Le provocazioni hanno rotto i coglioni (oh, leggi fino in fondo però)

Che si tratti di stilisti affermati, di scrittrici osannate, o di venerabili giornalisti, nessuno di questi tempi sfugge alla tentazione di esplorare i confini della provocazione. Purtroppo però la provocazione è qualcosa da maneggiare con cura, perché ha la tendenza ferina a rivoltarsi di sovente contro il proprio padrone.

Alludere ad arditi paragoni sessuali tra l’imponenza dell’italico cannolo e la piccineria dei bocconcini cinesi, equiparare il possesso di un pisellino tra le gambe a una sorta di genetica appartenenza alla mafia, o sbeffeggiare vittime di rapimenti equiparandole a sprovveduti personaggi fiabeschi meritevoli di ramanzine, al di là delle seppur meritevoli intenzioni degli autori, non fanno che declinarsi in razzismo, misandria, o paternalismo becero.

Perché la provocazione, l’arte dell’invettiva, il paragone ardito, un certo gusto per il ragionamento paradossale, vanno saputi dosare con accortezza.

In tempi in cui le nostre menti si sono impigrite, in cui le nostre dita scrivono per le Macchine, in cui i nostri occhi scansionano pigramente testi e video come androidi è possibile ancora provocare?

Ha senso provocare in un contesto in cui una certa ironia provocatoria si è fatta struttura di pensiero unico?

Provocare, essere ironici, essere sopra le righe ormai sono il modo normale di comunicare e ciò comporta un risultato paradossale, ma concreto come un mattone di granito: tutto viene interpretato in senso letterale.

Tra le buone tecniche di scrittura che insegnavano una volta, c’era quella di risvegliare l’attenzione del lettore con una bella provocazione inziale e poi sviluppare in modo articolato il messaggio. Ma di questi tempi il “leggi fino in fondo” non vale più molto.

Se vogliamo dire a qualcuno che lo odiamo, o che lo amiamo, che lo stimiamo, o che lo disprezziamo, usiamo costantemente l’ironia e la provocazione.

Giornalisti, scrittori, creativi, dovrebbero comprendere che i loro testi non si inseriscono più (ormai da un ventennio), in un ecosistema coerente tenuto in piedi da addetti ai lavori.

Oggi tutti scrivono, tutti provocano, tutti ironizzano, tutti.

Perciò non lo fa più nessuno.

Insomma, mettetevi l’anima in pace, nessuna provocazione resterà impunita

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28 giorni dopo, ovvero storia della pandemia di rabbia italiana

L’11 gennaio ho subito un intervento chirurgico particolarmente fastidioso, che mi ha tenuto a casa per 28 giorni esatti. I primi 12 giorni di degenza sono stati particolarmente duri, perché ero preda di dolori intensi e non ho mai potuto dormire per più di un paio d’ore di fila. La mia piccola finestra sul mondo in quei 28 giorni è stata la televisione generalista.

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Video killed the Web Star

Qualche giorno fa sono rimasto a casa per un’influenza, così mi sono messo a sbirciare qualche programma televisivo, incrociando di tanto in tanto le ospitate di qualche webstar. Sono rimasto colpito dalla assoluta penosità dei vari personaggi una volta passati dal contesto digitale a quello televisivo.

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Il video virale dei bancari e il cyberbullismo come se fosse antani

Con rapidità sorprendente è diventato virale un video, in cui dei dipendenti di una filiale di una importante banca italiana si esibivano in una performance surreale e grottesca. Il video si inseriva in una sorta di gara di simpatia e creatività tra filiali. In pratica una gara di locura tra bancari. Il grigiore della vita dei bancari trasfigurato in una luccicante fiction RAI scritta da Ivan Cotroneo.

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Blue Fake

Ecco le regole del Blue Fake

Giorno 01 raccatta una notizia sensazionale da un sito straniero a caso dall’internet (meglio se scritto in lingua diversa dall’inglese), che associ almeno tre di questi tag: minori, internet, morte, sesso, vaccini, Insinna, Papa, Trump, suicidio, pizza.

Giorno 02 traduci la notizia sensazionale con Google Translate.

Giorno 03 sistema la traduzione in un italiano passabile adattando il testo a 500/600 parole.

Giorno 04 elabora un titolo sensazionale e allarmista di 80 caratteri.

Giorno 05 presentati dal capo redattore con la tua sensazionale inchiesta documentata, che ha riscontri sulla stampa internazionale.

Giorno 06-10 la notizia viene pubblicata e fermenta, tutti senza verificare rielaborano il tuo articolo e citano le tue fonti.

Giorno 11 ormai sono fonti pure gli articoli derivati dal tuo articolo.

Giorno 12 la polemica imperversa.

Giorno 13 esce l’articolo di debunking (magari lo scrivi proprio tu così arrotondi).

Giorno 14 ne parlano in televisione.

Giorno 15 la Boldrini è atterrita dalla notizia.

Giorno 16 Grillo scrive sul tema qualcosa di sconclusionato sul Sacro Blog.

Giorno 17 arriva il servizio definitivo delle Iene, che ti intervistano come fonte autorevole che ha aperto il caso.

Giorno 18 alcuni fanno debunking del servizio definitivo delle Iene, insulti i debunker come nemici della verità.

Giorno 19 tua madre ti manda una catena di S.Antonio di mamme informate, in cui vieni messo in guardia in merito all’orribile fenomeno descritto nella TUA inchiesta.

