasforma magicamente in veicolo della propria propagazione attraverso il web.

Però al di là di tutte le dotte teorie sul virale, è abbastanza sfuggente il perché un contenuto si propaghi a macchia d’olio per la Rete… Nonostante tanti sforzi, anche economici e organizzativi, alcuni contenuti non riescono a spiccare il grande salto della viralità, mentre misteriosamente altri contenuti nati dal basso (es. Gilda35) diventano di botto un evento virale.

Poiché il web 2.0 è ogni giorno più simile a un fenomeno naturale insuscettibile di catalogazione razionale, tipo la materia oscura …ci stiamo, infatti, spostando ogni giorno di più da un web kantiano, con categorie nette definite e significanti, ad un web nicciano, in cui ogni punto di riferimento si diluisce… non posso che provare a fornirvi qualche soggettiva risposta nata, come al solito da alcuni esperimenti fatti sul campo con la Comunità Creativa di Gilda35…

Brand e Comunità Creative

Innanzitutto mi sembra opportuno inquadrare il duopolio, in cui si innestano le dinamiche virali: serialità e improvvisazione.

Il 14 aprile scorso ho partecipato all’inaugurazione del “Master in Brand Management” preso l’Istituto Europeo di Design di Roma. L’evento inaugurale, “Brand e comunità creative – Creare e comunicare valori di marca. In Team” vedeva la partecipazione tra gli altri del sociologo Sergio Brancato, che ha illustrato il concetto di serialità nella produzione dei contenuti intellettuali e del regista Claudio Biondi, che ci ha deliziato con alcuni aneddoti sul campo della vita delle comunità creative.

Nel presentare il suo libro “Post Serialità” Sergio Brancato si è interrogato su come superare il “sistema fabbrica” nella produzione di contenuti intellettuali. Com’è noto l’autore “solitario” è morto e sepolto da tempo immemore e la quasi totalità della produzione culturale contemporanea è frutto di comunità creative organizzate secondo un processo produttivo di stampo fordista. Brancato ha posto una quantità di domande interessanti su come superare questo modello produttivo, cui ha fatto da contraltare Claudio Biondi, che invece con uno splendido story telling ha raccontato dell’importanza dell’improvvisazione nei processi creativi. In particolare mi ha molto colpito un aneddoto su come è stato introdotto nel mondo del cinema quando era ancora un ragazzo. Faceva il bagnino, quando incontrò un mestierante di Cinecittà, che lo invitò a fare Cinema. Di fronte alla naturale ritrosia di Biondi, che non sapeva nulla di Cinema, il mestierante rispose: “Non ti preoccupare: er Cinema se fa!”

Questa frase mi ha profondamente impressionato, perché a mio avviso è assolutamente calzante col mondo del web 2.0.

Perché in ultima analisi “er Webbe 2.0 se fa!”

Per quanto nella produzione di contenuti intellettuali si possano seguire manuali, regole, codicilli, meccanismi fordisti, specie su internet il successo o il fallimento di un’iniziativa è dettato da dinamiche che sfuggono ad ogni possibile inquadramento.

Spesso nei siti del Maoismo Digitale duro e puro leggo ridicoli articoli “How to”, che spiegano come pompare il proprio account di Twitter, come rendere virale un video su Youtube, come rianimare un blog agonizzante… Nella totalità dei casi seguire questi consigli porterà al fallimento di qualunque iniziativa, per una semplice ragione: “er Webbe 2.0 se fa’!”

Come ho potuto verificare coi miei piccoli esperimenti richiede flessibilità, creatività e tempismo.

Nonché una sana dose di cialtroneria.

Esperimento n. 1: “I Sabotaggi Coccolosi”, ovvero uso e abuso della condivisione.

In Brand Care Magazine n. 7 ho illustrato i coccolosi sabotaggi dadaisti che sferrammo all’Algoritmo dei Toptweets di Twitter. Con cadenza settimanale per alcuni mesi organizzavamo degli assalti all’arma bianca alla home page di Twitter attraverso lo strumento del retweet. Nei giorni precedenti il sabotaggio preparavo il campo diffondendo in rete una sorta di buffonesca chiamata alle armi contro le Macchine Ribelli, poi nel giorno e nell’orario stabilito si procedeva a retwittare nel più breve tempo possibile un messaggio senza senso, che in tal modo veniva postato in homepage dall’Algoritmo dei Toptweet (ho diffusamente descritto questa esperienza nelle pagine http://gilda35.com/project/ del non BLOG).

