Il Blogger ai tempi del Feudalesimo Digitale

Originariamente pubblicato su Gilda35.com

“Siamo tutti servi della gleba, e abbiamo dentro il cuore una canzone triste.” (Stefano Belisari, cantante, compositore e polistrumentista italiano)

ONtro

Esimi Ricercatori, come ben saprete (se non lo sapete siete stati ricoverati in coma nelle ultime settimane) il lancio dell’Huffington Post ha aperto un surreale dibattito nell’Agorà Digitale Italiana sui temi della gratuità delle prestazioni professionali erogate dai blogger e sulla bontà di un approccio analogico come quello di Lucia Annunziata a condurre una testata così rivoluzionaria…

Il dibatitto a tratti grottesco che si è prodotto mi ha indotto a pormi una domanda abbastanza angosciosa:

Noi internauti abbiamo ancora coscienza di cosa sia un blog e cosa rappresenti essere un blogger, o nel tremendo mash-up esistenziale in cui viviamo, ormai abbiamo ridotto tutto alla versione juniores e deteriore del giornalismo?

Blogosfera Anno Zero

L’immagine che mi si genera nella mente quando leggo questi dibattiti furibondi a base di botte di post e contro post è quello dei Feudatari Digitali che, sorseggiando vini pregiati, osservano i vilici litigarsi le erbe edibili col bestiame, pur di non crepare di fame.

Nel Gruppo Facebook di Intervistato.com si è svolto un lungo ed interessante dibattito sul tema che ha visto coinvolti nomi a Voi molto cari, come Stefano Chiarazzo, Daniele Chieffi, Alessio Biancalana, Giovanni Vitale e Simone Corami.

Desidero pertanto esporre qui in modo organico quanto in precedenza esposto in modo rapsodico.

Ma andiamo con ordine come di consueto…

Se questo è un blogger

Come al solito tocca a me che sono un nonBLOGGER l’ingrato compito di spiegare ai blogger quanto è calda l’acqua.

Beviamo l’amaro calice.

Allora innanzitutto i blogger non esistono. Esistono i blog.

I blog sono un particolare tipo di sito che presenta i post in ordine cronologico (c.d. weblog).

Chi è più vecchiotto su internet ricorderà che in origine i weblog erano siti tematici che presentavano elenchi ragionati di link organizzati in ordine cronologico di indiivduazione. Non avevamo motori di ricerca performanti come quelli attuali e ci arrangiavamo come si poteva.

Vi siete ripresi dallo shock?

Bene, procediamo.

In qualche disgraziato momento della nostra metamorfosi in automi sintetici, è nata la geniale idea di identificare come “blogger” gli scrittori e i giornalisti che utilizzavano i weblog per presentare al pubblico i propri pezzi. Come se chi scrive con la penna fosse un “pennatore”, o chi scrive con la macchina da scrivere un “macchinadascriveratore”…

Quando lo strumento assorbe l’umano.

Questo mirabolante passaggio semantico ha avuto uno scopo ben preciso in molti Stati (es. l’Italia): consentire ai giornalisti di crogiolarsi nell’illusione di poter eludere le norme imperative inerenti editoria ed informazione (salvo svegliarsi tutti sudati in aule di tribunale).

Non esistono blogger. Esistono scrittori e giornalisti, magari più o meno capaci, più o meno professionali, che usano strumenti digitali per raggiungere più persone possibili coi propri scritti.

Ciò che è qualificante per me è il blog nel suo complesso: i post sono testi buttati a casaccio o raccontano una storia, una visione del mondo? Del singolo post non mi interessa assolutamente nulla. Il blog è un sito e un sito è un artefatto culturale e nel valutarlo ne soppeso ogni singolo aspetto.

Solo se valuto un blog in cui emergono elementi di scrittura, di grafica, di creatività… allora riesco a qualificare qualcuno davvero come blogger e non come scrittore/giornalista sul digitale.

La vera rivoluzione del blog è tutta lì: uno strumento alla portata di tutti per creare artefatti culturali anche complessi.

