Facebook e il pulsante empatico

Ieri in rete serpeggiava un certo panico. Niente di serio, pareva soltanto che Facebook avrebbe introdotto il tasto “Non mi piace”, ma la questione è stata sufficiente a scatenare profonde inquietudini. L’ansia da rifiuto in salsa social ha iniziato a montare pericolosamente. Il “blocco dello scrittore” serpeggiava tra le dita pacioccone degli utenti.

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Dai a un uomo una connessione internet e lo avrai sfamato per un giorno

Nel Gruppo di Indigeni Digitali, Fabio Lalli ha sollecitato un commento su “Bill Gates, Zuckerberg e il soluzionismo della Rete“, un interessante articolo di Enrico Gianmarco, che sviluppa una serie di temi legati al rapporto tra sviluppo sociale e tecnologico affrontati nella recente intervista rilasciata dal fondatore di Microsoft al Financial Times (v. http://goo.gl/d7EvQt).

Cito il passaggio più significativo:

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The Social Network, il Sesto Potere secondo David Fincher

Zuck: Sì quindi se mai hai bisogno di informazioni su chiunque ad Harvard
Zuck: Basta chiedere
Zuck: Possiedo oltre 4.000 e-mail, immagini, indirizzi, SNS
[Amico]: Cosa? Come ci sei riuscito?
Zuck: Me li hanno forniti spontaneamente.
Zuck: Non so neppure il perché.
Zuck: Loro “si fidano di me”
Zuck: Fottuti decerebrati [N.d.R. letteralmente Dumbfucks ha una sfumatura atta ad indicare i Preppie presuntuosi, autoreferenziali e maniaci di gossip]

[Affettuosi Instant Messages inviati da Mark Zuckerberg a un suo amico agli albori di Facebook, v. Business Insider “Well, These New Zuckerberg IMs Won’t Help Facebook’s Privacy Problems”]

Parole sante...

Esimi Ricercatori, com’è noto essendo un padre di famiglia con tre pargoletti appassionati di cartoni animati e supereroi, se vado al cinema è per vedere Kung Fu Panda, o Capitan America. Quindi, se voglio vedere qualche nuovo film interessante, devo attendere finché è disponibile su qualche canale satellitare.

Così a distanza di un anno dalla sua uscita, sono riuscito finalmente a vedere “The Social Network” di David Fincher, l’acclamato regista di due film di culto come Fight Club e Seven.

Il film racconta sotto la forma del legal thriller la controversa nascita di Facebook, secondo i punti di vista dei personaggi che a vario titolo contribuirono alla nascita del noto Social Network: Mark Zuckerberg (ovviamente), i gemelli Winklevoss, Eduardo Saverin, Sean Parker (co-fondatore di Napster), Dustin Moskovitz.

Il film ha un taglio tesissimo, fotografia cupa, dialoghi serrati, colonna sonora inquietante (di Trent Reznor ex Nine Inch Nails)… piuttosto che un biopic su Mark Zuckerberg sembra un noire…

E infatti, a mio modo di vedere, l’intenzione di David Fincher è quella di raccontare il “crimine perfetto”, tratteggiando Mark Zuckerberg come un serial killer emozionale, che per completare la propria metamorfosi in Tychoon “fa fuori” qualunque persona non abbia con lui un rapporto di sottomissione (come Dustin Moskovitz unico sodale superstite)…

Nella sua scalata alla cima della piramide del Sesto Potere, Mark sacrifica tutto e tutti: fidanzate (Erica Albright), amici (Eduardo Saverin), soci d’affari (i gemelli Winklevoss), mentori (Sean Parker)…

L’espressione chiusa ai limiti dell’autismo di Jesse Eisenberg (l’interprete di Mark Zuckerberg) lascia nello spettatore il sospetto che il fondatore del noto social network sia un personaggio shakespeariano, che perseguendo un disegno terribile non esita a ingannare i gemelli Winklevoss, diffamare a mezzo stampa l’amico Saverin, far arrestare Parker…

Con l’unico scopo di rimanere solo in cima alla Piramide Digitale.

La storia del Social Network, che ha trasformato la parola “amico” nell’equivalente di “contatto”, nell’interpretazione fornita da David Fincher è la storia di scalata al potere caratterizzata da una misantropia profonda e quasi patologica. Lo Zuckerberg di Fincher è forse un outsider più tetro del serial killer di Seven o del Tyler Durden di Fight Club, che comunque entravano in un contatto emotivo con le proprie vittime. Il killer emotivo interpretato magistralmente da Jesse Eisenberg trasmette una sensazione di distanza e aridità emotiva assolute.