Tirando le somme questa esperienza mi ha fatto comprendere alcune dinamiche abbastanza particolari:

  • Istinto gregario: si manifesta sotto un doppio profilo, da un lato come bisogno di appartenenza a una online community chiaramente identificata (qualificare chi veicola/produce contenuti virali come Ricercatore/Sabotatore fu una delle chiavi di successo dell’iniziativa), dall’altro con il riconoscimento del rapporto Leader/Massa (ogni mattina facevo il pieno di centinaia di “buongiorno Capo” che considerato il mio carattere schivo trovavo alquanto inquietanti).
  • Temporaneità: una iniziativa virale deve avere un inizio e una sua fine, raggiunto l’obiettivo della campagna (nel nostro caso sabotare l’utilizzo scorretto dei Toptweets da parte delle agenzie di viral marketing) è necessario chiudere. Non c’è cosa più esteticamente brutta di un contenuto virale che si trascina trito, quando ormai è fuori tempo.
  • Desiderio di Visibilità: poiché i messaggi selezionati dall’Algoritmo come toptweet finivano sulla homepage di Twitter e poiché con l’instant blog http://jovanz74.splinder.com/ facevo la radiocronaca dei nostri sabotaggi, le persone erano molto stimolate a partecipare. Fondamentalmente il desiderio di visibilità è una pulsione molto forte nei fenomeni virali, ciò spiega anche perché le agenzie di Marketing Virale tendono a produrre post in cui danno visibilità ai migliori “untori” dei loro contenuti.
  • Creati per diffondere l’epidemia: i Social Network con le loro funzionalità di condivisione (like, retweet, post di link, suggerimenti, ecc…) sono intrinsecamente strutturati per rendere virali i prodotti culturali. Sono simpatiche macchine di marketing, pertanto bisogna tenere ben presente le particolartità di ogni Social Network (se qualcosa “funziona” su Twitter, assai probabilmente sarà un flop su Facebook e viceversa).
  • Mai chiudersi al virale genuino: la successiva scelta di Twitter di calibrare l’Algoritmo dei Toptweet in modo da dissuadere fenomeni organizzati come Gilda35, ha comportato che sostanzialmente sono saliti in home page solo i messaggi delle Celebrità e dei Topblogger. La più triste implicazione di questa scelta scellerata è che è stato rimosso dal meccanismo dei toptweet quell’elemento di ludica imprevedibilità che ne garantiva il successo. Hanno negato agli utenti l’emozione di emettere un messaggio e chiedersi e “metti che finisco in homepage?”. Questa negazione ha reso alla fine il meccanismo dei Toptweet irrilevante, tant’é che alla fine Twitter li ha rimossi dalla propria homepage.

Esperimento n. 2: “Io non sono Paola”, ovvero il meme e la creatività ordinata.

Il mese di novembre 2010, sarà ricordato per l’abnorme diffusione di meme di contenuto politico, ai quali ho partecipato come osservatore.

Tutto è partito con l’hastag di Twitter #IamSpartacus, che venne usato in modo massivo dagli utenti inglesi in difesa di un certo Paul Chambers, reo di procurato allarme a causa di un messaggio del tipo: “Se non aprite l’aeroporto ci piazzo una bomba” (http://gilda35.com/2010/11/14/bombe-alla-crema/). Come nel film di Kubrick gli utenti inglesi di Twitter crearono un grandioso meme in cui tutti personalizzarono il messaggio “Se crocifiggete lui, crocifiggeteci tutti”. Osservai poi il caso dello sciopero della fame della giornalista Paola Caruso, per alcune divergenze in merito al proprio rinnovo contrattuale col Corriere della Sera (http://gilda35.com/2010/11/15/io-non-sono-paola/) e il celebre caso Wikileaks (http://gilda35.com/2010/12/15/perche-wikileaks-non-puo-essere-trend-topic/)… Da cui tirai nuove dadaistiche conclusioni:

  • Potenza meme: il meme è una particolare tipologia di contenuto virale in cui l’utente arricchisce il contenuto originario facendolo proprio. Ad esempio all’etichetta #IoSonoPaola, che si diffuse a sostegno dello sciopero della fame di Paola Caruso gli utenti aggiungevano le proprie considerazioni “#IoSonoPaola perché sono precario e oppresso”, #IoSonoPaola perché le sono vicino” e ogni altra declinazione possibile… altro esempio i c.d. “Meme della Caduta” ossia i sottotitoli aggiunti a uno spezzone del film “La Caduta”, grazie ai quali l’Hitler interpretato da Bruno Ganz da in escandescenze ora per la pessima versione PC di Grand Theft Auto, ora per la nuova pagina di Facebook, ora per i fail whale di Twitter… In ogni caso il meme è uno strumento che ha dimostrato enormi potenzialità, che hanno enormemente arricchito il contenuto originario. La cosa che mi turbò durante le mie ricerche fu scoprire che la pratica serissima dello sciopero della fame, su Youtube era diventato un meme per rinegoziare contratti di lavoro (http://gilda35.com/2010/11/18/digiuno-2-0/)
  • I Missionari della Verità: ho poi fatto la conoscenza di queste ieratiche figure di monaci guerrieri (http://gilda35.com/2011/04/04/la-sindrome-del-missionario-2-0/). In pratica una vasta parte di persone che operano nei social network sostengono in modo ossessivo un causa (per lo più di carattere politico) e si comportano come dei socialBOT (dei software che si fingono utenti umani per potenziare la campagne di marketing virale) condividendo in modo compulsivo qualsiasi contenuto a favore della propria causa. I Missionari 2.0 sono molto utilizzati dalle Agenzie di Marketing Politico alle quali forniscono un supporto essenziale. Ma esistono anche Missionari di cantanti, telefilm, videogame… non sono semplici fan ma veri e propri propagatori del Verbo.
  • Infuencers, Topblogger e Twitstar: gli influencers (gli utenti più seguiti di un Social Network) hanno un ruolo fondamentale nei fenomeni virali. Non si limitano a partecipare alle iniziative: le informano, le conducono, le coordinano… Ad un occhio attento anche il fenomeno virale più bizzarro e caotico ha la regia di un Influencer, di un Topblogger o di una Twitstar… Creatività si, ma creatività ordinata…

Esperimento n. 3: “I tormentoni televisivi”, ovvero il web come cassa di risonanza televisiva.

