Intervista per Techvideo TV – “Cyberdadaismo Digitale”

Esimi Ricercatori è online la seconda parte dell’intervista rilasciata dal sottoscritto all’ottimo Antonio Savarese per Techvideo.tv, sul “Cyberdadaismo Digitale” di cui di seguito potete trovare il link:

[ http://www.techvideo.tv/content/cyberdadaismo-digitale ]

Questo il lancio:

“Anni fa ci interrogavamo su come fare cultura con Internet?” afferma Giovanni Scrofani il fondatore di Gilda35. In quegli anni si parlava molto del dadaismo un movimento culturale nato a Zurigo, nella Svizzera neutrale della Prima guerra mondiale, e sviluppatosi tra il 1916 e il 1920. Il movimento ha interessato soprattutto le arti visive, la letteratura (poesia, manifesti artistici), il teatro e la grafica, che concentrava la sua politica anti bellica attraverso un rifiuto degli standard artistici attraverso opere culturali che erano contro l’arte stessa. Internet ha reso possibile (basti pensare alla tecnica del collage delle immagini) applicare questi concetti ai giorni d’oggi; prendo un elemento culturale lo estrapolo dal contesto e lo arricchisco con una mia considerazione e lo rendo eversivo e antitetico rispetto a quell’immagine. Quest’approccio ha enfatizzato la stravaganza, la derisione e l’umorismo. Gli artisti dada erano volutamente irrispettosi, stravaganti, provavano disgusto nei confronti delle usanze del passato; ricercavano la libertà di creatività per la quale utilizzavano tutti i materiali e le forme disponibili pertanto anche nella sua applicazione digitale è forte la componente dello scherzo che d’altronde era molto presente nella cultura hacker degli anni 90. Fenomeni importanti sono il fake con cui si ricerca di andare aldilà dell’identità individuale.

Questo fenomeno ha dato vita  a manifestazioni importanti come ad esempio #Occupywallstreet che nasce come idea di Adbusters che la lanciano ufficialmente il 13 luglio 2011 con un blogpost e una newsletter e che poi diviene un fenomeno mondiale o anche a  Anonymous che nasce su un sito come 4chan dove si pubblicano i meme  e dove ci sono immagini artefatte. Da lì esplode per diventare un fenomeno globale.

[Tratto da “Cyberdadaismo Digitale” di Techvideo.tv]

Mentre nella prima parte dell’intervista analizzavo il rapporto con le amate/odiate Twitstar televisive, in questa mi sono concentrato sulle Comunità Creative che dopo la nascita di internet iniziarono a fare cultura con questo nuovo strumento/habitat.

Ho ripreso i temi trattati nell’ormai celebre talk di Natale per Indigeni Digitali circa il Cyberdadaismo, conditi da considerazioni in ordine sparso dedicate al dadaismo delle origini, alla grammatica dei meme, al rapporto tra 4chan e Anonymous, nonché a quei due colossali e immortali scherzoni che sono Occupywallstreet e il Rickrolling.

Concludo ringraziando ancora Antonio Savarese, perché guardando questa seconda parte dell’intervista mi sono ricordato quanto è stata piacevole e spontanea la nostra chiacchierata.

Non resta che augurarvi buon divertimento, miei esimi!

Marchel Ducham: first meme creator/troller

Indigeni Digitali, come parlare di tecnologia con leggerezza

Digital Based People

Esimi Ricercatori, tra le esperienze più interessanti in cui mi sono imbattuto nel 2011 devo per forza di cose citare gli Indigeni Digitali, forse una Community unica nel panorama italiano.

Grazie al contributo attivo (ai limiti del workaholic) di Fabio Lalli è rapidamente cresciuta una Comunità Online, che raggruppa innovatori, tecnologi, informatici, blogger, social media expert per promuovere la Cultura Digitale in Italia.

Vi racconto un aneddoto (o parabola)…

Quando nella primavera di quest’anno mi ritrovai iscritto al Gruppo Facebook (pratica che di solito detesto, ma che talvolta, com’è questo il caso, può rivelarsi particolarmente interessante) mi imbattei  proprio nel progetto di produzione in crowdsourcing di un ebook sulla Cultura Digitale

Di primo acchito rimasi perplesso: “Oddio! Italiani che parlano di Cultura Digitale! Sai che pesantezza assurda!”

La pesantezza dei Top Blogger italici e del relativo codazzo di Social Media Expert è nota in ogni angolo del pianeta, per cui essere prevenuto non era fuori luogo…

Invece mi trovai di fronte a una Comunità Online quasi perfetta: non solo (caso rarissimo) la comunità era orizzontale (coi membri che si rinforzano a vicenda senza l’odioso rapporto leader/massa tipico delle comunità verticali italiane), ma l’approccio alle tematiche digitali era leggero, allegro e dinamico.

Ho apprezzato enormemente la scelta per cui i momenti di condivisione di idee sono stati sempre all’insegna dell’informalità e della convivialità nell’ambito di cene e aperitivi. Eventi che sono sempre stati intrisi di quello spirito anarchico, dissacratorio e autoironico, che mi ha ricordato le vecchie Comunità Nerd dei miei esordi nel web.

Devo anche ammettere che grazie agli Indigeni Digitali ho rivalutato i geek, che prima avevo sempre ascritto a degenerazione modaiola dei Nerd. E’ veramente gratificante conoscere giovani informatici e blogger, che vivono l’innovazione come un incredibile “hobby a tempo pieno”.

Così per me è stato del tutto naturale il 22 dicembre iscrivermi all’Associazione degli Indigeni Digitali, evoluzione naturale del discorso portato avanti da Fabio Lalli e dagli altri community manager dell’omonimo Gruppo Facebook.

Indigeni Digitali è un progetto che sostengo, un network interessante e vivace che ha tutte le carte in regola per svecchiare il modo con cui fare comunicazione intorno al Web.

Esimi Ricercatori vi lascio con questa carrellata di video, che vedono la mia partecipazione agli eventi degli Indigeni Digitali sempre nell’atto di proferire mirabolanti “verità rivelate“.

Ringrazio sentitamente Antonio Lupetti (autore di quasi tutti i video), per aver sempre colto il lato più rigoroso, sobrio e austero della mia persona…

Aperitivo Indigeni Digitali Roma 25 ottobre 2011 – parte prima

Aperitivo Indigeni Digitali Roma 25 ottobre 2011 – parte seconda

Indigeni Digitali – Quando le teste piumate ci misero la faccia

Indigeni Digitali – Cena di fine anno 22 dicembre 2011

#NoFreeJobs anche gli Stagisti nel loro piccolo si incazzano

  1. ONtro

  2. Esimi nonché egregi Ricercatori, oggi sono stato contattato dal nostro Luigi Ferrara per una doverosa azione di sensibilizzazione via Twitter in favore di un nuovo hastag fresco fresco: #nofreejobs.
  3. @MatteoBianx @Jovanz74 @bruniverso e tutti gli altri SocialEroi, ci date una mano a diffondere #nofreejobs? #SE
    November 9, 2011 9:09:20 AM EST
  4. Il post da cui è partito tutto…

