Il Libretto Russo di Google Plus

E’ con colpevole ritardo, che recensisco  Scopri Google Plus e conquista il webdell’amico Salvatore Russo, finito di leggere l’estate scorsa. Purtroppo le mie rocambolesche attività di trasloco mi hanno spinto in questi mesi su lidi più affini a quelli della carpenteria, che dell’editoria digitale.

E’ tempo di recuperare…

Esiste questa specie di Molise dei social network. E’ una sorta di Zona del Crepuscolo, in cui tutti giurano di essere passati ma di cui non si ricordano nulla. Mi riferisco alla risposta rossa al Blu Cobalto di Facebook e all’Uccellino Azzurro di Twitter. Il social network, cui si viene iscritti coartatamente come i marinai dei ‘700: Google Plus.

Ho trascorso gli ultimi anni a chiedermi perché Google avesse inventato un altro dannato social network. Francamente da utente ho trovato Google Plus poco attraente e a parte qualche piccolo scherzo (v. l’esperimento Katzing con Gilda35), non l’ho mai utilizzato più di tanto.

Evidentemente questa sensazione di spaesamento e di “doppione non necessario” deve essere comune a molti, così il buon Salvatore ha scritto un libro per motivare l’utenza a utilizzare questo strumento non approcciandolo come la fotocopia in rosso di Facebook.

Continua a leggere…

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Esperimento Katzing, ovvero come riscrivere la Storia – Gilda35, satira dadaista sul professionismo di internet

via Esperimento Katzing, ovvero come riscrivere la Storia – Gilda35, satira dadaista sul professionismo di internet.

E’ con piacere che presentiamo i risultati dell’Esperimento Katzing, che in pochi mesi ha consentito di provare una nostra folle tesi: la possibilità di (ri)attribuire un senso alle parole tramite un accorto uso delle funzionalità di Google.

La Necessaria Premessa
Ebbene sì esimi Ricercatori nei mesi scorsi siete stati coinvolti in una delle cyber beffe più elaborate della Storia di questa prestigiosa Comunità: il Progetto Katzing.

Dopo aver imperversato su Twitter in ogni possibile sezione (Toptweet,Temi di Tendenza, Storie, FollowFriday), dopo aver giocato a Klout a livelli sovrumani, dopo aver costretto persino Zuckerberg a riscrivere il codice di Facebook per fermare la “Stalking Apokalipse”… potevamo tralasciare il Padre Padrone di tutti gli Algoritmi? Potevamo dimenticarci di Google?

Giammai!

Già vedevamo orde di influencer con la bava alla bocca darci dei venduti, dei sicofanti, degli “Slave Over the Top” (la versione digitale dei “Servi dei Poteri Forti”)…

Così ci siamo dedicati ad una delle più grandi burle escogitata da questa Community.

Ma andiamo con ordine come di consueto…

La damnatio memoriae digitale
Lo scorso anno vi deliziai con un raccontino su un futuro, in cui un perfido Leader tramite un abile utilizzo della semantica delle Macchine, riusciva a manipolare la Cloud, procedendo alla riscrittura di passato, presente e futuro.

Quella fu una di quelle storie che mi rimase attaccata addosso.

Sollevò in me una serie di interrogativi molto profondi su come evolvere il Progetto.

Gilda35 ormai viveva di infiniti e vacui thread nei Gruppi Facebook e di sporadiche zingarate nei Temi di Tendenza di Twitter.

Mi annoiavo. E quando mi annoio è sempre un brutto segno.

Decisi di far saltare tutto, più e più volte. E’ un classico test dell’underground di internet e in generale dell’arte dadaista: “distruzione creativa” intesa come quel processo, in cui prendere coscienza dei vicoli ciechi in cui ci si è chiusi. Verificare le reazioni alla rottura del giocattolo.

Purtroppo i Social Network non sono eterni. Se, come me, avete qualche anno di internet sulle spalle, ne avrete visti nascere e morire a dozzine. Il lavoro sui Social è sempre un lavoro che presto o tardi va buttato. I blog e i siti restano, le pinzillacchere che scriviamo, come “contadini digitali” presto o tardi svaniscono.

Man mano che procedevo nella mia opera di distruzione creativa mi rendevo conto di sempre maggiori cose che non andavano: Gilda35 stava venendo lentamente riscritta per fini che le erano estranei.

Probabilmente non era un processo consapevole, né effettuato in malafede, ma stava accadendo.

Raccogliere le lamentele sulla distruzione delle varie Cabine di Regia (dei Cluster, ossia versioni più limitate di una Community, fondamentalmente raccolti attorno a qualche elemento di interesse piuttosto che da veri e propri sodalizi) fu particolarmente istruttivo.

Ogni lamentela palesava un’attribuzione di senso… . Pareva quasi la realizzazione malata del Manifesto del Dadaismo Reloaded: Gilda35 come momento clou del Grande Mud Wrestling degli Influencer, Gilda35 come oggetto da monitorare a caccia di Hacker o presunti tale, Gilda35 comeprossima start up in cui voglio esserci per smezzare dividendi, Gilda35 come l’anti questa o quella Community, Gilda35 come cannone da puntare contro blogger, influencer, gruppi, partiti da abbattere, Gilda35 come esaltazione del Leader Maximo Jovanz, Gilda35 come luogo in cui cercare grattini digitali e attenzioni, Gilda35 come strumento per pompare il proprio Klout, Gilda35 come “alibi dadaista” a proprie becere iniziative…

Odiavo tutto questo.

Così iniziai un percorso per capire: come si può riscrivere il senso di qualcosa nel digitale, e come è possibile difendersi da certe forme di riscrittura.

Ne è nato forse il mio più bel viaggio nell’informatica.
Damnatio Memoriae digitale

ONtro Esimi Ricercatori, in questi giorni mi hanno molto colpito due notizie tra loro apparentemente lontane, che tuttavia hanno suscitato in me alcune suggestioni fantastiche: da un lato il …

http://gilda35.com/2012/03/16/damnatio-memoriae-digitale/
Fase Alfa
Nella Fase Alfa del progetto decisi le linee guida essenziali da seguire. Ovviamente non lo feci nel modo razionale che di seguito esporrò. Si trattò di intuizioni che mi ronzavano in testa, astratti furori, tensioni orgoniche, e tutto il corollario che precede le mie improvvisazioni jazzistiche.

Innanzitutto definii il processo di seguito evidenziato:

Fase Alfa: definizione di processo e obiettivi.
Fase Beta: Preparazione dell’ecosistema linguistico computazionale.Fase Beta 1: Ridefinire il Grafo.
Fase Beta 2: Ridefinire Gilda35.
Fase Beta 3: Ridefinire Giovanni Scrofani.
Fase Beta 4: Individuazione della Case History.
Fase Gold: Progetto Katzing.Fase Gold 1: Elaborazione di un (non)senso.
Fase Gold 2: Verifica stato sulla Cloud del termine “Katzing”.
Fase Gold 3: Ridefinire Katzing.
Conclusioni e prospettive.
Obiettivo: dimostrare la possibilità di ridefinire il significato di un termine fino a stravolgerlo completamente rispetto al suo uso originario, utilizzando in modo accorto le funzionalità degli algoritmi dell’ecosistema di Google.

Di seguito lo sviluppo.

Fase Beta 1: Ridefinire il Grafo.
Una delle operazioni più difficili fu quella di ridefinire completamente il Grafo (la rete di legami forti e deboli), in cui si inseriva Gilda35: tagliare inesorabilmente quei legami, che portavano il progetto verso binari morti evolutivi , verso flame non costruttivi, verso insulsaggini, verso trappoloni.

Fu una bella operazione di pulizia, abbastanza faticosa, ma essenziale.

Per difendersi da una “riscrittura di senso”, ma anche per potenziare il valore di quanto scriviamo è essenziale che il nostro ruolo di snodi nel grafo sia posto in posizione strategica.

Sembra una banalità, ma online, come nella vita reale, il valore lo danno le persone, con cui si spende tempo.

Altra importante operazione in questa fase fu quella di abbandonare quasi completamente le attività sui Gruppi Facebook, in quanto affette da fenomeni di cross posting e partigianeria, estremamente inquinanti. Dedicavo quindi un po’ di tempo, invece, a creare un piccolo Cluster su Google Plus, in cui sostanzialmente gestire in modo organico e ordinato i contributi.

Il risultato di questa operazione di riscrittura, è stato che ho contribuito a testi di carattere scientifico e partecipato come relatore a eventi di spessore culturale. Magari mi sarò perso qualche grattino digitale e qualche aperitivo, ma ne è valsa la pena…

Altro aspetto fondamentale fu quello di concentrare il brain storming in un continuo flusso di comunicazione con Renato Gabriele, Blake, Aldo Pinga e Domenico Polimeno, ribattezzato “Mente Collettiva”, che come vedremo darà sviluppi veramente sorprendenti.

Il grafo in cui si inseriscono le nostre attività online è l’ecosistema in cui attecchiscono le informazioni che immettiamo in Rete. Se non vogliamo che escano inquinate è essenziale che le relazioni forti del Grafo siano con persone che adottano una quotidiana ecologia della mente.

Fase Beta 2: Ridefinire Gilda35
Procedevo contestualmente a riscrivere Gilda35, restituendole centralità nel processo creativo.

Essenziale diventava quindi aggregare in Gilda35 la totalità dei temi precedentemente sviluppati su più piattaforme. A fianco dei tradizionali nonPOST, dovevo affiancare i meme e le risorse di content curation.

In più avevo la necessità che le informazioni di SEO di Gilda35 non fossero completamente in mano a CMS o Blogs “nonModerni” come in precedenza. L’occasione venne da un beta test che sviluppai con Paolo Mulè per Overblog.

Traslocai nel nuovo Gilda35 i vecchi nonPOST, i meme del fu Scemenziario e la content di Gilda35 LAB su Scoop.it.

Il risultato fu quello di trasformare Gilda35 in una sorta di cantiere permanente, consentendo possibilità di scrittura molto più vaste che in precedenza.