Seguirono poi il fenomeno delle “Facce da Cartoon” quando milioni di utenti di Facebook “a sostegno dei diritti dell’infanzia” cambiarono l’immagine del proprio profilo con quella di un personaggio dei cartoon anni 80 (http://gilda35.com/2010/11/25/facce-da-cartoon/), i miei studi sull’origine di #sapevatelo, l’etichetta regina di Twitter (http://gilda35.com/2010/11/27/la-vera-storia-di-sapevatelo/) e sugli hastag dei programmi televisivi, su tutti il mitico Voyager di Giacobbo (http://gilda35.com/2011/02/08/voyager-giacobbo-e-i-tempi-supplementari-dellapocalisse/).

Le somme che tirai in questo caso sono presto dette: buona parte dei fenomeni virali che circolano nel web 2.0 sono originati da programmi televisivi. Sembrano la conferma di un certo computazionalismo spinto che vede la mente umana come un processore in cui i pensieri si articolano come una tag cloud: la televisione è l’input, quello che viene fatto nei Social Network l’output. Ancorare un contenuto virale a un programma televisivo è garanzia di una immediata propagazione dell’epidemia.

Esperimento n. 4: “Autoproduzione del meme”

Essendo nel frattempo diventato io stesso un influencer di Twitter in ossequio al nicciano proverbio secondo cui “chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro”, decisi di divertirmi con altri influencers a giocare con meme e viral. Creammo un vero e proprio culto sull’ormai celebre spot di Manuela Arcuri sul libro “Il Labirinto Femminile” (http://gilda35.com/2010/12/22/manuela-arcuri-e-il-nonspot/), che generò una quantità di meme meravigliosi… mi dedicai alla pratica del 241543903, ossia del riprendersi con la testa nel freezer (http://gilda35.com/2011/01/18/241543903%ef%bb%bf/)… mi dilettai nello stucchevole mondo dell’empatia 2.0 a diffondere un po’ di analogico odio (http://gilda35.com/2011/03/28/100hatersof100factsaboutme/)… per puro gioco insieme ad altri untori digitali creai temi di tendenza (http://gilda35.com/2011/04/06/gerardity-twitolidifilm-come-nasce-un-meme-leggendario/)… Le conclusioni, oltre a riconfermare i risultati degli esperimenti precedenti, aggiunsero qualcosina:

  • Estetica del brutto: non è detto che qualcosa divenga virale perché è bello o intelligente. Spesso nella grande platea dei Social Network ha più presa qualcosa di osceno, brutto, idiota… forse per l’innato bisogno delle persone di sentirsi più intelligenti del proprio prossimo.

Conclusioni

Concludendo questa carrellata di dadaistici esperimenti mi sono fatto l’idea che il fenomeno della produzione di contenuti virali nel web 2.0 rappresenta un nuovo tipo di produzione seriale, svincolata dal modello della “Fabbrica Fordista”. Grazie a quel potente strumento che sono i Social Network emerge un nuovo modello di Comunità Creativa: la Comunità Online. Un vasto soggetto produttore e consumatore di contenuti digitali, in cui i ruoli dei vari contributori sono fluidi, intercambiabili, ma determinanti. Senza produttori di contenuti, influencers che coordinano l’azione, missionari/untori che veicolano il messaggio, non esiste fenomeno virale. Il web 2.0 è un caos molto ordinato.

A mio avviso un campo poco esplorato di superamento della produzione seriale è proprio quello del meme. Nell’approccio virale duro e puro il consumatore del contenuto si limita a ridondarlo meccanicamente tramite i like, retweet, la condivisione, il repost, ecc… La maggior parte del web 2.0 è organizzato proprio per incentivare queste meccaniche.

A mio avviso sono l’equivalente digitale dell’Auditel.

Nel ridondare un contenuto il consumatore/propagatore ha un livello di partecipazione minima, si limita meccanicamente a diffondere il messaggio con un aggiornamento e un potenziamento in chiave digitale del caro vecchio “passaparola”.

Il meme è invece tutta un’altra cosa.

Nel meme è il consumatore che si appropria del contenuto e lo rielabora, lo ibrida, lo adultera con la propria creatività. Il meme rappresenta il vero potenziamento del concetto di Comunità Creativa, non più legata ad un rigido ciclo produttivo fordista, ma distribuita tra i vari utenti.

A mio avviso la vera sfida della produzione di contenuti creativi nell’era del web 2.0 sta proprio nell’incentivare la produzione di meme da parte dei consumatori, includendoli nel processo creativo.

Ho assistito a ovvie forme di “resistenza” da parte dei produttori di contenuti culturali rispetto al meme (penso alle rimozioni dei meme del film la “Caduta”), ma aprirsi alla creatività distribuita è il futuro, pena continuare a muoversi su un binario precostituito che mostra sempre più segni di affaticamento.