Ma quanti blogger si occupano di questi aspetti ormai?

 

Teoria e pratica del Feudalesimo Digitale

L’Oligopolio Digitale (Amazon, Facebook, Google e Apple) è per lo più un gigantesco Metaeditore. Gli avvocati dell’Oligopolio vi racconteranno con le zanne scoperte che sono soggetti che erogano servizi informatici e che nulla hanno a che fare con l’editoria.

Ma è una balla colossale, ideata per eludere in grande stile le legislazioni locali sull’editoria.

I Social Network sono evoluzioni del modello del weblog.

Quando Facebook, Twitter, Google Plus pubblicano i nostri post sono il nostro metaeditore e tutti noi nel nostro piccolo siamo micro-scrittori e micro-giornalisti dilettanti, che raccontano storie, propongono notizie, creano cultura…

E così dal blogger con gli anni si è passati al contadino digitale…

L’Oligopolio Digitale ha dettato il modello del Metaeditore e le testate online hanno semplicemente replicato il modello. Huffington come il Fatto Quotidiano, Linkiesta, il Post e soci agiscono semplicemente in regime di Feudalesimo Digitale.

Questi per sommi capi i principi del Feudalesimo Digitale:

  • Sottrazione del codice: il contadino digitale non deve poter avere accesso al codice di programmazione. L’esperienza deve essere quanto più standardizzata possibile (v. Facebook), al massimo si concedo temi preconfigurati (v. WordPress.com). Se vuoi fare qualcosa di più devi sobbarcarti costi il che ovviamente disincentiva la massa… Vi sembrerà folle ma i bambini della mia generazione trovavano in edicola manuali di programmazione per progettarsi videogiochi da soli. Adesso tutto è ridotto a scimmiette spaziali che riempiono campi.
  • Tutto gratis: in perfetta continuità con i loro modelli dell’Alto Medioevo, i Feudatari Digitali hanno convinto i contadini che sostengono costi astronomici. Non può esistere un rapporto paritario. Il Feudatario offre gratis sicurezza dallo spauracchio degli hacker e servizi belli e divertenti… in cambio chiede solo ore di lavoro gratuito.
  • Pagare in visibilità: l’intero sistema di like, +1, retweet, commenti, menzioni è basato sul generare l’illusione che se ottieni 500 condivisioni a un post o 1000 visualizzazioni giornaliere hai in qualche modo raggiunto una sorta di status da celebrità, che un domani monetizzerai.
  • Intruppare nella Piramide Digitale: la distruzione della Rete a grafo in favore della Piramide Digitale è tutta funzionale allo sfruttamento del lavoro gratuito. Il mazzo che si fanno le twitstar per scalare la Piramide è assolutamente commuovente per la quantità di vita distrutta che si lasciano alle spalle per giungere all’agognata comparsata televisiva.
  • L’importante è il buzz: al Feudatario Digitale non interessa un accidenti di cosa scriva il contadino digitale. L’importante è che produca testi indicizzabili dai motori di ricerca e che provveda a spammarli ovunqueper generare traffico. Lo spam è la struttura base del Feudalesimo Digitale. E più si è compulsivi meglio è, fino allo spam umano.
  • Accesso limitato alle metriche: meno cose vede il contadino, meglio è. Le condivisioni generano ottimismo, le visualizzazioni possono generare depressione. Chiunque conosca bene le metriche del proprio blog, apra un blog per una grossa testata online e abbia accesso alle metriche noterà una cosa: fa lo stesso esatto numero di visite del proprio blog (anzi qualcosa di meno).
  • Alimentare il senso di inferiorità: Il Latifondista Digitale cerca poi di giustificare il ricorso alle pratiche summenzionate lamentando che lui paga solo i giornalisti seri, che producono notizie vere… pertanto tutti gli altri contenuti li accoglie magnanimamente come dei “commentoni estesi”… Vai tu a spiegare che la totalità di quello che gira in rete è prodotto da giornalisti copypasta, che non fanno che emettere traduzioni googlate e ripostare quanto affiora dall’iceberg digitale, spesso senza neppure capirlo…

Così si arriva a questa splendida economia drogata in cui tutto è in funzione del marketing più becero. In cui qualunque contributo culturale diventa concime per ingrassare algoritmi, social ads, sistemi di profilazione della clientela.