In pratica da un solo nonPOST potevano nascere numerose ulteriori informazioni veicolate da meme e content curation, che ne arricchivano ed estendevano i significati.

Grazie ad alcune dritte di Alessandro Vitale, riuscivo peraltro a caratterizzare lato SEO Gilda35 come un blog di satira, nonché a legarlo alla mia authorship…

Gilda35 si poneva, così, come esperienza centrale nell’esperienza di fruizione della Comunità.

I risultati furono sorprendenti: sostanzialmente perdemmo fette di pubblico “casual” e guadagnammo livelli di coinvolgimento sorprendenti. Da ogni punto di vista avevamo “tassi di conversione” superiori a quelli di ogni piattaforma normalmente in uso, con utenti che trascorrevano un sacco di tempo sul sito scaricando immagini, facendo sharing, giocando con gli elementi che gli mettevamo a disposizione.
Gilda35 Vs Facebook: Altro clamoroso GAME OVER

Dopo la pubblicazione dell’articolo ROI Con I Social Network? Parlano I Numeri… GAME OVER, di cose ne sono state scritte e discusse in vari gruppi di addetti ai lavori e in giro per la rete. Anche

http://pro.dbatrade.com/wordpress/gilda35-vs-facebook/
Fase Beta 3: Ridefinire Giovanni Scrofani
Nel mentre ridefinivo i legami forti e deboli del mio grafo e ridefinivo il ruolo del sito, procedevo ad una complessiva ridefinizione del mio ruolo digitale.

Con Gilda35 avevo vissuto il grande passaggio da decenni di anonimato alla piena manifestazione della mia identità. Emotivamente non fu una passeggiata, ma nel magico mondo del web 2.0 fu quasi un passaggio obbligato, se volevo comprenderne le dinamiche.

Rapidamente dopo anni di onorato anonimato, mi trovai trasformato in un influencer. Come sapete stressai il concetto di “influencer da klout” fino a lasciarlo svuotato come una conchiglia morta. Così decisi di gettarmi anima e corpo nella nuova frontiera: la Influence Engine Optimization.

Google con l’integrazione tra Google Plus e la Authorship sta rendendo centrale nel proprio Motore di Ricerca il ruolo dell’identità di chi produce informazione.

Su questo versante ho proceduto quindi su due versanti…

Da un lato ho avviato una collaborazione con una testata online (Datamanager), realizzando una rubrica (Cinguettii), indicizzata anche lato sezione News di Google.

Ho quindi iniziato a lavorare sulla mia autorship lavorando sia lato Google Plus che ottimizzando post, meme e content curation al fine di ottenere un risultato di “scrittura organica”. In pratica ogni racconto sui temi di tendenza del momento che sviluppavo in Cinguettii (indicizzazione SEO+Sezione Google News+Autorship Google), veniva poi ripreso nella sezione LAB (content curation di GIlda), nella sezione MEME (come contenuti visuali), infine integrato (spesso) in un nonPOST (indicizzazione SEO+Autorship Google).

Peraltro spostai la totalità della mia attività sui social in ambito indicizzato da Google. Iniziai ad utilizzare in modo costante Google Plus, che di per sé è già ottimamente indicizzato e collegai la totalità dei miei account social al Social Hub di Overblog, destinandoli al dominio giovanniscrofani.it. La totalità della mia produzione sui social era visibile, con azzeramento delle attività in aree chiuse/segrete.

Il risultato fu abbastanza inaspettato. Con zero cross posting, post sui social vicino ad emissioni zero, annientamento della partecipazione sui Gruppi Facebook, guadagnai una visibilità sui social media molto superiore a quanto fatto in precedenza… Fino al paradosso di diventare una “Twitstar” della sezione Notizie.
The Problem With Measuring Digital Influence

Editor’s note: Michael Wu is the Principal Scientist of Analytics at Lithium. Social media is a required avenue for brands to engage their customers. However, social media engagement is primarily …

http://techcrunch.com/2012/11/09/can-social-media-influence-really-be-measured/
Fase Beta 4: Individuazione della Case History
Insomma il terreno dopo sei mesi era decisamente pronto. Avevo ridefinito l’ecosistema in cui Gilda si muoveva a livello di significati e significanti, ridefinito la compagine societaria, ridefinito il ruolo mio e della Comunità nel Grafo.

Nel mentre facevo tutte queste cose metà del progetto si era realizzata:per difendersi da inopportune riscritture bisognava decidere bene i compagni di viaggio, fuggire dall’idiozia dei grandi numeri, andare al sodo, partire dal concetto che coi propri lettori bisogna essere sempre mortalmente onesti. Insomma difendersi era non solo semplice, ma anche vantaggioso.

Mi mancava solo un caso da studiare, per capire invece come riscrivere consapevolmente un senso.

Per quelle deliziose coincidenze da Teoria del Caos, che mi capitano di sovente, alcuni membri di questa Community, che lascerò anonimi data la delicatezza del tema trattato, mi sottoposero un caso estremamente interessante.

Una grossa realtà, che chiameremo ACME, aveva fatto ingenti investimenti in campo digitale, in particolare per una propria iniziativa particolarmente lodevole, che chiameremo PUCVA (progetto unicorni che vomitano arcobaleni), eppure aveva avuto solo ritorni negativi e svariate attenzioni informatiche indesiderate.

A tempo perso mi gettai nell’enigma e scoprii una cosa estremamente interessante.

Su Google a malapena era visibile il sito dell’ACME, peraltro le informazioni relative al PUCVA rimandavano solo ed esclusivamente a siti esterni soprattutto di detrattori. Peraltro per descrivere l’Iniziativa PUCVA le testate online avevano preso ad usare un altro termine MIMONGO, relativo a esperienze fallimentari di enti simili alla ACME.

Insomma toccavo con mano la possibilità di realizzare una damnatio memoriae digitale…

Fase Gold 1: Elaborazione di un (non)senso
Negli stessi giorni coi miei amici Salvatore Coccoluto e Luca Spinelli discettavamo di varie teorie sull’inutilità degli sforzi umani, che riunivamo sotto il significativo nome di Katzing, ossia l’Engineering del Cazzeggio.

Nei quotidiani deliri linguistici coi miei amici il Katzing andava a connotarsi come due concetti assai seri e intercambiabili:

da un lato andava a definire il concetto fisico di Entropia, ossia come il disordine, che quotidianamente viene prodotto dalle azioni umane;
dall’altro andava a definire il concetto del “Vanitas vanitatum” del Libro di Qoelet, ossia del “vapore prodotto dal vapore” che nella mistica ebraica indica la vanità di ogni azione umana buona o cattiva di fronte agli insondabili misteri di Dio e della Morte.
Insomma il Katzing era un termine tipo “Nirvana”, o “Ubik”, o “Valis, o “Tao”, o “Noumeno” capace di identificare una visione pessimistica e totalizzante dell’essere umano. Negare che esista il Katzing è esso stesso produzione di Katzing, asserire che con i nostri atti produciamo Katzing è esso stesso produzione di Katzing. In pratica un piccolo enigma filosofico, o Koan, non risolvibile.

Insomma Katzing era un termine perfetto, che non appena veniva buttato in una conversazione veniva colto nella sua essenza.

Fase Gold 2: Verifica stato sulla Cloud del termine “Katzing”
Stabilito il (non)senso del Katzing mi gettavo nella Cloud per capire cosa indicasse normalmente questo termine.

Scoprii che indicava un’Agenzia Creativa: la Katzing Creative Ways di San Francisco proprietaria del sito Katzing.com…
Katzing

WHO’S DOING MY WORK? Katzing is Susan Katz. So pardon me, while I slip into my first-person voice, because I tell the story best this way. I want you to know that at Katzing, you work with me. From

http://www.katzing.com/
“EXPANDING YOUR PRESENCE ” (sic!)
…indicava peraltro una ridente località in Austria…

…indicava una serie di professionisti ben presenti sui social e soprattutto su Linkedin…

Insomma Katzing appariva come un termine che da una toponomastica locale, si era incardinato come cognome di persone assai probabilmente oriunde della Mitteleuropa, fino a giungere nel magico mondo della Silicon Valley.

Un bersaglio molto interessante.

Fase Gold 3: Ridefinire Katzing
Ovviamente non posso raccontarvi tutti i segreti della riscrittura, perché memore di certe passate distorsioni, non vorrei armare le mani di Lamer incoscienti.

Con la Mente Collettiva stabilimmo dapprima i limiti dell’operazione:

non creare un dominio dedicato a Katzing;
non creare account social dedicati al nick Katzing;
non creare Fanpage dedicate al Katzing;
non inserire nel SEO di Gilda35 riferimenti a Katzing.
Operammo invece nelle seguenti direzioni:

impiantare il termine nei temi di tendenza di Twitter e nelle ricerche Google Plus, stante l’ecosistema sano realizzato in fase Beta fu abbastanza facile, non venne percepito come spam e non causò reazioni di rigetto nelle Community esterne a Gilda35;
sviluppare Katzing secondo lo schema di copywriting sopra descritto a incrocio di news-testo di approfondimento-meme-content curation;
integrare in Gilda35 i contributi prodotti dalla Comunità sul tema (cosa facile data l’ecumenicità del tema);
parlare di Katzing in piccoli cluster, cercando di smorzare sul nascere ogni utilizzo eterodosso del termine (le solite cose odiosette italiche tipo “Noi siamo bravi mentre tizio fa Katzing”);
privilegiare nettamente il coinvolgimento su Google Plus e Twitter rispetto a Facebook.
Il resto è storia. In pratica operammo esattamente secondo una sorta di “Etica Digitale”, fummo diligenti e coscienziosi. Non agimmo da “contadini della cloud”, ma da pionieri. In certi frangenti comprendemmo cose sul funzionamento degli algoritmi di Google, che penso sfuggano anche ai loro autori. Come amo ripetere spesso:
Spesso tra gli addetti ai lavori si ripete a sproposito la roboante frase “Questo non è previsto dall’Algoritmo!” Cosa magari vera nella programmazione originaria del singolo algoritmo. Il problema è che gli Algoritmi si sono fatti sempre più complessi e non operano in uno spazio ideale privo di influenze, ma interagiscono allegramente tra di loro, generando risultati imprevedibili. Pertanto per comprendere appieno il funzionamento di un Algoritmo spesso gli esperimenti di Reverse Engineering, tipo i nostri coccolosi sabotaggi dadaisti, si rivelano particolarmente utili e illuminanti…
Esperimento Twitter Monument
Il risultato dopo un solo mese di Katzing fu sorprendente: la prima pagina di Google su Katzing appariva completamente trasformata. I risultati provenienti da Gilda35 o da blog di membri di questa community riempivano ogni spazio. Katzing.com appariva a mezza classifica, la località di Katzing obliterata, i professionisti non pervenuti.