  5. Immediatamente mi getto in una ricerca in Rete per comprendere meglio il fenomeno e mi imbatto nel post di Wikiculture da cui è nato tutto. In sostanza #NoFreeJobs nasce da una meravigliosa “offerta di lavoro” rivolta ai blogger professionisti (o aspiranti tali): un misterioso benefattore, infatti offre all’iperbolica cifra di € 20,00 (euro venti/00) al mese per 40 (quaranta) post…  In pratica € 0,50 (cinquanta centesimi) al pezzo…

    Ovviamente partono alcune sconsolate riflessioni dell’autore su come raggranellare in modo più semplice questa mitica cifra…
  6. Nascita di un hashtag di successo…

  7. E’ quindi la volta del nostro Paolo Ratto, che sulla propria Pagina Facebook (e successivamente sul proprio blog) commenta la notizia al grido di un quanto mai condivisibile “Gratis non si lavora. Si ozia”…
  8. …che viene brillantemente ripreso da Cristina Simone, la quale inventa l’hastag e inizia a fare un po’ di sano sharing verso gli Influencers giusti:
  9. Gratis non si lavora. Si ozia. [cit. @jul_x ] #nofreejobs
    November 9, 2011 6:27:20 AM EST
  10. @silvia_carbone @Marygrace83 @Ggferrara @SimoneCinelli @nadiaplasti twittiamo le proposte imbarazzanti per lavorare gratis #nofreejobs
    November 9, 2011 6:39:21 AM EST
  11. Ovviamente a questo punto si scatena il noto meccanismo di “spam strutturato della Comunità Online a rinforzo orizzontale” e l’hashtag inizia a dilagare in Rete, suscitando alcune interessanti riflessioni sul “praticantato”: la forma più deteriore di precariato non retribuito.
  12. #nofreejobs piuttosto vado a far rimbalzare i sassi a pelo d’acqua. Che fa figo.
    November 9, 2011 1:07:59 PM EST
  13. 20 euro al mese per 40 pezzi | WikiCulture t.co/pfi06aJE si aspettate che ve li invio datemi un secondo eh… #sarcasmo #nofreejobs
    November 9, 2011 10:42:05 AM EST
  14. Aboliti in Inghilterra stage e tirocini non retribuiti t.co/Osb6JTZU giusto in tempo per il #nofreejobs
    November 9, 2011 4:49:11 PM EST
  15. #nofreejobs ho fatto pratica in uno studio legale lavorando piu’ del titolare senza neancheun rimborso spese fino all’abilitazione.
    November 9, 2011 2:36:40 PM EST
  16. #nofreejobs Disamorati del familismo, della raccomandazione, della formazione zero, della poca istruzione, delle strutture inefficienti!
    November 9, 2011 6:05:16 PM EST
  17. Cominciamo a dire NO al lavoro gratis, che lavorino GRATIS solo i ricchi (peggio per loro) #nofreejobs
    November 9, 2011 1:16:57 PM EST
  18. un tempo eravamo generazione 1000 euro, adesso come adesso siamo quasi generazione gratis…. #nofreejobs
    November 9, 2011 5:49:53 PM EST
  19. Italia: un Paese in cui nel 2011 non si riesce ancora a uscire dalla logica medioevale del praticantato gratuito #nofreejobs
    November 9, 2011 1:29:31 PM EST
  20. Come spesso accade, non appena nasce l’hashtag, germina anche la relativa Pagina Facebook (penso che un giorno faranno un cimitero di pagine Facebook nate e morte nell’arco di un giorno):
  21. Si tirano le somme…

  22. Arriva infine Anna Simone de Linkiesta a riassumere le posizioni più autorevoli sull’intera vicenda, raccontando per filo e per segno l’intero svolgersi degli eventi:
  23. Ma se ne accorgono anche siti più mainstream, tipo Tgcom, segno che l’argomento è di particolare attualità e interesse…
  24. La mia personale esperienza

  25. Alla fine anche io, mentre sono in viaggio sull’autobus del ritorno a casa, colgo l’occasione per fornire la mia personale esperienza, ovviamente assolutamente contraria a queste forme medioevaleggianti di apprendistato…

    Sarà che sono fatto male ma non sono mai riuscito a fare volontariato in favore di chi sta economicamente meglio di me…
  26. Conclusioni

  27. Concludendo miei esimi Ricercatori non posso che condividere la totalità di tutto quanto ho letto in queste ore sotto l’etichetta #nofreejobs.

    In particolare trovo assolutamente da stigmatizzare queste applicazioni in epoca moderna delle logiche di apprendistato medioevale, in cui l’Apprendista/Praticante stava a bottega gratis sperando un giorno di fregare qualche cliente al proprio Padrone. Mi sembra spaventoso e a tratti inquietante che in una Società avanzata, come dovrebbe essere quella italiana, alla maggior parte delle Professioni Intellettuali si acceda trascorrendo anni senza essere pagati, venendo sfruttati, masticando amaro…

    Mi chiedo che genere di professionisti formiamo con queste pratiche…
  28. Rino Gaetano – Mio Fratello è Figlio Unico.wmv
    August 6, 2010 4:38:50 PM EDT

Una possibile spiegazione al Caos nei Temi di Tendenza

« Il dadaista inventava gli scherzi per togliere il sonno alla borghesia, il dadaista comunicava alla borghesia un senso di confusione e un brontolio distante e potente tanto che i suoi campanelli cominciavano a ronzare, le sue casse forti ad asciugarsi e i suoi amori scoppiavano in bollicine »
(Jean Arp)

Immagine-2
Gli incredibili Temi di Tendenza del 30 ottobre 2011 A.D.

ONtro

Esimi nonché egregi Ricercatori, ieri 30 ottobre 2011 A.D.  i Temi di Tendenza di Twitter sono completamente impazziti.

Chiunque avesse aperto Twitter via web si sarebbe scontrato contro questi dieci meravigliosi Temi di Tendenza:

  1. COME TROVI QUESTO TEST
  2. CANTANTE PREFERITO
  3. TI PIACEREBBE VIVERE A BARI
  4. DA 1 A 100
  5. COSA FATE
  6. QUANDO TI ARRABBI
  7. SONO INSOPPORTABILI
  8. COSA PENSANO GLI ALTRI DI TE
  9. QUANTE LINGUE CONOSCI
  10. Shrek

Complottismo twittero

Immediatamente su Twitter scattano le ipotesi complottiste più esilaranti:
  • “Sono stati quei manigoldi di Gilda35, sempre a far casino coi Temi di Tendenza!” facile da confutare, questa Comunità rivendica SEMPRE le proprie burle (v. ad esempio goo.gl/TvcD2), che solo apparentemente sono all’insegna del nonsense. Inoltre seguiamo da sempre una ferrea estetica dadaista e i temi del 30 ottobre ne sono assolutamente privi.
  • “E’ tutta colpa di quella bimbaminkia di Kuccilotta95 e dei Beliebers!” A questa frottola, lo ammetto, ero cascato anche io, credendo di trovarmi di fronte ad una di quelle esplosioni testuali tipiche dei Beliebers (v. goo.gl/mzRcV)… Ma, sebbene Kucciolotta95 avesse utilizzato in modo massivo i temi di tendenza incriminati, gli stessi erano già presenti dal giorno prima… Kucciolotta95 si è limitata ad utilizzarli per fare uno scherzo (da applauso)… E Kucciolotta95 altri non è che la vincitrice dei Tweet Awards 2011 Imbecilla!