Scriviamo per essere comprati.

La Rivoluzione siete voi

Detto questo mi limito a riproporre in modo organico e un po’ meno frammentato quanto esposto nel Gruppo di Intervistato. Perché vale per la Community di Intervistato come per voi:

Ma quando capirete che Huffington è un modello OLD e reazionario già replicato alla “mazzo di pane” da anni in Italia? La rivoluzione siete voi. Huffington Post è il TV Sorrisi e Canzoni del giornalismo impegnato…

Un giorno capirò il bisogno degli intellettuali italiani di rendersi subalterni a modelli fallimentari. Ancora non volete rendervi conto che la fonte delle notizie, di tutte le notizie siete voi. I giornalisti copypasta vivono solo di vostri repost.

Scrivete da soli o in gruppo su spazi vostri (quanto più proprietari meglio è), riprendete possesso del codice (basta col preconfigurato wordpress che sta appiattendo tutto), capite che siete voi che portate traffico sulle testate online non loro che danno visibilità a voi, se ci riuscite guadagnateci pure qualcosa (sta storia del tutto gratis è a beneficio esclusivo dei Signori della Cloud), scrivete le vostre storie, comprendete che la gente i post non li legge più da un pezzo, il pubblico vuole un blog che racconti una Storia, vuole essere coinvolto da una esperienza… Gilda ormai oscilla tra le 500 e le 1000 visite al giorno, ha botte da 200 condivisioni e oltre per i pezzi più strutturati, se in un LAB presento un link il 90% di chi entra nel post lo clicca. … non ha un SEO, ci scrive praticamente solo sto disgraziato, ma racconta una Storia… Tra di voi vedo un sacco di esperienze simili… Non siete la serie B del giornalismo… E’ ridicolo che Pubblicodelirio scriva sull’Huffington quando tutti i giornalisti copypasta d’Italia hanno copiato il suo osservatorio social… Voi avete il potere di cambiare le regole, ma abdicate ad esercitarlo.

Huffington post non è che un momento dell’economia del Latifondo Digitale. Spenderci troppe parole è inutile: sarebbe come sottilizzare sulla servitù della gleba ad Ancona comparata a quella di Ascoli nel 1300.

Il nucleo del problema è spendidamente tratteggiato dalle (oneste) parole di Peter Gomez che evidenzia come il mondo dei blogger/contadini digitali sia assolutamente disprezzato dai Meta-Editori/Latifondisti Digitali, che hanno con loro un rapporto assolutamente parassitario: i contadini portano traffico con lo sharing dei propri post. La loro utilità si riassume in questo.

Un modello siffatto ovviamente può esistere grazie a pratiche di Maoismo Digitale ormai radicate tipo: TUTTO GRATIS, VISIBILITA’ TI FARA’ RICCO, SPAMMA OVUNQUE, BLOGGER COME APPRENDISTA GIORNALISTA, REPOST LIBERO, COPYPASTA TUTTA LA VITA.

La colpa del dilagare di questo modello è di blogger come quelli presenti in questo gruppo che dimostrano doti individuazione e trattazione della notizia molto superiori a quelle del giornalismo tradizionale, che tuttavia sottovalutano le proprie capacità creative e imprenditoriali.

Aspettarsi la rivoluzione dal Feudatario Digitale è ridicolo.

Come ho scritto non capisco perché i blogger non si riappropriano dei propri spazi, non escano dalla standardizzazione imposta dalle più comuni piattaforme di blogging, non usino il loro spazio come luogo in cui raccontare una Storia in divenire.

Gruppo Facebook Intervistato.com

Tornate a fare cose belle per voi, che internet non ha bisogno di altro spam.

Conclusioni

Come concludere miei esimi Ricercatori?

Se vi aspettate la Rivoluzione dai Feudatari Digitali siete fottuti.

