L’insostenibile leggerezza di Magalli Presidente

Dopo aver letto il delirante editoriale di Antonio Padellaro “Quirinale: perché Magalli” sento il dovere civile di scrivere due righe di chiarimento sulla vicenda.

Sto leggendo in queste ore una tale sequela di bizzosi spiegoni sulla vicenda Magalli, che mi vengono le vertigini: Magalli come incarnazione della protesta, Magalli come eroe di masse di beoti cresciuti a pane e televisione, Magalli come rifiuto della nomenclatura piddina, Magalli sulla Luna…

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Cinquanta sfumature di Klout

ONtro

Esimi Ricercatori, colgo l’invito rivoltomi via twiter da Daniele Chieffi, per ripercorrere il mio conflittuale rapporto con i misuratori di popolarità digitale e con Klout in particolare, che in questi giorni sta subendo una sorta di complessivo reboot.

Precisiamo subito che da quando esiste internet, esistono “misuratori di popolarità“. Da che ho memoria della parola “blog“, esistono classifiche organizzate con metodi più o meno attendibili, per stabilire una sorta di gerarchia di posizionamento dei siti maggiormente influenti. Correlatamente esistono tecniche da lamer, per sfruttare a proprio vantaggio le regole dei vari algoritmi che stabiliscono la gerarchia, alterando la classifica.

Dalle summenzionate circostanze è nata una vera e propria comunicazione strutturata per piegare i vari algoritmi ai propri bisogni di visibilità. Come direbbe Jaron Lanier: non si scrive più per essere letti da occhi umani.

Ricordo discussioni infinite (spesso sfociate in feroci flame) sulle pratiche da White Hat vs Black Hat SEO, community di blogger letteralmente dissolte dall’uso di pratiche scorrette di link buinding, addirittura piattaforme blog annichilite dai trucchi da lamer… Ancora oggi ad ogni cambio/affinamento dell’algoritmo del motore di ricerca di Google si assistono a crisi isteriche di SEO e presunti tali.

E’ naturale nell’abbondanza spesso caotica di informazioni che offre internet, cercare un sistema per fornire una gerarchia delle fonti.Purtroppo è altrettanto naturale la ricerca della visibilità (spesso lucrativa) da parte delle persone… e ciò crea un mix spesso letale.

Il vecchio Klout e le sue penalizzazioni

Il problema principale di Klout è che non misura le visite di un sito, non misura il numero di link che determinano l’autorevolezza della pagina su cui puntano, non misura neppure le semplici metriche di un account di social network…

Klout si presenta come lo standard per valutare la nostra personale influenza digitale.

Se le misurazioni di blog e pagine hanno creato i dissesti, di cui sopra, con addetti ai lavori che ormai tra reader complessi come la Biblioteca di Babele e dozzine tool di Content Curation faticano a “pulire il rumore e trovare il segnale“, figuriamoci cosa ha introdotto Klout a livello di rapporti umani.

Come analizzammo con i Socialeroi ai tempi della Performance di Ovosapiens alla fine ne era nata una sorta di versione Klout del link building: il trenino dei saluti.

Come per una pagina internet era rilevante il numero di link che puntavano su di essa per stabilire la sua autorevolezza, il primo Klout (oltre a follower, like e retweet) enfatizzava molto le interazioni con gli influencer. In pratica quanto più si ricevevano menzioni, like e retweet da personaggi parecchio menzionati e con parecchi follower, tanto più si cresceva…

Ne nacquero fenomeni di puro spam comunicativo come il trenino dei saluti e il grattino digitale tra influencer:

  • Trenino dei saluti: elenchi di influencer, cui rivolgere come in una liturgia religiosa “buongiorno“, “buon pranzo“, “buona sera” e “buona notte“… possibilmente replicando al saluto di ogni membro in lista.
  • Grattino digitale: stucchevoli ed eccessivi attestati di affetto pubblicamente manifestati sulle pubbliche piazze digitali.

Organizzammo così lo scherzo di Ovosapiens: un account vuoto e privo di contenuti cui in un solo pomeriggio, facemmo scalare le classifiche di Klout e Follow Friday in un’azione dimostrativa…

Da questo mirabolante evento discende il mio rapporto burrascoso con il Klout, che si mostrò molto più reattivo degli algoritmi che l’avevano preceduto.

Immediatamente il mio punteggio e quello di molti altri partecipanti allo scherzo si abbassò. L’algoritmo reagì ad un’aggressione con un meccanismo di difesa che battezzammo con l’evocativo nome di: “Penalizzazione del Klout“.

Successivamente tutto tornò come prima, ma questo benedetto Klout aveva stuzzicato la mia attenzione.

Sul Gruppo Facebook di Indigeni Digitali nacque un lungo ed interessante dibattito sulla reale utilità dello strumento, grazie al quale compresi un po’ meglio la sua natura.

Se comprendevo la necessità di predisporre fonti che gerarchizzassero le pagine internet, l’idea di una classifica mondiale di “personalità digitali” era alquanto inquietante.

Al di la del momento ludico del c.d. “Io ho il Klout più grosso di te” a cosa sarebbe potuta servire?

Fu il dialogo con gli Indigeni a chiarirmi l’utilità pratica di Klout: campagne marketing mirate.

Non andava preso in considerazione solo l’elemento del punteggio, ma lo stesso andava comparato col Klout Style (una sorta di classificazione che andava dal lurker al guru) e con i topic (gli argomenti su cui si era influenti)… In pratica mettiamo che avessi voluto lanciare una campagna di articoli per la cura dei baffi, grazie a Klout, avrei potuto ottenere un report molto analitico di soggetti influenti su Moustaches e avviare una strategia di comunicazione che li vedesse coinvolti.