http://twitter.com/#!/Imbecilla/status/130960820703215616

  • “E’ stato Bersani che voleva oscurare Renzi e l’hastag #Leopolda”: atteso il comportamento ostile di Pierluigi Bersani e della dirigenza del PD verso Matteo Renzi, mi sembra davvero improbabile che simili brontosauri riescano ad attivare operazioni di hacking degne di questo nome. Il loro metodo è un classico della politica in bianco e nero: organizzo contemporaneamente un’altro evento “Finalmente Sud” e replico a distanza senza neppure ascoltare l’interlocutore… figuriamoci finezze come l’hacking.
  • “E’ stato Berlusconi che voleva zittire #Leopolda e #FinalmenteSud!”:  ce lo vedete un tizio che possiede una fetta così rilevante del mercato televisivo ed editoriale italiano ingaggiare un hacker per zittire Bersani e Renzi (e relativi supporters) che si lanciano gli stracci? Caso mai avrebbe dovuto pagarlo per rendere #Leopolda vs #FinalmenteSud tema di tendenza mondiale. Berlusconi la comunicazione la conosce ancora.
  • “E’ stato un hacker brutto sporco e cattivo!”: gli hacker possiedono una cosa chiamata etica (altrimenti sono lamer o cracker). Un hacker degno di questo nome, dopo un colpo come quello procederebbe (quantomeno tra gli addetti ai lavori) a rivendicarlo, ad attribuirgli un senso, a suscitare una riflessione… nulla di tutto ciò.

Riflessione digitale

Quindi nel ben mezzo dell’esplosione complottista, cui mancavano solo Templari ed Alieni, la riflessione si sposta sui Blog e sulle testate online. Tra i tanti vi segnalo:
  • un esaustivo articolo del Sole 24 Ore (v. http://goo.gl/QsKOw), che va un po’ fuori strada concentrandosi sul decimo tema di tendenza Zingales (al decimo post è stato anche Shrek);
  • un interessantissimo post di Caterina Policaro (v. http://goo.gl/Zuqte), che a mio avviso va vicinissimo alla fonte della vicenda;
  • un bel post del nostro Riccadinho (v. http://goo.gl/kjhWU), che ben riassume il frizzante dibattito svoltosi in una delle Cabine di Regia  di questa Community (v. http://goo.gl/74G1K).

Come si influenzano i Temi di Tendenza

Per risolvere l’arcano bisogna innanzitutto partire dai più comuni metodi utilizzati per influenzare i temi di tendenza:

  1. Intervento a gamba tesa della Twitstar: le Twitstar italiane radunano attorno a sé Comunità Online di 150-250 membri attivi, oltre 10.000-20.000 active lurkers. Un loro intervento naturalmente innesca volumi di traffico su un tema sufficienti a a farlo diventare tema di tendenza.
  2. Subdolo Sabotaggio di una Comunità Online di Influencers: quando una Comunità Online composta prevalentemente da Influencers (inutile fare esempi), decide di far salire un tema non c’è algoritmo che tenga. Si crea una Comunità Orizzontale in cui ognuno mette a fattor comune la propria rete di conoscenze e non ce n’è più per nessuno.
  3. Pagare: avete letto bene. Se si paga per avere spazio dedicato sui server di twitter, o per avere “promoted tweets“, la rilevanza dei temi di tendenza collegati alle proprie iniziative viene “pesata” di più dall’algoritmo dei temi di tendenza… Ogni riferimento  a Justin Bieber e Lady GaGa è puramente casuale…
  4. Hackerata: non ne ho le competenze, ma leggendo in Rete ho appreso che eludere l’algoritmo/counter di Temi di Tendenza è abbastanza una cavolata (adesso iniziate a spiegarvi l’improvvisa apparizione di misteriosi Temi di Tendenza fuori tema?)…
  5. Campagna massiva con uso di BOT: un’altro metodo collaudato è programmare le orde di social BOT (software che agiscono come utenti di social network), che ogni Social Media Espert possiede (v. http://goo.gl/oVWkV) e farli scatenare in Rete per retweet selvaggi.

Una possibile soluzione dell’arcano

Assai probabilmente si è trattato di un esperimento di uno smanettone sfuggito un po’ di mano…
Mettiamo in fila alcuni elementi del puzzle:
  • Fonte: Come bene indicato da Caterina Policaro i termini dei nove temi di tendenza di ieri sono chiaramente frammenti del test delle “100 domande” di alfemminile.com (v. http://goo.gl/BXE6B).
  • Caps lock: Va peraltro rilevato che alcuni BOT (software che svolgono in Rete azioni complesse), come insegna il c.d. “Manuale Elmook di Linguistica Computazionale” dell’ottimo Domenico Polimeno, sono programmati per attivare alcune routine alla comparsa di messaggi contenenti le maiuscole.
  • Emulatori: Non dobbiamo poi dimenticare l’effetto emulazione che prende spesso i Nativi Digitali all’apparire di un nuovo tema di tendenza (v. sempre goo.gl/mzRcV), anche solo per dire “che significa?… ma ti pare?… che schifo?!… possibile che XYZ sia TT e Justin Bieber noooo?
  • Spammers: Come accade ormai da parecchio tempo, quando un temine diventa tema di tendenza, alcuni BOT iniziano a fare la propria comparsa e inondano l’hashtag di spam (v. http://goo.gl/F6q4H).

Messi in fila i fatti e considerate le classiche tecniche di sovvertimento dei temi di tendenza appare plausibile che:

Qualche smanettone ha programmato un BOT per “leggere” termini con lettere maiuscole…

…il BOT doveva far “pesare” come “molto rilevanti” all’algoritmo dei Temi di Tendenza i tweet selezionati…

…per qualche errore (o volutamente) il BOT ha letto e selezionato alcuni tweet che rimandavano al forum (o ancora meglio era un BOT webcrawler che in rete ha individuato frammenti di testo maiuscolo e li ha riportati su Twitter… questa mi piacerebbe da morire)…

…l’Algoritmo è andato in tilt e ha riportato i nove frammenti come “Temi di Tendenza“…

…quindi sono arrivati i Nativi Digitali e hanno iniziato a fare buzz…

…poi è stata la volta di BOT spammers, che hanno generato altro buzz…

…infine tutto è stato sommerso dal buzz.

Conlcusioni

In sostanza esimi Ricercatori assai probabilmente ci troviamo di fronte a BOT che sono sfuggiti di mano ai propri creatori… l’ennesima insurrezione digitale delle Macchine Ribelli, che lanciano il proprio ruggito di sfida…

Vi risparmio, pertanto, il solito pistolotto sui Temi di Tendenza. Penso che abbiamo detto tutto a suo tempo, quando Wikileaks non divenne Tema di Tendenza nonostante volumi di traffico da 500 tweet al minuto (v. http://goo.gl/U55JL) e quando venne acclarata l’esistenza delle Policy Ombra dei Temi di Tendenza (v. http://goo.gl/QYucY).

Colgo solo l’occasione per dire che magari ideando altre forme di “promozione pubblicitaria“, che esulino dai “Temi di Tendenza“, Twitter renderebbe un servizio migliore alla propria utenza. Spacciare “pubblicità” per “informazione“, comporta giocoforza storture come quella in cui si è incappati ieri.