E smettetela di bofonchiare contro la Huffington & co. che state solo zappettando le vostre zolle digitali!

Smettete di essere le giovanili del giornalismo e tornate a produrre blog.

Fate cultura. Cambiate il mondo che fa schifo abbastanza e ha bisogno che ne venga raccontato uno nuovo.

Ma poi in definitiva che ne so io dei blogger.

Sono un nonBLOGGER.

Per approfondire

Blogosfera Anno Zero | Data Manager Online

Nell’arco di una settimana si sono concentrati cinque eventi uno più colossale dell’altro. Dall’accavallarsi dei relativi cinguettii è nato un lungo e a tratti sconcertante dibattito sullo stato dell’arte della blogosfera italiana
La settimana di fuoco dei social media

Illustri Manager Digitali, la settimana appena trascorsa è stata particolarmente piena. A Torino si è svolta la Social Media Week, cui ho partecipato con un intervento sul “Lato Oscuro della Rete” e con una hangout dedicato ai processi di Co-creazione… A Roma si è abbattuto prima il ciclone del lancio dell’Huffington Post presentato da Arianna Huffington in persona, poi l’uragano del Techcrunch Italy dedicato alle start up, infine la bufera del TEDx Transmedia… Ultima in ordine di tempo ma non per importanza si è svolta la tradizionale Blog Fest di Riva del Garda.

Ovviamente ciascuno degli eventi di cui sopra ha tenuto banco tra i cinguettii dei temi di tendenza, con accenti e toni differenti, sviluppando un dibattito pubblico assai interessante soprattutto su temi quali start up e figura professionale del blogger.

Questioni di Forma

L’evento che sicuramente ho trovato più gradevole per i miei standard è stato quello della Social Media Week di Torino, salito tra i temi di tendenza spontaneamente solo grazie alle conversazioni di chi seguiva gli eventi dal vivo e via streaming. Mi ha ricordato molto la bella esperienza del BWENY di New York: una comunicazione priva di ansia da prestazione, chiara e pertinente. Una volta tanto si leggeva tanto “segnale” senza rumore. La scelta di aver “spinto” poco nei giorni precedenti la manifestazione che inizialmente mi aveva lasciato perplesso, alla fine si è rivelata vincente.

Invece ho trovato molto “curiosa” la comunicazione degli eventi legati al lancio di Huffington Post. In pratica la totalità di chi faceva la cronaca via twitter dell’evento nel raccontare le parole di Arianna Huffington procedeva sostanzialmente così: “@ariannahuff TRADUZIONE DEL VERBO DI ARIANNA #hashtag-dell’evento.” Evidentemente avevano dimenticato che su twitter se si inizia un post con una menzione possono leggerlo solo i following che seguono sia il cinguettante che il cinguettato… Oppure eravamo di fronte al solito fenomeno di “quelli che se la suonano e se la cantano da soli”, che cercavano di mostrare alla Huffington le proprie capacità di traduttori. Sconcertanti.

La palma dell’evento più controverso va sicuramente alla BlogFest, che ad un certo punto ha generato perfino il contro-tema di tendenza #derivadelgarda e i Vendommerda Awards 2012. Qui penso che la deriva polemica non sia derivata da chi faceva la cronaca dell’evento, ma dalla (strampalata) evoluzione che ha avuto la manifestazione. La Blog Fest per anni è stata l’evento di riferimento della blogosfera italiana. Un evento centrale ed importante per chiunque fosse appassionato a questa peculiare forma di comunicazione. Con gli anni si è arrivati a questo meta-evento in cui confluiscono senza soluzione di continuità premiazioni di VIP, giornalisti, testate online, siti internet di ogni genere e grado… in cui il lettore perplesso alla fine si chiede: ma che c’entrano i blog?

L’eterna infanzia dell’industria e dell’editoria digitale

Passando ai contenuti, nel dibattito cinguettante sulle start up si sono ripetute le medesime storture comunicative già esaminate ai tempi dell’acquisizione di Glancee da parte di Facebook.