Inoltre pareva addirittura che gli Head Hunter del mondo della comunicazione digitale, dovendo dotarsi di uno strumento condiviso di valutazione delle competenze dei candidati, utilizzassero il punteggio di Klout.

Così eravamo alle solite: uno strumento potenzialmente anche utile e intelligente veniva ridotto all’ennesimo megafono per gridare al mondo : “IO SONO”.

Ne nacque qualche chiacchiera ad un aperitivo di Indigeni Digitali, da cui scaturì un esperimento ancor più massivo di quello di Ovosapiens: ilKtrain.

In pratica venne esasperata per un giorno intero la pratica del trenino dei saluti tra influencer. Immaginate un gruppo cui appartengono centinaia di influencer sui topic più disparati che si lancia in una folle sessione di mention incrociate all’insegna dell’hashtag #Ktrain…

Il risultato non si lasciò attendere: subimmo tutti una penalizzazione di massa del Klout.

Ovviamente ciò scatenò una serie di ipotesi tra il complottista e il fantascientifico: meccanismo di difesa, modifica già preventivata dell’algoritmo, cospirazione rettiliana

Fatto sta che in seguito Klout iniziò a penalizzare i “trenini dei saluti” e la pratica divenne abbastanza desueta…

Tuttavia, essendo i grattini digitali divenuti ininfluenti ai fini del punteggio, iniziarono a maturare pratiche embrionali di mudwrestling tra influencer…dopotutto Klout non misura il sentiment: una interazione anche se negativa è una interazione.

Il nuovo Klout

E quando eravamo arrivati a comprendere una qualche utilità di questo strumento ecco che arriva la nuova release di Klout, che francamente mi lascia trasecolato.

Non mi soffermo sulle oscillazioni di punteggio, che reputo fisiologiche basta attribuire maggiore o minore peso a certe interazioni… e se (come spesso accade) uno ha uno stile rigido (es. content curator che posta solo link come se non ci fosse un domani) è fisiologico subire penalizzazioni, o premiazioni improvvise.

Da quello che vedo in questi giorni nella preview del nuovo Klout le modifiche possono così riassumersi:

  • Eliminate le tre metriche Amplification, True Reach e Network. E’ presente solo l’istogramma di sintesi.
  • Eliminato il Klout Style.
  • Eliminati i Topic.
  • Eliminate le Perks: prodotti o esperienze che si potevano ottenere allargando la propria influenza a seguito del conseguimento di certi obiettivi tipo quest.
  • Introdotto il sistema dei Moments: in pratica il Klout diventa maggiormente incentrato sulla gamification dell’esperienza. Vengono dati dei punteggi da 1 a 5 ai nostri post sui vari social network, che suscitano maggiori reazioni (commenti, retweet, like, +1, reply, ecc…).
  • Introduzione di un grafico a torta che ci aiuta a comprendere meglio quali sono i Social Network in cui la nostra comunicazione è più performante (in pratica sarei una sorta di campione del mondo sulla mia bacheca Facebook dove pubblico parecchie fesserie divertenti, e uno scarsone su Twitter dove pubblico articoli interessanti).
  • Introduzione del solito orrendo tema da infografica hipster tanto in voga oltreoceano.

Così su due piedi le modifiche mi suscitano un certo disappunto, in parte perché sembra aver perso alcune funzionalità interessante, ma soprattutto perché mi immagino a cosa porterà il sistema dei “momenti“.

Già il vecchio Klout aveva generato mostruose forme di Ubertroll, mi figuro cosa genererà un meccanismo incentrato sui momenti.

Il Klout Ubertroll

Uno Ubertroll, in gergo, sarebbe la versione strutturata e sistematica di un Troll, che spesso fa di questa attività una professione o uno strumento di supporto alla propria attività lavorativa.

Mentre il Troll cerca di suscitare emozioni e spesso agisce in solitaria, sfruttando l’anonimato per il gusto della performance e della provocazione… lo Ubertroll agisce con pratiche strutturate, spesso in gruppo, a volto scoperto generando flame, pogrom digitali e veri e propri linciaggi mediatici… con un solo scopo: visibilità.

Se uno osserva una comunità di Ubertroll (poco importa se quindicenni, o ultrasessantenni, se amatoriali, o professionali) osserverà che dopo ogni performance c’è la conta dei follower acquisiti su Twitter, dei like ricevuti, del piazzamento nei temi di tendenza, dello stocazzamento finito sui giornali, del flame da trecentocinquantamila commenti in cui ha razzolato mention da mezzo mondo… E infine di quel puntino di Klout che è cresciuto.

Non c’è performance, né gusto per la ricerca: solo pura e semplice immissione di materiale di cultura tossica… marcatura di territorio psichico.

Lo Ubertroll vive in un mondo allucinato in cui lo spam si fa battaglia ideale, in cui il flame si trasforma in tensione morale, in cui lo stalking vigliacco diviene rigore, l’insulto espressione creativa.

Klout è una di quelle cose che tutti disprezzano a parole e che controllano quotidianamente. Una di quelle cose che non conta nulla, ma che fa scattare il disappunto quando subisce delle flessioni… Per il Klout Ubertroll, poi, diventa vera e propria scalata al successo.

Spero di sbagliarmi ma una logica di “influenza” organizzata per “momenti“, immagino che ci regalerà un autunno parecchio caldo…

Ci meravigliamo del mudwrestling tra influencer?

Tranquilli esimi Ricercatori è solo il girone di pre-agonistica della nuova release del Klout.

Perché sta volta gli Influencer professionisti che non possono ottenere like mostrando le tette su internet, lo faranno a randellate.

Dopotutto è un lavoro come un altro.