Intervista per Settimo Potere

Esimi nonché egregi Ricercatori e Sabotatori tutti, è con piacere che vi presento un’intervista che ho rilasciato per la testata online Settimo Potere sul nostro adorabile Progetto di Satira Dadaista:

Gilda35, la satira dadaista del web 

Devo ringraziare sentitamente l’autore dell’intervista perché ha posto le domande giuste. Di solito ogni volta che parlo con un giornalista si comincia da chi è Jovanz74 e cosa fa Giovanni Scrofani…

L’intervistatore invece ha colto il tratto più importante: io sono solo il “Narratore” delle gesta, dei ragionamenti, delle ricerche, delle performance e delle burle di una Comunità Online estremamente creativa, originale e divertente.

Lo dico senza tema di piaggeria nei Vostri confronti: in Rete non si trova nulla di paragonabile alle vostre malefatte.

Siete dei grandi e ve ne renderò atto fino all’ultimo!

 

 

Messico e Nuvole Computazionali (il panico dei Lurker)

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.
(da “La società dello spettacolo” di Guy Debord)

I social network e il gran bazar dell'infotaiment

Esimi nonché egregi Ricercatori, alcune settimane addietro con un gruppo ristretto di coccolosi sabotatori Dadaisti, cercammo di buttare giù un affettuoso progetto di destrutturazione comunicazionale.

L’obiettivo era quello di studiare come i nuovi media stanno cambiando il mondo del giornalismo, sempre più propenso a fare “infotaiment” piuttosto che a veicolare vera informazione.

In un mondo in cui l’informazione diventa parte integrante dell’Industria dello Spettacolo, ovviamente i Social Network con la propria dimensione eternamente sospesa tra il ludico e l’informativo svolgono un ruolo essenziale.

Il giornalista post-moderno, se un mentecatto sevizia e uccide un innocente, corre sulla pagina Facebook dell’omicida o della vittima (al riguardo non capirò mai i criteri di privacy di Zuckerberg & soci)… se all’improvviso #vascomerda diventa tema di tendenza su Twitter è immediato parlare di crisi tra Vasco Rossi e i suoi fans (vai a pensare che parecchi sono hooligans del Boca Junior)…

Di esempi potrei proporne parecchi, ma ognuno di voi può trovarne in rete a iosa: foto di neonati figli di connubi tra VIP tratte da Facebook, accanto a incidenti di Centrali Nucleari postati da Twitter, accanto ai testi dei messaggi privati tra il presunto assassino e la sua amante, accanto alle foto del lato B della starlette rubate con Google+…

Poi ci si sorprende se il “Popolo della Rete”  si trasforma in un orda di Lurker: persone che stanno sui Social Network senza interagire, solo per leggere passivamente, trasformando la Rete in un Televisore con un miliardo di canali.

I dati parlano chiaro nei Social Network una quantità impressionante di “utenti attivi” non interagisce per nulla (v. “Social network e numero di utenti: quei conti che non tornano” del sempre ottimo Antonio Lupetti). La cosa non è semplicemente riconducibile al fenomeno dei socialBOT (spesso molto più attivi degli umani).

Come spiegano alcuni tra i migliori pianificatori di Online Communities (v. “What is an Online Community” di Socialmedia Today) i Lurker costituiscono la base di ogni ecosistema digitale.

I Lurker sono il pubblico di quel grande palinsesto dei Social Network, in cui noi “Power Users” siamo i produttori di infotaiment…

Tra i Lurker e i Videodipendenti non c’è alcuna differenza qualitativa… semplicemente godono di un’offerta di “spettacoli” notevolmente più ampia. Si bevono qualsiasi panzana, senza verificare. Per loro “l’ha detto la Rete, non può non essere vero” ha sostituito il tradizionale “l’ha detto la Televisione“…

E ovviamente il mondo dell’informazione sguazza in questo atteggiamento e lo fomenta ogni giorno, abbattendo gli strumenti di analisi del proprio “pubblico passivo“.

Ovviamente questa Piramide andrebbe rovesciata...

Insomma con un glorioso scherzone dadaista volevamo dare una sonora lezione a questa cultura del nulla in cui niente si verifica e tutto viene gettato in pasto al grande Tritacarne Digitale…

Poi vedendo lo scarso sense of humor, che circola ultimamente in Rete, abbiamo messo il progetto in stand-by… non sia mai che a Tecnonucleo andasse di traverso la colazione… Dopotutto siamo sempre a favore del sabotaggio lecito e coccoloso, suvvia!

Eppure la sincronia della Mente Alveare anche questa volta ha dato ottima prova di sé…

In Messico alcuni sconsiderati  “performers” hanno dato vita ad una burla spericolata. Come potete leggere in “Messico, in manette i terroristi cinguettanti” di Mauro Vecchio, Gilberto Martinez Vera e Maria de Jesus Bravo Pagola, due twitters messicani, hanno postato la falsa notizia di attentati nelle scuole con rapimenti di bambini.

Lo sciagurato duo ora rischia trent’anni di carcere per “terrorismo“…

Non mi dilungo sulla differenza tra cattivo gusto, procurato allarme e terrorismo…

Quello che voglio evidenziare è come sia bastato che un paio di cretini organizzassero una burla su un Social Network, per procurare il panico nella città di Veracruz…

Esimi Ricercatori: qui non stiamo parlando di Orson Wells che racconta lo sbarco dei Marziani su un canale radio ufficiale con tanto di effetti speciali e finta diretta. Qui parliamo di un professore di liceo e una conduttrice radiofonica, che fanno trolling.

Due mentecatti fanno trolling, i Power Users retwittano e migliaia di lurker di Veracruz se la bevono perché l’hanno letto su Twitter… dopodiché la cosa si propaga nel “Mondo Reale” ed è panico per le strade.

Ovviamente i criminali sono i buontemponi, non gli scagnozzi di Tecnonucleo che hanno educato milioni di persone a gestire la Rete come uno strumento di informazione passiva, in cui poco o  niente è oggetto di verifica. Se la fonte è “attendibile” è immediatamente una “notizia“, e allora i Power Users corrono a diffonderla urbi et orbi in ogni social network possibile per gridare “Sono arrivato UNO!“… e se l’ha retwittata il Power User, l’Influencer, la Twitstar come può per il Lurker essere una notizia falsa?

Concludendo miei esimi nonché egregi Ricercatori, questo nonPOST è solo un altro spettacolo nel grande palinsesto dei Social Network… sul sito a fianco ci sono foto del lato B di Pippa Middleton con contorno di incidenti di Reattori Nucleari…

Buon divertimento…

OppureNO.

Teamfollowback, ovvero come allevare un account Twitter

“Money never sleeps”
Gordon Gekko, Wall Street 1987

ONtro

Librarsi soavi nell'etere digitale di Tecnonucleo...

Esimi Ricercatori, durante la scorsa primavera ebbi una conversazione digitale con Giuseppe Mauriello su un tema che gli aveva suscitato un certo sconcerto: gli account di Twitter con pochissimi tweets (messaggi) e migliaia di following/followers.

Si chiedeva l’amico Pino, come fosse possibile avere account così “pompati”, essendo degli illustri conosciuti e senza aver mai postato apparentemente nulla di consistente. Citava addirittura casi con migliaia di followers e 0 messaggi.