Rimando alle osservazione effettuate allora, ribadendo l’assoluta immaturità delle conversazioni sul tema anche tra professionisti del settore.

L’industria digitale esiste da decenni, eppure in Italia se ne parla sempre come una “novità” sottratta alle regole della produzione industriale e del buonsenso.

Il blogger novello contadino digitale

Sul versante del figura professionale del blogger invece si è aperto un lungo e vibrato dibattito sulla necessaria gratuità dei loro contributi. Hanno echeggiato nei cinguettii le dichiarazioni di Lucia Annuziata, che, nel solco della linea editoriale di Arianna Huffington, ha equiparato i blog a opinioni/commenti generati dalla comunità dei lettori della testata online, ribadendo l’assoluta gratuità di tali collaborazioni.

Tra i dibattiti emersi su Twitter segnalo quello tra Domitilla Ferrari, Rocco Rossitto e il direttore del Fatto Quotidiano Peter Gomez. Penso che sia il contraddittorio che meglio rappresenta lo stato dell’arte sulla questione:

* da un lato le testate online considerano il blog un contenuto intellettuale molto meno interessante e valido di un contenuto giornalistico, alla stessa stregua di un articolato commento della propria community di lettori;

* dall’altro i blogger rivendicano l’assoluta originalità dei propri contenuti e la necessità di un superamento dell’attuale modello del “contadino digitale”, che per un pugno di visibilità fornisce gratis ai Signori della Cloud (i meta-editori) i contenuti che ne garantiscono il successo;

* dall’altro c’è chi come Silvio Gulizia fa notare l’assoluta ipocrisia di un simile dibattito tenuto conto di quanti contenuti immettiamo quotidianamente gratis in Rete ogni giorno.

Conclusioni

Concludendo, illustri Manager Digitali, al termine di questa settimana esco con le idee un po’ più confuse di come l’ho iniziata.

Mi inizio a chiedere: noi internauti abbiamo ancora coscienza di cosa sia un blog e cosa rappresenti essere un blogger, o nel tremendo mash-up esistenziale in cui viviamo, ormai abbiamo ridotto tutto alla versione juniores e deteriore del giornalismo?

Il solito paradosso da Fattoria degli Animali, in cui uno strumento nato per scardinare una struttura di potere, alla fine ne diventa lo scimmiottamento.

via Blogosfera Anno Zero | Data Manager Online.

Huffington Post spiegato da Arianna Huffington | Gilda35

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Esimi Ricercatori, quest’oggi sono stato invitato dall’Ambasciata USA a partecipare ad un incontro con Arianna Huffington e Lucia Annunziata volto ad un confronto dal vivo con alcuni blogger della Capitale.

Il clima devo dire è stato rilassato e cordiale con le due celebri giornaliste che non si sono sottratte minimamente al fuoco di fila delle domande, rispondendo con grande chiarezza anche su temi spinosi.

L’intervento è stato preceduto dalle note polemiche sulle “competenze” di Lucia Annunziata a condurre un blog e sulla “gratuità” della partecipazione dei blogger al progetto editoriale. Una polemica, come spiegherò più diffusamente nelle conclusioni parecchio sterile, tenuto conto delle peculiarità dell’esperienza dell’Huffington Post.

Il modo migliore per raccontare la giornata è tramite i tweet dei presenti, che di seguito ho organizzato in uno storify.

Le mie personali considerazioni
In conclusione si confermano le sensazioni che avevo espresso a suo tempo quando trapelò il nome di Lucia Annunziata per la direzione di Huffington Post.

Il progetto appare incentrato sulla medesima struttura della versione americana: un luogo in cui attorno ad un nucleo di giornalisti e di personalità del mondo istituzionale, si raduna una community di lettori/blogger.

La risposta delle Huffington alle polemiche sulla gratuità della partecipazione dei blogger è chiarissima: “vi pagano per vedere la televisone?”