Si consuma nel film una sorta di guerra antropologica tra Zuckerberg (geniale nerd asociale e poco dotato fisicamente e pertanto scartato dai tanto agognati “Final Club” di Harvard) e i Preppie (prestanti, pretenziosi, intellettualoidi, sessualmente iperattivi e ben inseriti nei “Final Club” universitari)… una guerra assoluta e senza esclusione di colpi… I Winklevoss e Saverin sono in ultima analisi “colpevoli” di essere integrati nel Sistema dei Final Club, l’ex fidanzata Erica Albright di essere attratta da quel mondo, Sean Parker di vivere come una rockstar digitale… Moskovitz si “salva” (intascando miliardi di dollari) dalla furia distruttiva del protagonista, perché sa stare al posto suo: resta un nerd sottomesso a Zuckerberg per tutta la durata del film…

Zuckerberg porta avanti la sua guerra in modo massivo fino a demolire sul piano antropologico il mondo che lo ha preceduto… come Sean Paeker “ha cambiato per sempre” l’industria musicale distruggendola, così il piccolo Mark desidera “cambiare per sempre” l’economia pulsionale (amicizia, sesso, rapporti umani), rendendoci come lui… E’ l’ennesimo Palmer Eldritch, che dal virtuale domina il reale, pare uscito dritto da un’opera di Philip K. Dick.

Ovviamente il film omette alcuni lati folkloristici ed inquietanti del personaggio Zuckerberg (tipo la fissazione di mangiare animali uccisi con le proprie mani v. “Mr Facebook: «Mangio solo animali che posso uccidere con le mie mani»” del Corriere della Sera), non tratta minimamente i rapporti familiari del protagonista (sebbene Randi, una delle sue tre sorelle, sia una topmanager di Facebook), non menziona minimamente che lo “sfigato” Zuckerberg è saldamente fidanzato da quasi un decennio con l’affascinante Priscilla Chan e neppure che l’ossessiva imposizione del blu è dovuta al suo daltonismo…

Il film pota  tutto ciò che non è essenziale alla propria tesi. Non è un biopic, è un film sul “potere” insito nei nuovi media e sullo stato di isolamento e scollamento dalla realtà, cui conduce il “potere”…

Tutto il film è contenuto nella scena iniziale: Zuckerberg che in un delirio di onnipotenza misogina attraverso il proprio blog distrugge la reputazione dell’ex-fidanzata, pianifica di saccheggiare le banche dati degli studentati per confrontare le studentesse con animali, realizza grazie all’hacking un sito “Face Mash” (stile “fighe a confronto”) facendo saltare i server di Harvard per l’immane numero di contatti generato in una sola notte… e infine diventa un eroe negativo del Campus.

Zuckerberg nel film si distingue da tutti gli altri “competitors” che vedono nel social network solo uno strumento per fare soldi. Zuckerberg va al sodo: il Social Network è uno strumento di potere, diventare miliardari è un fatto incidentale.

Nel film la forza con cui Zuckerberg impone il proprio potere sul prossimo è evidente: l’arroganza verso investitori e legali, la spietatezza verso amici e colleghi, il look provocatoriamente trasandato (il primo piano sui sandali indossati durante il processo è geniale), le selezioni di personale trasformate in goliardate alcooliche, i biglietti da visita con gli insulti, il disprezzo per i dipendenti in mezzo ai quali si isola con le cuffie…

Insomma un grandissimo film, che racconta con la giusta dose di cattiveria, come il mondo delle vere start up di successo non sia uno stucchevole simposio di esegeti del digitale che si scambiano codici nel nome della condivisione, ma un mondo di spietato capitalismo calvinista con dinamiche ottocentesche in cui la capacità di gestire il potere fa la differenza tra i vincenti e “preteriti”.