Ovviamente con alcuni Ricercatori ci siamo messi al lavoro… abbiamo sguinzagliato qualche controparte digitale… ci siamo infiltrati in una serie di Comunità Online in giro per il mondo… ed abbiamo trovato la risposta all’arcano, anzi due: Teamfollowback e Autofollowback!

Ma andiamo con ordine come di consueto.

Fase 1: Breve profilo del Segugio Digitale

Innanzitutto mi sono messo alle calcagna di questi curiosi soggetti, che d’ora in poi chiameremo i Segugi.

Qualunque account di Twitter superi il migliaio di followers è seguito dai un discreto numero di Segugi, le cui caratteristiche posso riassumere come segue (sono dati di massima):

  • Numero di Following (“persone che segui”) notevolmente superiore al numero di followers (“persone che ti seguono”).
  • Numero di following/followers nell’ordine delle migliaia.
  • Numero di Tweet basso tenuto conto del volume di “contatti”.
  • Contenuti pressoché assenti: spam di link, scarsissima interazione reale con altri utenti, tendenza a fare infiniti listoni di nomi.
  • Utilizzo compulsivo dell’hashtag #Teamfollowback, in cui vengono inclusi account presi casualmente tra persone che non sono né following né followers.
  • Nickname stranissimi e arzigogolati.
  • Utilizzo quasi esclusivo della lingua inglese.
  • Provenienza in genere da USA, UK, Australia e altri stati del Commonwealth.

La ricerca è stata abbastanza dura, perché ho sempre considerato chi mi inserisce nei listoni di #Teamfollowback un molestare seriale e come tale tendo a bloccarlo…

Il mio stomaco ne ha risentito per giorni.

Fase 2: Infiltrazione e Teamfollowback

Ho creato pertanto un fake account da Segugio (ebbene sì sono un Fake Ricercatore), successivamente distrutto al termine dell’esperimento. Quindi ho iniziato ad utilizzare l’hastag Teamfollowback, scoprendo una inquietante Comunità Online di Segugi.

La Tribù dei Segugi imperversa nella relativa etichetta di ricerca di twitter #TEAMFOLLOWBACK, fondamentalmente applicando la regola del “Se mi segui, ti seguo”.

Pertanto quando uno sconosciuto vi inserisce in un elenco insensato di account usando l’etichetta #TeamFollowBack vi sta garbatamente invitando a seguirlo, per pompare vicendevolmente i vostri account.

Ho letto spesso in rete di ricerche in tal senso: il follow viene restituito nella stragrande maggioranza dei casi e se si scrivono pochi post è un ottimo strumento di fidelizzazione (chi scrive parecchio, presto o tardi, innervosisce qualcuno)…

In sostanza gli appartenenti alla Comunità dei Segugi non fanno altro che estendere la propria rete di contatti: cercare followers, indicare followers da seguire, fare strizzatine d’occhio a nuovi account…

La cosa particolare è che dopo un paio di giorni procedono a cancellare i messaggi contenenti l’etichetta in parola. La loro pagina di Twitter appare abbastanza normale, o nei casi più estremi vuota…

A corollario del fosco quadro sopra descritto, quotidianamente campeggia in cima ai tweet dell’etichetta Teamfollowback questo singolare “Top Tweet”:

http://twitter.com/#!/TeamFollowWacky/status/108261409695088641

Se si cercano in Rete le etichette riportate dall’account @TeamFollowWacky, in particolare InstantFollowBack si scopriranno delle misteriose liste (v. ad esempio http://www.twibes.com/instantfollowback/twitter-list)…

Cercando poi tra gli account che utilizzano l’etichetta #InstantFollowBack ci si imbatte poi nel termine chiave: Autofollowback.

Fase 3: Scoperta dei software di Autofollowback

Come si può ammirare in numerosi siti in lingua inglese (v. la pagina di Squidoo 7 Auto-follow Tools for Twitter Marketing) il termine autofollowback si riferisce a particolari strumenti di Social Media Marketing…

In sostanza esistono dei software (costo intorno ai € 50,00), che consentono di seguire in automatico, chiunque ci segua, seguire in automatico intere liste di utenti, automatizzare le attività di following/defollowing per pompare il proprio account fino ai 500 followers giornalieri, automatizzare le attività di inserimento e cancellazione dei propri messaggi…

Di seguito elenco la top seven di questi software generatori di Simulacri Digitali:

  1. Tweet Adder
  2. TweetBig
  3. BirdieAdder
  4. ValueTweets
  5. AutoTweeting
  6. TwiPing
  7. SocialOomph

Ovviamente Twitter ha un blocco e non consente di seguire più di 50-75 account al giorno… tenuto conto però che almeno tre quarti dei contatti restituisce il follow… nel giro di un annetto, senza produrre alcun contenuto, si potrebbe avere un account con 15.000-30.000 followers… scusatemi se è poco…

Certo i Software di cui sopra sono l’ulteriore conferma (come se ce ne fosse bisogno) dei nostri esperimenti. Persino ai livelli medio bassi del Social Media Marketing esistono una pluralità di software per l’automatizzazione della totalità delle azioni umane… Altro che fake il più scamuffo Social Media Expert ha interi vivai di Simulacri Digitali in costante allevamento… Questo risponde a parecchie domande sulla sincronia di certi eventi, ogni riferimento alle Tre Stigmate di Justin Bieber è puramente voluto…

L'espressione da gaglioffo del Twitter Adder è impagabile!

Fase 4: E poi il bruco mette le ali…

Vi siete mai chiesti come fa l’account di un film appena uscito ad avere al day one migliaia di contatti? O un sito appena aperto? O un nuovo prodotto appena lanciato? O una nuova band?

Ve l’ho detto: i software di Autofollowback vengono esplicitamente presentati come strumenti di Social Media Marketing…

In sostanza il giochino è abbastanza semplice e alla portata di qualunque Social Media Expert con un minimo di alfabetizzazione informatica:

  • Si crea un “vivaio” di fake account: fornendo un nome arzigogolato e farlocco, appiccando una foto di qualche aspirante starlette nella propria disponibilità, buttando giù una bio inconsistente che gridi TEAMFOLLOWBACK…
  • Si attiva un software di autofollow, per dargli una parvenza di vita digitale.
  • Si allevano i fake account nelle vasche di riproduzione del “Teamfollowback”.
  • Si cerca un cliente per il nuovo account.
  • Quando il bruco è “maturo” ed ha raggiunto un cospicuo numero di followers, si cambia nickname inserendo quello definitivo (Twitter lo consente), si cambia biografia, si inserisce il link al sito giusto, si defollowano in massa tutti i propri followers (opzionale), si inseriscono contenuti di “qualità“.
  • Spesso alla fase operativa è preceduta una fase da “crisalide” con un ulteriore nome transitorio e account lucchettato, in attesa che si stabilizzino gli usuali defollow di ripicca.

Et voilà avrete il vostro account da 15.000-30.000 follower, 150 following (non seguire nessuno è inelegante), pochi contenuti di qualità e un cliente soddisfatto… e potrete monetarizzare il vostro Simulacro Digitale.