La ricerca per immagini pure restituiva un gioioso caleidoscopio di immagini prodotte da blogger di questa Comunità su propri siti, blog, account social.

Avevamo provato una tesi al mondo: Katzing era stato riscritto alla velocità della luce.

Conclusioni e prospettive
Concludendo miei esimi Ricercatori, con questo post chiudo il capitolo più bello finora delle nostre ricerche digitali. E’ stato un lungo anno in cui ho riflettuto profondamente sull’ecologia dei nostri comportamenti digitali, sulla necessità di depurare il nostro operato dagli agenti tossici della visibilità patologica.

Sono molto soddisfatto.

Ringrazio tutti voi, soprattutto gli amici della Mente Collettiva. Senza Renato, Blake, Aldo e Domenico tante cose non sarebbero state possibili. Non ho mai avuto amici migliori di questi e li ringrazio di cuore per il tanto lavoro fatto insieme.

Mi piace pensare a Katzing come a un cambiamento di prospettiva, come la fuga da una logica inquinante, aggressiva e vandalica della manifestazione del proprio dissenso e della propria personalità in Rete.

Non ti piace qualcosa? Bene: costruisci qualcosa di più bello, più creativo, più intelligente. Le Macchine, se usate in modo consapevole, non ci rendono più stupidi, anzi ci costringono ad interrogarci su quale sia il potenziale intellettuale che possiamo realizzare

Vuoi migliorare la tua presenza in Rete? Bene: fai qualcosa di interessante. Basta spam, flame e puttanate. Non funzionano più.

Mentre eravamo distratti a misurarci il Klout, a comprare follower, a dopare siti… Google con il proprio ecosistema di algoritmi produceva uno strumento splendido per riplasmare il web visibile.

L’era del vandalismo digitale, forse, è finita. Esistono strade nuove: creare cultura nuova invece di abbattere cose brutte.

Adesso con la Mente Collettiva stiamo pensando a nuove sfide: ripensare integralmente le funzionalità di Gilda35, rendere il Katzing un memento perenne alle possibilità di trasformazione offerte dal web.

Verbale del Gilda35 Event del 27 aprile 2012 A.D.

Vento Nei Capelli Style

ONtro

Esimi Ricercatori, ancora stavamo riprendendoci dagli stravizi del Gilda35 Event invernale, che già a gran voce nella Cabina di Regia si esigeva un’anticipata edizione primaverile.

Il sottoscritto sotto la pressione della propria Comunità Creativa d’elezione si trovava così costretto a pianificare un nuovo “non-evento“. Al fine di evitare i soliti strascichi polemici del tipo “Perché a quest’ora? Perché questo giorno? Perché questo posto? Perché Roma? Perché“, commettevo tuttavia l’errore drammatico di avviare un democratico confronto (un banale sondaggio via Facebook).

Non potevo ovviamente immaginare che la cosa sarebbe rapidamente sfuggita di mano facendomi pesantemente interrogare sulla funzionalità degli istituti democratici. Se col precedente dittatoriale Gilda35 Event la coda polemica si era esaurita in qualche borbottio, il democratico evento primaverile ha scatenato uno strascico di polemiche assolutamente mortale.

Peraltro mentre si verificavano scissioni degne di “Romanzo Criminale” tra il Clan dei Romani, il Clan Calabro-Pugliese e il Clan dei Torinesi, nasceva anche tra gli “esclusi” la pratica del funesto “grattino digitale“. Il grattino digitale è una sorta di funesta manifestazione pubblica di affetto che può svilupparsi tra i membri di un Gruppo Facebook… con ritmi via via crescenti… che alla fine può provocare una esplosione di notifiche capace di annichilire un bufalo.

Riportato a randellate l’ordine nella Cabina di Regia, per festeggiare degnamente la nostra primaverile reiunion decido di dedicarmi a un tema su cui da tempo chiedevate il mio parere: il Caso Chiara Ferragni.

Così giusto per preparare il terreno per la serata…

Verbale della sessione del 27/04/2012

Partecipanti:

  • Ada Moretti (Researcher)
  • Alexia Sasson (Researcher)
  • Claudio Biondi (Mentor)
  • Daniele Buzzurro (Researcher)
  • Domenico Polimeno (Technical Committee)
  • Fabrizio Faraco (Researcher)
  • Fabrizio Rinaldi (Researcher)
  • Giovanni Scrofani (Founder)
  • Guido Brescia (Researcher)
  • Maria-Cristina Terenzio (Researcher)
  • Marinella Mana (Researcher)
  • Matteo Pigliapoco (Researcher)
  • Paolo Mulé (Author)
  • Renato Gabriele (Technical Committee)
  • Rosa Cristiano (Researcher)
  • Sabrina Salmeri (Researcher)
  • Vincenzo Bernabei (Researcher)

Ordine del Giorno:

  • Ascesa e caduta delle Twitstar televisive;
  • Cloud Computing;
  • Vento nei Capelli;
  • Frizzi e Lazzi;
  • Varie ed Eventuali.

Svolgimento:

  • Innanzitutto è stata levata una libagione verso gli Account delle Twitstar televisive caduti sul campo della Guerra dei Sogni dopo neppure un paio di stagioni di ostilità. I Ricercatori si sono uniti al cordoglio delle legioni di Vecchiominkia restate orbe di autoscatti al gabinetto dei VIP. L’ennesima affermazione come sofisticati Killer di Twitstar. Sono stati ripercorsi i passaggi della vicenda, godendo di tanti spassosi retroscena noti solo al nucleo più intimo dei Ricercatori.
  • Quindi si è proceduto a divertirsi sulla susseguente emersione di account farlocchi delle Twitstar, immaginandoci le vibrate reazioni dei cultori del furto d’identità sventolanti cartellini rossi digitali.
  • Essendo fresco il lancio di Google Drive ci si è prodotti in ardite analisi dei termini di utilizzo (una pura spoliazione del concetto di proprietà dei propri dati), che costituiscono una sorta di manifesto del servo della gleba digitale… lavora i dati, li affina, li elabora, li archivia, ma tutto è proprietà dei Latifondisti della Cloud… Un nuovo Medioevo Tecnologico, che forse produrrà una Biblioteca di Babele 2.0 in cui solo le Macchine sapranno districarsi.
  • Indi si è analizzato il metodo “Vento nei Capelli” di Paolo Mulè. Consiste in un brillante metodo per non pagare il conto e lasciare comunque una splendida immagine di sé negli altri avventori. In sostanza: si sostiene una conversazione brillante tutta la serata… si ride e si scherza infarcendo la conversazione di frizzi, lazzi e roba da smanettoni… un’ora prima della fine dell’evento ci si alza dal tavolo splendidi e sorridenti, alludendo a improcrastinabili incontri galanti… si inizia a salutare tutti con grande entusiasmo, chiedendo nick di twitter, aggiungendo amicizie su facebook, cerchiando su Google+ anche i camerieri… dopodiché si esce… trascorsi dieci minuti si inizia un’azione di spam via DM su Twitter e messaggio diretto su Facebook con lo stesso accorato messaggio: “OMG sono desolato ho dimenticato di pagare il conto, sono una persona cattiva, bla bla bla“… un masterpiece!
  • Essendo ormai una Comunità Creativa lanciatissima nel mondo del Fashion Blogging, abbiamo diffusamente iniziato ad esaminare perché nerdate assurde come l’informatica, i fumetti di supereoroi, il fantasy, l’horror siano diventate mainstream con gli anni. Siamo quindi giunti alla sconsolata conclusione che è effettivamente vero che in paesi come l’Italia giornalisti, stilisti, designer passano la giornata su internet abbeverandosi di ogni possibile pinzillacchera che venga postata dal solito gruppo di tremila blogger/influencer in cui costantemente si inciampa nella Rete. Tant’è che il sottoscritto è finito in parecchi telegiornali per un’innocente osservazione sulle auto blu…
Il tweet sul meme "Puntuale risposta alle polemiche sull’acquisto di 400 nuove auto blu…" è finito su tutti i TG nazionali
  • Quindi abbiamo ascoltato rapiti la drammatica vicenda di un acclamato social media manager italiano, la cui immagine è stata proditoriamente utilizzata da un noto Topblogger in un libro di quelli che ti insegnano la rava e la fava sul mondo dei social network… Peccato che l’immagine proditoriamente sottratta sia stata utilizzata nella sezione del testo dedicata all’amicizia su Facebook… Così adesso a migliaia hanno inteso che il nostro povero social media manager sia una sorta di versione Facebook di Tom Anderson… ogni giorno il nostro eroe deve declinare migliaia di richieste di amicizia… chi lo ripagherà del suo danno esistenziale digitale?

I temi trattati sono stati davvero troppi per trattarli in un unico nonPOST: rievocazioni del Komunistparty, l’evoluzione delle policy di Facebook per Developpers,  l’estetica del Twittermonument, l’ossessione dei motori di ricerca per la pornografia e i rettiliani (la Genesi non è mai finita), la capacità della politica politicante di ingoiare e digerire la politica digitale, e tante tante tante altre cose…

A fine serata, mentre ilari e felici uscivamo dal locale ci è partito il matto, ci siamo geolocalizzati in massa su Foursquare, intasando la bacheca di Ferrazza (il locale in cui ci eravamo riuniti) di foto di Paolo “Vento nei Capelli” Mulé… e segnalando in massa per incitamento all’odio e violenza la c.d. “foto dell’odio” (un’innocente foto di un drink ritenuta off topic rispetto all’immagine del mitico Paolo)… momenti di delirio digitale…

Nella bacheca di Gilda35 su Pinterest trovate anche qualche sobria foto dell’evento.