La Biblioteca di Babele 2.0

“The future is not google-able.”

[William Gibson intervento presso “A Clean Well-Lighted Place for Books”, San Francisco, California, U.S.A.,5 febbraio 2004]

 

Otto!

Se cercate 8 su Google o Wikipedia verrete a conoscenza di tante meravigliose proprietà relative a questo simpatico numeretto. Infatti 8 è uno di quei numeri importanti: è un numero composto, è il cubo di 2, è il sesto numero della successione di Fibonacci (per la gioia di Illuminati, Rosacroce, Complottisti e Dan Brown), è un numero ottagonale (chi l’avrebbe mai detto!), è un numero di Friedman, per i Cinesi è il numero fortunato per eccellenza, è il “numero magico” della fisica nucleare, è il numero dell’equilibrio cosmico, è il numero della trasfigurazione cristiana, è il numero dell’ossigeno, nell’I-Ching rappresenta le 8 forze risultanti dall’interazione di Yin e Yang, i Grandi della Terra sono 8 (G8), è uno dei Numerotti di Playohouse Disney, 8 è il passerotto dei Latte e i suoi Derivati, e poi si sa vincere al superenal-8 può cambiare la vita… Insomma il numero 8 è un numero di quelli che riveste un’importanza capitale sotto qualunque punto di vista lo si affronti.

Però essendo per la contraddizione continua il numero 8, tendo a immaginarmelo coricato che dorme, pressappoco così: .

Me lo immagino felice che sogna spazio e tempo infinito, senza stressarsi con Fibonacci e soci.

In verticale il numero otto non ha mai suscitato molto il mio interesse, mentre coricato mi suscita infinite suggestioni. Quando penso a quel meraviglioso e sognante Nastro di Möbius, il mio cervello steampunk e un po’ DaDa subito mi rievoca quella meravigliosa allegoria che compose Jorge Louis Borges nel 1941 con “La Biblioteca di Babele”… Un’allegoria terribile, che ho rivissuto giocando con Twitter insieme ai folli Sabotatori Dadaisti di #Gilda35. Una terribile profezia su ciò che potrebbe divenire la produzione dei testi in un futuro neppure troppo lontano. Un’ipoteca sui testi che lasceremo alle future generazioni…

La Biblioteca di Babele” di Jorges Louis Borges

Borges disegnò un universo costituto da una “Biblioteca illimitata e periodica” strutturata come un immenso frattale composto da moduli esagonali tra loro identici. Ogni esagono contiene 5 scaffali contenenti ciascuno 2 libri, ciascun libro è di 410 pagine, ciascuna pagina è di 40 righe, ciascuna riga è di 40 caratteri. Il numero dei simboli ortografici è 25 (22 lettere, spazio, punto e virgola). I libri contengono ogni possibile combinazione dei venticinque caratteri, generando ogni possibile testo (per la maggior parte ovviamente non sense, ma in alcuni casi sporadici generando anche frasi, pagine o testi interamente intellegibili).

In un forum su internet (http://www.sonicbands.it/libri/11291-re-la-biblioteca-di-babele-testo-completo.html) un matematico ha calcolato che il numero dei testi della Biblioteca di Babele, generato secondo il meccanismo testé illustrato sarebbe pari a 25 elevato alla 656.000, ossia un numero con 917.049 cifre. Ma poiché la Biblioteca è “periodica” i testi si ripetono in modo apparentemente casuale andando ben oltre lo spaventevole numero da quasi un milione di cifre.

Nulla si sa sul Creatore della Biblioteca, né sugli autori dei testi, né sul fine ultimo di questo universo.

Il racconto descrive anche la vita miserabile dei Bibliotecari, che si aggirano preda di disperazione, fanatismo e frustrazione cercando tra gli innumerevoli testi privi di senso il “Libro”, un testo che dia una svolta alla loro esistenza. Il racconto si conclude con l’immagine spaventosa della Biblioteca che continuerà ad esistere eterna e immutabile, dopo la fine del genere umano.

Un curioso incidente accaduto durante i sabotaggi di #Gilda35 ha riportato alla mia mente questa mostruosa biblioteca, cui diventano ogni giorno più simile le Nuvole Computazionali…

Lo strano caso del tweet scomparso

#Gilda35: progetto collettivo sviluppato su Twitter, che promuove una riflessione critica sull’antropologia post-umana introdotta dalle nuove tecnologie. Spesso il progetto effettua delle performance dadaiste chiamate “sabotaggi carini e coccolosi”. Per maggiori informazioni: http://gilda35.com/ e http://jovanz74.splinder.com/

Tutto è nato, quando, per festeggiare la nascita del “Nuovo Twitter” (una versione più multimediale del noto Social Network), elaborammo uno dei “Sabotaggi” di Gilda35 ai danni del povero Algoritmo dei TopTweet di Twitter (v. “#Gilda35” su Brand Care Magazine n. 7). Uno dei Ricercatori del Progetto propagò in Rete un irriverente messaggio nonsense: “domani, 16 settembre Santa Innocenza vergine e martire, nasce il nuovo Twitter”. Il messaggio ricevette circa 75 retweet in una manciata di minuti, tuttavia l’Algoritmo dei Toptweet non lo fece salire in homepage.