Il film mi è piaciuto, non tanto per l’attendibilità della storia in sé, che nessuno accerterà mai e che è custodita nei fascicoli degli Studi Legali, che si occuparono delle due transazioni (quella coi gemelli Winklevoss da 64 milioni di dollari e quella con Saverin per il riconoscimento della titolarità del 5% delle azioni)… Il film mi è piaciuto da matti perché esplora il lato oscuro dell’economia e della cultura digitale: il trolling, le attività da cracker e da lamer, la vertigine provocata dai click generati da un’azione ostile, il sottile senso di potere che ti pervade nello scalare la Piramide Digitale schiacciando i tuoi “nemici”…

Che dire miei esimi Ricercatori? Un film da vedere e rivedere, per riflettere sul nostro “Mark Zuckerberg” interno, per interrogarci ogni giorno se vogliamo finire in cima alla Piramide soli e alienati, o usare i nuovi media per espandere la nostra conoscenza e la nostra capacità di provare emozioni…

Quando Zuckerberg censurò Travaglio, oppureNO!

“La rete non è Che Guevara anche se si finge tale”
Michele Salvemini (compositore e polemista Italiano, Molfetta, 9 ottobre 1973)

ONtro

Necessaria premessa: a me Travaglio piace, perché ha dei tempi comici meravigliosi. Non capisco molto di quello che dice, ma è divertentissimo.

Altrettanto necessaria premessa a me quelli del Fatto Quotidiano piacciono perché leggono spesso Gilda35 e altrettanto spesso ne traggono spunto per i propri articoli. Quindi non posso non provare per loro la caramellosa empatia 2.0 tipica dell’Influencer di razza, che trova il proprio pensiero mash-uppato, rieditato, decontestualizzato, alterato, rielaborato…

Come non potrei LOVVARE (il LOV è la massima espressione di empatia 2.0 che si prova verso perfetti sconosciuti cui senti l’impulso prepotente di manifestare il tuo affetto) Federico Mello che IL GIORNO DOPO che ho pubblicato il nonPOST “La morte di Osama Bin Laden e ReallyVirtual, quando la Storia passa su Twitter” ne pubblica la versione Bignami dal titolo “Il vicino di Osama inciampato nella Storia” ? Esimi Ricercatori, come non commuoversi fin nel profondo quando vedi che mentre tutti parlavano di “Teoria dell’Informazione” il tuo approccio “Storico” passa alla velocità della luce e viene ripreso su un’autorevole testata online, ovviamente senza avere il buon gusto di citare il proprio ispiratore?

Come non LOVVARE Layla Pavone che IL GIORNO DOPO aver letto nel gruppo Facebook di Indigeni Digitali il mio dittico su Fake e Troll (v. Fake Plastic Trolls: Pt. 1 Se questo è un Fake e Pt. 2 …allora questo è un Troll), ne pubblica la versione bignami dal titolo “Il brutto della Rete: i troll”, ovviamente senza neppure un grazie…

Siamo dadaisti e quindi questo approccio spregiudicato e calpestatore di ogni ipocrita netiquette ci esalta!

Quindi essendo l’Ideologo Ombra del Fatto Quotidiano non posso non occuparmi del caso che ha scosso le coscienze italiche: Mark Zuckerberg ieri (22 luglio 2011 A.D.) ha censurato Marco Travaglio.

OppureNO.

La Casta e la Censura 2.0

La Casta minaccia di censurare la Rete!

Uno dei problemi più drammatici che affliggono l’Italia è la Censura 2.0 che la Casta impone su ogni libera forma di espressione.

Il web in nazioni come l’Iran e la Cina è il regno della libertà di espressione, rispetto alle atrocità che la Casta perpetra in Italia.

Ogni giorno su Twitter, su Facebook, su i Blog, nei giornali assisto asfissiante al ripetersi delle parole CENSURA e CASTA. Twitters angosciati che la Casta possa censurare i loro Tweet, Blogger in ansia perché il loro sito letto da 5 persone al giorno possa essere censurato dalla Casta, Giornalisti contro la Casta, che temono il bavaglio della Casta…

Detto per inciso non capisco tutto questo odio per Letizia Casta, né perché dovrebbe avere tutto questo interesse a zittire la scena digitale italiana… ma mi adeguo.

Così qualunque tema (dal dibattito sul diritto d’autore ai tempi del Web 2.0, alla privacy, alla netiquette, alle ricette di Nonna Papera, ecc…) degrada in un piagnisteo sulla Casta e la Censura…

Lo ammetto quando in Rete sento parlare di Censura e Casta, sorrido con stucchevole paternalismo senza neppure leggere ciò di cui si sta parlando.

Tanto sarebbe inutile.