Conclusioni

In conclusione miei esimi Ricercatori è stata nell’ennesima buffonesca e splendida serata foriera di innumerevoli e fecondi spunti.

E’ stato un caleidoscopio di suggestioni e ragionamenti.

E’ stato un po’ come abbeverarsi alla fonte dei miei piccoli nonPOST.

Perché in ultima analisi la totalità di quello che scrivo porta dentro di sé le impronte digitali di voi Ricercatori.

Ancora una volta grazie a tutti quelli che erano presenti col proprio corpo biologico e ai Ricercatori che sento sempre vicini col loro corpo elettrico.

Jovanz e il mondo del Fashion Blogging

Che male fanno i giornalisti che scrivono superficialmente di hacking?

ONtro

Esimi Ricercatori questa domanda mi è stata rivolta parecchie volte nel corso degli anni, da ultimo anche da alcuni amici che avevano letto il nonPOST dell’ottimo Benny sul connubio tra media, tette e hacking

La risposta è semplice: moltissimo.

Il fatto che gli articoli in questione compaiano su giornali freepress od online scritti da giornalisti o blogger sottopagati non attenua minimamente le responsabilità della loro azione nefasta.

Mi spiego meglio.

I Superficialoni

Quando un giornalista/blogger (di seguito il Superficialone) tratta di materie connesse all’hacking e più in generale alle nuove tecnologie non fa altro che copia/incollare qualcosa che nella migliore dei casi ha brillantemente tradotto con Google da un sito straniero e nel caso peggiore ha ripreso da un sito italiano tipo “conosco gente, che conosce altra gente che dice che…

Penso che ci siano pochi casi come quello del digitale in cui non si fa nessuna ricerca della fonte: ricordate la foto del monopattino di Wozinak pubblicata dal Corriere? Avete letto sul Sole 24 Ore dell’acquisizione di Starbucks da parte di Apple? Ricordate il Cyberorco responsabile dell’uccisione di Sara Scazzi? Siete tra i pochi fortunati che hanno potuto leggere la prima entusiasta stesura dell’articolo di Ninja Marketing sul Twitter Monument? Vi ricordate quando Anonymous decise di distruggere Twitter? Vogliamo parlare degli scoop delle Iene che intervistano comparse con la maschera di Guy Fawkes? O le interviste di Repubblica frutto di collazione di materiale online?

Mi fermo qui, ma l’elenco delle bufale propinate dai Superficialoni per informazione sarebbe così lungo da richiedere un volume della Treccani.

Informare in questo modo cialtronesco su temi come quelli connessi ad hacking e hacktivismo non fa che mettere frecce nell’arco dell’Autorità. Invece di avviare un dibattito complesso su temi di una rilevanza sociale notevole, si forniscono strumenti a chi vuole rendere internet una sorta di Asilo Mariuccia per adulti.

La maggior parte degli internauti in rete cerca poche cose: pornografia, fashion, prodotti apple. Chiunque abbia un blog minimamente indicizzato dai motori di ricerca se ne rende conto dopo un giorno. Bene, i Superficialoni parlassero di tette, culi, telefonini, mutande da € 200,00 e borsette da € 1.500,00… Otterranno migliaia di contatti e i loro Editori saranno felici.

Applicare una logica di broadcast a fenomeni come l’hacking, oltre ad essere non etico produce risultati devastanti. Nel pubblico si crea questo “gusto” secondo cui l’hacker è un criminale, un esempio di devianza sociale da abbattere, nel migliore dei casi un autistico che andrebbe curato.

Quando un giornale online o cartaceo pubblica le pudenda di Scarlet Johansson, lo fa solo per ottenere migliaia di contatti/copie vendute a un pubblico di uomini afflitti dal “vizio del solitario”… Peccato che grazie alla copertura massiva che danno alla notizia poi l’Autorità si senta in dovere di dare l’ergastolo all’hacker che ha rubato la foto, col pieno plauso del pubblico pagante.

I provvedimenti che prende l’Autorità così brillantemente supportata dai Superficialoni alla fine levano spazio alle Comunità Hacker internazionali. La chiusura dei siti che illustrano le tecniche di hacking e dei siti per il testing di quelle stesse tecniche, l’infiltrazione nei Chan, alla fine vanno a nocumento dell’intera Comunità.

A tutti piace osannare gli hacktivisti dei paesi del Terzo Mondo, quando cercano di utilizzare le nuove tecnologie per ribellarsi alle dittature. Bene, se quegli stessi hacktivisti non trovassero in siti “occidentali” risorse di rete per addestrarsi all’uso delle tecniche di hacking, sarebbero completamente impotenti.

Ma, parliamoci chiaro, non è che ai Governi occidentali i summenzionati hacktivisti stiano molto più simpatici dei loro oppressori: meglio una democrazia esportata con ogni mezzo necessario, che le incertezze dei processi di autodeterminazione dei popoli innescati dalle nuove tecnologie.

Conclusioni

Concludo, miei esimi Ricercatori, ribadendo che continueremo sempre a spernacchiare le assurdità propinate da informazione su temi delicati come questi.

Il Sottoscritto non è un hacker, né un fan dell’hacking senza se e senza ma. Come ho ribadito più volte ritengo che l’hacking sia un importante fenomeno, che richiede studi particolarmente attenti. Sotto il profilo politico l’hacktivismo è forse l’unica idea realmente nuova e rivoluzionaria dai tempi dell’invenzione della democrazia rappresentativa e tutte le nuove idee richiedono tempo e un ambiente serio per crescere.

Comunque nel sito a fianco vendono scarpette Prada indossate da modelle nude, che giocano con l’ultimo modello di iPad…

Le Grandi Storie Italiane: Il Pecorino Doggy Style

ONtro

Il meme con cui ho lanciato la notizia

Esimi Ricercatori mi sembra d’uopo avviare un momento di pacata riflessione su una delle Grandi Storie Italiane svoltasi qualche giorno addietro: la saga del Pecorino “Doggy Style”.

Si è scritto di tutto su questa mirabolante vicenda (su tutti consiglio “Doggy Style”: il formaggio “pecorino” secondo il Ministero dell’Istruzione di Antonio Lupetti), ma essendo stato uno dei suoi massimi divulgatori ritengo giusto spenderci un minuto di raccolta meditazione.

Riassumo in breve la vicenda per quei pochi Ricercatori che non l’hanno potuta ammirare nel suo divenire… Qualche giorno addietro appare sul sito del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) un bando per assegni di ricerca dell’Università di Firenze per uno studio di Zootecnia avente ad oggetto: “Dalla Pecora al Pecorino – tracciabilità e rintracciabilità di filiera nel settore lattiero caseario toscano”… Ovviamente per adire ai Fondi UE, in ossequio alle Direttive Comunitarie ecc ecc… il bando era bilingue… E il geniale estensore ha tradotto l’oggetto del bando in: “From Sheep to Doggy Style”, che ritradotto dall’inglese suonerebbe tipo “dalla pecora alla pecorina” intesa come la posizione sessuale c.d. more ferarum

Ovviamente in Rete ci siamo sbizzarriti in frizzi e lazzi per stigmatizzare la vicenda, cui ho dedicato anche qualche affettuoso meme su Scemenziario…

Tuttavia passato il momento della risata, mi sembra opportuno esprimere un paio di considerazioni…

Premetto che non voglio fare di tutte le erbe un fascio e che non voglio prendere ad esempio un caso isolato, per renderlo un archetipo dello stato della ricerca in Italia… Tuttavia ritengo che certi errori grossolani rappresentino talvolta la punta di un iceberg di vaste problematiche irrisolte, che non possono essere liquidate con le simpatiche battute contenute nella replica del MIUR “Le sviste di un infallibile Ministero”.

Idolatria del Traduttore

Innanzitutto trovo assolutamente esilarante che dipendenti del MIUR abbiano una così scarsa conoscenza della lingua inglese ed utilizzino in modo così poco accorto il Traduttore di Google. L’episodio la dice lunga sulla conoscenza della lingua inglese in Italia. In ogni settore della Pubblica Amministrazione e del privato si fa un utilizzo massivo e automatico del Traduttore.

La cosa francamente mi lascia sconcertato. Più di una volta negli ambiti a me più cari (informatica e videogame) ho trovato anche su testate prestigiose, articoli che erano la pedissequa traduzione googlata di articoli di Wired, Techcrunch, Mashable e soci… Con conseguenti sfondoni spesso esilaranti.

Se questo atteggiamento di pigrizia mentale dilaga fino ai ranghi più alti dell’insegnamento, allora c’è qualcosa che davvero non va.

Un proverbio ceco, che mi è sempre piaciuto da morire, dice: “Impara una nuova lingua e avrai una nuova anima”.

Penso che l’utilizzo insano e massivo dei traduttori ci stia impoverendo un po’ tutti, privandoci di tante anime possibili.

Controllo

Magari il Ricercatore del pecorino/doggy style ascoltava i NO FX…

Per anni Docenti e Studiosi ci hanno ammorbato con la retorica delle “Eccellenze” costrette a una inopinata “Fuga di Cervelli” all’estero, perché in patria non trovano adeguati sbocchi professionali… Poi ti ritrovi strafalcioni come questo…

E di esempi di strafalcioni in ambito universitario è pieno il web.

Il problema non è rappresentato dall’eccessiva attenzione che gli internauti riversano su ciò che leggono in Rete, ma dalla scarsità di attenzione da parte di chi è preposto al controllo di quanto viene pubblicato.

Spesso vengono accusati gli internauti di fare le pulci a quanto pubblicato dalle Pubbliche Amministrazioni (Tunnel Gelmini docet)… il problema è diametralmente opposto…

Gli internauti , come categoria dello spirito non esistono. Sono solo comuni cittadini che navigano su internet… comuni cittadini che pagano una quantità abnorme di tasse per tenere in piedi un apparato statale elefantiaco… comuni cittadini che pretendono semplicemente che l’enorme massa di pubblici dipendenti preposti a scrivere, controllare e pubblicare documenti su internet svolgano diligentemente il proprio lavoro.