Conclusioni

Concludendo, miei esimi Ricercatori, Klout non è che l’ultimo passaggio di una illustre sequela di algoritmi che hanno contribuito a impoverire la nostra comunicazione.

L’ennesimo strumento, potenzialmente anche utile, nato per rendere più nitide le informazioni, che alla fine genera solo altra entropia.

Qual è la pecca principale di Klout?

Le persone che lo utilizzano.

Quando le interazioni positive “tiravano” su Klout, pareva che Twitter e Facebook fossero il mondo anestetizzato di “Fragolina Dolcecuore“… quando siamo passati alle “interazioni neutrali” internet si è riempito di raid e stocazzate…

Attendo coi soliti popcorn a bordo campo il momento in cui tutto si concentrerà nell’esplosione pirotecnica dei singoli “moments“…

L’Incidente del Tonchino Digitale si avvicina?

Per approfondire

L’ufficio dei defunti digitale: il caso Whitney Houston

Esimi Ricercatori ieri si è prematuramente spenta Whitney Houston, al termine di un declino drammatico segnato da grande sofferenza. La morte di un personaggio ricco, bello e famoso caduto in disgrazia è caratterizzata da una sorta di morboso “ufficio dei defunti digitale”, che si svolge inesorabile, come una sorta di moderna liturgia:

  • Il primo rito è quello del “Repost del lancio di agenzia”: tutti insieme contemporaneamente si inizia a riportare il link all’agenzia che ha dato la notizia… l’effetto visto da fuori è abbastanza inquietante… milioni di persone che si passano a vicenda la stessa notizia nel disperato tentativo di essere i “primi” e ricevere retweet su Twitter o like su Facebook.
  • Il secondo rito è quello del “Aggiornamento della Pagina di Wikipedia”: preda del consueto abominevole raptus a suo tempo descritto quando morì Amy Winehouse, i curatori di Wikipedia aggiornano alla velocità della luce il Libro Wikipediano dei Morti.
  • Il terzo rito è quello del “R.I.P. su Twitter”: in milioni pubblicano varianti in varie lingue della stessa sequenza: “R.I.P. #nomemorto [pensiero a piacere]”… Poiché quella del R.I.P. è un’esca da troll molto utilizzata (se sei un VIP devi essere morto almeno 3 volte su Twitter), appena appaiono i R.I.P. nella comunità inizia a diffondersi il dubbio… “Ma è veramente morto/a?”… Segue macabra riproposizione assertiva del primo rito da parte di qualche Missionario della Verità, atta a definire che si è stati tra i primi a saperlo: “Ecco il link, l’avevo letto su un sito americano bla bla bla”.
  • Il quarto rito è quello del “Trolling Meme”: sulle varie cattedrali mondiali del meme inizia a diffondersi il tormentone dissacrante in tutte le sue varianti, spesso di pessimo gusto. Ringrazio l’amico Numero Sei per avermi segnalato il meme di I-I-I-I-I… Su Canv.as si è diffuso questo meme che ritrae (in genere) il volto di un personaggio famoso che urla I-I-I-I-I, nel senso dell’acuto di “I will always love you” del film “Bodyguard”… La cosa forse originariamente era nata come un omaggio, fatto sta che è rapidamente degenerata…
  • Il quinto rito è quello del “Sito Fondamentalista”: non appena un VIP muore preda della disperazione, c’è sempre un sito fondamentalista pronto a fare a pezzi il personaggio. In Italia abbiamo Pontifex, che, come segnalato dall’amico Benny Contromano, non ha perso l’occasione per sparare sentenze grottesche parlando “in nome e per conto di Dio”, cui segue l’ennesimo flame di indignati che regalano al sito migliaia di contatti… che faranno sicuramente piacere agli amministratori di uno dei siti più pieni di banner pubblicitari di tutti i tempi… Se il messaggio del Cristianesimo è un messaggio di Amore, quelli di Pontifex sono l’Armata delle Tenebre…
  • Il sesto rito è quello della “Maratona Video su Youtube”: improvvisamente tutti sentono lo spasmodico bisogno di spammare in giro link a spezzoni video, videoclip, canzoni dell’amato defunto. Una sorta di imbalsamazione digitale, atta a mostrare che sui server della Cloud vivrà per sempre incorruttibile.
  • Il settimo rito è quello delle “Compilation Peer to Peer”: l’ultimo estremo passaggio (solo per i vecchi fan) è quello della ricerca di materiale audio/video nei server canaglia della “Pirateria Digitale”, per arricchire i propri hard disk di qualche terabyte… quasi un epitaffio scolpito nel corpo elettrico dei nostri PC
  • L’ottavo rito è quello delle “Foto del Declino”: in contemporanea ai riti summenzionati si svolge quello della diffusione di foto/video amatoriali che ritraggono il VIP nel suo straziante stato di decadimento fisico e psicologico… E’ un fenomeno reso ancora più sconcertante dalla capacità dei media tradizionali di appropriarsi di questi “elementi genuini”… Vista dall’esterno sembra come sei i riti di cui sopra servissero per questo rito finale… Tutto il resto non è che una riproposizione di materiale vecchio e noto, che serve a stimolare i possessori di materiale “interessante” a immetterlo nella Cloud regalando scoop a basso costo a Telegiornali e Rotocalchi.

Esimi Ricercatori, come concludere? La Morte nella Cultura Digitale è una grande festa carnevalesca. Tutti ridono, scherzano, sgomitano, concionano, rimpiangono… Col solo scopo in ultima analisi di non affrontare i temi aperti dalla dipartita dell’illustre personaggio di turno. I mass media ci hanno sempre inculcato che se non eravamo felici era perché non eravamo abbastanza belli, ricchi e di successo… Poi noi siamo vivi e quelli belli, ricchi e di successo si ammazzano… Ma nel mondo del digitale non c’è spazio né per l’umana compassione, né per la riflessione… tante vole ci si comporta come dei circuiti stampati, diventando meri strumenti di diffusione attiva dell’informazione.