L’unico giornalista realmente censurato in italia , il cui sito è stato oscurato per le opinioni ivi espresse, è stato Gianni Lannes per le sue indagini sulla Barilla (v. “La Storia di Gianni Lannes e Barilla” presso Stampa Libera)… e non mi pare che nessuno si stracci le vesti, o scenda in piazza…

Facebook il cattivone censura il povero Fatto Quotidiano…

Mark Zuckerberg nel suo vero aspetto di Dr. Evil

Diciamocela tutta Facebook, sebbene diffuso capillarmente, qui in Italia è molto odiato.

Tra i Missionari 2.0 ci si vanta spesso di non possedere Facebook, di  detestare Facebook, di avere un account Facebook “ma così, sta morto, tanto non lo uso mai”

Eppure nonostante tra le coscienze più evolute Facebook sia tanto detestato, un giornale “contro” come il Fatto Quotidiano ha una fanpage da 572.801 like, che se si traducessero in copie vendute rappresenterebbero il caso editoriale del decennio…

Potete ben capire come per il Fatto Quotidiano la propria presenza online, ed in particolare su Facebook sia di vitale importanza…

Così ieri nel Gruppo FB di Indigeni Digitali leggo questo accorato appello di Layla Pavone:

Stamattina e’ stato fatto un “attacco” a IlFatto Quotidiano da parte di “ignoti” che hanno mandato una quantita’ di segnalazioni a FB dei contenuti de Il Fatto come offensivi con il presumibile intento di censurarne la diffusione. Ringrazio gli amici di FB che ci stanno dando una mano a risolvere il problema e a difendere la liberta’ di informazione

Persino in un gruppo di coscienze evolute come quello degli Indigeni iniziano a fioccare i soliti commenti sul Nano, il Bavaglio e compagnia… Ma quello che mi getta nello sconforto è iniziare a leggere in Rete post e articoli su questa falsa riga:

Facebook si conferma censore: oscurato il Fatto Quotidiano

Facebook censura Il Fatto Quotidiano: forse è colpa di un attacco programmato

Facebook censura Il Fatto Quotidiano

Facebook censura il Fatto Quotidiano?

Facebook censura Il Fatto Quotidiano

FACEBOOK CENSURA IL FATTO QUOTIDIANO

Facebook censura completamente Il Fatto Quotidiano: attualmente nessun articolo è condivisibile sul social network

Ho selezionato questi post per la chiarezza con cui esprimono la propria opinione, o per la grazia con cui urlano “daje ar Censore” in un florilegio di pubblicità assolutamente ben assortito…

Vi risparmio com’è ovvio i commenti su Twitter e Facebook alla notizia, i più gustosi dei quali paventano un patto tra Berlusconiani e D’Alemiani ai danni del Fatto, con incroci su P4 (io ero rimasto alla P2 e mi dispiace molto di essermi perso la P3), l’arresto di Papa Tedesco (ma cosa può aver combinato Benedetto XVI di così grave?), servizi segreti deviati e ovviamente massoneria internazionale …

Ovviamente trovo assolutamente spassosa l’idea di una Mega Cospirazione degli Illuminati in cui D’Alema chiama Berlusconi e dice: “Fammi fuori Travaglio” e Mr. B. chiama Mark Zuckerberg per dirgli: “Oscurali”… il tutto ovviamente con l’alto patrocinio di Letizia Casta!

Però purtroppo sono affetto da un inguaribile pragmatismo.

Esatto, esimi Ricercatori, la penso proprio come voi: è una banale lamerata.

Il caro vecchio Lamerozzo

Un Lama dal fiero cipiglio

Di seguito mi sembra opportuno chiarire ai meno avvezzi alle vicende digitali cosa è successo…

Innanzitutto un Lamer è una sorta di vandalo digitale, che sfruttando falle o funzionalità balorde di un canale di comunicazione, di una chat, di un social network, o di un videogame online, ne approfitta per rendere la vita più dura agli altri utenti…

Personalmente detesto i lamer dei videogame online che con cheat, bug ed exploit devastano l’esperienza di gioco degli altri utenti… nonostante anni di gioco online ancora non capisco il gusto nel gironzolare invulnerabile sotto il fuoco nemico, sterminando orde di giocatori corretti con uno “one shot one kill”…

Ma tant’è, i Lamer esistono e ne prendo atto. Se ne incontro uno mollo la partita. Tutto qui.

Quella che è accaduta al Fatto Quotidiano è una lamerata classica: segnalare un abuso in una pagina di Facebook.

Data la mia ventennale esperienza di smanettone posso riassumere così quanto accaduto.