Pareva che nel frattempo Twitter avesse aggiornato il proprio Algoritmo in modo da fornire un ranking più basso ai retweet di utenti che si seguivano a vicenda, sfavorendo sia gruppi come

Bimbominkia: giovane utente di Social Network, sprovvisto della minima netiquette e spesso molesto (gergo degli internauti italiani).

#Gilda35, sia agenzie di marketing virale, sia agguerriti gruppi di “bimbiminkia”, che approfittavano della tendenza al retwit compulsivo dei BOT delle Major dell’intrattenimento.

Ovviamente polemizzammo in modo giocoso con Twitter, inscenando una farsa sulla “censura” che avevamo subito. Ciò sebbene in segreto apprezzassi la virata del nuovo Algoritmo dei Top Tweet verso un marketing più esplicito e sotto il profilo contenutistico decisamente più valido della precedente versione pseudogiovanilistica (ora Top Tweet era saldamente presidiato da account ufficiali di grosse realtà produttive, topblogger, giornalisti, ma anche qualche comune utente con una bella trovata virale e qualche fesseria ogni tanto).

Qualche giorno dopo il “sabotaggio coccoloso” venni però contattato dall’autore (Proponente nel nostro gergo) del tweet “censurato”. Il Proponente si lamentò di un fatto per lui sconcertante: il messaggio di sabotaggio non solo non era salito tra i TopTweet, ma era stato anche cancellato dal registro dello “storico” dei propri messaggi. Tra tutti solo quel tweet era stato cancellato dalla cronistoria dei pensieri del Proponente. Era come se non fosse mai stato emesso e di conseguenza come se noi non l’avessimo mai retwittato e fatto nostro.

Vi risparmio la narrazione della serie di dadaistiche provocazioni che inscenammo: accorate lettere aperte (http://jovanz74.splinder.com/post/23353109/lettera-aperta-di-gilda35-a-twitterit-libera-luccellino-azzurro), sottoscrizioni via retweet, sitin virtuali contro @toptweets_it… Ovviamente il DADA che è in noi si scatenò furibondo e trasformammo la vicenda in una assurda farsa per dileggiare i continui appelli contro la censura, che circolavano in quei giorni su Twitter (“no al bavaglio” su tutti).

Dal Libro alla Nuvola

Fail Whale: I server di Twitter talvolta vanno in “sofferenza” quando il volume dei tweet mondiali per massa e frequenza è eccessivamente elevato. Ciò comporta blocchi temporanei, improvvise sparizioni di followers/following, cancellazione di tweet vecchi.

Questa surreale vicenda, comunque ascrivibile ad un banale “fail whale”, mi ha suscitato alcune riflessioni in merito a come le nuove tecnologie stanno cambiando il nostro rapporto con la produzione, la conservazione e la lettura dei testi.

Una frase che piace spesso ai tecnologi è: “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, mentre un testo su internet è permanente”.

Onestamente non mi sembra una frase così vera. Anzi ad essere veramente onesti direi che “Il giornale dopo tre giorni è buono per incartare il pesce, ma magari anche finire in un’emeroteca e fornire ai posteri una testimonianza documentale su un periodo storico, un testo su internet è assolutamente impermanente, soggetto a cancellazione, riediting, confutazione, interpolazione, manipolazione, adulterazione.”

“In informatica, con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto” (Wikipedia). In pratica tutto quello che fate tramite posta elettronica, social network, Google, ecc… avviene tramite l’utilizzo delle nuvole computazionali.

Questo per la semplice ragione che un testo pubblicato su internet non viene ancorato a un supporto fisico “statico”, come ad esempio un foglio di carta, un papiro, una tavola assirobabilonese. E neppure su un supporto “dinamico”, ma in possesso dell’autore, come un hard disk. Un testo su internet finisce dritto in una bella Computing Cloud (Nuvola Computazionale), mirabile definizione che sta a indicare in ultima analisi che il testo per finire su internet il più delle volte (direi pure la quasi totalità delle volte per i comuni utenti), deve essere trascritto e registrato su server di proprietà di un soggetto diverso dall’autore.

Sto rincorrendo le suggestioni sul numero otto coricato che dorme, così non mi avventuro in un’approfondita disamina sugli aspetti giuridici del rapporto testé descritto… Però due paroline le spendo lo stesso. Quando accettiamo i c.d. “Termini di Utilizzo” dell’erogatore dei servizi di Computing Cloud sottoscriviamo un contratto nel 99% dei casi molto sbilanciato in favore dell’erogatore del servizio, piuttosto che verso l’autore dei testi. La quasi totalità dei fornitori di Social Network, siti internet, Blog, servizi di posta elettronica, archiviazione remota di documenti, ecc… hanno nei propri “Termini di Utilizzo”, anche quando il servizio offerto è a carattere oneroso, una serie di clausole che consentono di sospendere in ogni momento il servizio a loro insindacabile giudizio. Peraltro a ben leggere i “Termini di Utilizzo” di molti fornitori di servizi connessi al Computing Cloud la proprietà di testi e documenti in molti casi non è dell’autore, ma dell’erogatore del servizio, che pertanto può cancellarli a proprio piacimento per tutelare i propri interessi.