Giorno 20 ti lamenti con tua madre, che non ti legge.

Giorno 21 il Moige lancia una petizione a caso, per la salvaguardia dei minori.

Giorno 22-27 tutti impazziscono.

Giorno 28 le Autorità devono fare qualcosa, non si sa bene cosa, ma devono farlo.

Giorno 29 la Boschi inizia a mettere mano a una Riforma, che eradichi il problema.

Giorno 30-40 la polemica politica imperversa.

Giorno 41 interviene una sentenza del TAR a caso sull’argomento.

Giorno 42 il Codacons fa un esposto.

Giorno 43 viene pubblicato il disegno di legge “Norme a caso per il contrasto del problema a caso”.

Giorno 44-49 rileggi tutto quello che è stato scritto sull’argomento a partire dal tuo articolo.

Giorno 50 devi trovare la forza di convivere con ciò che hai fatto.

Lettera aperta al giornalista della sezione “CAZZATE RACCATTATE SUL WEB”

Caro giornalista,

premetto che so benissimo che anche tu devi campare, che tieni famiglia, che hai il mutuo, le bollette e le rate dell’auto da pagare. Premetto altresì che deve essere complicato e ansiogeno svolgere un lavoro, in cui ogni giorno devi inventarti un argomento, con cui riempire una cartella da duemila battute ed elaborare un titolo acchiappa click da ottanta caratteri. Sappi che chi ti scrive comprende le tue difficoltà.

Però…

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Apple, pizza e mandolino

Visto che sono parecchi giorni che in privato non faccio che parlare della querelle del centro Apple di Napoli e dei connessi “600 posti di lavoro/tirocinanti”, mi sembra il caso di esporre in modo meno rapsodico il mio pensiero.

La questione nella grande compagnia di giro di specialisti/comunicatori sul tema dell’Innovazione ha creato grande scalpore, generando fenomeni divisivi, cui non assistevo dalla rottura di Albano e Romina.

A mio avviso, invece, è una splendida storia, che racconta in modo desolatamente chiaro quale sia lo stato dell’informazione in Italia, quando si approcciano questi temi.

Cercherò quindi di affrontare la questione col consueto metodo della cipolla agrodolce (ovvero piangiamo, abbracciamoci e ridiamoci su, poi ricominciamo a piangere).

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Raccontare la frontiera

Ieri ho partecipato alla presentazione di “Cronache di Frontiera” una produzione di Sky TG 24, che attraverso i racconti di undici abitanti del VI Municipio di Roma affronta il tema dell’integrazione nelle periferie urbane senza usare i modi della cronaca giornalistica o del documentario.

Gli otto minuti della presentazione mi hanno colpito molto favorevolmente.

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Impubblicabile

Quest’estate si è posto con forza il tema dell’opportunità di pubblicare documenti audiovisivi e fotografici “disturbanti”, suscettibili di urtare la sensibilità di una parte del pubblico, che fruisce di contenuti online. Mi è parso quasi un girone di ritorno dell’estate della Cultura Tossica del 2012, in cui il collasso informativo allora preconizzato dalle comunità underground di internet è dilagato presso un’utenza più vasta.

Il tema si è posto soprattutto con riferimento al massacro di Atlanta, in cui lo psicopatico omicida ha ripreso il proprio crimine in soggettiva, usando lo smartphone con uno stile che ricorda gli sparatutto dei videogiochi, e con riguardo alle immagini dei cadaveri dei bambini restituiti dal mare a seguito dell’ennesima tragedia dei flussi migratori nordafricani.

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I tre giorni del Coniglio

Visto che parecchi giornalisti si sono divertiti a inventare una surreale storia di Mafia, P2 e Servizi Segreti deviati ai danni del povero Anonimo Coniglio mi sembra d’uopo restituire il favore.

Primo Giorno – Un Coniglio alla Festa della Rete

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C’è questo ragazzo argentino che si chiama Anonimo Coniglio. Proprio così, i genitori quando è nato avevano le idee confuse quindi lo registrarono all’anagrafe come “Anonimo” e di cognome fa proprio “Coniglio” (beh io mi chiamo Scrofani, problemi?).

Anonimo è venuto a studiare in Italia e cura da anni un simpatico blog, in cui si diverte a dileggiare taluni malcostumi della scena giornalistica e digitale italiana. E’ un ragazzo giovane e impertinente, immaginate Antonio Banderas quando ancora aveva gli addominali seduto davanti a una tastiera sorseggiando mate con una espressione tra il corrucciato e il divertito.

Il giovine, che nella propria attività online si è guadagnato un sacco di nemici importanti, pensa bene di recarsi alla Festa della Rete, per redigere un tombale reportage dal titolo Sono stato alla #festadellarete e non c’era un cane.

Purtroppo Anonimo scrive in modo dannatamente divertente. Purtroppo Anonimo è pieno di amici influenti che godono come ricci a spammare un articolo come quello, solo per vedere le boccucce dei propri amici influenti arricciarsi inviperite e piccate.

Così avviene che l’articolo viene condiviso, viene condiviso, viene condiviso, viene condiviso…

Insomma tutta la Scena Digitale italiana sa una cosa sola: che alla Festa della Rete non c’era un cane.

Chi se ne fotte chi è stato premiato, chi ha vinto, chi ha perso. NON C’ERA UN CANE.

Ma un Coniglio sì…

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