Whitney giace morta nella sua tomba, ma la sua immagine eternamente bella, perfetta, immortale, continua a vivere nei nostri server…

Il nuovo Twitter e il #foreveralone natalizio

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Esimi nonché egregi Ricercatori, come sapete Natale è uno di quei drammatici periodi dell’anno, in cui la solitudine si fa sentire più forte… Per molti è il giorno in cui si pensa agli amici lontani, agli amori perduti, alle persone care che ci hanno lasciato…

Non dovrebbe pertanto sorprenderci che in una giornata che molti vivono così mestamente un hashtag come #foerveralone (per sempre solo/a) sia diventato tema di tendenza mondiale e abbia campeggiato nella sezione storie della pagine “Scopri/Discover” del nuovo Twitter.

OppureNO.

Discover

Discover”  come ben raccontato da Wired è una nuova funzionalità di Twitter che in sintesi offre:

Uno sguardo sul mondo. Cliccando sull’icona del cancelletto è possibile accedere all’opzione “scopri” : una serie di informazioni raccolte da Twitter per “riflettere i nostri interessi, in base a dove ci troviamo, le persone che seguiamo e quello che sta succedendo nel mondo”. Ecco quindi i suggerimenti degli account da seguire raggruppati in categorie (musica, sport e intrattenimento) o le storie da “scoprire”. Nella sezione # è possibile sapere che cosa stanno facendo gli utenti, chi stanno seguendo e quali sono i loro tweet preferiti. Non molto diverso da quello che fa Facebook quando ci aggiorna sulle nuove amicizie dei nostri contatti e sui link condivisi.

[Tratto da “Il Nuovo Twitter” di Wired]

Finora nella sezione “Storie” erano sempre stati segnalati hashtag, che si sviluppavano attorno ad un link legato ad una testata online. Molti Ricercatori si chiedevano se fosse una sorta di embrione di funzionalità alla Google News, con selezione delle notizie da una determinata lista di siti di informazione.

Invece la “Storia” da cui si sviluppava l’hastag del #foreveralone non faceva riferimento ad alcuna testata online, o notizia…

Il Tweet da cui è partito tutto

Il tweet che ha scatenato i mesti messaggi di centinaia di uomini soli, di ragazze sedotte e abbandonate, di separati, divorziati, dimenticati, di innamorati non corrisposti… campeggiava fiero nella mattina di Natale sulla pagina Storie di Discover…

Devo dire che appena l’ho visto sono scoppiato in un ghigno da vecchio troll in prepensionamento, ma non roviniamo la sorpresa…

Questo era il messaggio da cui era scaturito il lacrimevole profluvio natalizio:

Con una tipica logica internettara vecchio stile venivano esaminate in modo naif alcune possibili combinazioni di relazioni umane, di cui 3 disfunzionali ed una funzionale (i nerd amano applicare l’ingegneria a qualunque cosa):

  • Rapporto Disfunzionale 1: “Ragazzo Gentile” innamorato non ricambiato di “Ragazza Dolce”, che è innamorata non ricambiata di uno “Stronzo”.
  • Rapporto Disfunzionale 2: “Ragazzo Gentile” innamorato non ricambiato di “Ragazza Dolce”, che è innamorata non ricambiata di uno “Stronzo”, che a sua volta è innamorato non ricambiato di una “Puttana”.
  •  Rapporto Disfunzionale 3: “Ragazzo Gentile” innamorato non ricambiato di “Ragazza Dolce”, che è innamorata non ricambiata di uno “Stronzo”, che a sua volta è innamorato non ricambiato di una “Puttana”, che pure lei è innamorata non ricambiata di un “Ricco”.
  • Rapporto Funzionale: “Ragazzo Gentile” con l’espressione da foreveralone (per sempre solo), “Ragazza Dolce” e “Stronzo” innamorati, “Puttana” e “Ricco” innamorati.

Le migliaia di persone che hanno utilizzato l’hashtag nella giornata, se avessero avuto qualche conoscenza di Cultura Digitale in più, si sarebbero rese conto di trovarsi di fronte a quel simpatico esperimento sociologico comunemente noto col nome di “trolling“.

Infatti il tweet in questione non era che un meme del foreveralone!

Il Meme Foreveralone

Foreveralone meme

Il Meme del Foreveralone è uno dei grandi classici delle  Comunità Online dedite alle tecniche di trolling più eleganti e divertenti.

E’ un grazioso esempio contemporaneo di quello che chiamiamo cyber dadaismo.

La storia di questo meme (fonte l’autorevole Know Your Meme) è alquanto incerta. Si sa solo che nacque nell’aprile 2010 praticamente in simultanea in molti centri di produzione di meme (4chan, Tumblr, ecc…).

E’ un classico “rage comic“, ossia un fumetto estremamente stilizzato e naif che ritrae un’espressione di rabbia, nel caso di specie il disappunto per essere soli al mondo, senza nessuno che ricambi il proprio amore.