Ovviamente nessuno si accorgerà di nulla… la maggior parte dei vecchi followers si troverà a seguire un account mai visto prima, ma difficilmente se ne accorgerà, perché non ci sarà nessuna interazione precedente che attesti qualche rapporto… L’unico modo di accorgersene è attraverso strumenti come Who Unfollowed Me, quando vi evidenziano misteriosi defollow da parte di persone che non vi ricordate di aver mai seguito.

Un account “grasso” di followers è una calamita per gli altri utenti, inoltre una volta che l’account diventa “serio” è agevolmente certificabile, rendendo spianata la strada per diventare una Twitstar a tutti gli effetti.

Ovviamente le tecniche di cui sopra vengono utilizzate anche da normali utenti e giovani artisti emergenti, per fare “personal brand”. Molti sinceramente vivono il “TeamFollowBack” come uno strumento per fare nuove conoscenze… ma la natura furbesca dell’operazione è evidente e massiva.

Conclusioni

Insomma cari Ricercatori il mistero è svelato…

Quando incontriamo questi sconclusionati account che seguono migliaia di persone twittando pochissimo… quando veniamo inseriti in misteriosi trenini di TeamFollow… quando subiamo defollow da parte di illustri sconosciuti che non ricordavamo di aver seguito… quando vediamo questi tweet che appaiono e scompaiono pochi giorni dopo… siete di fronte a un piccolo bruco del marketing di Tecnonucleo, che lotta per librarsi come una farfalla nell’etere digitale…

Probabilmente avrete incontrato l’account larvale della prossima boyband di successo, della prossima app fine di mondo, del prossimo Topblogger internazionale, del prossimo blockbuster globale…

Ricordate Ricercatori: il denaro non dorme mai.

E neanche Tecnonucleo.

Fake Plastic Trolls pt. 2 – …allora questo è un Troll

Segue da Fake Plastic Trolls pt. 1

Non necessaria premessa

Esimi Ricercatori il tema del trolling è assolutamente vastissimo e meriterebbe un tomo dell’enciclopedia Treccani, quindi mi accingo a esporlo in modo rapsodico, inconferente e assolutamente cialtronesco… ma comunque con fiero “piglio sociologico”.

Essendo sistematicamente per l’affermazione e la contraddizione continua preciso sin d’ora: il Trolling un tempo nel Web 1.0 era spesso un’arte raffinata ed elegante, che oggi nell’A-Social Web 2.0 vive un periodo di odiosa e penosa decadenza.

In generale si può definire Troll colui il quale dedica la propria attività online a distruggere una determinata Comunità Virtuale, attraverso un sistematico uso di messaggi provocatori e violazioni della netiquette.

Questa perlomeno era la natura del Troll nel Web 1.0, oggigiorno la definizione coincide purtroppo sempre più spesso con quella di molestatore, calunniatore, diffamatore et similia…

Ma non divaghiamo…

Dopotutto noi vecchi smanettoni siamo stati tutti Troll almeno una volta nella vita e perdonateci se ci scatta la nostalgia per tempi più civili…

Il Troll all'opera in tutta la sua sinistra bellezza...

Etimologia

Agli esordi del fenomeno del trolling, nel vintage e semi analogico web 1.0, esistevano due grandi scuole di pensiero sull’origine del termine.

Scuola Tolkeniana

Un coccoloso Troll in tutta la sua bellezza.

La prima scuola, quella “Tolkeniana“, individuava l’origine del nome in alcune creature antropomorfe della mitologia norenna. Il Troll delle leggende è un essere animato composto di roccia.

Il Troll ovviamente è una creatura connessa in generale alle Tenebre e ai culti del Caos e della Notte. Caratteristica del Troll pertanto è quella di non sopportare la luce solare, che lo riporterebbe al primitivo stato di roccia inanimata. Inoltre il Troll essendo una creatura del Caos odia l’ordine naturale delle cose e si applica in ogni modo per devastare il Creato… e per non farsi mancare nulla è pure cannibale e gradisce i bambini.

La forma è quella di un gigante peloso, bitorzoluto e maleodorante dotato di scarsa intelligenza.

Il libro “Lo Hobbit” di J.R.R. Tolkien riporta un passaggio in cui Frodo e la propria compagnia di nani vengono rapiti da tre Troll, parecchio imbecilli che a forza di litigare su come cucinarli finiscono per attendere il sorgere del sole e trasformarsi in rocce…

Secondo questa teoria pertanto il Troll sarebbe caratterizzato da:

  • agire protetto dalle Tenebre: trincerarsi dietro il comodo anonimato delle Comunità Online;
  • dissoluzione alla luce del Sole: se la loro identità reale viene “scoperta” abbandonano la Comunità Online per paura di possibili ritorsioni legali, o d’altra natura più fisica (tipo: “Te vengo a cercà sotto casa e meno a te e tre quarti della palazzina tua”);
  • cuore di pietra: il Troll è per sua natura spietato, non chiede né concede pietà;
  • culto del Caos: il Troll adora ingenerare scompiglio nell’ordinata vita delle Comunità Online tramite apposite tecniche di trolling (v. oltre), mirate a sovvertire gerarchia, ideali, regole e stile di vita;
  • linguaggio idiota: la stragrande maggioranza delle tecniche di trolling 1.0 prevedevano il ricorso al c.d. non-humour, utilizzando un linguaggio volutamente grezzo, irritante, decontestualizzato.

Scuola dei Pescatori

Pescatori di Niubbi

Secondo invece la scuola dei “Pescatori” il trolling trarrebbe origine da una peculiare tecnica di pesca anglosassone, in cui l’amo, gettato da un’imbarcazione in movimento, viene abilmente celato per catturare i pesci più ostici…

Secondo questa teoria pertanto la caratteristica principale del Troll sarebbe il suo desiderio smodato di “prendersi giuoco degli incapaci”. In sostanza il Troll si porrebbe su un piano superiore rispetto a quello dei comuni utenti della Comunità Virtuale, cui lancerebbe delle “esche” per farli cadere nella propria trappola. Da qui nasce il caro vecchio detto anglosassone delle IRC che furono:

“Do not to feed Trolls”
(trad. Non date da mangiare ai Troll)

Diciamo che entrambe le teorie a mio avvero sono contemporaneamente vere e tagliamo la testa al topo…

Tipologie di Troll

Esistono numerosi studi di psicologia del comportamento sul fenomeno del trolling. In generale potremmo così riassumerle:

  • Troll Giustiziere: qualcuno in una Comunità Online gli ha fatto un torto. Non avrà pace fin quando non avrà cancellato dai server ogni traccia dell’odiato nemico, dei suoi sostenitori, dei sostenitori dei suoi sostenitori. Come un “Borghese Piccolo Piccolo” intraprende un’escalation di violenza digitale. Combatte “fino a che non ci sarà più nemico ma solo pace. Amen”.
  • Troll Egomaniaco: in sostanza ha bisogno di catalizzare l’attenzione su di sé, non importa se in modo negativo. La Comunità Virtuale deve avere un solo chiodo fisso: Lui. Se riceve 1.000 insulti giornalieri, comunque a fine serata è soddisfatto.
  • Troll Beffardo: colui che propriamente “si fa giuoco degli incapaci“. In una data Comunità Online scorge dei comportamenti che giudica puerili e decide di satireggiare gli utenti per il suo personale godimento sottoponendoli a ogni genere di angheria e provocazione.
  • Troll Depressivo: è quello che posta frasi deprimenti e senza senso, augurando di continuo a sé stesso e agli altri utenti la morte. Genera numerosi casi di orchite.
  • Troll Dr. House: ostenta atteggiamenti esageratamente cinici e spocchiosi su qualunque argomento, andando costantemente contro corrente rispetto al senso comune. Se contraddetto, magari anche garbatamente, si scatena ricoprendo di insulti il malcapitato.
  • Troll Devastatore: ha un solo obiettivo distruggere l’ecosistema digitale che lo ospita. Con ogni mezzo necessario. Normalmente porta rancore verso l’intera comunità online per le motivazioni più bizzarre (essere stato bannato da un forum, essere decaduto dal rango di webstar, abbassamenti di ranking, ecc…).
  • Troll Neuroprogrammatore Linguistico: assolutamente micidiale. Non insulta. Non va fuori tema. Non dice mai esplicitamente nulla di offensivo verso nessuno. Eppure dal modo in cui compone i suoi post nel blog, da come twitta, da come scrive capite che vi sta prendendo atrocemente in giro davanti al mondo. A voi, proprio a voi E quando gli chiedete conto dei suoi atteggiamenti si comporta come il più mite degli agnellini, facendovi apparire come rancorosi minchioni paranoici.

Tecniche di Trolling 1.0

Nel caro vecchio web dell’epoca de Checchennina il trolling non consisteva nel riempire di insulti qualcuno, o postargli quotidianamente inutili critiche, o nell’augurargli la morte, come oggidì… Una volta il Troll si divertiva a gironzolare sui forum e a violarne la netiquette:

  • pubblicando degli spoiler (es. forum sul film “Il Sesto Senso”: capperi non l’avevo mica capito che Bruce Willis era il fantasma!);
  • andando sistematicamente “off topic” (es. forum sui Jonas Brothers: eh ragazzi qualcuno mi spiega come fare un back-up?);
  • generando flame assurdi per crociate senza senso (es. Facebook Fan Page di un Atelier: BASTA con queste modelle anoressiche! Dopo la STRAGE di modelle che c’è stata quest’anno ancora con questi stereotipi?! …vi ricorda qualcosa?)…
  • scrivendo in modo volutamente sgrammaticato per farsi riprendere dagli utenti più leziosi;
  • enfatizzando ogni interazione positiva o negativa spesso assumendo un atteggiamento completamente incoerente con il contesto (es. “ecco ce l’avete tutti con me“);
  • assumere una “domination” di un canale di comunicazione (un forum, una chat, un Gruppo Facebook) postando una quantità esorbitante di contenuti spesso di qualità nulla, rendendo così illeggibile e incoerente la timeline.

Il trolling era per lo più una tecnica di non-humour, uno scherzo alla Andy Kauffman, di quelli che fanno ridere solo chi li mette in pratica e non vengono minimamente capiti da chi li subisce. L’obiettivo principale del Trolling vintage era quello di prendere di mira piccole manie delle Comunità Online e sputtanarne l’intrinseca ipocrisia.

Spesso l’obiettivo del Troll era demistificatorio: dimostrare come dietro all’apparenza di una “Rete Orizzontale Eco-Green-Social-Pongo” affettuosa e carammellosa, si celasse in realtà una Piramide in cui l’istinto gregario Leader/Massa è la norma e l’atteggiamento da “manganellatori digitali” è pronto a scattare alla minima violazione di regole non scritte ma cogenti.

Il LULZ e le tecniche di Trolling 2.0

La celebre: Trollface

Nel web 2.0 la quantità di strumenti messi a disposizione delle Comunità Online ha mutato radicalmente la figura del Troll, sempre maggiormente orientato a generare “LULZ”.

Il LULZ è la versione malvagia del LOL (l’acronimo utilizzato in rete per dire “ridere a crepapelle“), in sostanza:

Il termine “LULZ”, per esempio, esprime la gratificazione di guardare altri che soffrono nella cloud.
Jaron Lanier “Tu non sei un Gadget” pag. 83

Il Troll 2.0 pertanto si differenzia sia dai suoi illustri predecessori, sia dai Fake veri e propri. Il Troll 2.0 utilizza l’anonimato e un certo tipo di comunicazione rozza e destrutturata per godere della sofferenza psicologica del prossimo.

Nel suo libro Jaron Lanier cita parecchi casi di cronaca nera legati al trolling: il suicidio della star coreana Choi Jin-Sil, che si tolse la vita a causa del pesante trolling da cui era stata bombardata… Lori Drew che venne trollata fino allo sfinimento, dopo aver indotto al suicidio con un fake una rivale d’amore della figlia… la giornalista Kathy Sierra, la cui carriera fu rasa letteralmente al suolo dal trolling… il suicidio di Mitchell Jenderson…

A questi casi possiamo agevolmente associare la quantità di video postati su Youtube che ritraggono atti di bullismo, spesso rivolti verso minorati mentali… i ricatti a sfondo sessuale verso minorenni, resi possibili dalle nuove tecnologie digitali… gli insulti insistiti, pesanti, volgari e sciovinisti rivolti a un utente spesso non in grado di difendersi…  gli assalti all’arma bianca stile tutti contro uno (con un sovvertimento logico del vecchio Troll che era uno contro tutti)… le parodie crudeli…

Conclusioni

Egregi Ricercatori, sconsolato concludo questa lunga scorrazzata, constatando come paradossalmente i nuovi media abbiano progressivamente depauperato culturalmente alcuni fenomeni anche interessanti.

Si è passati dai Fake e i Troll 1.0, spesso pervasi anche da un genuino gusto per la performance e la provocazione, a questi Fake Plastic Trolls 2.0 amanti del LULZ più sfrenato…

E comunque stiamo in guardia verso il nostro “Troll interno“…

OppureNO.

Fake Plastic Trolls pt. 1 – Se questo è un Fake

“Pay no attention to that man behind the curtain.”
The Wizard of Oz, 1939

ONtro

Esimi Ricercatori, il titolo di questo nonPOST è preso pari pari dall”ultima puntata del Web Radio Show “Hole of Ass”  degli amici Vitellozzo e Fourthalf, che è stata dedicata al fenomeno di Fake e Troll su Twitter…

La puntata ha tratto spunto da un triste caso di cronaca twittera che ha visto un’aspirante Twitstar di una Comunità Online molto agguerrita del Nord Italia essere presa di mira per giorni da un fake che l’ha trollata senza alcuna pietà… Salvo poi (da quanto ho capito) essere stata salvata dal provvido intervento della propria Comunità Online, che si è erta a baluardo della malcapitata… immagino trollando a propria volta il presunto autore dell’insano gesto…

Detto per inciso penso anche di aver capito chi sia il Fake Plastic Troll in parola (visto che mi segue da qualche giorno, ovviamente non ricambiato). Il soggetto in questione dovrebbe essere tale @LaTwitstar… OppureNO (ma dopotutto chi se ne importa).

La puntata degli amici Vitellozzo e Fourthalf, che detto per inciso hanno suonato ottima musica (mica il solito “VascoMerda“), ha visto anche la lettura del mio ormai storico nonPOST: “Il Fight Club delle Twitstar!“… della qual cosa sono onorato!