Tutto qui.

Conclusioni

Come concludere questa Grande Storia Italiana?

Esimi Ricercatori poco da dire: non facciamoci rubare l’anima dai traduttori di Google e continuiamo a svolgere diligentemente il nostro ruolo di castigatori della Pubblica Amministrazione…

Un giorno non lontano avremo funzionari attenti e documenti scritti in modo decente…

OppureNO.

Poscritto

Mi ha fatto notare il sempre ottimo Benny Contromano che ho omesso di citare la sua mail di trolling ai danni del MIUR, di cui di seguito vi riporto l’estratto…

Mi chiedo se Benny non avesse mandato l’analogica mail si sarebbero accorti dell’errore?

Probabilmente chiusi nei loro studioli no.

I miei inviti per Volunia Plus!

ONtro

"Cosa cercano i giornalisti de La Repubblica su Volunia" da Scemenziario

Esimi Ricercatori, come sapete lunedì è stato presentato Volunia, il nuovo motore di ricerca italiano sviluppato da Massimo Marchiori il padre del celeberrimo algoritmo che ispirò Larry Page e Sergey Brin  nello sviluppo della versione iniziale di Google…

Le aspettative erano semplicemente stratosferiche e attorno alla nuova homepage della versione beta del nuovo motore di ricerca accorrevano orde di appassionati di digitale pronti a registrarsi come beta tester…

Great Expectations

Adoro questa idea meravigliosamente naif e tutta italica secondo cui il successo di un prodotto è legato all’idea geniale di chi l’ha concepita… Quasi che dietro Google non ci siano stati anni e anni di sviluppo da parte di staff elefantiaci, quasi che Facebook continui ad essere sviluppato nel campus di Harvard, quasi che alla Apple ancora lavorino artigianalmente nel garage dei genitori di Wozniak… Quando si parla di digitale nella vulgata italiana è tutto un fiorire di geni solitari, stile “Professore Pazzo”, che vincono grazie alla potenza delle proprie idee… Guai a immaginare che dietro una storia di successo ci sono staff sterminati di informatici, investitori, apparati economico industriali… Tutto è merito del “Genio”…

Ovviamente il professor Marchiori rispondeva alla perfezione alle aspettative degli “Affabulatori Digitali”, pertanto finalmente l’Italia si sarebbe imposta nel panorama digitale internazionale col suo motore anti-Google…

Come ogni grande aspettativa che si rispetti anche quella di Volunia è rimasta abbastanza delusa, un po’ per una serie di disavventure in cui è incappato il professore nel presentare la sua creatura, un po’ per le aspettative troppo elevate riposte sul prodotto…

 Il nuovo Geocities è social!

In questo video del Sole 24 Ore si può assistere alla presentazione che il professore ha fatto di Volunia, invero molto sobria (quanto ci piace questo aggettivo in questi giorni!) e direi quasi umile… Personalmente da quel che ho visto è esattamente l’idea che avevamo negli anni ’90 di come doveva essere un motore di ricerca: un incrocio tra Geocities (ve lo ricordate?) e Simcity (ah la visuale isometrica!)….

Ovviamente di acqua ne è passata sotto i ponti, il web è un tantinello più complesso di allora, i nostri gusti si sono un po’ affinati, così una sensazione di epicFAIL ha iniziato a serpeggiare ovunque, ma soprattutto sul nostro amato Twitter…

Invece per quella tipica anomalia tutta italiana su Facebook la relativa fanpage esplodeva con 20.000 like in una manciata di ore!

Un esperimento Social

Così lunedì, leggendo la fiumana di invocazioni sul Fallimento Epico di questa avventura italiana, mi sono deciso a manifestare il mio sdegno!

Com’era possibile che tutti si limitassero a commentare la presentazione senza millantare di aver già messo le proprie manine pacioccone sull’anti-Google… Nei bei tempi del Twitter che fu, noi utenti millantavamo ogni genere di iperbolica conoscenza digitale: ho fatto gli script di Zuckerberg alle elementari, Brin m’ha copiato l’algoritmo, Page mi rubava le caramelle, Twitter l’ho scritto io si chiamava Cinguettio, sto provando la beta di Facitter…

Troppa sobrietà! Troppo vociare attorno all’epic fail! Dovevo intervenire! Dovevo toccare con mano se era davvero un prodotto così schifoso…

Così ho pubblicato un po’ di messaggi provocatori, per preparare il terreno…

Infine, prima di andarmene a dormire, ho lanciato la bomba: ho inventato Volunia Plus un fantomatico social network del neonato motore di ricerca… Della serie voi ad arrabattarvi per la beta del motore, io già gioco con la sua futura implementazione… Un piccolo e tipico concentrato di millanteria e spocchia geek…

Francamente mentre ronfavo beatamente non potevo immaginare cosa stava succedendo… D’improvviso (tipo nell’arco di 5 minuti) sono stato seguito da una plotone di nuovi followers… a decine mi hanno chiesto di essere segnati come beta tester… ho ottenuto decine di indirizzi e-mail… la mia casella dei messaggi diretti di Twitter è esplosa… e per fortuna che tutti lo schifavano questo Volunia!

La cosa divertente è che ci sono cascati un po’ tutti: giornalisti, social media expert, professori, chi più ne ha più ne metta… Così umilmente il mattino dopo ho chiesto venia…

Conclusioni

Esimi Ricercatori, che dire? Com’è tipico nel panorama digitale italiano tutti amiamo esprimere pareri lapidari su prodotti che neppure conosciamo, o avventurarci in ardite elucubrazioni tecniche dopo qualche scorrazzata su una pagina ancora in costruzione… Volunia è una start up italiana, con tutti i limiti che ci affliggono…
Quando ascolto un talk italiano sui nuovi media sono un pendolo tra la narcolessia e la nausea…. I difetti del Professore degli Algoritmi sono i difetti di una intera generazione, che non sa parlare in modo entusiasmante dei propri prodotti… E non ci stupiamo che poi dall’estero non vengono a investire dalle nostre parti…
Comunque spero che Volunia si sviluppi e cresca e giuro che se mi capita sotto mano qualche invito a Volubook o Twitternia ve lo giro subito… Intanto sono contento che Volunia sta dando grandi soddisfazioni ai giornalisti di Repubblica che non sono rimasti con le mani in mano
E il professor Marchiori si sbrighi a dare sostanza alla sua creatura, perché come segnalato dall’amico Raffaele Gaito, esiste già “Piattola” l’anti-Volunia…

Palazzochigi: fake, furto di identità o impersonificazione? | Fanpage

Twitter ha chiuso l’account @Palazzochigi su segnalazione dell’on. A. Sarubbi e comuni utenti. L’accusa? Generare confusione con un ipotetico account ufficiale del sen. M. Monti. Sorge spontanea una domanda: quali sono i limiti del “diritto di satira” nel web 2.0?

Il giorno 20 novembre 2011, Twitter ha chiuso l’account @Palazzochigi, che nelle scorse settimane aveva suscitato un vivace dibattito tra le varie comunità virtuali che animano la scena italiana del noto social network.

@Palazzochigi era attivo dal 2009 e proponeva una sorta di parodia di un ipotetico account ufficiale della Presidenza del Consiglio. Per l’evoluzione delle vicende legate a questo account rimando a questa cronaca semiseria estremamente esaustiva: “Palazzo Chigi con serietà e sobrietà“. Partendo da questa sintesi di tre anni di attività possiamo così riassumere le caratteristiche salienti di @palazzochigi:

L’account parodiava dapprima lo stile “rassicurante” dell’on. Silvio Berlusconi, successivamente quello “sobrio” del sen. Mario Monti.
A una lettura superficiale sembrava che i due Presidenti avessero preso il controllo diretto dell’account con il quale fornivano una sorta di strampalata “diretta” della propria giornata.
Il lettore più avveduto avrebbe notato come lo stile dell’account fosse assolutamente in controtendenza con la presenza online dei politici italiani i quali di norma affidano a appositi uffici stampa i propri account Twitter, usati come una sorta di generatore di micro comunicati stampa in 140 caratteri, privi di qualsiasi interazione col pubblico.
L’account utilizzava la tecnica stilistica del c.d. “refrain“. E’ un tipo di satira, molto usata presso i popoli anglosassoni, in cui la stessa “parola d’ordine” cara all’establishment in un dato frangente (es. Austerity) viene ripetuta in modo ossessivo in ogni contesto possibile, per evidenziarne la natura grottesca.
Proponeva una immedesimazione del potere non col nome del Presidente pro tempore (es. @silvioberlusconi o @mariomonti), né con la carica da questi ricoperta (es. @presidenzadelconsiglio e varianti), ma col luogo fisico del “Palazzo”. Ciò con lo scopo di evidenziare in modo sottile l’elemento di continuità che lega qualsiasi Presidenza del Consiglio a prescindere dal suo colore politico, segnalando come il “Palazzo” sia qualcosa di autonomo rispetto alle persone fisiche che lo occupano. Tuttavia, pur rimanendo inalterato il nickname @palazzochigi, nella sua ultima incarnazione venivano utilizzati come nome e cognome dell’account e come avatar quelli del sen. Mario Monti.
A livello qualitativo la satira proposta dall’account era molto sottile (forse troppo), proponendosi come un esempio molto anglosassone di satira dadaista (con Gilda35 ho sempre fatto satira dadaista di tipo continentale esuberante e chiaramente provocatoria). La satira dadaista anglosassone estremizza il concetto di impersonificazione parodistica (v. oltre), fondamentalmente prendendo sul serio lo scherzo e non andando mai fuori personaggio (un esempio su tutti il mitico The Colbert Report).
Quando @palazzochigi impersonava l’on. Silvio Berlusconi (talvolta creando anche buffi “incidenti internazionali”) tutti avevano chiara la natura satirica dell’account, purtroppo invece quando l’account iniziò a impersonare il sen. Mario Monti molti utenti caddero in errore credendolo l’account ufficiale del Presidente.