Un esempio lampante di quanto sopra è stato il caso Amazon/Wikileaks. Com’è noto Amazon ospitava il sito di Wikileks sui propri server, tuttavia, in assenza di qualsivoglia denuncia da parte delle pubbliche autorità, ha potuto sospendere il servizio sulla base della violazione dei termini di utilizzo inerenti il c.d. “uso improprio” del servizio di web-hosting. Il resto è cronaca.

Jaron Lanier: (New York, 3 maggio 1960) è uno sviluppatore, artista e compositore statunitense. E’ considerato il padre della Realtà Virtuale. Autore tra l’altro del libro “Tu non sei un Gadget”, una riflessione critica sull’evoluzione del web 2.0.

Insomma a fronte dello strapotere di quelli che Jaron Lanier con una felice espressione chiama i “Signori delle Cloud”, gli autori dei testi, delle foto, dei video, dei materiali immessi nelle Computing Cloud ne escono sempre più depotenziati e sminuiti.

CR48

Nei giorni scorsi Google ha presentato un nuovo tipo di portatile il CR48. In pratica questo gioiellino della tecnologia delle Computing Cloud non sfrutta altro software che un internet browser. Il CR48 sfrutta le Nuvole Computazionali per la totalità delle funzioni di un PC tradizionale: storage/archiviazione file, posta elettronica, pacchetto Office, visualizzare foto, film ecc… Il CR48 ha ovviamente il 3G incorporato perché necessita come l’aria di una connessione a internet potente e stabile.

Il CR48 costituisce il primo passo per trasferire nelle Computing Cloud la totalità delle informazioni che produciamo. Perché il cloud computing è performante, gratuito (o a prezzi contenutissimi), affidabile, costantemente aggiornato… Immaginate un futuro in cui tutti siamo passati ai nipotini del CR48. Immaginate un futuro in cui abbiamo completamente dematerializzato l’informazione, in cui è tutta insediata in server completamente sottratti ad ogni nostro potere di verifica e controllo.

Mash-up

A questo va associata la tendenza sempre più insistita a trasferire nelle Nuvole Computazionali la totalità dello scibile umano. Esperienze come il Progetto Gutenberg, Google Libri e l’espansione del mercato degli ebooks tendono ad una “dematerializzazione” dei testi scritti con una sempre più forte eliminazione di quel “limite fisico” costituito dai libri di analogica memoria. Se a ciò si collega il ricorso sempre più insistito nel web 2.0 al c.d. “mash-up”, ossia alla produzione di testi che in ultima analisi non sono che il “collage” di altri testi reperiti in rete, spesso a loro volta frutto di mash-up, il quadro diviene ancora più fosco.

Nel web 2.0 tutti sono scrittori, tutti sono autori, tutti sono SEO, tutti sono esperti di marketing. Il Cloud Computing ha aperto la possibilità a tutti di esprimersi con uno sforzo minimo. Si è passati dai siti personali del web anni ’90, che erano espressione di una vivace creatività, ai blog dei primi anni 2000, agli attuali microblog frutto del mash-up più furibondo e spesso insensato.

Ne sono stato testimone involontario io stesso: “Il Ragazzo che Giocava con gli UFO” (http://gilda35.com/2010/11/05/il-ragazzo-che-giocava-con-gli-ufo/) un mio post sul caso Gary McKinnon ebbe un inspiegabile successo in Gran Bretagna, nel periodo in cui alcuni attivisti si battevano per impedire l’estradizione a Guantanamo di questo hacker affetto da disabilità mentale. Il testo venne fatto proprio da parecchie centinaia di persone in Gran Bretagna che riproposero sui propri blog personali il mio testo in italiano. Produssi anche una versione del post in lingua inglese, ma non ebbe il successo della versione in italiano, che era del tutto incomprensibile per la quasi totalità dei blogger che l’avevano riproposta.

Come diciamo noi di #Gilda35: “Viva le polpette!”

Non mi voglio avventurare sul tema Wikipedia, dove siamo davvero dalle parti della Biblioteca di Babele più pura. Mi limito a riproporre un’illuminante intuizione di Lanier:

“Wikipedia è una aberrazione fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità” Jaron Lanier,You Are Not a Gadget: a Manifesto, 2010

Eppure Wikipedia, uno strumento basato sul folle assunto che a botte di riediting si giungerà alla “Verità”, ha sostituito presso la totalità degli utenti di internet le enciclopedie tradizionali. Se dietro l’informazione, che stiamo cercando, ci sia un serio Istituto Enciclopedico composto da esperti di ogni disciplina, o un simpatico “dilettante” (come il sottoscritto), che nel tempo libero mette a fattor comune le proprie competenze, per noi ormai non fa alcuna differenza.

L’importante è che la Nuvola Computazione ci spari l’informazione che cerchiamo in modo efficiente.