Ma mentre gli amici andavano avanti con lo show mi rendevo conto di non aver proceduto mai a tratteggiare col consueto “piglio sociologico” la figura di Fake e Troll… creature fantasmagoriche fondamentali nell’ecosistema digitale…

Ricordo con orgoglio quando con Giuseppe Mauriello e Fabio Lalli abbiamo dovuto procedere all’epurazione dei fake dal sacro gruppo degli Indigeni Digitali, di cui oggi ho partecipato a un aperitivo e che festeggia i suoi 1000 membri (completamente fake free)…

Ma, egregi Ricercatori,  non divaghiamo e dedichiamoci alle consuete analisi da “Twitstar, anzi DIOstar, che giudica le altre Twitstar” (questa è di uno degli ascoltatori dello Show e mi ha quasi steso dalle risate)…

Cosa c'è di meglio di un buon fake per rallegrare la giornata?

Se questo è un Fake…

I fake sono nati con internet.

Spesso si tende a confondere il fake con il semplice e innocente utilizzo di un nick anonimo…

Il fake è qualcosa di completamente diverso…

Un fake è una performance di un appartenente a una Comunità Online (Social Network, chat, forum, ecc…), che pratica una sorta di “Gioco di Ruolo” interpretando una personalità che non gli è propria (es. una topmodel ammiratissima, che nel tempo libero si finge un nerd obeso e psicopatico su Google+)…

Il primo caso storicamente accertato di fake è quello di “AlexAndJane“. Nei primi anni ’80, presso l’ormai storica chat Compuserve, un certo Alex, taciturno psichiatra di mezza età, finse per un paio d’anni di essere una spocchiosa donna di nome Jane. Il suo fake era muto e attraverso la chat comunicava al mondo tutto il proprio odio verso Dio e la religione in genere, asserendo di essere rimasta menomata a causa di un incidente. Quando si scoprì l’inganno molti “amici di Jane” rimasero sconvolti dalla notizia e lo psichiatra si giustificò asserendo che stava effettuando una ricerca scientifica…

Lo splendido aneddoto di cui sopra riporta alcune caratteristiche essenziali del fake:

  • Personalità: Il fake è una rappresentazione di una “personalità” talvolta anche complessa, che tende alla completezza. Deve avere un proprio background, un proprio linguaggio, proprie passioni e idiosincrasie.
  • Affettività: Il fake tende a sviluppare una rete di relazioni affettive attorno a sè, cercando di attirare l’attenzione attraverso qualche escamotage (nel caso di specie una forte disabilità).
  • Verosimiglianza: un fake ben fatto necessita di prove documentali della propria esistenza: foto, resoconti di partecipazione ad eventi. Un fake deve puzzare di vita vera, per essere credibile ed intrecciare relazioni vere. Chi anima un fake spesso si produce in complesse ricerche con una costruzione di prove false degna di un Legal Thriller.
  • Finzione: ovviamente caratteristica essenziale è che non deve essere comprensibile la natura fasulla del fake (pertanto @LaTwitstar non è propriamente un fake). Un fake ben fatto deve rendere inconoscibile il vero autore che si cela alle proprie spalle. Un fake ben fatto deve rendere anche solo impensabile risalire alla propria ingannatoria natura.
  • Motivazione: sono ormai vent’anni che scorrazzo nella Rete e devo ammettere che le motivazioni dei fake mi sono sempre sfuggite. Quando ho parlato con alcuni cultori di questa pratica mi hanno dato sempre risposte elusive. Sono giunto alla conclusione che in ultima analisi attraverso il fake alcuni esprimano aspetti della propria personalità normalmente tenuti a freno dalle convenzioni sociali… Alcune performance sono di una perfezione troppo sublime.

I fake non vanno sottovalutati. Quello dei fake, infatti, è un fenomeno che spesso genera mirabolanti cortocircuiti mediatici. Pensiamo al caso di Amina Arraf la bellissima blogger lesbica siriana, che altri non era che l’obeso eterosessuale nerd scozzese Tom MacMaster (per un resoconto v. “Amina Arraf, storia di un fake pericoloso” di Punto Informatico)…

In generale diciamo che possiamo tratteggiare le seguenti figure di fake:

  • Fake Ricercatore: quello che quando lo tani si giustifica asserendo “Il fatto che mi hai beccato a interpretare la parte di una blogger ninfomane esperta in tecniche di bondage e sadomaso non significa nulla: sono un dottorando in psichiatria forense.” Soluzione: chiamare un esorcista.
  • Fake Burlone: fondamentalmente “un impostore che si prende giuoco degli incapaci” (v. oltre alla voce Troll). Soluzione: chiamare un paio di amici armati di crick.
  • Fake Bipolare: quello che quando viene sgamato si lascia andare a profluvi di invettive contro il resto della Comunità Online, che non lo merita. Poi si cancella e ritorna con un nuovo fake. Soluzione: chiamare i genitori.
  • Fake Schizofrenico: quello che ci crede veramente. Soluzione: chiamare l’ambulanza.
  • Fake Stalker: strumento utilizzato dagli stalker per avvicinare persone che hanno bloccato o segnalato alla Polizia Postale il proprio account principale. Conoscendo BENE l’ogetto della propria ossessione riescono rapidamente a entrare nelle sue grazie. Molto pericolosi. Chiamare di nuovo la Polizia Postale.
  • Fake Lurker: strumento utilizzato per spiare gruppi di utenti di una Comunità Online (vi siete mai chiesti come fanno certe Twitstar che non followano nessuno a essere aggiornatissimi sulle mosse dei propri detrattori?). Soluzione: ignorarli.
  • Cyber Orco: è il preferito dei giornalisti di Repubblica, Corriere & Co. quando sono in crisi creativa. Quando non sanno di cosa scrivere in genere parlano di questi fantomatici personaggi che adescano minorenni e bambini in Rete, fingendosi adolescenti. Il titolo dell’articolo? “I pericoli della Rete” (o qualcosa del genere). Non ci soffermiamo a parlarne, ne avete letto abbastanza (v. “Sbatti il Cyberorco in prima pagina”). Soluzione: smetterla di leggere certi giornali.

Facebook e Google+ hanno delle regole che tendono a disincentivare la presenza di fake, su Twitter invece la pratica di avere account multipli è la norma.

Ricordo con affetto quando ai tempi del “Project” su Twitter lanciammo una caccia alle streghe contro BOT e Fake. Ogni giorno qualcuno sgamava qualche fake esponendolo al pubblico ludibrio.

Ne ricordo con particolare affetto uno sonoramente sputtanato da Sissetta80: il tipo  aveva creato un fake saccheggiando le foto di una modella straniera pressoché sconosciuta in Italia e postava con regolarità resoconti e foto dei vernissage e degli eventi cui partecipava nella sua vita da Jet Set. La grande Sissetta lo castigò duramente e il tapino si cancellò.

Disapprovo abbastanza la pratica dei fake, perché nei suoi aspetti più deteriori rompe quel patto di lealtà che dovrebbe animare le interazioni online. Tuttavia noto che in generale gli internauti sono ogni giorno più preparati e anche nei casi più evoluti di fake (v. il caso Amina) lo smascheramento è in agguato.

Il mio giudizio sulla questione è riassunto da questo splendido storico tweet di sabotaggio di MisterBlonde84:

Segue in “Fake Plastic Trolls pt. 2“…