La circostanza generò tre distinti fronti di protesta verso l’account @palazzochigi:

da un lato l’on. Andrea Sarubbi del Partito Democratico, molto attivo su Twitter con le sue dirette da Montecitorio (c.d. #opencamera) su segnalazione di alcuni utenti ha proceduto a segnalare a sua volta la questione alle Polizia Postale, al fine di verificare se ricorressero fattispecie di reato (il c.d. “furto di identità“);
dall’altro alcune comunità virtuali di c.d. influencers (opinion leader dei social network) hanno proceduto a segnalare l’account a Twitter, per violazione delle policy in materia di impersonificazione sulla base dell’assunto che si trattasse di un “fake” (un account falso) del sen. Mario Monti, suscettibile di indurre in confusione l’utente (v. QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE @PALAZZOCHIGI);
infine alcuni blogger hanno prodotto articoli vari articoli di critica verso l’account, tra i tanti segnalo quello di Claudia Vago “Se Palazzo Chigi sbarca su Twitter ma non è quel Palazzo Chigi“, invocando in sostanza un’autoregolamentazione del profilo emendando gli elementi maggiormente controversi.
Premetto che rispetto tutti i punti di vista possibili sulla questione, ma detesto la pratica della chiusura degli account, specie quando viene effettuata senza la necessaria trasparenza. @Palazzochigi è stato chiuso su richiesta della Polizia Postale, perché era stata ravvisata una fattispecie di reato? E’ stato chiuso cautelativamente dallo staff di Twitter perché la Polizia Postale aveva aperto un fascicolo contro ignoti? E’ stato chiuso automaticamente da un software (c.d. BOT) di Twitter per via dell’accumulo delle segnalazioni di violazione delle policy da parte degli utenti?

Basterebbe un piccolo comunicato stampa o addirittura un tweet dello staff di Twitter per chiarire la questione. Tuttavia anche questa volta ci troviamo di fronte al solo fatto materiale della chiusura.

Ritengo però opportuno seguire l’invito espresso dall’on. Andrea Sarubbi in un lungo e interessante tweet, a parlare in merito alla “differenza tra la libertà di espressione e l’assenza di regole“.

Per farlo ritengo tuttavia necessario stabilire la natura di @palazzochigi.

In primis domandiamoci: @palazzochigi è un fake?

Ho affrontato diffusamente la figura “etnografica” del fake in un apposito post di Gilda35, rimando pertanto all’articolo “Se questo è un Fake” per un’analisi più compiuta su detta modalità di approccio alla Rete.

Qui posso ribadire che il fake si pone come la simulazione coerente di una personalità differente da quella reale dell’utente. L’esempio classico è quello del nerd smanettone che prende in giro gli altri utenti fingendo di essere una top model ninfomane. Spesso i fake sono frutto di una costruzione molto articolata con tanto di simulazione di una intera vita sociale virtuale.

Pertanto gli account ufficiali di aziende, account collettivi, sperimentazioni varie non sono classificabili propriamente come fake.

I tweet postati da @PalazzoChigi non erano propriamente quelli di un fake, in quanto non c’era alcuna pretesa di attendibilità, né la creazione di una personalità articolata, né interazione con gli altri utenti. Era chiaramente un account privo di una “psicologia personale” e pertanto non può essere qualificato come fake.

Personalmente, poi, non riesco a immaginarmi il vero sen. Mario Monti che col proprio smartphone fa la cronaca dei propri pasti frugali e delle proprie austere giornate di lavoro. Ma magari manco di immaginazione.

Allora @Palazzochigi ha commesso il reato di “Furto d’identità”?

Precisazione fondamentale: quella del c.d. “furto di identità” è una fattispecie di reato elaborata in via interpretativa dalla Corte di Cassazione , partendo dal reato di “sostituzione di persona” (art. 494 Codice Penale). La Cassazione in una celebre sentenza ha così configurato in ambito informatico la sostituzione di persona , ovvero il c.d. “furto di identità“:

“E’ configurabile il reato di sostituzione di persona nel caso in cui si apra un account di posta elettronica intestandolo al nome di altro soggetto, comportando ciò l’induzione in errore non tanto nell’ente fornitore del servizio quando dei corrispondenti i quali si trovano ad interloquire con persona diversa da quella che ad essi viene fatta credere. (Cassazione Penale, Sezione V 08-11-2007 sentenza n. 46674)
Peraltro la sostituzione di persona così viene definita dal codice penale:

Art. 494 Sostituzione di persona: Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un anno.
Una più compiuta definzione non derivata per via interpretativa del “furto di identità” è fornita dal decreto legislativo n. 64 dell’11 aprile 2011, in materia di prevenzione di frodi nel credito al consumo:

1. Ai fini del presente decreto legislativo per furto d’identità si intende: a) l’impersonificazione totale: occultamento totale della propria identità mediante l’utilizzo indebito di dati relativi all’identità e al reddito di un altro soggetto. L’impersonificazione può riguardare l’utilizzo indebito di dati riferibili sia ad un soggetto in vita sia ad un soggetto deceduto; b) l’impersonificazione parziale: occultamento parziale della propria identità mediante l’impiego, in forma combinata, di dati relativi alla propria persona e l’utilizzo indebito di dati relativi ad un altro soggetto, nell’ambito di quelli di cui alla lettera a)”.
Comunque anche estremizzando i contenuti delle norme e della sentenza citate gli unici appigli per ipotizzare un furto di identità da parte di @palazzochigi sarebbero stati: il rimando nella biografia dell’account Twitter al curriculum vitae pubblicato sul sito della Presidenza del Consiglio, la foto dell’avatar, la spendita del nome e del cognome del senatore.

Tuttavia i tre elementi testé citati vanno messi in relazione con:

i messaggi parodistici di @palazzochigi, con il loro ossessivo rimando alla frugalità e all’austerità incompatibili con un utilizzo meramente accorto di un account ufficiale;
l’adozione di un nickname che rimanda al Palazzo e non all’istituzione né alla persona del Senatore;
l’assenza del c.d. twitbon (una sorta di sigillo che si appone sull’avatar) di utente verificato da Twitter;
la mancata inclusione nella sezione Politica degli Utenti Consigliati da Twitter, che censisce la totalità dei politici di maggior spicco presenti sulla propria piattaforma.
Gli ultimi due elementi, in particolare, sono essenziali perché si possa asserire che @palazzochigi si sia posto verso l’utenza come l’account ufficiale del sen. Mario Monti. @PalazzoChigi era una delle migliaia di parodie che circolano su Twitter su nostri politici, balzata agli onori della cronaca solo per l’elevato numero di follower raggiunto.

Ma soprattutto manca un elemento essenziale per configurare l’ipotesi di reato: il fine di procurare all’autore dell’account un vantaggio o un danno agli altri utenti.

E’ di tutta evidenza che l’account non rispondeva agli utenti che cercavano di interagire, né li dirottava verso qualche sito di phishing (frodi informatiche) e neppure verso siti commerciali.

Pertanto non resta che classificare @palazzochigi come “impersonificazione parodistica”, pratica peraltro espressamente consentita dalle policy di Twitter con i seguenti limiti:

L’impersonificazione si verifica quando qualcuno fa finta di essere un’altra persona o azienda ai fini di intrattenimento o per raggirare. L’impersonificazione diversa dalla parodia costituisce una violazione delle Regole di Twitter. I criteri per definire parodia sono i seguenti: “l’utente medio sarebbe in grado di comprendere che si tratta di uno scherzo?” Un account può essere ritenuto responsabile di impersonificazione se confonde o raggira gli altri – o se ha un chiaro INTENTO di confondere o di raggirare e in tali casi potrebbe venire definitivamente sospeso. (estratto da “Che cos’è l’impersonificazione?” dal Centro Assistenza di Twitter).
Le impersonificazioni parodistiche sono molto utilizzate negli USA e in Gran Bretagna: in sostanza sono delle interpretazioni di un VIP (per lo più un politico) atte ad evidenziarne gli aspetti grotteschi tramite l’estremizzazione di alcuni aspetti del linguaggio da questi usato. E’ un particolare tipo di satira molto in voga, sebbene poco nota al grosso pubblico in Italia.

In particolare @palazzochigi aggiungendo in modo ossessivo a qualunque frase richiami alla frugalità, alla sobrietà e all’austerità aveva lo scopo evidente di fare satira sul concetto di Austerity parecchio in voga in questo frangente.

In sostanza una impersonificazione parodistica ha lo scopo tramite una piccola mistificazione, palese ad una lettura più attenta, di demistificare alcune presunte “verità” circolanti presso l’opinione pubblica.

Era chiaro l’intento di confondere o raggirare il prossimo da parte di @palazzochigi? Alla luce delle considerazioni di cui sopra direi proprio di no.

Concludo ritenendo che a mio avviso @palazzochigi non andava chiuso in quanto si era mosso nei limiti di Legge e nel rispetto delle policy di Twitter esercitando quel particolare tipo di libertà d’espressione rappresentato dalla c.d. “impersonificazione parodistica” . @Palazzochigi presentava degli elementi che potevano tuttavia indurre gli utenti meno accorti in confusione, ma la cosa era risolvibile tramite un invito da parte dello staff di Twitter a modificare la biografia dell’account.

Non ero né tra gli autori (come sostengono alcuni), né tra i fan di @palazzochigi, tuttavia la sua chiusura per le modalità con cui è stata effettuata mi infastidisce molto.

In ogni caso…

Se @palazzochigi è stato chiuso per via di una mera segnalazione (l’on. Andrea Sarubbi non parla di denuncia) alla Polizia Postale, siamo di fronte a un’applicazione abnorme della Legge.

Se @palazzochigi è stato chiuso in via cautelativa da parte dello staff di Twitter sarebbe stato più opportuno un invito al cambio della biografia e/o un comunicato (anche breve) di chiarimento.