Un allegro smanettone, magari Thailandese, guarda annoiato un sito pornografico… decide di ravvivare la serata con una bella lamerata…

…accede a internet in modalità protetta con uno di quei banali applicativi che consentono di dirottare il vostro indirizzo IP (non si sa mai si destasse l’interesse della Polizia Postale)…

…apre una decina di account di posta elettronica usa e getta (durano l’arco di un’ora e si cancellano)…

… crea tra i 10 e i 100 account falsi di Facebook…

…inizia ad andare a caccia della preda…

…incontra questa bella paginona da 500.000 like e la sua mente si infiamma…

…con tutti gli account inizia a segnalare la sventurata pagina facebook per una delle seguenti categorie:

  1. Spam o scam
  2. Incitamento all’odio o attacco personale
  3. Comportamento violento o dannoso
  4. Contenuti sessualmente espliciti
  5. Pagina già esistente o categoria sbagliata

Purtroppo, poiché Facebook è un oligopolista, raggiunta una certa “massa critica” di segnalazioni un simpatico meccanismo antiSPAM, che se ne fotte allegramente di tutto e tutti, mette in quarantena tutti link associati a quella determinata pagina…

… e il Lamer può finalmente bullarsi in qualche forum del Sudest asiatico della propria bravata…

Esistono parecchie contromisure elettroniche a questo genere di attacchi, mi meraviglio che al Fatto Quotidiano non le adottino… e mi fa sorridere quando parlano di interventi da Palo Alto per sbloccare la situazione…

La cosa può agevolmente essere sbloccata dal personale italiano di Facebook, come attestato da questo simpatico post di Vita di un IO: Cosa fare se Facebook blocca i contenuti di un blog?

(Resta inteso che potrebbe anche trattarsi dell’accumulo negli anni di fisiologiche segnalazioni da parte di Berlusconiani piccati per le posizioni del Fatto, niente di più facile, ma quella del Lamer è la soluzione che il Rasoio di Occam segnala come più semplice)

Conclusioni

Che dire a mio avviso il problema è esattamente l’opposto di quello che è stato proposto.

La causa di quanto avvenuto non è riconducibile ad un accanimento di Facebook o degli Illuminati verso il Fatto Quotidiano, per le scomode posizioni da questo espresse.

Neanche per sogno.

La causa è riconducibile ad un sistema anti-SPAM, abbondantemente sfruttato dai Lamer, che mette in “quarantena” le pagine senza andare a controllare la natura del denunciante e del denunciato…

Finora avevo assistito a questo genere di pratica come ripicca tra blogger, non mi era mai capitato un caso così importante… e trovo assolutamente demenziale che per pagine di questa importanza possa scattare l’anti-SPAM.

La riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che per l’Oligopolio Digitale della Gang of Four (Amazon, Facebook, Apple e Google) esiste una sorta di paradossale democrazia in cui non conta niente nessuno.

Ma quale censura, esimi Ricercatori, questa è l’ennesima riprova che nel Tritacarne Digitale tutti i contenuti, i post, le polemiche, i flame, gli articoli, i commenti, sono solo ammennicoli per dirottare traffico sui SocialADS…

In Tecnonucleo non esiste censura. Perché è tutto rumore bianco.

E così all’esito di tutte queste polemiche mi immagino Mark Zuckerberg apostrofarci con le immortali parole del Marchese del Grillo…

La trappola di Twitter, riflessioni di un topolino

Self-portrait of Leonardo da Vinci. Red chalk....
Image via Wikipedia

Esimi Ricercatori, oggi il sempre ottimo Domenico Elmook Polimeno, mi ha proposto un interessante articolo di Bill Keller, editorialista del New York Times, dall’intrigante titolo di “The Twitter Trap“.

L’articolo riprende alcune interessanti riflessioni, sviluppate da alcuni pensatori anglosassoni molto critici verso l’attuale assetto della Cultura Digitale (Nicholas CarrJaron LanierGary Small and Gigi VorganWilliam Powers), su come i Social Network e il digitale in genere stanno modificando la nostra mente.

L’articolo parte con le paterne preoccupazioni di fronte all’apertura di Facebook ai minori di 14 anni, decretata recentemente da Mark Zuckerberg. La figlia di Keller chiede il permesso di crearsi un account, e nell’arco di mezz’ora accumula 171 amici…

Da questa inquietudine partono una serie di amare riflessioni su come si stia sviluppando la nostra “Mente Cyborg“, evidenziando come l’evoluzione tecnologica col tempo ha sostanzialmente limitato piuttosto che amplificato le capacità del nostro cervello.