La Fine dei Tempi

In effetti quello che vedo circolare nel web 2.0 odierno mi sembra un embrione della Biblioteca di Babele di Borges. Come le “stanze esagonali” della Biblioteca di Babele quella che una volta era una “Web/Rete” sta divenendo una “Grid” in cui tutto è connesso. Ogni singolo smartphone, PC, laptop, console è connesso alla Cloud fornendo e restituendo informazioni di continuo. La struttura è modulare come nella Biblioteca di Babele, che nel racconto si sviluppa come un infinito frattale di moduli tutti identici a sé stessi. E la Cloud/Biblioteca si espande di continuo con server capaci di generare ogni giorno maggiore memoria fisica, come un universo in continua espansione: dal byte, al kylobyte, al megabyte, al gigabyte, al terabyte…

E come nella Biblioteca di Babele i testi ogni giorno di più paiono autogenerati da qualche misteriosa Entità (la Mente Alveare di Lanier, o come lo chiamiamo noi di #Gilda35 Tecnonucleo, riprendendo una felice definizione di Hyperion di Dan Simmons). Il ruolo dell’autore è depotenziato, si è smarrito nel passaggio dal Libro alla Nuvola.

Mi chiedo dopo 50 anni di mash-up, di riediting, di interpolazioni, di “quote”, di cancellazioni, cosa circolerà nell’infinita Infosfera generata dal Computing Cloud. L’immagine che ho in mente è quella di un immenso, infinito ipertesto, privo di autore, generato quasi casualmente.

E non mi avventuro a ragionare su cosa potrebbe accadere tra cento anni, in una società che ha completato il processo di dematerializzazione del sapere, laddove si arrivi ad una svolta totalitaria o oscurantista.

Oggi i Signori delle Cloud guardano alla quotazione in borsa…

Domani chi sarà proprietario della Cloud potrà riscrivere il passato. Tutto il passato. E come diceva Orwell: “Chi controlla il presente, controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro.”

Oppure no.

Anche le Nuvole Computazionali piangono

V for Gilda

Anche questa volta noi piccoli Ricercatori di Verità Dadaiste l’abbiamo fatta grossa.

Così noi Ricercatori ilari, irriverenti e fuggevoli abbiamo di nuovo mollato un cazzottone sul grugno a Tecnonucleo, i suoi BOT, le sue Nuvole Computazionali e le Macchine biologiche che lo servono…

Vado dritto al punto come una pallina di pixel…

Vado dritto al punto come i pugni chiusi della creazione…

Vi ricordate “Il Ragazzo che giocava con gli UFO?”…

“Ti credo”, mi direte, “sono giorni che non ci parli d’altro!”

Touché!

Allora il nostro nonPOST… dico nostro perché senza il contributo di Voi Ricercatori non sarebbe mai stato partorito dalla mia testolina dadaista e pazzoide..

Il nostro nonPOST, dicevo, ha fatto il giro dell’Arcipelago Britannico e in pochi giorni è stato fatto proprio da tantissimi blogger e addirittura da TweetStorm4Gary il gruppo di attivisti web che aiuta Gary nella sua battaglia.

Cito alcuni repost dei 497 risultati in Italiano e dei 48 in inglese, che mi ha restituito Google:

Insomma cari i miei Ricercatori abbiamo creato un cortocircuito, che oso definire storico: gli inglesi si sono appropriati in modo virale di un testo scritto in italiano. La versione italiana del nonPOST ha avuto molto più successo di quella inglese, proprio nelle pagine localizzate nello United Kingdom. Penso che solo #Gilda35 era capace di tanto.

Vi direte sarà finita qui…

E invece no adesso arriva il bello…

Prima una precisazione sul termine Nuvola Computazionale: è uno strumento con cui Tecnonucleo, tramite i propri BOT sparsi nella rete analizza e classifica tutti i termini da noi utilizzati durante le nostre interazioni via web. Immaginate gigantesche Tag Cloud che classificano ogni termine utilizzato da ogni utente del globo. Ciò è dovuto al fatto che buona parte di quello che si fa oggi via web è veicolato attraverso l’architettura di enormi “computer diffusi” e remoti…  in sostanza ogni volta che operiamo via web alimentiamo DIRETTAMENTE Tecnonucleo con le informazioni di cui ha bisogno, per fare “design per bimbominkia“… Magari non lo sapete ma sono l’architrave della nostra economia allucinata…

Sfruttando la nostra discreta conoscenza delle Nuvole Computazionali di Tecnonucleo in questi giorni abbiamo organizzato alcuni scherzetti davvero succulenti nel loro DaDaismo liberatorio…

  1. Abbiamo fatto evaporare dai Social Network localizzati in Italia una quantità notevole di messaggi pro Gary. Dovete sapere miei cari Ricercatori che se qualcosa di politica internazionale sale dall’Italia, Tecnonucleo va in allarme. I miei amici della Stampa Estera mi hanno sempre confermato la nostra fama di paese menefreghista e insensibile ai temi di politica internazionale. Immaginate lo stupore delle Macchine quando hanno visto salire dall’Italia twitteri vapori su Gary, che si andavano a condensare in foschi nuvoloni computazionali.
  2. Ho mandato a tappeto con l’aiuto di voi Ricercatori messaggi ai “politici” e ai “giornalisti” su Twitter. Questo ovviamente non perché ritenessi di “raggiungerli“. I nostri politici sono dei “simulacri” di umanità in ogni loro manifestazione via web. So benissimo che la politica italiana è riassumibile in una lotta a colpi di guerrilla e ambush marketing tra Pubblitalia, Gruppo l’Espresso e Casaleggio Associati. Ma io volevo solo che le Nuvole Computazionali trovassero gli hastag riferiti a Gary associati e posizionati saldamente accanto ai nomi dei nostri politici.