Se @palazzochigi è stato chiuso in via automatica per accumulo di segnalazioni, invito Twitter a rivedere questa “policy meccanica“, perché domani comunità virtuali di troll e lamer potrebbero utilizzare la cosa contro qualunque bersaglio.

Così ci troviamo di fronte al mero elemento materiale della chiusura, senza possibilità di capire appieno la vicenda. Prendiamo atto, consapevoli che è stata chiusa una piccola voce dissenziente rispetto al coro unanime in favore del nuovo Governo, spianando la strada a chi parla più o meno scherzosamente di “golpe mediatico” e di “doppiopesisimo”. In tempi di globalizzazione del “pensiero“, mantenere viva qualche piccola voce dissenziente sarebbe segno di lungimiranza e di sana ecologia intellettuale.

Certe volte l’applicazione del buonsenso sarebbe più opportuna del ricorso a leggi e policy varie.

via Palazzochigi: fake, furto di identità o impersonificazione?

Tu non sei il tuo account di Google Plus

Il garbatissimo Freccione Azzurro di Google Plus, quanta eleganza, che garbo!

+Tu

Esimi Ricercatori, come sapete oggi Google Plus chiude la fase beta e si apre a tutti i possessori di un account G-mail di posta elettronica.

Lo sapete, perché la totalità dei blog di tecnologia parla di questo fatto, in una gara compulsiva alla scalata del ranking dei risultati restituiti dall’algoritmo Panda di Google.

Lo sapete perché vi siete collegati a Google, per cercare qualcosa e accanto alle solite chart (news, reader, mail, ecc..) avete trovato una discretissima frecciona azzurra che indicava una chart dal titolo inquietante: “+Tu”.

Comprendo, miei esimi, che nel delirio tecnologico, in cui vivono le appendici biologiche di Tecnonucleo la cosa sia naturale…

Tu sei i contenuti che infili nel pancione di Google Panda e che lui vomita agli altri utenti…

Tu sei le cerchie di familiari, amici, contatti, colleghi, emeriti sconosciuti, stalker, lurker, fake, troll, che ti consentono di arrivare a quei millemila “seguaci”, che ti faranno diventare una Gstar…

Tu sei le foto di te, dei tuoi cari, del tuo mondo che appiccichi in rete…

Tu sei ciò che condividi, riposti, copi/incolli…

Tu in ultima analisi sei ciò che alimenta Google Panda…

Tu sei ciò che gli consente a Google Panda di mirare e affinare i risultati…

Tu sei ciò che consente a ADsense di Google di produrre banner pubblicitari sempre più precisi e performanti…

Tu sei ciò che consente a Google di fatturare 30.000.000.000 di dollari…

Miei esimi, mi auguro proprio di no.

Mi auguro decisamente che la vostra esperienza di vita non si riduca al vostro account di Google Plus.

Altrimenti gli scienziati la finissero con gli studi sui computer quantici: le Intelligenze Artificiali esistono già, siamo noi.

E non sembriamo neppure così intelligenti.

Not Google Plus

Aggiornamento del 22/09/2011, non faccio in tempo a scrivere questo nonPOST, miei esimi Ricercatori, che quei mattacchioni di College Humor producono il video che meglio riassume la mia posizione sulla proliferazione dei Social Network: “Not Google Plus”…

Che dire guardatelo e contribuite anche voi alla creazione della prima Rete di Asocial Networking…

Eric Schmidt e le crisi di identità di Google+

Eric E. Schmidt, Chairman and CEO of Google In...
Image via Wikipedia

ONtro

Esimi Ricercatori, come sapete sono un fan dell’uso di pseudonimi e ritengo che l’utilizzo di identità molteplici sia uno degli strumenti migliori a nostra disposizione per esprimere al meglio tutte le sfaccettature della nostra Personalità. Pertanto mi hanno davvero colpito le affermazioni di Eric Schimdt, il Presidente di Google, riportate da Mashable in un articolo eloquente sin dal titolo: “Eric Schmidt: If You Don’t Want To Use Your Real Name, Don’t Use Google+”. Si può dire tutto di Eric Schmidt, non che non sia una persona schietta. Nella stucchevole empatia del Web 2.0 pochi avrebbero il coraggio di dire: “Se non vuoi usare il tuo nome reale, non usare il mio Social Network”.

Come dire se non vuoi fare incidenti automobilistici vai a piedi, se non vuoi divorziare non ti sposare, se non vuoi vomitare non mangiare.

Mica te l’ha prescritto il medico di gironzolare nei Social Network.

Ineccepibile.

OppureNO.

Chi ha paura dello pseudonimo?

Nello scorso fine settimana Eric Schmidt, l’uomo che ha mostrato i denti ai Potenti del G8 (v. I Temi di Tendenza e le policy ombra di Twitter), ha dichiarato in risposta alle polemiche sollevate nelle scorse settimane dai blogger statunitensi che il nuovo rutilante Social Network made in Google è senza mezzi termini un “identity service”. Più chiari di così.

Il Presidente di Google rispondeva a numerose polemiche emerse con riferimento al fatto che Google+ è strutturato per disincentivare l’utilizzo di nickname o pseudonimi, mettendo in crisi gli amanti di tale pratica come il sottoscritto e chi “per motivi di sicurezza personale” vuole mantenere celata la propria identità.

Ovviamente mi sento anch’io di associarmi a Schmidt nel dire che se hai problemi di sicurezza personale (tipo sei un testimone sotto copertura) che cosa ci vai a fare sui Social Network…

Ma ritengo che siano casi davvero marginali e, ad essere onesto, ne ho le tasche piene di questa retorica del “bisogna utilizzare ad ogni piè sospinto la propria identità reale se no i Troll e i Fake distruggerebbero la Rete e gli Utenti Buoni ne morirebbero”

In primo luogo perché, come asserito altre volte, i fenomeni peggiori di trolling sono nati col Web 2.0 ed esplosi nei Social Network. Quella che in precedenza era l’arte di sbeffeggiare bolsi rituali digitali è diventata la furia di una folla in tumulto.

In secondo luogo perché questa rincorsa alla distruzione dello pseudonimo non è palesemente ispirata da ragioni umanitarie.

Mi sono reiteratamente espresso a favore dello pseudonimo in interviste (v. “Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google”) e interventi dal vivo (v. “Twitday 1.0: #JM10”). Sotto il profilo espressivo lo pseudonimo consente di liberare notevoli energie creative altrimenti inespresse. Come dissi a suo tempo:

Il nome reale esprime l’identità, ciò che siamo per il gruppo sociale cui “apparteniamo”, è l’ortodossia alla propria famiglia, al proprio lavoro, al proprio credo politico o religioso. Al contrario, il nickname è l’eterodossia da se stessi, è la possibilità di stancarsi di essere soltanto questo piccolo ego limitato. È espressione delle libertà contenute nella personalità (intesa come nel latino “persona” = maschera), tanto ampie da ammettere la contraddizione e la liberazione da se stessi.

Inoltre come vecchio smanettone mi sorgono ulteriori considerazioni di carattere “tecnico”.

Se nel web 1.0 avessero chiesto a noi sparuti internauti di fornire nome e cognome, per accedere a un servizio saremmo inorriditi. La privacy quando vent’anni addietro è nata la Rete era qualcosa di assolutamente sacro. L’anonimato era inoltre vissuto, come l’occasione di ripartire da zero in una sorta di Stato di Natura. Non contava chi tu fossi nella vita reale, contava ciò che realizzavi in Rete. Lo pseudonimo era un modo per creare un sistema di “riconoscimento” che prescindesse da poteri economici, politici, religiosi, ideologici.

E’ evidente che noi vecchi nerd smanettoni abbiamo perso.

Il web 2.0 è un inno alla nostra sconfitta.

Ovunque è richiesto nome, cognome ed email.

Persino per giocare online (v. Battlenet di Blizzard) tra poco ci vorranno codice fiscale e tessera sanitaria…

La motivazione non è quella di contrastare il trolling, che insisto è più forte e deleterio ora, di quando in quattro gatti ci conoscevamo solo attraverso pseudonimi. Le motivazioni principali sono due: una di ordine economico, l’altra di ordine “politico”.

Sotto il profilo economico,manco a dirlo, vale oro avere la disponibilità di una Banca Dati contenente (vado in ordine sparso): nome, cognome, indirizzo, geolocalizzazione degli spostamenti, preferenze sessuali, orientamento politico e religioso, preferenze in materia di beni e servizi, grado di alfabetizzazione informatica (a quello serve l’indirizzo e-mail non altro), composizione del nucleo familiare, articolazione delle Comunità Online di appartenenza, numero di carta di credito, numero di telefono, ecc… Con un Social Network si può costituire una banca dati di centinaia di milioni di dettagliatissimi profili individuali, che per chi si occupa di marketing valgono oro quanto pesano.

Non a caso una delle attività più redditizie per i cracker di mezzo mondo è rubare profili Facebook (v. ad esempio “Ruba un milione mezzo di profili su Facebook e li mette in vendita” del Corriere della Sera). Al riguardo piuttosto che concentrare l’attenzione su chi “vende” queste informazioni, mi preoccuperei di chi le “compra”, che è a mio modestissimo avviso molto più pericoloso. Se non esistesse la “domanda”, non esisterebbe l’offerta.

Sotto il profilo “politico” spingere gli utenti ad utilizzare il proprio nome e cognome nei Social Network è un modo di rinforzare quelle dinamiche di cyber polizia già descritte in “Bombe alla Crema”, sempre più ostili verso la c.d. “utenza pulita”. Come potrete agevolmente notare sia su Twitter, che su Facebook i pareri più “forti” politicamente sono sempre espressione di persone che agiscono sotto pseudonimo o con fake clamorosi.

Per le Polizie Postali, tramite l’indirizzo IP e web-spiders e banche dati messe volontariamente a disposizione dalle stesse Multinazionali del Digitale, è possibile risalire agevolmente all’identità di chi commette reati in Rete. Non fa alcuna differenza l’utilizzo di uno pseudonimo o di un nome reale. Tuttavia incombono quelle motivazioni di “buon vicinato” dettate dalla necessità di mantenere una deregulation della Rete, funzionale a generare profitti per l’Oligopolio Digitale… Pertanto meglio che tutti si agisca con “nome e cognome” per rafforzare la percezione di trovarsi un Panopticon e limitare i danni di immagine dettati dalle “insurrezioni digitali”, che tanto hanno preoccupato il G8…

Se sai di essere osservato, ti controlli da solo.