Forse molti di voi non lo sanno, ma in un’occasione il Foreveralone meme causò un gigantesco flashmob involontario ai danni di centinaia di poveri uomini soli alla ricerca disperata di un’anima gemella, che li alleviasse dalle proprie sofferenze amorose…

La locandina del flashmob Foreveralone

Il 13 maggio 2011 alcune Community di troll idearono un articolato scherzone utilizzando fake di bellissime ragazze e invitando centinaia di ragazzi soli lo stesso giorno alla stessa ora a Times Square (New York)… Peraltro poiché i membri della Community volevano godersi lo scherzone via telecamere di pubblica sicurezza, il sito della Earthcam  andò giù… Il numero di richieste di accesso era così elevato che fu paragonabile ad un attacco DDos…

Panopticon Twitter

Così di ritorno da una sana pedalata natalizia per smaltire gli eccessi del Cenone della Vigilia leggo il tweet in questione e sghignazzando lo metto a beneficio della nostra Comunità con questo piccolo e innocente messaggio:

Ovviamente le Macchine di Twitter non dormono mai, oppure c’è qualche stagista sfigato costretto a monitorarmi h24 pure il giorno di Natale, o forse è la solita incredibile ed incoerente “coincidenza di Tecnonucleo” prodotta dall’interazione Uomo/Macchina…

Ma una mezz’ora dopo aver postato il mio messaggio, in modo assolutamente incoerente il messaggio di riferimento della “storia” del foreveralone cambia e fa riferimento a questo tweet completamente normalizzato…

La cosa è assolutamente divertente nella sua sconcertante falsità: il tweet da super troll di Don Muffin con oltre 50 retweet e preferiti era chiaramente quello da cui si era propagato il tema di tendenza del foreveralone…. quello di LOVELiiCIOUSx, che già dal nome pare un embrione da vasca di riproduzione di Teamfollowback, coi suoi 4 retweet stenterelli evidenzia da solo il provvidenziale intervento “a manetta“… La foto poi è così furbetta e geek da far sorgere più di un sospetto…

Conclusioni

Esimi Ricercatori che dire?

Innanzitutto ci complimentiamo con Don Muffin per essere riuscito a sabotare la sezione Storie di Discover Twitter, con un elegantissimo atto di trolling DOC.

In secondo luogo assistiamo all’evoluzione delle dinamiche difensive di Twitter, che invece di bloccare i messaggi sgraditi come con i Toptweet e i Temi di Tendenza, adotta una policy molto più sofisticata: la mistificazione. L’origine dell’hashtag #foreveralone viene abilmente occultata e tramutata da atto di trolling, in romantica malinconia… Immaginate l’applicazione di una simile prassi con una notizia vera o con un’informazione politica.

In terzo luogo sono molto dispiaciuto per quegli utenti che hanno postato in tutto il mondo messaggi di solitudine natalizia solo per il sollazzo di Comunità di Troll… Penso che lo scherzo ci insegni una cosa importante: senza neppure aver capito il senso del meme che avevano di fronte, migliaia di persone hanno esibito al mondo pensieri intimi e sofferti, Twitter ha ritenuto la “Storia” di tendenza, dandole visibilità e generando ancor di più un mood depressivo… I Nuovi Media rischiano di diventare strumenti di espressione inconsapevole di emozioni forti… oggi il manipolatore è un Troll, domani?

Torno a ripetermi: la gente risparmiasse le emozioni più profonde per i rapporti umani dal vivo e la smettesse con questo stupido esibizionismo digitale.

P.S. Buone Feste 😀

Eric Schmidt e le crisi di identità di Google+

Eric E. Schmidt, Chairman and CEO of Google In...
Image via Wikipedia

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Esimi Ricercatori, come sapete sono un fan dell’uso di pseudonimi e ritengo che l’utilizzo di identità molteplici sia uno degli strumenti migliori a nostra disposizione per esprimere al meglio tutte le sfaccettature della nostra Personalità. Pertanto mi hanno davvero colpito le affermazioni di Eric Schimdt, il Presidente di Google, riportate da Mashable in un articolo eloquente sin dal titolo: “Eric Schmidt: If You Don’t Want To Use Your Real Name, Don’t Use Google+”. Si può dire tutto di Eric Schmidt, non che non sia una persona schietta. Nella stucchevole empatia del Web 2.0 pochi avrebbero il coraggio di dire: “Se non vuoi usare il tuo nome reale, non usare il mio Social Network”.

Come dire se non vuoi fare incidenti automobilistici vai a piedi, se non vuoi divorziare non ti sposare, se non vuoi vomitare non mangiare.

Mica te l’ha prescritto il medico di gironzolare nei Social Network.

Ineccepibile.

OppureNO.

Chi ha paura dello pseudonimo?

Nello scorso fine settimana Eric Schmidt, l’uomo che ha mostrato i denti ai Potenti del G8 (v. I Temi di Tendenza e le policy ombra di Twitter), ha dichiarato in risposta alle polemiche sollevate nelle scorse settimane dai blogger statunitensi che il nuovo rutilante Social Network made in Google è senza mezzi termini un “identity service”. Più chiari di così.

Il Presidente di Google rispondeva a numerose polemiche emerse con riferimento al fatto che Google+ è strutturato per disincentivare l’utilizzo di nickname o pseudonimi, mettendo in crisi gli amanti di tale pratica come il sottoscritto e chi “per motivi di sicurezza personale” vuole mantenere celata la propria identità.

Ovviamente mi sento anch’io di associarmi a Schmidt nel dire che se hai problemi di sicurezza personale (tipo sei un testimone sotto copertura) che cosa ci vai a fare sui Social Network…

Ma ritengo che siano casi davvero marginali e, ad essere onesto, ne ho le tasche piene di questa retorica del “bisogna utilizzare ad ogni piè sospinto la propria identità reale se no i Troll e i Fake distruggerebbero la Rete e gli Utenti Buoni ne morirebbero”

In primo luogo perché, come asserito altre volte, i fenomeni peggiori di trolling sono nati col Web 2.0 ed esplosi nei Social Network. Quella che in precedenza era l’arte di sbeffeggiare bolsi rituali digitali è diventata la furia di una folla in tumulto.