E’ stato un piccolo contributo, ma insomma neanche tanto piccolo, considerato l’entusiasmo che la nostra azione ha scatenato nei familiari e negli attivisti che sostengono Gary.

Sono stato informato da una persona vicino alla famiglia che la madre di Gary ha venduto addirittura la casa per pagare le spese legali del figlio. Pertanto quello che abbiamo fatto è davvero importante, perché abbiamo fornito una cassa di risonanza a chi non se la poteva permettere.

Asciugatevi le lacrime di commozione che ora viene il bello…

Non immaginate i cyberpolizziotti di Tecnonucleo come il protagonista de “Le Vite degli Altri“: un poliziotto sfigato che vive in una soffitta con le cuffie incollate alle orecchie a spiare ciascuno di noi. Tecnonucleo utilizza le Nuvole Computazionali per spiarci. E come quelle simpatiche nuvolette fanno piovere su di noi merci e spettacoli esattamente disegnate per soddisfare le pulsioni dei prosumer, così quando si fanno salire verso di loro vapori debitamente costruiti… beh scatta il cortocircuito narrativo colossale!

Così grazie a quelle Correnti del Caos che ormai conoscete benissimo l’altro ieri (09/11/2010) mi raggiunge questo messaggio:

Ve la faccio corta, cortissima!

Lo Home Office UK (l’equivalente del nostro Ministero dell’Interno) ha attivato il 09/11/2010 presso il sito http://www.homeoffice.gov.uk/media-centre/news/views-extradition una nuova iniziativa volta a sentire il parere dei propri cittadini in merito al vigente Trattato di Estradizione in essere con gli USA.

Lo Home Office chiede ora il parere del proprio  Popolo in merito all’eventuale “sbilanciamento” a favore degli USA del Trattato sulla base del quale Gary dovrebbe essere estradato. Ciò nell’ottica di una possibile revisione del Trattato!

Con Tweetstorm e Gilda35 abbiamo scritto una pagina importante della storia del web, e una volta tanto non sto scherzando.

A forza di batterci, chi dirige la stanza dei bottoni, chi è in cima alla Piramide, ha aperto la porta. Vuole sentire cosa ne pensiamo delle sue regole. Questo perché abbiamo rivendicato l’Umanità di Gary e la nostra.

Se le cose vanno a scatafascio nel mondo è perché abbiamo abbassato le nostre aspettative nei confronti di ciò che dovrebbero fare i Governi.

C’è molto da essere orgogliosi cari Ricercatori e poco da aggiungere.

Però lo aggiungo.

Facendo la giusta pressione sulle Nuvole Computazionali qualcosa di buono ogni tanto cade giù.

Post Scriptum: Oggi abbiamo festeggiato con un bel sabotaggio dei nostri, che sicuramente verrà boicottato da Toptweet nonostante 46 retwit in meno di 5 minuti e svariate varianti che hanno dilagato nella Rete questa sera. Per la cronaca segnalo che al suo apice il messaggio (fonte Tweetreach) ha raggiunto oltre 13.500 persone. Lo riporto qui a futura memoria:

Mi inchino davanti a voi Ricercatori, perché avete fatto piangere le nuvole!

Il mio ringraziamento speciale va a @Asphodelia@ezekiel@franki_kuka, senza i quali questa storia non avrebbe mai preso forma.

Grazie di cuore!

Free Gary Now!!!

Addio all'instant nonBLOG!

gilda35Sarà che sono nato con Pong, ma presto o tardi arriva il gameover.

Necessaria premessa 1.0: questo simpatico instant nonBLOG ormai ci andava un po' stretto.
Necessaria premessa 2.0: le avventure del Progetto #Gilda35 continuano sul nonSITO ufficiale ed ufficioso:

http://gilda35.com/

Vi rivelo un piccolo coccoloso segreto: questo nonBLOG era nato un po' per scherzo solo al fine di strutturare un po' meglio i nostri scherzi del tread ufficiale di #Gilda35. Non avrei mai immaginato che andasse come è andata…

Devo ammettere che la piccola #Gilda35 ci ha preso un po' la mano e mai avrei immaginato che in meno di due mesetti questo piccolo scherzetto spazzasse via i Jona's Brothers & Disney Channel dai Toptweets, riducesse l'Algoritmo dei Toptweets in coma farmacologico, preconizzasse il Nobel a Xiaobo, desse addirittura grattacapi alla Condè Nast Pubblications o_O'

E' stata una pazzoide avventura amatoriale, che scelgo di proseguire in modo leggermente più strutturato!

Un grandissimo grazie ai miei adorabili Ricercatori, al Comitato Tecnico Scientifico e a @alebrandcare per i preziosi consigli!

Hasta la Vida Loca Siempre!