Se sai di essere osservato con nome e cognome ti controlli due volte.

A meno che tu non sia un autolesionista come certi Missionari 2.0, ma questa è un’altra storia…

Conclusioni

Ovviamente su Google+ non ho neppure cercato di utilizzare uno pseudonimo.

Persino su Twitter ormai appaio col mio nome reale.

Dovessi dimenticarmi per un solo istante che sono Giovanni Scrofani: avvocato, marito, padre, cattolico abbastanza praticante, apolitico praticante, giurista d’impresa e a tempo perso nonBLOGGER.

In Tecnonucleo sei libero.

Sei libero di essere come una pagina Facebook, o Google+: un insieme di contatti, di posti in cui sei stato, di cose che hai fatto, di preferenze.

E un giorno le Macchine avranno una “personalità” identica alla nostra, forse perché questa si va comprimendo ogni giorno.

Per fortuna che c’è Eric Schmidt a sbatterci la verità sui denti: i Social Network sono “identity service”.

Fake Plastic Trolls pt. 1 – Se questo è un Fake

“Pay no attention to that man behind the curtain.”
The Wizard of Oz, 1939

ONtro

Esimi Ricercatori, il titolo di questo nonPOST è preso pari pari dall”ultima puntata del Web Radio Show “Hole of Ass”  degli amici Vitellozzo e Fourthalf, che è stata dedicata al fenomeno di Fake e Troll su Twitter…

La puntata ha tratto spunto da un triste caso di cronaca twittera che ha visto un’aspirante Twitstar di una Comunità Online molto agguerrita del Nord Italia essere presa di mira per giorni da un fake che l’ha trollata senza alcuna pietà… Salvo poi (da quanto ho capito) essere stata salvata dal provvido intervento della propria Comunità Online, che si è erta a baluardo della malcapitata… immagino trollando a propria volta il presunto autore dell’insano gesto…

Detto per inciso penso anche di aver capito chi sia il Fake Plastic Troll in parola (visto che mi segue da qualche giorno, ovviamente non ricambiato). Il soggetto in questione dovrebbe essere tale @LaTwitstar… OppureNO (ma dopotutto chi se ne importa).

La puntata degli amici Vitellozzo e Fourthalf, che detto per inciso hanno suonato ottima musica (mica il solito “VascoMerda“), ha visto anche la lettura del mio ormai storico nonPOST: “Il Fight Club delle Twitstar!“… della qual cosa sono onorato!

Ma mentre gli amici andavano avanti con lo show mi rendevo conto di non aver proceduto mai a tratteggiare col consueto “piglio sociologico” la figura di Fake e Troll… creature fantasmagoriche fondamentali nell’ecosistema digitale…

Ricordo con orgoglio quando con Giuseppe Mauriello e Fabio Lalli abbiamo dovuto procedere all’epurazione dei fake dal sacro gruppo degli Indigeni Digitali, di cui oggi ho partecipato a un aperitivo e che festeggia i suoi 1000 membri (completamente fake free)…

Ma, egregi Ricercatori,  non divaghiamo e dedichiamoci alle consuete analisi da “Twitstar, anzi DIOstar, che giudica le altre Twitstar” (questa è di uno degli ascoltatori dello Show e mi ha quasi steso dalle risate)…

Cosa c'è di meglio di un buon fake per rallegrare la giornata?

Se questo è un Fake…

I fake sono nati con internet.

Spesso si tende a confondere il fake con il semplice e innocente utilizzo di un nick anonimo…

Il fake è qualcosa di completamente diverso…

Un fake è una performance di un appartenente a una Comunità Online (Social Network, chat, forum, ecc…), che pratica una sorta di “Gioco di Ruolo” interpretando una personalità che non gli è propria (es. una topmodel ammiratissima, che nel tempo libero si finge un nerd obeso e psicopatico su Google+)…

Il primo caso storicamente accertato di fake è quello di “AlexAndJane“. Nei primi anni ’80, presso l’ormai storica chat Compuserve, un certo Alex, taciturno psichiatra di mezza età, finse per un paio d’anni di essere una spocchiosa donna di nome Jane. Il suo fake era muto e attraverso la chat comunicava al mondo tutto il proprio odio verso Dio e la religione in genere, asserendo di essere rimasta menomata a causa di un incidente. Quando si scoprì l’inganno molti “amici di Jane” rimasero sconvolti dalla notizia e lo psichiatra si giustificò asserendo che stava effettuando una ricerca scientifica…

Lo splendido aneddoto di cui sopra riporta alcune caratteristiche essenziali del fake:

  • Personalità: Il fake è una rappresentazione di una “personalità” talvolta anche complessa, che tende alla completezza. Deve avere un proprio background, un proprio linguaggio, proprie passioni e idiosincrasie.
  • Affettività: Il fake tende a sviluppare una rete di relazioni affettive attorno a sè, cercando di attirare l’attenzione attraverso qualche escamotage (nel caso di specie una forte disabilità).
  • Verosimiglianza: un fake ben fatto necessita di prove documentali della propria esistenza: foto, resoconti di partecipazione ad eventi. Un fake deve puzzare di vita vera, per essere credibile ed intrecciare relazioni vere. Chi anima un fake spesso si produce in complesse ricerche con una costruzione di prove false degna di un Legal Thriller.
  • Finzione: ovviamente caratteristica essenziale è che non deve essere comprensibile la natura fasulla del fake (pertanto @LaTwitstar non è propriamente un fake). Un fake ben fatto deve rendere inconoscibile il vero autore che si cela alle proprie spalle. Un fake ben fatto deve rendere anche solo impensabile risalire alla propria ingannatoria natura.
  • Motivazione: sono ormai vent’anni che scorrazzo nella Rete e devo ammettere che le motivazioni dei fake mi sono sempre sfuggite. Quando ho parlato con alcuni cultori di questa pratica mi hanno dato sempre risposte elusive. Sono giunto alla conclusione che in ultima analisi attraverso il fake alcuni esprimano aspetti della propria personalità normalmente tenuti a freno dalle convenzioni sociali… Alcune performance sono di una perfezione troppo sublime.

I fake non vanno sottovalutati. Quello dei fake, infatti, è un fenomeno che spesso genera mirabolanti cortocircuiti mediatici. Pensiamo al caso di Amina Arraf la bellissima blogger lesbica siriana, che altri non era che l’obeso eterosessuale nerd scozzese Tom MacMaster (per un resoconto v. “Amina Arraf, storia di un fake pericoloso” di Punto Informatico)…

In generale diciamo che possiamo tratteggiare le seguenti figure di fake:

  • Fake Ricercatore: quello che quando lo tani si giustifica asserendo “Il fatto che mi hai beccato a interpretare la parte di una blogger ninfomane esperta in tecniche di bondage e sadomaso non significa nulla: sono un dottorando in psichiatria forense.” Soluzione: chiamare un esorcista.
  • Fake Burlone: fondamentalmente “un impostore che si prende giuoco degli incapaci” (v. oltre alla voce Troll). Soluzione: chiamare un paio di amici armati di crick.
  • Fake Bipolare: quello che quando viene sgamato si lascia andare a profluvi di invettive contro il resto della Comunità Online, che non lo merita. Poi si cancella e ritorna con un nuovo fake. Soluzione: chiamare i genitori.
  • Fake Schizofrenico: quello che ci crede veramente. Soluzione: chiamare l’ambulanza.
  • Fake Stalker: strumento utilizzato dagli stalker per avvicinare persone che hanno bloccato o segnalato alla Polizia Postale il proprio account principale. Conoscendo BENE l’ogetto della propria ossessione riescono rapidamente a entrare nelle sue grazie. Molto pericolosi. Chiamare di nuovo la Polizia Postale.
  • Fake Lurker: strumento utilizzato per spiare gruppi di utenti di una Comunità Online (vi siete mai chiesti come fanno certe Twitstar che non followano nessuno a essere aggiornatissimi sulle mosse dei propri detrattori?). Soluzione: ignorarli.
  • Cyber Orco: è il preferito dei giornalisti di Repubblica, Corriere & Co. quando sono in crisi creativa. Quando non sanno di cosa scrivere in genere parlano di questi fantomatici personaggi che adescano minorenni e bambini in Rete, fingendosi adolescenti. Il titolo dell’articolo? “I pericoli della Rete” (o qualcosa del genere). Non ci soffermiamo a parlarne, ne avete letto abbastanza (v. “Sbatti il Cyberorco in prima pagina”). Soluzione: smetterla di leggere certi giornali.

Facebook e Google+ hanno delle regole che tendono a disincentivare la presenza di fake, su Twitter invece la pratica di avere account multipli è la norma.

Ricordo con affetto quando ai tempi del “Project” su Twitter lanciammo una caccia alle streghe contro BOT e Fake. Ogni giorno qualcuno sgamava qualche fake esponendolo al pubblico ludibrio.

Ne ricordo con particolare affetto uno sonoramente sputtanato da Sissetta80: il tipo  aveva creato un fake saccheggiando le foto di una modella straniera pressoché sconosciuta in Italia e postava con regolarità resoconti e foto dei vernissage e degli eventi cui partecipava nella sua vita da Jet Set. La grande Sissetta lo castigò duramente e il tapino si cancellò.

Disapprovo abbastanza la pratica dei fake, perché nei suoi aspetti più deteriori rompe quel patto di lealtà che dovrebbe animare le interazioni online. Tuttavia noto che in generale gli internauti sono ogni giorno più preparati e anche nei casi più evoluti di fake (v. il caso Amina) lo smascheramento è in agguato.

Il mio giudizio sulla questione è riassunto da questo splendido storico tweet di sabotaggio di MisterBlonde84:

Segue in “Fake Plastic Trolls pt. 2“…