Il blog è vissuto non come un momento “redazionale”, ma come un momento di co-creazione con la propria community di lettori. Tant’è che più volte è stato posto l’accento da parte della Huffington sul meccanismo di moderazione automatica dei contenuti di trolling. In pratica si desidera lo sviluppo di una community ordinata che legge, commenta e produce notizie.

Mi convince questo modello?

Francamente mi lascia molto perplesso. In primis perché non mi convince il modello di business sottostante, che già vede navigare in pessime acque molti operatori che adottano strategie simili . Non ho trovato al momento nelle parole di Annunziata e Huffington quel quid che lo contraddistingua dagli emuli italiani del modello Huffington.

In subordine penso che il modello economico del “contadino digitale che lavora gratis per i signori della cloud con la scusa della co-creazione/visibilità” stia mostrando la corda. Sono curioso di vedere se Huffington sta proponendo il solito modello del “free job”, che disapprovo fermamente, o se davvero stiamo parlando di co-creazione in modo serio.

Nel finale ho molto apprezzato la schiettezza con cui Lucia Annunziata ha rintuzzato noi che le chiedevamo di farsi un account Twitter: “non ho un account twitter perché già mi vedono in televisione, mi leggono sui giornali, sarebbe VIPperia”.

Un fulgido esempio di ecologia della mente!

Comunque in bocca al lupo ad Arianna Huffington e Lucia Annunziata, perché ci donano una voce in più e un grazie a Sandy Polu e Digital Economy Forum per l’organizzazione.

Per approfondire

Lucia Annunziata e le scelte incomprese di Huffington Post

Come ha reagito la Rete alla nomina di Lucia Annunziata a direttore dell’Huffington Post? Scopriamolo nella come sempre lucida (e dissacratoria) analisi del nostro Giovanni Scrofani per la rubrica …

http://www.datamanager.it/news/lucia-annunziata/lucia-annunziata-e-le-scelte-incomprese-di-huffington-post

Huffington Post, la rivoluzione Annunziata | Riccardo Luna

Potrei sbagliarmi, anzi, probabilmente mi sbaglio, ma ho la sensazione che l’arrivo dell’Huffington Post in Italia sarà quello che gli americani chiamano un “game-changer”, ovvero un fatto destinato

http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/09/24/huffington-post-la-rivoluzione-sara-annunziata/

L’Huffington Post sbarca in Italia. E NON paga i blogger.

Oggi è il giorno del lancio di Huffington Post in Italia. Mi chiedo da tempo quale sia la strategia che ha spinto i vertici di HuffPo a sbarcare nel Bel Paese, dove il numero di utenti in target non

http://blog.tagliaerbe.com/2012/09/huffington-post-italia.html

La Rivoluzione NON è Annunziata

Come previsto, pochi minuti dopo la mezzanotte è stato annunciato che “Huffington Post Italia” è online. Stesso “family feeling”, stessa impostazione grafica delle altre versioni con lo splash fo…

https://giornalaio.wordpress.com/2012/09/25/la-rivoluzione-non-e-annunziata/

Lo #spread della Fuffa e il lancio di #HuffPostItalia

E’ arrivata anche la versione italiana dell’Huffington Post, credo che ce ne siamo accorti tutti dalla miriade di commenti che ne salutavano la venuta quasi “messianica”. Il post che ho trovato più

http://www.intervistato.com/2012/09/lo-spread-della-fuffa-e-il-lancio-di.html

PI: Giornalismo online, startup con l’acqua alla gola

Le nuove realtà online europee hanno molti ostacoli sulla loro strada: la concorrenza con i grandi ed un pubblico parcellizzato non permetterebbero introiti rassicuranti. Lo studio del Reuters …

http://punto-informatico.it/3503792/PI/News/giornalismo-online-startup-acqua-alla-gola.aspx

TOTALITARISMO DIGITALE

C’è un fatto, per niente marginale per chi ha a cuore la “libertà dell’informazione”, che, curiosamente, non ha avuto una adeguata eco tra gli autoproclamati “paladini” di tale “libertà”. Stiamo…

http://quintoelemento.mytrident.net/index.php/totalitarismo_digitale?blog=7

No free jobs, è scoppiata la rivolta in rete

E’ iniziato tutto ieri, e oggi è esplosa la rivolta con tutta l‘indignazione, l’energia e la velocità di condivisione che hanno i social media. Stronco pubblica un post

http://www.linkiesta.it/blogs/viva-l-italia/no-fre

via Huffington Post spiegato da Arianna Huffington – Gilda35, satira dadaista sul professionismo di internet.