In secondo luogo perché questa rincorsa alla distruzione dello pseudonimo non è palesemente ispirata da ragioni umanitarie.

Mi sono reiteratamente espresso a favore dello pseudonimo in interviste (v. “Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google”) e interventi dal vivo (v. “Twitday 1.0: #JM10”). Sotto il profilo espressivo lo pseudonimo consente di liberare notevoli energie creative altrimenti inespresse. Come dissi a suo tempo:

Il nome reale esprime l’identità, ciò che siamo per il gruppo sociale cui “apparteniamo”, è l’ortodossia alla propria famiglia, al proprio lavoro, al proprio credo politico o religioso. Al contrario, il nickname è l’eterodossia da se stessi, è la possibilità di stancarsi di essere soltanto questo piccolo ego limitato. È espressione delle libertà contenute nella personalità (intesa come nel latino “persona” = maschera), tanto ampie da ammettere la contraddizione e la liberazione da se stessi.

Inoltre come vecchio smanettone mi sorgono ulteriori considerazioni di carattere “tecnico”.

Se nel web 1.0 avessero chiesto a noi sparuti internauti di fornire nome e cognome, per accedere a un servizio saremmo inorriditi. La privacy quando vent’anni addietro è nata la Rete era qualcosa di assolutamente sacro. L’anonimato era inoltre vissuto, come l’occasione di ripartire da zero in una sorta di Stato di Natura. Non contava chi tu fossi nella vita reale, contava ciò che realizzavi in Rete. Lo pseudonimo era un modo per creare un sistema di “riconoscimento” che prescindesse da poteri economici, politici, religiosi, ideologici.

E’ evidente che noi vecchi nerd smanettoni abbiamo perso.

Il web 2.0 è un inno alla nostra sconfitta.

Ovunque è richiesto nome, cognome ed email.

Persino per giocare online (v. Battlenet di Blizzard) tra poco ci vorranno codice fiscale e tessera sanitaria…

La motivazione non è quella di contrastare il trolling, che insisto è più forte e deleterio ora, di quando in quattro gatti ci conoscevamo solo attraverso pseudonimi. Le motivazioni principali sono due: una di ordine economico, l’altra di ordine “politico”.

Sotto il profilo economico,manco a dirlo, vale oro avere la disponibilità di una Banca Dati contenente (vado in ordine sparso): nome, cognome, indirizzo, geolocalizzazione degli spostamenti, preferenze sessuali, orientamento politico e religioso, preferenze in materia di beni e servizi, grado di alfabetizzazione informatica (a quello serve l’indirizzo e-mail non altro), composizione del nucleo familiare, articolazione delle Comunità Online di appartenenza, numero di carta di credito, numero di telefono, ecc… Con un Social Network si può costituire una banca dati di centinaia di milioni di dettagliatissimi profili individuali, che per chi si occupa di marketing valgono oro quanto pesano.

Non a caso una delle attività più redditizie per i cracker di mezzo mondo è rubare profili Facebook (v. ad esempio “Ruba un milione mezzo di profili su Facebook e li mette in vendita” del Corriere della Sera). Al riguardo piuttosto che concentrare l’attenzione su chi “vende” queste informazioni, mi preoccuperei di chi le “compra”, che è a mio modestissimo avviso molto più pericoloso. Se non esistesse la “domanda”, non esisterebbe l’offerta.

Sotto il profilo “politico” spingere gli utenti ad utilizzare il proprio nome e cognome nei Social Network è un modo di rinforzare quelle dinamiche di cyber polizia già descritte in “Bombe alla Crema”, sempre più ostili verso la c.d. “utenza pulita”. Come potrete agevolmente notare sia su Twitter, che su Facebook i pareri più “forti” politicamente sono sempre espressione di persone che agiscono sotto pseudonimo o con fake clamorosi.

Per le Polizie Postali, tramite l’indirizzo IP e web-spiders e banche dati messe volontariamente a disposizione dalle stesse Multinazionali del Digitale, è possibile risalire agevolmente all’identità di chi commette reati in Rete. Non fa alcuna differenza l’utilizzo di uno pseudonimo o di un nome reale. Tuttavia incombono quelle motivazioni di “buon vicinato” dettate dalla necessità di mantenere una deregulation della Rete, funzionale a generare profitti per l’Oligopolio Digitale… Pertanto meglio che tutti si agisca con “nome e cognome” per rafforzare la percezione di trovarsi un Panopticon e limitare i danni di immagine dettati dalle “insurrezioni digitali”, che tanto hanno preoccupato il G8…

Se sai di essere osservato, ti controlli da solo.

Se sai di essere osservato con nome e cognome ti controlli due volte.

A meno che tu non sia un autolesionista come certi Missionari 2.0, ma questa è un’altra storia…

Conclusioni

Ovviamente su Google+ non ho neppure cercato di utilizzare uno pseudonimo.

Persino su Twitter ormai appaio col mio nome reale.

Dovessi dimenticarmi per un solo istante che sono Giovanni Scrofani: avvocato, marito, padre, cattolico abbastanza praticante, apolitico praticante, giurista d’impresa e a tempo perso nonBLOGGER.

In Tecnonucleo sei libero.

Sei libero di essere come una pagina Facebook, o Google+: un insieme di contatti, di posti in cui sei stato, di cose che hai fatto, di preferenze.

E un giorno le Macchine avranno una “personalità” identica alla nostra, forse perché questa si va comprimendo ogni giorno.

Per fortuna che c’è Eric Schmidt a sbatterci la verità sui denti: i Social Network sono “identity service”.