Parte quindi una lunga e caleidoscopica tirata di Keller che illustra come… l’invenzione della stampa da parte di Gutenberg ha limitato la nostra memoria… l’invenzione della calcolatrice la nostra capacità di calcolo, definitivamente massacrata dai fogli di calcolo excel… il GPS la nostra capacità di orientamento… l’uso delle tastiere la bella calligrafia… Google ucciso definitivamente la memoria a breve e lungo termine… Facebook, Twitter e Youtube definitivamente crocefisso e massacrato la nostra attenzione e la profondità delle nostre capacità espressive… lasciando così tanto, tanto, tanto spazio nel nostro cervello per giocare a Farmville (questa è dell’autore non mia!) e altre amenità da bimbiminkia

L’autore citando Foer sostiene che la vera storia della prossima metà del ventunesimo secolo sarà di come ci trasformeremo in cyborg e di come la nostra mente stia sempre di più delegando la totalità delle proprie funzioni alla Cloud (le c.d. nuvole computazionali di motori di ricerca e social network).

Insomma l’articolo riprende in modo più forbito molte posizioni “Umaniste” e critiche verso il c.d. Totalitarismo Digitale (cioè quella cultura incarnata soprattutto da Wired secondo cui “Digitale è bello” sempre e comunque) in Italia divulgate soprattutto dal libro “Tu non sei un gadget” di Jaron Lanier e dalla celeberrima puntata di Report “Il prodotto sei tu”.

Vi invito a leggere l’articolo perché è davvero interessante e ben scritto, con quel mix di pubblico e privato, che, come sapranno i Ricercatori più affezionati, a me piace tanto.

Tuttavia mi posso dire d’accordo con Keller solo parzialmente.

Innanzitutto ritengo come molti autori di giurimetrica che “l’uomo è un animale artificiale”. La natura umana è quella di trascendere i propri limiti attraverso la creazione di strumenti che ne amplifichino le capacità…

Come espresso meravigliosamente dal film “2001 Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick il primo atto di intelligenza che compie il primo uomo, dopo aver toccato il Monolito, è costruire un’arma con un osso, che lo renda sovrumano rispetto alle altre scimmie.

L’uomo nasce cyborg.

Banalizzando l’uomo crea vestiti per compensare l’assenza di pelliccia, armi per compensare l’assenza di artigli, mezzi per compensare l’assenza di velocità, ecc…

L’unica vera capacità innata al nostro essere è di creare strumenti per compensare il nostro essere nudi e indifesi in questo mondo, siamo cyborg nel midollo.

Non condivido l’impostazione di Keller, perché rimpiange un passato della nostra mente, che era riservato solo alle élite. Le Macchine hanno affrancato dal lavoro bruto vaste parti della popolazione, rendendo accessibile una quantità di contenuti culturali semplicemente enorme a enormi masse prima escluse.

Non rimpiango quasi nulla della vecchia mente. Se quattro gatti devono avere la possibilità di recitare a memoria Omero, calcolare a mente le radici cubiche e firmarsi con svolazzi, mentre il resto dell’umanità si crogiola nell’ignoranza, non ci trovo davvero nulla di interessante o stimolante.

A mio avviso le critiche alla Cultura Digitale sono sacrosante. Ma va evidenziato in modo altrettanto sacrosanto di come il digitale abbia anche espanso le capacità dell’uomo medio.

Io piccolo topolino nelle trappole delle Nuvole Computazionali gestisco tramite SAP e Excel moli di calcolo impressionanti, con Office produco in tempi ultrarapidi documenti che quando ho iniziato a lavorare richiedevano settimane, con mail e Social Network sono in contatto con una quantità enorme di persone che quotidianamente arricchiscono la mia visione del mondo, con internet in tempo reale trovo risposta alle più varie esigenze pratiche e culturali…

Forse non produrremo più un altro Leonardo Da Vinci, o un altro Michelangelo… ma forse i nuovi Leonardo Da Vinci producono start up o fanno hacking…

Spesso siamo legati ad un’idea di ciò che è cultura vecchissima.

La vera sfida che impongono le nuove tecnologie non è rappresentata da un ritorno a una favoleggiata realtà “unplugged“, ma da come arricchire di contenuti i nuovi media, sfruttandone al meglio le potenzialità.

OppureNO.