Quando Daniela Santanchè scatenò i Grammar Nazi | Gilda35

Originariamente pubblicato su gilda35.com

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Esimi Ricercatori, quest’oggi l’Onorevole Daniela Santanchè ci ha regalato grandi emozioni quando ha postato questo mirabolante messaggio su Twitter: “E se riuscisse ‘Il Giornale’ ha fare ciò che noi non siamo riusciti in 20 anni?”

Questa epocale violazione della lingua italiana ha ovviamente scatenato una particolare declinazione di quelle che amiamo chiamare le “Maestrine dalla Penna Fucsia“: i “Grammar Nazi”.

Quando Daniela Santanchè scatenò i Grammar Nazi

Grammar Nazi

I Grammar Nazi sono gli squadroni della morte delle Maestrine dalla Penna Fucsia, le loro caratteristiche possono facilmente riassumersi come segue:

  • Culto della lingua italiana: Praticano una sorta di religione laica di sintassi e grammatica. Sono attenti alla corretta proposizione di ogni forma grammaticale. Neppure gli Accademici della Crusca possono vantare la loro padronanza lessicale.
  • Sofferenza psichica: ogni strafalcione è in grado di generare in loro incredibili forme di sofferenza mentale. L’eccesso di dolore si trasforma di sovente in violenza verbale ai danni del malcapitato produttore di strafalcioni.
  • Evangelizzazione: spesso i Grammar Nazi deliziano i propri amici e lettori con simpatiche infografiche sull’utilizzo del buon italiano, spiegando come si usano congiuntivi, apostrofi, forme irregolari e il tanto problematico “qual è”.
  • Atteggiamento persecutorio: il Grammar Nazi una volta individuato il Nemico da abbattere non lo molla, ne setaccia gli account social, il blog, ogni singola prolusione digitale.

Ricordo con affetto i tempi in cui nei Forum del Web 1.0 i Grammar Nazi scatenavano flame di giorni e giorni per un utilizzo incoerente della punteggiatura… Putroppo decenni di utilizzi dissennati dall’ABK di bimbominkia evecchiominkia ha ormai ridotto sempre di più lo spazio per un utilizzo corretto dell’italiano… Oggi l’ultima roccaforte Grammar Nazi rimasta è Twitter… ma anche lì battono in ritirata…

Quando Daniela Santanchè scatenò i Grammar NaziQuando Daniela Santanchè scatenò i Grammar NaziQuando Daniela Santanchè scatenò i Grammar Nazi

Un nuovo blog per Huffington Post

Ovviamente lo strafalcione di Daniela Santanchè ha scatenato il Grammar Nazi insito in parecchi internauti che hanno iniziato a postarsi a vicenda lo screenshot del tweet incriminato.

Peraltro le ire dei Grammar Nazi sono state scatenate anche dalla circostanza secondo cui l’onorevole da martedì prossimo sarà nella rosa delle penne dell’edizione italiana di Huffington Post:

Già a suo tempo l’annuncio della direzione di Lucia Annunziata aveva lasciato perplessi parecchi… con questa chicca potete ben immaginare quali commenti si siano scatenati.

Il risultato è stato un continuo associare il lancio di Huffington Post allo strafalcione di Daniela Santanchè… e la cosa a vecchi manigoldi dadaisti come il sottoscritto ha solleticato la curiosità.

Ormai attendo con ansia il blog di Daniela Santanchè dalle colonne di HuffPo… forse siamo alle soglie di una grande sperimentazione linguistica.

Conclusioni

Esimi Ricercatori ditemi quello che vi pare ma Daniela Santanchè A vinto tutto.

Mai visto un lancio di un blog più virale.