Fake Plastic Trolls pt. 2 – …allora questo è un Troll

Segue da Fake Plastic Trolls pt. 1

Non necessaria premessa

Esimi Ricercatori il tema del trolling è assolutamente vastissimo e meriterebbe un tomo dell’enciclopedia Treccani, quindi mi accingo a esporlo in modo rapsodico, inconferente e assolutamente cialtronesco… ma comunque con fiero “piglio sociologico”.

Essendo sistematicamente per l’affermazione e la contraddizione continua preciso sin d’ora: il Trolling un tempo nel Web 1.0 era spesso un’arte raffinata ed elegante, che oggi nell’A-Social Web 2.0 vive un periodo di odiosa e penosa decadenza.

In generale si può definire Troll colui il quale dedica la propria attività online a distruggere una determinata Comunità Virtuale, attraverso un sistematico uso di messaggi provocatori e violazioni della netiquette.

Questa perlomeno era la natura del Troll nel Web 1.0, oggigiorno la definizione coincide purtroppo sempre più spesso con quella di molestatore, calunniatore, diffamatore et similia…

Ma non divaghiamo…

Dopotutto noi vecchi smanettoni siamo stati tutti Troll almeno una volta nella vita e perdonateci se ci scatta la nostalgia per tempi più civili…

Il Troll all'opera in tutta la sua sinistra bellezza...

Etimologia

Agli esordi del fenomeno del trolling, nel vintage e semi analogico web 1.0, esistevano due grandi scuole di pensiero sull’origine del termine.

Scuola Tolkeniana

Un coccoloso Troll in tutta la sua bellezza.

La prima scuola, quella “Tolkeniana“, individuava l’origine del nome in alcune creature antropomorfe della mitologia norenna. Il Troll delle leggende è un essere animato composto di roccia.

Il Troll ovviamente è una creatura connessa in generale alle Tenebre e ai culti del Caos e della Notte. Caratteristica del Troll pertanto è quella di non sopportare la luce solare, che lo riporterebbe al primitivo stato di roccia inanimata. Inoltre il Troll essendo una creatura del Caos odia l’ordine naturale delle cose e si applica in ogni modo per devastare il Creato… e per non farsi mancare nulla è pure cannibale e gradisce i bambini.

La forma è quella di un gigante peloso, bitorzoluto e maleodorante dotato di scarsa intelligenza.

Il libro “Lo Hobbit” di J.R.R. Tolkien riporta un passaggio in cui Frodo e la propria compagnia di nani vengono rapiti da tre Troll, parecchio imbecilli che a forza di litigare su come cucinarli finiscono per attendere il sorgere del sole e trasformarsi in rocce…

Secondo questa teoria pertanto il Troll sarebbe caratterizzato da:

  • agire protetto dalle Tenebre: trincerarsi dietro il comodo anonimato delle Comunità Online;
  • dissoluzione alla luce del Sole: se la loro identità reale viene “scoperta” abbandonano la Comunità Online per paura di possibili ritorsioni legali, o d’altra natura più fisica (tipo: “Te vengo a cercà sotto casa e meno a te e tre quarti della palazzina tua”);
  • cuore di pietra: il Troll è per sua natura spietato, non chiede né concede pietà;
  • culto del Caos: il Troll adora ingenerare scompiglio nell’ordinata vita delle Comunità Online tramite apposite tecniche di trolling (v. oltre), mirate a sovvertire gerarchia, ideali, regole e stile di vita;
  • linguaggio idiota: la stragrande maggioranza delle tecniche di trolling 1.0 prevedevano il ricorso al c.d. non-humour, utilizzando un linguaggio volutamente grezzo, irritante, decontestualizzato.

Scuola dei Pescatori

Pescatori di Niubbi

Secondo invece la scuola dei “Pescatori” il trolling trarrebbe origine da una peculiare tecnica di pesca anglosassone, in cui l’amo, gettato da un’imbarcazione in movimento, viene abilmente celato per catturare i pesci più ostici…

Secondo questa teoria pertanto la caratteristica principale del Troll sarebbe il suo desiderio smodato di “prendersi giuoco degli incapaci”. In sostanza il Troll si porrebbe su un piano superiore rispetto a quello dei comuni utenti della Comunità Virtuale, cui lancerebbe delle “esche” per farli cadere nella propria trappola. Da qui nasce il caro vecchio detto anglosassone delle IRC che furono:

“Do not to feed Trolls”
(trad. Non date da mangiare ai Troll)

Diciamo che entrambe le teorie a mio avvero sono contemporaneamente vere e tagliamo la testa al topo…

Tipologie di Troll

Esistono numerosi studi di psicologia del comportamento sul fenomeno del trolling. In generale potremmo così riassumerle:

  • Troll Giustiziere: qualcuno in una Comunità Online gli ha fatto un torto. Non avrà pace fin quando non avrà cancellato dai server ogni traccia dell’odiato nemico, dei suoi sostenitori, dei sostenitori dei suoi sostenitori. Come un “Borghese Piccolo Piccolo” intraprende un’escalation di violenza digitale. Combatte “fino a che non ci sarà più nemico ma solo pace. Amen”.
  • Troll Egomaniaco: in sostanza ha bisogno di catalizzare l’attenzione su di sé, non importa se in modo negativo. La Comunità Virtuale deve avere un solo chiodo fisso: Lui. Se riceve 1.000 insulti giornalieri, comunque a fine serata è soddisfatto.
  • Troll Beffardo: colui che propriamente “si fa giuoco degli incapaci“. In una data Comunità Online scorge dei comportamenti che giudica puerili e decide di satireggiare gli utenti per il suo personale godimento sottoponendoli a ogni genere di angheria e provocazione.
  • Troll Depressivo: è quello che posta frasi deprimenti e senza senso, augurando di continuo a sé stesso e agli altri utenti la morte. Genera numerosi casi di orchite.
  • Troll Dr. House: ostenta atteggiamenti esageratamente cinici e spocchiosi su qualunque argomento, andando costantemente contro corrente rispetto al senso comune. Se contraddetto, magari anche garbatamente, si scatena ricoprendo di insulti il malcapitato.
  • Troll Devastatore: ha un solo obiettivo distruggere l’ecosistema digitale che lo ospita. Con ogni mezzo necessario. Normalmente porta rancore verso l’intera comunità online per le motivazioni più bizzarre (essere stato bannato da un forum, essere decaduto dal rango di webstar, abbassamenti di ranking, ecc…).
  • Troll Neuroprogrammatore Linguistico: assolutamente micidiale. Non insulta. Non va fuori tema. Non dice mai esplicitamente nulla di offensivo verso nessuno. Eppure dal modo in cui compone i suoi post nel blog, da come twitta, da come scrive capite che vi sta prendendo atrocemente in giro davanti al mondo. A voi, proprio a voi E quando gli chiedete conto dei suoi atteggiamenti si comporta come il più mite degli agnellini, facendovi apparire come rancorosi minchioni paranoici.

Tecniche di Trolling 1.0

Nel caro vecchio web dell’epoca de Checchennina il trolling non consisteva nel riempire di insulti qualcuno, o postargli quotidianamente inutili critiche, o nell’augurargli la morte, come oggidì… Una volta il Troll si divertiva a gironzolare sui forum e a violarne la netiquette:

  • pubblicando degli spoiler (es. forum sul film “Il Sesto Senso”: capperi non l’avevo mica capito che Bruce Willis era il fantasma!);
  • andando sistematicamente “off topic” (es. forum sui Jonas Brothers: eh ragazzi qualcuno mi spiega come fare un back-up?);
  • generando flame assurdi per crociate senza senso (es. Facebook Fan Page di un Atelier: BASTA con queste modelle anoressiche! Dopo la STRAGE di modelle che c’è stata quest’anno ancora con questi stereotipi?! …vi ricorda qualcosa?)…
  • scrivendo in modo volutamente sgrammaticato per farsi riprendere dagli utenti più leziosi;
  • enfatizzando ogni interazione positiva o negativa spesso assumendo un atteggiamento completamente incoerente con il contesto (es. “ecco ce l’avete tutti con me“);
  • assumere una “domination” di un canale di comunicazione (un forum, una chat, un Gruppo Facebook) postando una quantità esorbitante di contenuti spesso di qualità nulla, rendendo così illeggibile e incoerente la timeline.

Il trolling era per lo più una tecnica di non-humour, uno scherzo alla Andy Kauffman, di quelli che fanno ridere solo chi li mette in pratica e non vengono minimamente capiti da chi li subisce. L’obiettivo principale del Trolling vintage era quello di prendere di mira piccole manie delle Comunità Online e sputtanarne l’intrinseca ipocrisia.

Spesso l’obiettivo del Troll era demistificatorio: dimostrare come dietro all’apparenza di una “Rete Orizzontale Eco-Green-Social-Pongo” affettuosa e carammellosa, si celasse in realtà una Piramide in cui l’istinto gregario Leader/Massa è la norma e l’atteggiamento da “manganellatori digitali” è pronto a scattare alla minima violazione di regole non scritte ma cogenti.

Il LULZ e le tecniche di Trolling 2.0

La celebre: Trollface

Nel web 2.0 la quantità di strumenti messi a disposizione delle Comunità Online ha mutato radicalmente la figura del Troll, sempre maggiormente orientato a generare “LULZ”.

Il LULZ è la versione malvagia del LOL (l’acronimo utilizzato in rete per dire “ridere a crepapelle“), in sostanza:

Il termine “LULZ”, per esempio, esprime la gratificazione di guardare altri che soffrono nella cloud.
Jaron Lanier “Tu non sei un Gadget” pag. 83

Il Troll 2.0 pertanto si differenzia sia dai suoi illustri predecessori, sia dai Fake veri e propri. Il Troll 2.0 utilizza l’anonimato e un certo tipo di comunicazione rozza e destrutturata per godere della sofferenza psicologica del prossimo.

Nel suo libro Jaron Lanier cita parecchi casi di cronaca nera legati al trolling: il suicidio della star coreana Choi Jin-Sil, che si tolse la vita a causa del pesante trolling da cui era stata bombardata… Lori Drew che venne trollata fino allo sfinimento, dopo aver indotto al suicidio con un fake una rivale d’amore della figlia… la giornalista Kathy Sierra, la cui carriera fu rasa letteralmente al suolo dal trolling… il suicidio di Mitchell Jenderson…

A questi casi possiamo agevolmente associare la quantità di video postati su Youtube che ritraggono atti di bullismo, spesso rivolti verso minorati mentali… i ricatti a sfondo sessuale verso minorenni, resi possibili dalle nuove tecnologie digitali… gli insulti insistiti, pesanti, volgari e sciovinisti rivolti a un utente spesso non in grado di difendersi…  gli assalti all’arma bianca stile tutti contro uno (con un sovvertimento logico del vecchio Troll che era uno contro tutti)… le parodie crudeli…

Conclusioni

Egregi Ricercatori, sconsolato concludo questa lunga scorrazzata, constatando come paradossalmente i nuovi media abbiano progressivamente depauperato culturalmente alcuni fenomeni anche interessanti.

Si è passati dai Fake e i Troll 1.0, spesso pervasi anche da un genuino gusto per la performance e la provocazione, a questi Fake Plastic Trolls 2.0 amanti del LULZ più sfrenato…

E comunque stiamo in guardia verso il nostro “Troll interno“…

OppureNO.